CAPITOLO 9 
Prosegue dal Capitolo 8, parte 2

IX – IL CAPITALISMO RITORNA ALLA SFERA DELLA CIRCOLAZIONE
Le nostre indagini precedenti han posto capo alla conclusione che il capitalismo riesce a curare i mali
che il suo pieno sviluppo produce creando nuove sfere di azione all’attività economica umana, che i sistemi economici precedenti pienamente ignoravano.
Da questa constatazione gli apologisti del presente ordine sociale hanno tratto le più rosee speranze circa l’avvenire del regime capitalistico.
Ora la verità é che l’indole stessa della nuova zona che il capitalismo ha aperta all’economia umana porta ad ammettere che un nuovo limite, più remoto, ma sicuro, sorge innanzi al regime capitalistico
e che questo nuovo limite non possa essere oltrepassato. Noi dobbiamo richiamare l’attenzione del lettore sulle singolari vicende a cui é esposto il capitalismo dal momento che esso ha corso interamente il campo apertogli innanzi dalla macchina motrice.La grande industria, legata come é alla necessità di un grande capitale di impianto e di gestione, si vede presto ricondotta a una condizione sfavorevole rispetto ad altre forme economiche. Carrol D. Wright, riferendo l’esempio del modello più completo di capitalismo sviluppato che noi conosciamo : quello degli Stati Uniti, mostra come nelle regioni in cui la macchina é stata progressivamente introdotta ed in cui i prodotti sono nell’insieme più perfezionati, é necessario un numero maggiore di operai per produrre un valore determinato che non nelle regioni in cui queste condizioni non si incontrano. Occorre in media 1.12 operai per dare un prodotto di un valore di 1000 dollari se si prende per base le cifre fornite dagli Stati della Nuova Inghilterra, di New York, della Pensilvania e della Nuova Jersey, e di 0,9 operai per produrre lo stesso valore se ci atteniamo alle cifre ottenute per gli Stati dell’Ovest. Per la Nuova Inghilterra 57 % del prodotto netto sono attribuiti al lavoro contro 52 % che si hanno nel resto del paese.

Si deve ammettere che anche solo limitandoci a considerare l’elemento costo del lavoro ; nel suo pieno sviluppo la grande industria accenna ad un elemento di maggior costo che non si ha quando l’industria meccanica non é ancora pienamente sviluppata (CARROL D. WRIGHT, L’évolution
industrielle aux Etats-Unis, trad. franc., 1901, pag. 198
).
Lo stesso autore osserva che nel periodo che va dal 1850 al 1860, nell’industria delle calzature, il capitale necessario a produrre un dollaro di prodotto netto é salito da 43 a 48 cents. Nei trent’anni che vanno dal 1860 al 1890 il capitale necessario per ogni dollaro di prodotto netto é salito a 88 cent. ! Riferendoci all’insieme di tutte le industrie censite negli Stati Uniti, l’aumento delle spese per un prodotto di 100 dollari é salito da dollari 52.32 nel 1850 a dollari 69.82 nel 1890.

Per studiare più da vicino l’indole di queste maggiori spese, si badi che i rapporti del censimento constatano che 418.081 uomini e 12.928 donne esercitano le funzioni di direttori, sorveglianti, contabili, gerenti, ai quali sono attribuiti ben 391.988.908 dollari di stipendi. Si trova, dunque, un contromastro sorvegliante o gerente per 9.22 operai. Questo copioso personale di sorveglianza e direzione, che assorbe una parte così cospicua del reddito annuo, non rappresenta una necessità tecnica delle produzione, ma un’esigenza particolare del regime capitalistico, il quale, essendo fondato sull’antitesi del capitalista col salariato, ha bisogno di disporre tutto un sistema di controlli e di coazione per ridurre il lavoratore a prestare il suo lavoro.
Un’altra parte di queste spese è rappresentata da un personale istituito a indovinare, seguire o provocare i capricci della moda, cioè un altro fatto che non dipende dalle necessità naturali della produzione economica, ma dalle particolari’ esigenze del regime capitalistico.

Carrol D. Wright nota : «L’accrescimento costante della complessità delle operazioni industriali, la necessità di stabilire con cura il conto della spesa totale e i differenti elementi del costo di produzione a ciascuna delle fasi della fabbricazione, infine i mutamenti incessanti della moda, che esigono costantemente modelli nuovi e di buon gusto tendono ad aumentare l’importanza di queste funzioni. La più grande abilità, conoscenze scientifiche serie, congiunte a una lunga pratica sperimentale sono necessarie per questi uffici. Ciò é specialmente nell’industria dei prodotti chimici come é presentemente organizzata » (CARROL D. WRIGHT, Id., pag. 201).

Ma certo nelle altre industrie appare anche lo stesso fenomeno.
Questo crescere del costo capitalistico dei prodotti fabbricati dalla grande industria si vede chiaro dallo studio di alcune cifre del censimento americano.
Noi scegliamo i dati di una delle industrie di più largo consumo: l’industria del cotone. (W. SOMBART, Gewerbewesen (Sammlung Góschen), II, pag. 48).

Cosicché, in dieci anni, il valore del prodotto è cresciuto del 39,5 % e il capitale del 70 %. In altri termini per far crescere di circa il 40 % il prodotto é stato necessario far crescere più che proporzionalmente il capitale cioè di circa il doppio dell’aumento del prodotto. Sarebbe facile
calcolare di quanto è scemata la massa complessiva del profitto.
Così vedremmo che nel 1890, rispetto a un capitale di 354 milioni dollari si é avuto un profitto netto di appena ventotto milioni (valore della produzione meno il costo del consumo del capitale, meno i salari e le spese diverse) ; mentre nel 1880 il profitto netto, rispetto a un capitale di 208 milioni, é stato, in cifra tonda, di 38 milioni (calcolate per approssimazione le spese diverse, che non figurano nella rilevazione statistica); ma, naturalmente, queste cifre troppo grosse non son fatte per ispirare una soverchia fiducia e sarebbe evidentemente erroneo fondare su di esse una deduzione qualunque.

Noi riteniamo soltanto di esse il fatto che la grande industria, superata la concorrenza della piccola e media impresa, assunte proporzioni gigantesche, produce a costi sempre crescenti, da cui una sua particolare condizione d’inferiorità (È questa la ragion vera per la quale la grande impresa, raggiunto un certo limite, non é capace di ulteriore sviluppo e quindi non partecipa di una peculiare superiorità rispetto alle imprese consimili; di modo che cessa automaticamente la concorrenza fra le grandi aziende e si arresta il processo della concentrazione industriale. Questa incontra presto un ostacolo insormontabile nello stesso maggior costo delle più grandi imprese e perciò non può progredire se non fino a un certo punto) e l’azione di un principio, che sinora non si vedeva così spiegato.

La grande industria, volendo ricuperare sulla massa ciò che perde sulle unità, é costretta a una produzione sempre maggiore.
Dato il fatto che il saggio del profitto tende a decrescere, la grande industria non può riunire una massa ingente dei profitti se non a patto di produrre sempre più e sempre in maggior copia. Essa é costretta praticamente a trascurare ogni limite della domanda, anzi a creare artificialmente la domanda, unico mezzo per fronteggiare il costo sempre crescente del prodotto.
E sebbene, entro un certo segno, i grandi mezzi di cui la grande industria dispone non rendano impossibile la creazione di una domanda (si pensi per esempio al fenomeno del colonialismo e dell’imperialismo), si capisce che a un certo punto il mezzo reagisce sul fine e la produzione in massa si risolve in un ulteriore abbassamento del prezzo dei prodotti e perciò del saggio e della massa del profitto. A questo punto il capitale é costretto ad abbandonare la sfera della produzione e a cercar fortuna altrove.

Quando si ha una caduta generale dei prezzi all’ingrosso, si dice che si è verificata la depressione industriale.
Naturalmente non è il semplice abbassamento dei prezzi che determina la depressione industriale, ma la bassezza dei prezzi congiunta a un relativo allentamento della produzione, cioè a una produzione inferiore a quella che si potrebbe avere con gli attuali mezzi di produzione; in altri
termini, la circostanza che il capitale esiste in quantità sproporzionata alle esigenze della domanda effettiva di prodotti. Quindi i fenomeni derivati della depressione industriale sono l’eccesso di lavoratori e l’eccesso del macchinismo, ma l’eccesso di queste due specie di mezzi di produzione deriva dal fatto permanente che si é dato al capitale un indirizzo erroneo.

Finché i vecchi e i nuovi risparmi investiti nella produzione aprivano al consumo nuovi campi, territori che il vecchio mestiere o la semplice manifattura capitalistica non erano capaci di calcare, non era temibile questo ingorgo di capitali e di prodotti. Prodotti e capitali creavano una domanda qualitativamente nuova, nuovi bisogni o nuovi mezzi per estinguerli.
I maggiori trionfi furono conseguiti ad opera delle macchine motrici. Il telegrafo, il telefono, le costruzioni ferroviarie, degli strumenti di precisione, la galvanoplastica, le industrie del nickel, del cautciù e così via, per decine e diecine di industrie nuove, erano altrettante creazioni della nuova industria, sconosciute interamente alle vecchia industria manifatturiera e veri campi auriferi del capitale, che ne monopolizzava quasi interamente i vantaggi (« Ad ogni modo se ci si domanda se il salariato ha ricevuto una parte equa e conveniente dei vantaggi economici risultanti dal sistema delle macchine, bisogna rispondere che no», CARROL D. WRIGHT, op. Cit., pag. 365).

Finché i vecchi e i nuovi risparmi s’investivano in queste nuove industrie, non era certo temibile l’eccesso del capitale nella produzione.
Ma anche un limite fu raggiunto in questa direzione. Le industrie non sono estensibili all’infinito e le scoperte non sono illimitate. Da quando, dunque, nulla di nuovo potette essere più tentato nel campo industriale, fu necessità che i capitali s’investissero là dove già altri capitali erano investiti. Ne seguì certo il benefico effetto che i prezzi diminuissero, ma poi il capitale si dimostrò esuberante e i profitti cominciarono lentamente a scemare.

Lord Playferr, scrivendo su questo argomento nel 1888, diceva : « Fu senza importanza che i paesi fossero stati devastati dalla guerra o avessero goduto lungamente la pace ; se essi erano isolati per mezzo del protezionismo o se conducessero le loro industrie sotto il principio del libero scambio; se essi abbondavano di materie prime o dovevano importarle da altri paesi ; sotto tutte queste svariate condizioni, i paesi che usano macchine hanno risentito i quindici anni della depressione industriale, sebbene con vari gradi di intensità ». Ed egli conclude che « i perfezionamenti meccanici introdotti nella produzione hanno accresciuto l’offerta dei prodotti al di là della domanda immediata dei consumatori » .
(Contemporary Review, marzo 1888. Se più tardi furono provvisoriamente rimossi gli effetti della
depressione industriale, la causa è verosimilmente la politica imperialista, che aprì alle industrie colpite dai bassi profitti i mercati dei paesi a vecchia organizzazione economica. Ma in fondo il momento critico del capitalismo è semplicemente spostato.).

In sostegno della sua tesi egli adduce l’autorità di von Studnitz, Piermez, Laveleye, Annecke, ecc. Lo stesso Carroll D. Wrigth, che non é portato a dipingere con foschi colori il presente assetto della società, e che anzi deve considerarsi un ottimista, afferma energicamente che esistono segni non dubbi di sovrapproduzione, e che la causa di essa si deve ricercare nel regime delle macchine.

Sorge intanto uno strano problema : Che cosa fare con questo enorme aumento della capacità produttiva degli uomini ? Il problema é più acuto proprio dove il sistema della grande industria si è più pienamente sviluppato. Il valor mercantile di tutti i beni prodotti agli Stati Uniti fu nel 1902 di circa quindici miliardi di dollari. Questo è il prodotto di circa mezzo milione di fabbriche, che usano un capitale di poco più di 10 miliardi di dollari. Questo enorme accumulo di ricchezza si valuta al suo giusto punto quando si pensa che é il risultato di una capitalizzazione avvenuta in meno di un quarto di secolo.

Infatti del 1880 la produzione totale degli Stati Uniti, era, in cifra tonda, di 5 miliardi e mezzo di dollari ed ora è quasi triplicata. Il giornale al quale togliamo questi dati esclama esterrefatto : dove va a finire tanta ricchezza ? L’americano comune può pensare che sia assorbita dall’esportazione,
ma in realtà l’esportazione consuma appena il 3 per cento della produzione totale. Forza é concludere che l’accrescimento singolare della ricchezza degli Stati Uniti sia goduta dal consumatore interno. Il sistema del credito, le facilitazioni bancarie e dei trasporti, rendono più sicuro per il produttore fornire il mercato interno che occuparsi di esportazione.
Ma la questione deve essere meditata anche da un altro lato. Il maggior prodotto della industria americana é cresciuto nella proporzione del 200 %. Forse la capacità produttiva dell’industria è anche maggiore, perché realmente solo poche fabbriche lavorano ininterrottamente e sviluppando tutta la loro energia ; le altre accontentandosi di un lavoro ridotto. Intanto il numero dei consumatori interni é cresciuto soltanto del 50 % nello stesso spazio di tempo.

Due influenze appaiono. La prima è che gli Stati Uniti fabbricano in casa prodotti che prima ritiravano di fuori ; la seconda che la capacità di consumo del consumatore interno é enormemente cresciuta. Eppure questo «spirito di sacrificio» del consumatore non sembra rassicurare le sorti del capitalismo americano, e il giornale al quale togliamo queste notizie osserva «Purtroppo il potere di consumo del mercato non ha saputo assecondare il potere di produzione dell’industria, e gl’industriali americani sono sempre più minacciati da una sovrapproduzione di merci oltre la domanda del mercato » (The New York Sun, citato nei « Wilshire Editorials », New York, 1906, pag. 154).

Il signor Wells giudica che il macchinismo provoca la depressione industriale in tre modi:
1. con l’accresciuta capacità produttiva;
2. con i migliorati mezzi di distribuzione ;
3. con le facilitazioni riportate nel rifornimento delle materie prime.
In questo modo la produzione cresce più rapidamente del consumo : «Soltanto in questo modo si può spiegare il fatto che l’offerta degli articoli e degli strumenti di uso generale è cresciuta negli ultimi dieci o quindici anni in un rapporto maggiore che non il contemporaneo aumento della popolazione del mondo e la sua immediata capacità di consumo » (Contemporary Review, luglio
1887)
.

In Inghilterra l’accrescimento della produttività delle macchine è stimata all’ingrosso del 40% nel periodo dal 1850 al 1885. Nelle industrie navali, nelle quali si hanno dati più precisi, l’accresciuta
produttività del lavoro é calcolata in ragione del 70 %. Nella costruzione delle navi enormi economie sono state realizzate. Un vapore che nel 1883 costava 24.000 sterline, ora ne costa 14.000. Da un esperimento fatto risulta che le ferrovie possono trasportare una tonnellata di merci per un miglio inglese con la spesa di due once di carbone (HOBSON, The evolution of modern capitalism, pagina 173).

All’epoca in cui si usavano ruote a mano, un filatore, lavorando 56 ore senza interruzione, poteva lavorare 5 hanks di 32 giri. Oggi con due filatoi automatici che contengono 2.124 spole, un filatore, assistito solamente da due ragazzi, può produrre 55.098 hanks di 32 giri. Si riconosce generalmente che se si piglia in considerazione l’insieme delle operazioni di fabbrica dell’articolo cotone, il numero degli operai impiegati è stato ridotto da 3 a 1. Il numero medio delle spole negli Stati Uniti, nel 1831, era di 25.3 ; oggi supera i 64.82, cioè un aumento di circa il 57 % e inoltre vi è stato un aumento della produzione superiore a 145 %. Ma per quanto meravigliosi siano questi risultati essi non raggiungono quelli ottenuti nella stampa dei giornali. Si calcola che se uno dei grandi giornali americani del mattino, oggi stampato, piegato, tagliato, incollato prima di colazione, dovesse esser fatto con l’antico sistema del torchio, esso dovrebbe trasformare la sua periodicità da quotidiano in trimestrale ! Un aumento della produttività del lavoro che sfugge ad ogni calcolo (CARROL D. WRIGHT, Op. cit., pag. 358).

Noi stiamo per colpire la causa di uno dei più singolari fenomeni che presenta il capitalismo contemporaneo. Sin qui ci é parso che i guadagni eccezionali realizzati dal capitalismo o dipendessero dalla sua attività tecnica o dalla sua capacità di comprendere e di utilizzare i nuovi portati della tecnica o comunque di sfruttare i risultati delle migliori combinazioni produttive. Riservando ad un’indagine successiva l’esame dei rapporti che intercedono fra la tecnica e la forma economica, noi vediamo che ad ogni modo gli alti guadagni realizzati dal capitale e l’incremento notevole dato al risparmio e alla capitalizzazione dipendevano dalla connessione esistente fra il capitalismo e nuovi sistemi di produzione.
Quale che sia il rapporto del capitalismo ai nuovi sistemi produttivi, non v’é dubbio che i guadagni del capitale nascevano nella sfera della produzione, senza per ora preoccuparci a chi si dovesse la produzione dei redditi capitalistici.

Ma da quando la macchina ebbe percorsi tutti i campi che le stavano aperti innanzi, e, superata la fase della conquista delle zone sino allora escluse dall’attività economica, si dovette ripiegare su sè stessa, trasformando in azione intensiva la primitiva azione estensiva, singolari fenomeni si vennero producendo.

L’eccesso di produzione non nasce, come pensano economisti e socialisti pessimisti, dal fatto che troppo capitale si é genericamente impiegato nella produzione. Finché il capitale riesce a seguire la linea dei nuove bisogni e delle nuove richieste, non c’é, nè ci può essere eccesso di impiego del capitale. I nuove bisogni appaiono sitibondi dei nuovi mezzi e il margine dei prezzi non si abbassa. La linea del valore resta la medesima, finché si producono merci destenate a nuovi bisogni.
Per bene qualitativamente diversi non nasce il pericolo che essi gravino sul mercato abbassando il valore dei beni esistenti. Quindi, secondo la nota legge mengeriana, finché sul mercato esistono bene di qualità diversa, agisce per ciascuno di essi la sua particolare legge del valore e non vi è paura che si produca un glut, un eccesso generale e una discesa dei prezzi ( C. MENGER, Grundsàtze der Voikswirthschaftslehre, Wien, 1871, pag. 114 e segg.).

Però anche questo punto è superato quando l’economia non può né creare bisogni, né soddisfare con mezzi nuovi bisogni vecchi.
Allora essa é costretta ad insistere negli stessi rami di produzione che già erano stati aperti all’attività economica, a far crescere la quantità del medesimo prodotto e a provocare perciò un
abbassamento dei prezzi e quindi delle rimunerazioni capitalistiche. La discesa dei profitti data dal momento in cui é esaurita, per dir così, l’inventività del capitale, e la trasformazione dei risparmi in capitali si verifica proprio in quelle industrie che già bastavano alla richiesta del mercato.

Da questo momento in poi redditi del capitale non appaiono più connessi a nessun ufficio produttivo del capitale, ma anzi il capitale ricava i suoi redditi dalla distruzione del prodotto. Dacché la produttività delle industrie si dimostra micidiale per il capitale, recando essa a una riduzione dei profitti e celando la minaccia della distruzione di ogni reddito capitalistico; il capitale dedica la sua energia non più a produrre, sebbene a distruggere, a trattenere lo slancio delle industrie, a paralizzare l’efficacia del lavoro. Bisogna che il capitale abbandoni l’ officina e si stabilisca nuovamente nella sfera della circolazione, donde era partito nel suo viaggio avventuroso per la conquista della ricchezza e del mondo. Simile a un brigante di strada maestra, esso si apposterà agli angoli del mercato per colpire di una taglia il prodotto al momento in cui cerca penetrarvi per realizzare il proprio valore. La strategia novella del capitale non consiste nel cercare le combinazioni migliori, i sistemi tecnici più produttivi, ma nell’occupare il posto più favorevole nella sfera della circolazione, donde possa dominare l’industria e il prodotto.
Parrà in quel momento che esso celebre le sue nozze indissolubili con l’officina, ma sarà quella mera apparenza, destinata ad ingannare l’occhio dell’economista che si appaga degli esterni colori e che cerca di fissare un carattere esterno del momento economico, allo scopo di raggiungere determinati scopi teorici ; ma in realtà mai come in quel momento il capitale avrà sentita la voce più vicina del sangue, che gli ricorda la sua derivazione mercantile e statale.

E infatti il capitalismo ritornerà gradatamente dal mercato allo Stato. Per salvare il reddito capitalistico bisogna che il capitale si riduca in mano il mercato, e allora dominando il consumatore, riuscirà ad estorcere un profitto ; ma nel contempo il capitale cercherà negli stessi artifici e complicazioni del processo circolatorio la propria salute.
Onde anche quando non riuscirà a monopolizzare il mercato e per questa via ad assicurarsi un reddito, troverà la propria vita sul mercato, nella sfera della circolazione. Monopolio e speculazione sarà l’ultima parola del capitalismo trionfatore. Non già, propriamente, che il capitalismo non avesse anche prima cercato e conosciuto queste vie. Si capisce che un regime monopolistico fin dalle origini e cresciuto fuori il processo produttivo dovesse tentare di conseguir sempre il pieno monopolio e di avventurarsi nelle acque infide della speculazione. Ma evidentemente si trattava di processi collaterali a quelli veri e propri della produzione, mezzi cioé escogitati individualmente dai capitalisti per rendere migliore la sorte propria, non ripieghi organici a cui tutto il sistema é costretto.

Infatti ciò che distingue la nuova fase dell’ economia capitalistica non é tanto il tentativo di raggiungere il pieno monopolio del mercato e di cercare un mezzo insolito di arricchimento nella speculazione, quanto il modo con cui questo duplice intento si raggiunge. Perché mentre prima al monopolio si tendeva come al risultato di una superiorità sugli altri concorrenti, e quindi appariva come l’impreveduto risultato della stessa concorrenza, oggi vi si aspira mercé l’associazione
(sindacati di produzione e di vendita) ; e mentre prima la speculazione era un mezzo eccezionale di arricchimento, oggi essa diviene una necessità suggerita dallo stesso meccanismo economico, che, separando il capitale-cose (strumenti e materie) dal capitale-simboli (azioni, obbligazioni, titoli di credito, ecc.) rende possibile un’attività economica separata dai processi di trasformazione materiale e mercantile delle cose.

Appena la depressione industriale si fa sentire, i produttori cercano un mezzo per trattenere la discesa dei prezzi. Nel paese classico dei trusts, agli Stati Uniti, i trusts derivano da una situazione in cui il basso prezzo minaccia distruggere o ha già distrutto i profitti degli industriali.
Il trust dell’antracite deve, per esempio, la sua impopolarità al caro prezzo imposto al consumatore del prodotto. Al principio dell’inverno del 1896-1879 il prezzo della tonnellata d’antracite venne improvvisamente accresciuto d’un dollaro. La causa era semplice: un trust si era costituito. Ma il trust stesso usciva da una situazione poco favorevole agli industriali. Mentre nel 1892 la qualità d’antracite detta stove size, più comunemente usata per il riscaldamento, era quotata nei grandi porti dell’Est a dollari 4 e 09 cents e saliva a 4 dollari e 19 cents nel 1893, essa cadeva successivamente a dollari 3 e 60 cents nel 1894 e nel successivo anno a dollari 3 e 08 cents. Ma non appena il trust si fu assodato, il prezzo venne fatto risalire a un dollaro. Il trust stesso era stato fatto precedere da una serie di intese più o meno durature fra gl’industriali, ma queste intese si erano tutte dimostrate di non grande efficacia, ciascuno avendo interesse a violare l’intesa per suo conto personale. Invece il trust, abolendo l’azione personale dei proprietari delle aziende, e trasferendo i loro diritti a un comitato direttore, permette di regolare la produzione e mantenere i prezzi al livello che si giudica conveniente.

Le ragioni nel trust sono così esposte dal De Rousiers «Attualmente il mercato americano non assorbe più che 40 milioni di tonnellate d’antracite all’anno. Con la concorrenza illimitata di questi ultimi anni se ne producevano 46 milioni. Sotto l’influenza dell’ingombro del mercato, i prezzi scendevano sempre. Allora le Compagnie risolvettero di fare una intesa per non superare tutti i limiti della consumazione. Intervenne un accordo verbale, fissando la parte di ciascuno ; la Compagnia del Reading ottenne in questo allotment un quinto della produzione totale, cioé 8 milioni di tonnellate all’anno. In realtà, ecco un sindacato temporaneo di produttori, in vista di conseguire un rialzo
dei prezzi» (P. DE ROUSIERS, Les industries monopolisées aux Etats-Unis, Paris, 1898, pag. 110. Sul trust dell’antracite: M. 0. VIRTUE, The anthracite Combination, nel « Quarterly Journal of Economies », aprile 1896
).

Queste non sono circostanze peculiari al trust dell’antracite. Lo stesso autore, di cui abbiamo citato l’opinione a proposito del trust all’antracite, nota che il trust del whisky deve la sua origine alle crisi costanti di sovrapproduzione.
In certi momenti le statistiche constatavano che la produzione era tre volte superiore al consumo. Si seguivano disastri che, provocando la sparizione delle piccole fabbriche, ristabilivano per un certo tempo l’equilibrio e riconducevano il prezzo di vendita a un livello più elevato; poi, secondo un’ovvia legge economica, la stessa prosperità dell’industria attirava verso essa nuovi capitali e nuove attività; gli stabilimenti si moltiplicavano più che di ragione e si riproducevano gli stessi fenomeni. Le intese occasionali e temporanee dei produttori si dimostravano senza efficacia. E la ragione é ben semplice. Basti dire che appena il trust del whisky comincia a funzionare, esso chiude 68 delle 80 distillerie esistenti, prova della enorme sproporzione esistente fra la produzione e il consumo ! Il trust del whiskey non riesce ad assicurare un profitto ai vecchi e nuovi azionisti se non a patto di ridurre a una proporzione insignificante la produzione persistente, cioè di lasciare inoperosa la più larga parte
del proprio capitale. Si vede che lo scopo di un trust consiste principalmente nel sopprimere la funzione produttiva del capitale («E’ il capitale stesso che fissa un limite alla produzione capitalistica, perchè esso è il punto di partenza e il punto di arrivo, la ragione e lo scopo della produzione e che esso vuole che si produca esclusivamente per lui, mentre i mezzi di produzione dovrebbero servire a una estensione continua della vita sociale», K. MARX, Das Kapital, III, parte II, cap. XV, § 2).

E se il trust del whisky non realizzò pienamente il suo scopo (perché infatti esso precipitava cinque anni dopo la sua promettente costituzione) la causa principale si deve rinvenire nella impossibilità in cui si trovò il trust di impedire che nuovi capitali non trustizzati si impiegassero nella produzione del whisky ; onde quell’eccesso di produzione che si era studiato evitare, ricomparve fatalmente travolgendo con i nuovi produttori la vecchia e gigantesca costruzione sindacale (ERNST von HALLE, Trust in the United States, pag. 77 ; e DE ROUSIERS, op.cit ., cap. VI).

Ma, questa necessità alla quale si trova legato il trust di sopprimere o limitare la concorrenza dei produttori, provoca risultati disastrosi per lo stesso trust, il quale dovendo investire una parte dei proprii capitali nello assorbimento delle imprese rivali, spesso non riesce all’impresa per mancanza di capitali destinati ad impedire che il capitale s’impieghi produttivamente.
Ciò che si vede accadere col trust del cordame, che i suoi fondatori confessano fallito perché gran parte dei capitali andarono perduti in seguito ai tentativi fatti di ricomprare le fabbriche riluttanti a sindacarsi.
Anche in questo caso appare la funzione limitatrice del capitale nella produzione.
Se noi dagli Stati Uniti ritorniamo ai paesi della nostra Europa, vediamo fenomeni simili, sebbene in forma più attenuata, prodursi. I “cartelli” tedeschi i syndicats francesi, le agenzie italiane di vendita hanno tutti la medesima causa : la necessità di combattere l’avvilimento dei prezzi risultante dalla concorrenza. Essi nascono ordinariamente in un periodo di crisi, quando i fabbricanti, obbligati a liquidare i loro stock a qualunque prezzo o ad accettare comandi a non importa quale condizione,
si pongono il quesito se non convenga piuttosto arrestare la produzione anziché continuare a lavorare a perdita.

Naturalmente in queste condizioni preferiscono imporsi dei limiti e rinunziare a spiegare tutta la capacità produttiva dei loro capitali. Il cartelli dei fabbricanti di locomotive e quello dei fabbricanti di vagoni in Germania sorge come reagente ai bassi prezzi rovinosi a cui si vede costretta l’industria
tedesca per la situazione del mercato. Dapprima i cartelli delle locomotive sono due : l’uno che comprende le fabbriche delle regioni attraversate dalle ferrovie prussiane, l’altro delle fabbriche situate nel granducato di Baden, nel Wúrtemberg e altri Stati meridionali. Ma i due sindacati pigliano
presto un accordo che elimina sin la possibilità di un ipotetico conflitto.

Lo Stato non guarda di mal occhio questa intesa, anzi, coerentemente alle sue tradizioni conservatrici, é meno portato dalla parte della libera concorrenza che da quella dei monopoli.

La costituzione dei cartelli realizza lo scopo per cui sono fondati e l’industria respira. La sovrapproduzione é scongiurata, i prezzi si rialzano, il mercato appare più sicuro e l’avvenire dell’industria tranquillo (P. DE ROUSIERS, Les Syndicats industriels de producteurs, Paris, 1901, pag. 126).

Così il capitalismo, che un giorno si svolgeva in mezzo alle lotte e alle tempeste, cerca la propria salvezza in seno alla pace e nelle acque stagnanti del monopolio.

Ciò che noi abbiamo premesso serve a smentire l’opinione che la fase sindacale del capitalismo sia un prodotto della «concentrazione industriale ». In realtà la tendenza alla concentrazione produce un fenomeno opposto al sindacalismo capitalistico la dominazione del mercato e delle industrie da parte di un numero sempre più ristretto di capitalisti che si muovono fra la concorrenza. Ora il sindacalismo capitalistico, provocando l’arresto della concorrenza fra i capitalisti, genera anche la cessazione del processo che limita a un gruppo di persone sempre meno numeroso il possesso dei mezzi di produzione. Fra le imprese sindacate la concorrenza cessa.
Si può dire di più : cessa anche la ragione che spingeva alla concorrenza, la quale derivava dal desiderio degli alti guadagni e dall’accaparramento del mercato.

Ma la produzione sindacale, creando, col mezzo artificiale del monopolio, il più alto saggio del profitto compatibile con la nuova condizione delle industrie, segna anche l’arresto della concorrenza e della conseguente concentrazione industriale. Invece il fenomeno ci sembra meglio dichiarato mercé la lotta contro i bassi prezzi e la discesa del saggio del profitto dovuta alla sovrapproduzione sistematica. Di modo che, praticamente parlando, il movimento sindacale del capitalismo non é il coronamento dell’edificio della concentrazione industriale, ma il suo reagente economico.
Il posto che esso occupa nella storia del capitalismo si deve connettere con le forze che rendono impotente il capitalismo a sviluppare onor più la produzione e pertanto risultano dalla pletora dei capitali rispetto alle possibilità ultime della tecnica. A questo punto il capitale non può più sperare di conseguire i suoi guadagni provocando le modificazioni nella natura fisica degli oggetti del mondo esterno atte ad assicurarne l’utilità per il consumatore, ma da un artificio di natura tutta commerciale, cioè consistente in un accordo e in una intesa circa la maniera di regolare l’applicazione del capitale alle industrie.

D’ora innanzi il guadagno capitalistico non dipenderà più dalla virtù produttiva del capitale, ma dalla virtù del capitale di contenere o annullare la produzione.

Il sistema sindacale della produzione sbalza istantaneamente il capitale dall’ambiente dell’officina in quello del commercio. Praticamente parlando non incombe più al capitale la ricerca delle combinazioni tecniche più produttive, ma soltanto dei modi più acconci a distribuire i prodotti presso i consumatori e i capitali presso le industrie. Soppressa o limitata la concorrenza dei capitalisti, la produzione sindacale diviene indipendente dalla quantità e dalla qualità del prodotto –
le due circostanze che dovrebbero logicamente governare il saggio del profitto, supposte operanti tutte le altre circostanze – e proporzionale invece al grado secondo il quale si riesce a dominare il consumatore. Ora il dominio sul consumatore si realizza nella sfera della circolazione, grazie ai mille
artifici con cui si sopprime il diritto di scelta del consumatore medesimo e di cui il principale è appunto la produzione sindacale, cioè la produzione senza concorrenza.

Naturalmente questa tattica può anche essere connessa a prezzi più bassi, rispetto a quelli che si avevano prima dell’adozione del vincolo sindacale, ma la questione non sta lì. Trattasi in primo luogo di vedere se per caso i prezzi non sarebbero scesi ancora più bassi, ove non si fosse avuta produzione vincolata, in secondo luogo se i guadagni capitalistici derivano dall’apprezzamento soggettivo che il consumatore fa del prodotto oppure dello sfruttamento dello stato di necessità in cui egli trovasi rispetto ai prodotti, la cui domanda é reputata dagli economisti analitica.

(Secondo il Sorel i trusts rilevano dalla sfera del diritto pubblico, cioè essi funzionano come uno Stato che prelevi una imposta. Il guadagno dei trusts avrebbe il carattere di un tributo.
Se il sistema dei trusts si sviluppasse « vi sarebbe uno Stato delle miniere di carbone, un altro degli alti forni, un altro dei laminatoi, ecc., e infine gli Stati Generali della metallurgia», Insegnamenti dell’Economia moderna, 1907, pag. 315. L’essenziale però consiste sempre nel mostrare che i guadagni dell’industria sindacata sono indipendenti dalle trasformazioni tecniche.
).

Ove si concedano questi due punti, si scorge che i guadagni realizzati dal capitale in questa fase sono della stessa natura dei guadagni realizzati nel periodo del mercantilismo, cioè dipendono dal monopolio del mercato e del rifornimento del consumatore. Così il capitalismo « ritorna » alle sue origini.

Ma, dal momento che il capitale non ha più interesse a rimanere nella sfera della produzione ed attinge i suoi guadagni all’abilità maggiore o minore con la quale riesce a sfruttare particolari situazioni del mercato, esso invade la zona della speculazione, nella quale può conseguire i maggiori successi.

Si deve anche aggiungere che esso è in certo modo costretto ad entrare nella sfera della speculazione. Lo sviluppo, infatti, della produzione sindacale libera una notevole quantità di capitalisti dalla necessità di attendere alla produzione e munendoli di un titolo negoziabile li invoglia
e reintegrare con guadagno l’ammontare monetario di essi titoli. (Vedi per l’Italia La Speculazione economica, Napoli, anno 1906).

Il guadagno, in un certo senso, è attinto a spese dello stesso capitale.
Trattasi soltanto di vedere chi ha saputo preveder bene, oppure – ciò che tante volte vuol dire precisamente lo stesso – chi ha saputo ingannar meglio il contraente. Ma anche quando non si tratta di speculazione vera e propria, in questa nuova fase dell’economia, il possessore di capitali preferisce il negozio dei capitali a qualsiasi forma di attività produttrice. Così, sotto le specie del trustaiolo o del banchiere, egli si ricongiunge in spirito col mercante e con l’usuraio del Medio Evo, nelle cui mani nacque il sistema capitalistico.

Intorno al 1860, quando il sistema meccanico ha celebrato i suoi maggiori trionfi e già allo sguardo dell’economista appare l’inevitabilità della crisi, la legislazione abbandona le sue diffidenze verso la speculazione e sembra concederle libera carriera. La Prussia, che possedeva una delle più severe legislazioni contro gli speculatori, dette il segnale della riscossa e con il 1860 abrogava puramente e semplicemente tutte le misure prese prima contro il contratto a termine e i puri contratti differenziali.
Seguì l’Inghilterra. Colà il 2 aprile 1860 il governo sottoponeva al parlamento un progetto di legge col quale si aboliva l’atto del 1773 « against the infamous practice of stock jobbing e, noto sotto il nome di sir John Barnard. Nel 1867 il governo francese presentava al corpo legislativo una nuova legge sulle società anonime, con la quale si liberavano le società anonime dall’obbligo di ottenere l’approvazione governativa (R. EHRENBERG, Die Fondsspeculation und die Gesetzgebung, Berlin, 1883, pag. 124-171).

La Francia fu il primo degli Stati continentali a prendere questa iniziativa. Tre anni più tardi seguiva l’Impero tedesco, il quale parimenti liberava le società anonime dall’obbligo di ottenere la concessione. Solo l’Austria si manteneva fedele al sistema della concessione, ma non riusciva certamente ad impedire lo sviluppo della speculazione.

La fondazione delle società anonime -mezzo che libera il capitalista da ogni controllo della fabbrica – accompagnava metodicamente la discesa del saggio del profitto. Si possono indicare queste cifre sul movimento delle società anonime in questo primo accennarsi del sintomatico fenomeno.

INGHILTERRA.

VENNERO REGISTRATE SOCIETÀ ANONIME:

Anno – – – – – – – -Numero – – – – – – Capitale (sterline)

1856-1860 – – – – – – 1655 – – – – – – 85.952.560

1861-1865 – – – – – – 3730 – – – – – – 669.549.813

1866-1870 – – – – – – 2741 – – – – – – 216.374.053

1871-1875 – – – – – – 5584 – – – – – – 547.613.499

(1) .

AUSTRIA.

Anno Numero Cap. (versato fiorini)

1867 – – – – – – 149 – – – – – – 720.779.403

1868 – – – – – – 177 – – – – – – 759.583.033

1869 – – – – – – 285 – – – – – – 936.210.935

1870 – – – – – – 350 – – – – – – 1049.654.391

1871 – – – – – – 462 – – – – – – 1221.090.108

1872 – – – – – – 661 – – – – – – 1799.869.600

1873 – – – – – – 681 – – – – – – 1877.837.088

1874 – – – – – – 602 – – – – – – 1667.756.814

1875 – – – – – – 557 – – – – – – 1616.081.273

Per la Prussia vediamo che al luglio 1870 sorsero 410 società anonime con un capitale di 3.078.517.365 di marchi e alla fine del 1874 ne esistevano 1132 con un capitale di 6.821.510.541 di marchi (ERHENBERG, Op. Cit., pag. 167-169).

Esempi tutti che si citano in suffragio della tesi che l’esaurimento della inventività tecnica della grande industria obbliga il capitale a cercarsi un reddito fuori la sfera della produzione. Praticamente parlando, il capitalista perde ogni interesse per la fabbrica. Questa o sembra abbandonata ai funzionari stipendiati o cointeressati della società, o si trova nelle mani di uno dei cointeressati principali, il quale, in quanto si occupa della organizzazione e gestione tecnica della fabbrica, é considerato non più come capitalista, ma come funzionario della società, e ritira in questo senso un particolare stipendio.

La fabbrica è il pretesto per compiere operazioni finanziarie.
Essa non serve che come giustificazione dei titoli che si negoziano.
In Germania le grandi società anonime di produzione sono gestite ed organizzate direttamente da imprese bancarie. Così la società di elettricità Allgemeine Elektricitiits Gesellschaft ha per società finanziarie la Banca per le imprese elettriche di Zurigo e la Società per le forniture elettriche ; la Siemens und Halske ha per società finanziarie la Società per gli impianti elettrici e la Società
per azioni Siemens. Dice il Sayous : «Sebbene i legami fra società tecniche e società finanziarie furono sempre molto stretti, le stesse società tecniche divennero delle vere società finanziarie, man
mano che la concorrenza rese i benefici di fabbricazione e d’installazione insufficienti a distribuire dividendi in relazione con i corsi della Borsa.
Questo sezionamento permise soprattutto di non spaventare il pubblico con l’aumento costante del capitale sociale d’una stessa e medesima impresa» (ANDRÉ E. SAYOUS, La crine allemande de 1900-1902, Paris. 1902. pag. 13).

In altri termini, grazie a questo espediente, per una stessa impresa si rendeva possibile l’investimento di due capitali : quello della società tecnica e quello della società finanziaria. Come il profitto per i due capitali potesse ricavarsi é facile immaginare : la banca e la contabilità capitalistica sono fertili di espedienti. Ma in realtà questo processo ci appare nella sua vera luce quando noi lo consideriamo come uno degli episodi della lotta contro l’esaurimento del margine d’impiego del capitale. Il capitale vive a spese del capitale, non potendo più vivere a spese del lavoratore!

Una tale trasformazione del capitale da industriale in commerciale spiega il singolare fenomeno che ormai le crisi economiche trovano la loro più larga ripercussione nelle banche e partono dalle banche, cioè sono principalmente avvertite dalle banche.

La crisi tedesca del 1901-1902 é contrassegnata da una vera ecatombe di banche. Nella primavera e soprattutto nell’estate del 1901 le catastrofi bancarie seguirono le catastrofi bancarie. Fra le più note si ricordano quelle della Preussische, della Pommersche, della MecklemburgStrelitzsche Hypotheken-Bank, della Leipziger Bank, della Trebertroknung-Gesellschaft, etc. (SAYOUS, loc. cit.. pag. 23). L’enorme debito ipotecario dell’epoca nostra si spiega con la prevalenza assunta dal capitale commerciale, che non lavora più direttamente, ma quasi per interposta persona, non desiderando il possessore di capitale caricarsi dell’amministrazione e della responsabilità del proprio denaro.

D’altra parte si accumulano presso le Banche enormi riserve, che restano in gran parte inoperose. Le banche di emissione, le quali, nella prima fase della grande industria, riluttano ad avere larghe riserve, e solo a stento il legislatore riesce ad imporre loro una riserva proporzionale, la quale oscilla generalmente intorno al terzo; hanno ormai riserve che superano le emissioni.
Come accade questo fatto ? Il professor Lexis risponde che ciò accade per la scarsa domanda di biglietti, cioè per il ristagno degli affari (Jahrbucher fúr Nat. Oek. wad Statistik, 1894, I. pag. 488), ma non é chi non veda che il ristagno degli affari é la causa remota, mentre quella più prossima é la conversione del capitale industriale in commerciale e quindi il più largo afflusso dei capitali alle banche, da cui la minor domanda di crediti. Che codesto fenomeno si debba porre in
correlazione con la trasformazione commerciale del capitale, appare chiaro dalle proposte dei banchieri di rendere meno agevoli i depositi.

Nel novembre del 1895, Dudley Ryder, presidente dell’ Istituto dei banchieri di Londra, si domandava se non era il caso che le Banche smettessero di pagare un interesse sui depositi, dal momento che non trovano modo di riprestarli (« Economist », novembre 1895). Perché nel momento in cui le Banche divengono per il pubblico istituti sempre più solidi, sono imprese sempre meno prospere per gli azionisti, grazie alla pletora dei capitali disoccupati.

Questo ritorno del capitalismo alla forma commerciale sembra dimostrare l’esaurimento della inventività tecnica del capitalismo medesimo.
Il quesito se esso ci mostri una nuova via dell’evoluzione economica deve risolversi negativamente. L’evoluzione, non come semplice fatto di variazione, ma come sviluppo nel senso di un accrescimento organico, é interrotta nel momento in cui cerchiamo di cristalizzare una forma della vita, ponendole intorno ripari che la proteggano dagli urti del mondo esterno.

Evidentemente allora l’accumulo dell’energia in vista di un processo di sviluppo, non si opera più in seno all’organismo che si cristallizzava, ma fuori di esso. Dal punto di vista pratico il ritorno dei capitalismo alla forma mercantile segna il punto di arresto dello sviluppo del capitalismo, il decreto olimpico che trasferisce a un altro fattore l’iniziativa della storia degli uomini.

Tale osservazione ci permette di respingere il volgare evoluzionismo della scienza positivista, che vede nella storia un lento mutare di forme, un successivo atteggiarsi di aspetti di una medesima sostanza. Invece ogni forma economica, portato di una classe o di una combinazione tecnica, regge
per un momento il corso della storia, poi s’irrigidisce in attesa che la storia, come vita e moto delle società, ripigli a muovere sotto la spinta di una nuova classe e di una nuova tecnica. Praticamente parlando, c’è soluzione di continuità da classe a classe, da evoluzione ad evoluzione. Non si tratta del fanciullo che diviene adulto, ma di un adulto che piglia il posto di un altro adulto. Perciò la rivoluzione sociale non é generata da mutamenti che si verifichino in seno al capitalismo o che si apportino al regime capitalistico – perché essi risulteranno in tanti mezzi per conservare la vecchia forma – ma del prevalere di una forma nuova che si era occultamente elaborata in seno alla vecchia
società, ed era distinta da questa come il figlio dalla madre. Almeno nella storia degli uomini …..natura facit saltus!

(« Si comprende in tal modo come in causa delle sue condizioni meccaniche, un atomo possa divenire un sistema instabile, che non tarderà a sfasciarsi improvvisamente, lanciando a distanza parte degli elementi che lo costituivano, con nuovo adattamento delle parti restanti, almeno per un certo tempo », A. RIGHI, La moderna teoria dei fenomeni fisici, 1907, pag. 216. E l’OSTWALD : « Non è a dire in verità che la natura non faccia mai rei salti : qualche volta ne fa anch’essa », Scuola di chimica, I, trar. ital., p. 268).

(Continua nel Capitolo 10)
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