Di Arturo Labriola, (1910), Universita’ di Napoli

CAPITOLO 8 (seconda parte)

La Rivoluzione sociale prodotta dalla grande industria:

(II) LA CRISI DEI PICCOLI PRODUTTORI

Il primo e più largo contraccolpo prodotto dalla rivoluzione industriale fu la trasformazione delle condizioni di vita delle classi lavoratrici. I momenti essenziali di questa trasformazione sono, come é noto :
1. il passaggio del lavoratore dall’opificio domestico alla fabbrica;
2. l’importanza assunta dal lavoro infantile e delle donne;
3. la dissoluzione della famiglia operaia, già basata sul vincolo patriarcale;
4. il formarsi di una popolazione in soprannumero per effetto dell’ultraproduttività del lavoro a macchina.

(Non bisogna confondere la popolazione in soprannumero formatasi sugli inizi della grande industria e rimasta stagnante nelle visceri delle grandi città, anche quando fu superata la sua prima fase critica, con la plebe urbana accumulatasi nelle città feudali per effetto della scarsezza del lavoro produttivo e della larga richiesta di lavoro improduttivo che si aveva ad opera del ceto nobiliare, richiesta mancata poi all’improvviso con lo sfacelo dell’economia feudale. Nei paesi, come Napoli, ove si ebbe precoce sfacelo dell’antico regime e nessuna sostituzione con un regime economico
superiore, l’esistenza della plebe ancor oggi è il fatto dominante della vita sociale e tale resterà per un pezzo. Perciò il vero problema delle grandi città dell’Italia merid. (Napoli, Palermo, Bari, ecc.) è puramente e semplicemente un
 problema di plebe).

Ma rivolgimenti non meno importanti accadevano nella classe dei piccoli e medi produttori, degli industriali che avevano sinora tirato innanzi la propria azienda con un piccolo e non largo capitale, assistito dal proprio lavoro personale. Così l’apparire della grande industria sovvertiva dalle basi la società.

Era evidente che dove lo stesso oggetto poteva esser fabbricato dal grande e dal piccolo produttore, quest’ultimo dovesse prima o poi cedere il campo.
Il consumatore che doveva aspettare il beneplacito del fabbricante per l’acquisto di ciò che gli occorreva, vedeva mutare le cose con l’apparire della produzione in grande. Rapidità di produzione e produzione in massa contrassegnavano la grande produzione, e il consumatore acquistava finalmente il diritto di una scelta piena e soddisfacente. La manifattura lenta e pesante
non capiva il principio della moda. Il fabbricante, meschini come erano i suoi mezzi, aveva bisogno di vendere tutto, e il cliente si doveva rassegnare a portarsi via anche quello che era già scadente.

La grande industria libera da questa schiavitù il consumatore. Essa cerca di spiare le intenzioni e i desideri dei consumatori e quando non vi riesce, può permettersi il lusso di sacrificare senz’altro il prodotto sbagliato, ciò che sarebbe stato follia sperare sotto il regime della piccola manifattura.

Dal punto di vista della qualità, la grande industria, dice il Sombart, può offrire al consumatore prodotti più solidi, più fini, più eleganti, più belli e più esatti. Perché non soltanto essa produce in massa e permette una specializzazione dei prodotti ottenuti in massa, ma perché essa significa l’applicazione razionale dei migliori metodi produttivi e delle forme più alte della tecnica.
Per tre vie, dice lo stesso scrittore, l’impresa capitalistica riesce ad una decisa superiorità sul mestiere
1. ricorrendo all’aiuto di forze scientifiche ed artistiche ausiliarie;
2. servendosi di specialisti per il lavoro da compiere;
3. di lavoratori qualificati.

Al primo gruppo appartengono i consulenti per la chimica, gl’ingegneri, i disegnatori, i modellatori, la cui funzione consiste nel porre di accordo i risultati scientifici con le idee artistiche. Inutile aggiungere che solo la grande industria si può permettere questo lusso, poiché, evidentemente un piccolo o medio produttore non avrebbe modo di sostenere le spese relative. Il secondo gruppo di forze ausiliarie é composto di specialisti, che sono in gran parte degli empirici, i quali procurano d’indovinare i gusti del pubblico. Invece il piccolo produttore non può contare che sulle limitate risorse del suo genio individuale, che, a dir vero, non sembra grande. Si capisce poi che, con l’apparire della grande industria, le migliori forze operaie siano passate al servizio del capitale. A un certo punto dell’evoluzione, lo stesso operaio evita di entrare nel piccolo opificio, dove per lui non vi sono speranze di miglioramento, mentre, appena i rapporti economici fondamentali si ristabiliscono nel mondo capitalistico, l’operaio può sperare di specializzarsi e ottenere così rimunerazioni migliori (Vedi in tutto ciò W. SOMBART, Moderne Kapitalismus, vol. II, libro III. Su questo argomento del resto non c’è quasi più nulla da dire dopo gli scritti di J. S. MILL, PROUDHON, HELD e SCHMOLLER (Geschichte der deutschen Kleingewerbe). Il SOMBART ha largamente utilizzate le Untersuchungen ùber die Lage des Handwerks in Deut schland (dieci volumi compresa l’appendice sullo stato del mestiere in Austria) pubblicate dal « Verein fur Sociapolitik », ed è riuscito a dare una esposizione assolutamente nuovi da questa materia).

Ma tutto ciò prova soltanto che la grande industria può offrire un prodotto qualitativamente migliore della piccola e media industria. Ora la superiorità della grande industria sulla piccola non deriva soltanto da questa circostanza ; anzi si può dire che questa non é la circostanza principale. Noi abbiamo già detto varie volte -ed é del resto una nozione evidente -che la superiorità decisa della grande sulla piccola produzione deriva dalla possibilità in cui si trova la prima di vendere a più basso prezzo.

Questa rassegna delle condizioni per cui la grande industria produce a più basso prezzo della piccola é stata fatta varie volte, ma noi possiamo richiamarne qui sommariamente i risultati. La grande industria ha una superiorità sulla piccola e media rispetto a tutte le condizioni in cui si produce. Considerando la produzione nella sua totalità, noi vediamo che tre circostanze capitali
richiamano la nostra attenzione:

1. il mezzo di produzione

2. il lavoratore;

3. la tecnica.

Rispetto al mezzo di produzione si scorge che la superiorità della grande sulla piccola produzione si ha tanto per la disponibilità di condizioni adatte di lavoro, quanto per il possesso di una materia prima più ricca, come per la disposizione di un mezzo di lavoro più perfetto.
Condizioni del lavoro : la grande industria si sceglie la sede adatta ; la piccola industria é priva di questa facoltà. La grande industria può affrontare la spesa di un’alta rendita edilizia ; la piccola, no.
Materia prima alla piccola produzione non tocca che lo scarto, spesso nemmeno questo, quando la materia prima si fabbrica apposta e solo il grande produttore può funzionare da committente. Per l’una e per l’altra ragione il grande produttore ha una decisa superiorità. Appena esso invade una sfera della produzione, il piccolo produttore é ridotto a una posizione subalterna.
Spesso resiste, esponendosi a gravi sofferenze ; più spesso si trasforma in tribu tario del capitale; nei rimanenti casi, e sono la maggioranza, sparisce.
L’apparire della grande industria segna un’ecatacombe di piccoli produttori.

Passiamo al mezzo di lavoro. Qui si rivelala decisa superiorità della grande sulla piccola produzione. Infatti quanto più forte e potente è il motore tanto meno costosa è la produzione. Abbiamo dunque un elemento di superiorità indiscutibile della grande sulla piccola produzione. Per le macchine a vapore abbiamo i seguenti dati:

COSTO DI UNA FORZA CAVALLI ALL’ORA, IN PFENNIG

(ENGEL, Das Zeitalter des Dampfes, 2a ed., 1881, pag. 159 e seguenti.).

In una macchina di 5 cavalli il cav. costa 745,50 Mk.

10………. 470,20

20……….315,50

50……….223,50

100……….154,90

200……….123,30

300……….115,50

500……….110,10

3000………. 78,10

Di modo che più é grande la forza adoperata é minore il costo subito dall’industriale.

Agli stessi risultati giunge Musil nella sua nota opera sui motori

COSTO DI UNA FORZA CAVALLI ALL’ORA, IN PFENNIG

(MUSIL, Die Motoren fur Gewerbe und Industrie, 1897, pag. 94-95).

Macchina media – – – – – – – Macchina grande

Vienna 3.4 – – – – – – – – – – – – – – 1.2

Berlino 3.8 – – – – – – – – – – – – – – 1.3

Colonia 2.5 – – – – – – – – – – – – – – 0.9
————————–

Passiamo ai motori a gas

Forza cavalli – – – – – – – – – Costo di una forza-cavalli (gas)

1 – – – – 1000 marchi

2- – – – – – – – – 675

3 – – – – – – – – – 550

4 – – – – – – – – – 500

6 – – – – – – – – – 433 1/3

8 – – – – – – – – – 375

10 – – – – – – – – – 360

Si vede dunque che é generale questa tendenza del motore a costare sempre meno col crescere della sua forza. Lo stesso accade con i motori elettrici, i quali, secondo il Reuleaux, sarebbero destinati a portare la forza motrice ai piccoli opifici, che in questo modo potrebbero essere sottratti allo sterminio minacciato dalla grande produzione. Sventuratamente anche il motore elettrico ha un costo decrescente col crescere della sua grandezza. Onde il grande produttore sempre possederà un elemento di vantaggio rispetto al piccolo produttore (Del resto la questione del motore ha poca importanza quando il mercato è monopolizzato dal capitale. Di ciò al capitolo seguente).

Secondo i dati del Lux, i costi annui di esercizio dei motori elettrici della Sprea superiore sono i seguenti

Forza cavalli (elettrica) – – – – – – – – – – – – Marchi

1 – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 216

5 – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 190

10 – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 183

50 – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 144

100 – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 120

500 – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 93

Così, stretta da una parte dalla scadente qualità del proprio prodotto e dal più basso prezzo, dall’altra, del prodotto della grande industria, la piccola produzione decade ogni giorno più. La storia di questa decadenza, cominciata con la introduzione del nuovo sistema, non é certo così drammatica come la storia della decadenza del lavoratore indipendente allo stato di salariato del capitalista, ma non é meno reale. Naturalmente il piccolo produttore ha sempre qualche risorsa dalla sua. Sugli inizi del sistema delle fabbriche, si trasforma in sorvegliante, sensale, commesso, viaggiatore, ecc. Più tardi anche questa ritirata gli é tolta. Non tutti possono esercitare l’ufficio di sorvegliante, capo-fabbrica o commesso viaggiatore. La grande industria non sa farsene degli avanzi degli altri sistemi produttivi : essa si forma un personale proprio, adatto alle sue esigenze. Allora i piccoli produttori minacciati si dànno ad invocare l’aiuto dello Stato. Chiedono la restaurazione delle corporazioni, il patentamento delle industrie, l’organizzazione del piccolo credito. Nei paesi più fortemente impregnati di tendenze paternalistiche riescono a muovere a loro favore lo Stato, ma questi tentativi sono tutt’altro che fortunati e si riducono a grotteschi tentativi di volgere indietro il «carro della storia».

Talvolta conseguono misure per ottenere il credito, ma si tratta sempre di operazioni sbagliate. Il credito non può evidentemente colmare le differenze che esistono fra la produttività della grande e della piccola industria.
Sono inalazioni di ossigeno a un moribondo. In ultimo la piccola industria si volge alla cooperazione o riesce talvolta a strappare qualche momentaneo successo ; ma anche la cooperazione non può sopprimere le differenze che derivano dai migliori metodi produttivi e dalla più alta organizzazione tecnica della grande industria.

Infine come il lavoratore indipendente non potette evitare di essere trasformato in salariato ; il piccolo produttore dovette rassegnarsi a cedere la clientela al grande produttore. E come il lavoratore salariato era minacciato di cascare nell’inferno del pauperismo ; il piccolo produttore correva a tutti gli istanti il rischio di doversi ridurre a salariato.

(Continua)
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