Di Arturo Labriola (1910), Universita’ di Napoli

Capitolo 8 (prima parte)

La Rivoluzione sociale prodotta dalla grande industria:

(I)Le classi lavoratrici

Cerchiamo adesso di comprendere quali profondi rivolgimenti introducesse nella società la grande industria, nelle relazioni delle varie classi fra di loro. É supponibile che le classi lavoratrici ne restassero sgomentate. L’« uomo di ferro» non era principalmente il loro concorrente ? E reagirono come potettero. Fin dal 1779, una filatura di Arkwright, a Birkacre presso Chorley, era diroccata a furia di popolo. Poco dopo gli operai saccheggiavano la stamperia di Peel ad Altham e le macchine
erano distrutte. E quando il signor Hall costruì la prima macchina a vapore nel distretto di Mosley, fu costretto a convertire la sua «fabbrica in una guarnigione di polizia e di far guardare le porte giorno e notte » . Vedi : The history of the factory movement from the year 1802 to the year 1847 by «Alfred», London, 1857. L’autore di questo libro è l’illustre giurista SAMUEL KYDD).

Questo accadeva nel Lancashire ; non dissimili scene avvenivano nel Jorkshire. Il lanificio del signor Foster ad Horbury fu demolito da bande di operai infuriati ; quello di Cartwright, presso Liversedge, fu vigorosamente attaccato e difeso: i ribelli furono disfatti solo dopo lungo e sanguinoso cambattimento.
Il signor Horsfall, un onesto industriale di Huddersfield, fu ucciso presso la sua casa. Le rappresaglie furono spietate. Per l’uccisione di Horsfall tre operai furono impiccati. In un’altra circostanza ben quattordici operai furono impiccati in un sol giorno !

L’introduzione del telaio meccanico deviò su questa macchina l’ira degli operai. Nel 1812 fu fatto il tentativo di distruggere una fabbrica a Middleton, dove si era introdotta la tessitura a vapore. La battaglia durò vari giorni. Narra lo storico di questa crisi : «Difensori armati occupavano l’edificio e quando il posto fu attaccato e le finestre rotte, si fece fuoco sulla folla e tre assalitori rimasero uccisi ».
L’indomani tornarono alla carica, ma «le autorità erano state avvertite e la fabbrica era ora difesa dai soldati, e la folla, frustrata nel suo piano, si rivolse alla casa del proprietario e la mise a fuoco».
Sopraggiunsero i soldati, i quali fecero fuoco sugli operai e cinque ne rimasero uccisi (WATTS, The facts of the cotton famine, London, 1866, pag. 27).

Così il regime della grande industria veniva al mondo in mezzo al clamore della guerra civile e il rumore delle macchine non riusciva a soffocare il rantolo dei moribondi.

Sul principio, quando il sistema della fabbrica era stato introdotto, i lavoratori dell’industria domestica si erano limitati a guardarlo con sospetto e diffidenza. Lo scrittore che si cela sotto il nome di « Alfred » al quale dobbiamo la storia più larga e comprensiva della legislazione inglese sulle fabbriche e sui movimenti dalla quale é nata, informa che i lavoratori a mano si astenevano dal mandare i loro figli alla fabbrica.
Essi consideravano diffamati quelli di loro che acconsentivano a mandare i loro figli nelle nuove tessiture . A parte, ogni altro motivo, le nuove fabbriche avevano dovuto raccogliere il loro primo personale nelle strade, fra il popolo vagabondo, il solo che acconsentisse a vendersi a salario.
Si capisce dunque che le fabbriche non dovevano essere scuole di buona creanza e su quel primo momento della loro introduzione, quando gli operai manifatturieri non erano stati ancora ridotti all’indigenza, il loro sentimento paterno si ribellava all’idea di mandare in quella compagnia i propri figli (« Alfred » loc. cit., pag. l).

Ma purtroppo una ferrea necessità lavorava alla loro rovina. Il sistema della fabbrica si generalizzava e per mezzo dei bassi prezzi rendeva inutile il prodotto delle manifatture. Gli ordinativi cominciarono a mancare. L’una dopo l’altra le piccole tessiture a mano dovevano chiudere. Il commerciante di città non si rivolgeva più alla famiglia contadinesca.
Si facevano sempre più rare nei villaggi dei tessitori le visite dei mediatori che portavano la materia prima e ritiravano il prodotto finito.
L’ora tragica della manifattura era suonata. Il tessitore avvilito e misero doveva vendere le scarse masserizie e trasferirsi nei nuovi centri ove la fabbrica si era impiantata. Ma la sua vaga speranza di trovar lavoro era presto delusa. Non serviva il lavoro adulto : ci volevano donne e bambini.
Il lavoratore, un giorno orgoglioso della sua indipendenza, sollecito un giorno della sua figliolanza, chinava il capo e sacrificava i figli.

Mai il capitale celebrò orge maggiori. Lo stesso Schulze – Gaevernitz, nonostante il suo partito preso di tingere tutto in roseo, deve riconoscerlo. Parlando della genesi del sistema delle fabbriche é costretto a scrivere : «Fittavoli e lavoranti in casa ridotti a mal partito, figli di mendicanti, soldati congedati, i più poveri fra i poveri, in una parola, furono messi alle macchine allora allora inventate; e si sa come gli operai solo sotto la pressione dell’estrema necessità si adattassero al lavoro di fabbrica, la cui regolarità e ferrea disciplina pareva loro un male più duro perfino della libera miseria dei lavoranti in casa. Solo i più bassi salari potevano obbligare tali elementi ad un lavoro regolare. E questa riduzione potette tanto più esser compiuta senza opposizione, in quanto quei primi operai della grande industria erano stati allora appunto strappati alle loro usate condizioni di vita, mentre i loro imprenditori già pienamente realizzavano il tipo dell’uomo moderno. La forza invero di quella prima generazione di grandi industriali inglesi consistette appunto in ciò che essi applicarono senza alcun riguardo il principio dell’economia. La massima : « Soddisfa ai tuoi bisogni col più piccolo costo possibile; produci con la minima spesa di produzione », aveva per essi tanto valore che il coro degli economisti che accompagnava il dramma la dichiarò legge eterna della vita umana» (SCHULZE-GAEVERNITZ, Grande Industria « Biblioteca dell’Economista », pag. 42).

È cinico, ma é chiaro: «Produci con la minima spesa di produzione», cioè paga i salari più bassi che puoi; sfrutta l’ignoranza, la debolezza, la miseria dei simili tuoi, ma arricchisci ; distruggi le giovani generazioni, diffondi la scrofola, la tubercolosi e il rachitismo, fa crescere il coefficiente di mortalità, ma sappi accumulare, questo era infatti il vangelo della nuova economia.
Intanto le patate e la farina d’avena costituivano, secondo la testimonianza del fabbricante Houldsworth, il principale nutrimento degli operai qualche volta un’aringa serviva di condimento. Il consumo della carne era quasi sconosciuto. Un tessitore non riceveva più di 5 a 12 scellini per settimana ; il salario medio di tutti, filatori compresi, non era più alto di 10 scellini. Contro a queste cifre, tenuto conto dei prezzi del 1839 e del minimum indispensabile per il nutrimento e per gli abiti, si ha, per una famiglia composta di padre, madre e tre figli, una spesa settimanale di 34 scellini e 1/2 penny. Se si suppone che marito e moglie fossero impiegati nell’industria del cotone ai salari medi,
il loro salario complessivo sarebbe stato di 20 scellini. Rimarrebbe dunque un disavanzo di 14 scellini, il quale dovrebbe essere colmato o mediante una più deficiente nutrizione o con l’indebitarsi o con l’uno e l’altro mezzo (ID., Id., pag. 28).

Ed ora che abbiamo sentito parlare l’apologista dell’ordinamento capitalistico attuale noi non ci meraviglieremo più a questo confronto che Federico Engels traeva fra le sorti del libero lavoratore inglese del 1845 e il servo della gleba del 1145. « Il servo, scriveva Federico Engels, era un glebae adscriptus, incatenato alla zolla; anche il libero lavoratore lo é, per mezzo del Cottage-System ; il servo doveva al signore il jus primae noctis, il libero lavoratore deve al fabbricante non soltanto ciò, ma il diritto di ogni notte. Il servo non poteva acquistare nessuna proprietà e il proprietario glie la poteva togliere ; anche il libero lavoratore non ha nessuna proprietà e non può acquistarne nessuna a causa della pressione della libera concorrenza; e ciò che nemmeno il normanno faceva, ciò fa il fabbricante si arroga per mezzo del Truck-system l’amministrazione anche di ciò che può consumare il lavoratore per i suoi bisogni personali. Il rapporto del servo al padrone era regolato per mezzo della
legge, le quali erano rispettate perché rispondevano al costume, e per mezzo del costume medesimo ; ma il rapporto del libero lavoratore al proprietario è regolato da leggi, che non sono rispettate perché esse non rispondono né al costume, né all’interesse del padrone.
Il padrone del suolo non poteva liberare il servo dalla zolla e nemmeno la zolla dal servo, cioé in generale non poteva venderlo; la moderna borghesia costringe il lavoratore a vendersi esso stesso. Il servo era schiavo del pezzo di terra sul quale era nato ; il lavoratore é schiavo dei bisogni più necessari e del denaro.

Entrambi sono schiavi della cosa. Il servo ha una garanzia per la sua esistenza nell’ordine sociale feudale, nel quale ognuno ha il posto proprio ; il libero lavoratore non ha nessuna garanzia, poiché egli ha un posto nella società soltanto quando la borghesia ne ha bisogno ; altrimenti egli é ignorato o considerato come non esistente. Il servo si sacrifica al suo signore in guerra ; il lavoratore delle fabbriche, in pace. Il signore del servo era un barbaro, egli considerava il suo servo come un capo di
bestiame ; il signore del lavoratore é un civilizzato, egli considera questi come una macchina. Breve, la cosa é la stessa e se c’é svantaggio da qualche lato, lo svantaggio é tutto dalla parte del libero lavoratore » (F. ENGELS, Lage der arbeit. Klasse in Engl., 2a ed., pag. 187).

Né sembra che sia retorica. Il signor SchulzeGaevernitz, che probabilmente non aveva sotto gli occhi il quadro dell’Engels, scrive: «Si é parlato di schiavi bianchi prodotti dal moderno sistema delle fabbriche.
Questa è qualche cosa più di una semplice maniera di dire ; poiché nonostante qualche esterna differenza, le condizioni del proletariato operaio generata dalla grande industria, somiglia intimamente a quella degli schiavi in ciò che esso sembra senza alcuna speranza incatenato al minimo delle sussistenze e che manca nell’operaio alcun interesse al suo lavoro. Da ciò gli osservatori contemporanei trassero la legge di bronzo del salario: essi avevano innanzi agli occhi, come é dato
a noi vedere, solo quella fase industriale che segna la transizione dalla piccola alla grande impresa e che si prolunga soltanto dove il passaggio é ritardato» (SCHULZE-GAEVERNITZ, loc. cit., pag. 42). 

La fabbrica aveva distrutto l’opificio a mano e creato una vasta popolazione in soprannumero. I lavoratori si offrivano in dieci per un posto solo e i salari calavano. Naturalmente i capitalisti si avvantaggiavano delle condizioni in cui erano precipitati i lavoratori. Le fortune si accumulavano rapidamente, appunto come rapidamente cresceva la miseria. Un giorno anche queste fortune
avrebbero funzionate da domanda di lavoro, ma ora no. Ora la macchina funzionava soltanto da “disoccupatrice” del lavoratore. Questi si lanciava all’impossibile impresa di concorrere con i prodotti della macchina, ma anche imponendosi le più terribili privazioni e accontentandosi di rimunerazioni irrisorie non riusciva a trattenere la fortuna che per un solo momento. Finché, disperati, correvano a ingrossare l’esercito dei vagabondi, trasformandosi in venditori di strada, ruffiani e delinquenti(ENGELS, loc. cit., pag. 142).

L’ispettore Horner, in data dell’ottobre 1844, scriveva nel suo rapporto : « Lo stato delle cose, in rispetto al salario, va assai male in alcuni rami della fabbricazione del cotone nel Lancashire ; vi sono centinaia di adulti fra i venti e i trenta anni, che sono impiegati come piecer ed altrimenti, i quali ricevono non più che 8 o 9 scellini per settimana, mentre sotto lo stesso tetto fanciulli di tredici anni guadagnano 5 scellini e donne fra i sedici e i venti anni ne guadagnano da 10 a 12 » (Vedi ENGELS, loc. cit., pag. 143). 

Il sistema delle fabbriche sovvertiva radicalmente i compensi tradizionali.
La donna guadagnava più dell’uomo, il quale, tenuto conto dei maggiori bisogni, guadagnava ancora meno del fanciullo ; ma donne, fanciulli ed adulti non riuscivano a procurarsi ciò che serviva ai bisogni collettivi della famiglia. Né sembrava probabile che lo sviluppo del sistema della macchina potesse ovviare a questi inconvenienti. Se, grazie alla macchina, un uomo solo poteva fare il lavoro di più uomini, e l’aumento della popolazione, cioé della domanda di prodotti, seguiva normalmente
e quindi non certo nella misura da occupare tutti i lavoratori disponibili col nuovo sistema tecnico ; era prevedibile che più si diffondeva il nuovo sistema e più dovesse crescere la disoccupazione e con essa la miseria dei lavoratori. Da qui un pessimismo crescente nel giudicare le sorti future del lavoratore e l’avvenire della società. E se ne può avere una prova esaminando gli argomenti che Sismondi sviluppava a proposito delle macchine.

In Inghilterra, diceva «la massa della nazione sembra dimenticare, come lo dimenticano i filosofi, che l’accrescimento delle ricchezze non é lo scopo dell’economia politica, ma il mezzo di cui dispone per procurare il benessere di tutti». 

Certo non sfuggiva al suo occhio la relazione che correva fra l’aumento della ricchezza e le macchine, ma gli pareva che le macchine diminuissero l’operaio facendo dell’uomo un’appendice della macchina. Notava che se la produzione di una nazione diventava maggiore del reddito complessivo del quale potevano disporre i suoi abitanti, lo smercio diventava impossibile, il mercato s’ingombrava e il lavoro si doveva necessariamente arrestare.
La crisi invadeva la nazione. Nel contempo le macchine avevano fatto diminuire la domanda di lavoro e costretto gli operai ad accontentarsi di un salario miserabile. Così diveniva senza effetto l’abbassamento dei prezzi che avrebbe potuto mettere i prodotti a loro disposizione, oppure generava in essi desideri, che non potevano soddisfare per mancanza di denaro.

Sono poi questi fatti che provocarono il contrasto della miseria degli operai e della ricchezza dei capitalisti e recarono nella società un fermento di odio. Sismondi citava fra gli altri l’esempio della tipografia: « La tipografia trasportata in Europa a un tempo in cui non vi era nessuno zelo per lo studio, nessuna domanda per i libri, l’avrebbe piombata in una barbarie più grande ancora di quella in cui vegetava, perché avrebbe fatto interamente sparire la razza dei copisti». Egli si domandava ironicamente se nell’Inghilterra manifatturiera bisognava offrire una ricompensa a colui che troverebbe il mezzo di far compiere tutto il lavoro di 950.000 famiglie soltanto da 90.000 e disputando con Ricardo a proposito della teoria del prodotto netto esclamava : «In verità non resta più a desiderare se non che il re, rimasto solo nell’isola, girando unamanovella, faccia compiere da macchine automatiche tutto il lavoro occorrente in Inghilterra». E continuava: « Tutti gli operai d’Inghilterra sarebbero messi sul lastrico, se i padroni potessero mettere al loro posto delle macchine a vapore, che dessero il 5 per 100 di economia» ( SISMONDI, Nouveaux principes d’Economie politique, libri IV e VII. È curioso notare che già il vecchio MONTESQUIEU
aveva emessa l’opinione che « le macchine, il cui soggetto é abbreviare il lavoro, non sono utili sempre», Esprit des lois, liv. XXIII, ch. XV. Evidentemente Sismondi allude al passo di Ure in cui questo
scrittore dice : « lo scopo costante e la tendenza di ogni perfezionamento del meccanismo é quello infatti di sopprimere interamente l’opera dell’uomo o diminuirne il prezzo, ecc. », Filosofia delle macchine, «Biblioteca del l’Economista », pag. 28 ).

Ma non era soltanto il filantropo semisocialista a preoccuparsi di questo stato di fatto. Alban de Villeneuve-Bargemont, nella sua Economie politique chrétienne, pubblicata nel 1834, passava in
rivista gli argomenti prodotti da numerosi autori pro e contro le macchine.
Senza condannarle espressamente, egli le ammetteva alle condizioni seguenti:«1° aumentare il lavoro, i salari, i consumi, la distribuzione degli agi e del benessere in tutti i ranghi della società ; 2° migliorare le forze fisiche e morali degli operai, o almeno non esser loro nocive. Ogni procedimento meccanico che non può contribuire a questi risultati é un funesto presente». Significava domandar loro troppo e siccome non realizzavano punto questo ideale, le condannava in base ad
accuse, che egli credeva organicamente inerenti al sistema. « Oggi, scriveva egli, é cosa riconosciuta che l’uso delle macchine e l’estrema divisione, lungi dall’aver migliorato l’intelligenza degli operai, hanno ottenuto dappertutto risultati diametralmente opposti. Le macchine tolgono lavoro agli uomini e li obbligano a cercare altre opere più penose e meno produttive, la divisione del lavoro porta tutte le loro facoltà intellettuali su di un solo oggetto, e li abbruttisce necessariamente»
(ALBAN DE VILLENEUVE-BARGEMONT, Economie politique chrét., vol. I, pag. 381 e 383; vedi anche LEVASSEUR, Hist. des classes ouvrières de 1789 a 1870 (2a ediz.), 1903, vol. I, libro III, cap. IV).

Oggi vi sono molti economisti che sorridono ironicamente di queste profezie.
Essi fanno notare che non si sono punto realizzate. Non é punto accaduto che la condizione delle classi lavoratrici peggiorasse sempre più; anzi é accaduto il fatto opposto. Lo stato generale delle classi lavoratrici é oggi infinitamente migliore che non fosse fino alla prima metà del secolo XIX. Naturalmente essi non si curano punto di spiegare come é nato l’errore di quegli economisti. Si limitano semplicemente a constatare la propria superiorità su quegli economisti.
I loro strali più acuminati sono per i socialisti che ripetevano il luogo comune, che aveva corso anche sulle cattedre (La prima parte del Manifesto dei Comunisti (« Bourgeois und Proletarier ») non é che un succoso e plastico riassunto di tutte le critiche che i discepoli anticapitalistici del Ricardo in Inghilterra e gli economisti filantropi e neo-cristiani in Francia indirizzavano al nuovo regime delle
fabbriche. La sola veduta originale del Manifesto é che questa condizione di cose addurrà da se stessa a un ordine superiore ; ma é un’originalità anch’essa relativa e di cui é facile trovare la suggestione nel pensiero del tempo). 

Ma per loro non ha importanza di sorta l’argomento, che se la macchina non fa che quello che prima faceva l’uomo, essa piglia il posto dell’uomo e lo sostituisce definitivamente. Qui non ha importanza di sorta appellarsi all’esperienza. L’esperienza che gli economisti contemporanei invocano non riguarda le previsioni che facevano gli economisti filantropi e i socialisti della prima metà del XIX secolo. Questi parlavano di una macchina che faceva la concorrenza al lavoro dell’uomo. Ora sinché non parlavano che di questa specie di macchine, le loro conclusioni erano corrette. Quando la macchina per tessere distruggeva la manifattura, l’operaio restava definitivamente disoccupato, almeno nella tessitura. L’esperienza che invocano gli economisti contemporanei si riferisce all’impiego delle macchine in un campo dove prima non esisteva manifattura, ad industrie nuove, create proprio dalle macchine.
Ora siccome non c’é macchina senza lavoro vivo, é chiaro che la creazione di questo nuovo ramo d’industria doveva creare una domanda di lavoro nuova. Gli antichi economisti e i socialisti che li ripetevano, evidentemente non parlavano di ciò.

Mentre la concorrenza che la macchina muoveva alle braccia distruggeva la manifattura e creava nel paese orde di disoccupati, questa stessa condizione di cose gettava nella fabbrica il lavoratore in piena balìa del capitalista.
Se i salari erano bassi, la ragione era la scarsa capacità di difesa nei lavoratori ; la debolezza dei lavoratori rispetto al capitale li disarmava completamente nella fabbrica, dove erano costretti a subire ogni sorta di violenze. Lunghe ore di lavoro, crudeltà indicibili da parte dei sorveglianti, scarso rispetto per la loro persona fisica e morale, questo li aspettava. Per averne una idea ci basterà leggere a caso una pagina della inchiesta ufficiale del 1840 (La riproduciamo da W. SOMBART, Die
gewerbliche Arbeiterfrage, Leipzig, 1904, pag. 5 e seg.).

« MINIERE. Vi son casi in cui fanciulli di 4 anni, altri di 5, 6, 7, 8 anni lavorano in questa miniera. L’età ordinaria dalla quale si comincia a lavorare é 8-9 anni. Molti dei lavoratori che sono occupati in questa miniera non hanno ancora 13 anni ; la maggior parte ha un’età variabile fra i 13-18 anni.

La specie del lavoro al quale i fanciulli sono addetti (guardiani dei passaggi) li obbliga a venire nelle fosse appena il lavoro comincia e a lasciarle quando é cessato. Questa occupazione, che non potrebbe esser chiamata lavoro, equivarrebbe al più spaventevole carcere cellulare, poiché i fanciulli sono lasciati ordinariamente soli e nell’oscurità, se di tanto in tanto non giungesse un carrello col carbone. Nei distretti in cui gli strati di carbone sono così forti, che si adoperano cavalli, o in cui i passaggi non sono remoti dal posto del lavoro, la condizione dei fanciulli é meno squallida ; in altri distretti essi restano in perfetta oscurità finché sono nelle fosse e molti fanciulli dicono che durante i mesi invernali passano intere settimane senza che essi vedano la luce del sole !

« Il duro lavoro dello spingere e trascinare il carrello del carbone comincia a diverse età, dai sei anni in su; é un lavoro che a parere conforme di tutti i testimoni richiede uno sforzo continuo di tutte le forze fisiche del giovane lavoratore.

« In tutti i distretti ove lavorano anche le donne, i due sessi compiono precisamente lo stesso lavoro per la stessa durata di tempo; fanciulli e donne, giovinette e giovinotti, donne zitelle e maritate son quasi nudi durante il lavoro. L’influenza demoralizzatrice del lavoro sotterraneo sulle donne é constatato da tutti i testimoni. Il lavoro normale per i fanciulli non é minore di undici, più spesso di dodici ore, in alcuni distretti è di tredici, di quattordici e più. Il lavoro notturno é cosa normale nelle miniere e dipende dalla maggiore o minor domanda di carbone. Tutti i testimoni sono concordi nel rilevare la dannosa influenza fisica e morale, di questo fatto sulle condizioni dei lavoratori. « In tutti i pozzi minerari accadono frequentemente spaventevoli infortuni, e tanto le informazioni da noi raccolte, quanto i registri delle miniere confermano che di regola i fanciulli sono colpiti dagli infortuni nella stessa misura degli adulti e solo di rado meno. Una delle cause più comuni di infortuni deve trovarsi in ciò che la sorveglianza è estremamente difettosa circa lo stato del materiale con cui si compiono le discese nella miniera e circa il numero delle persone che sì fanno pigliar posto in esso. Insufficiente é il controllo circa la quantità di gas deleteri che si accumulano nella miniera, come in ordine alla ventilazione ed aerazione delle gallerie.

Molti infortuni accadono perché la chiusura delle grosse bocche ad aria é affidata a piccoli fanciulli. “In molte miniere non si prendono le più comuni misure di protezione del lavoratore e non si spende nemmeno un soldo per la sicurezza e la comodità dei lavoratori”

« Due circostanze meritano di esser particolarmente biasimate a questo riguardo: l’uso di corde logore per far discendere i lavoratori nelle miniere, e nel Yorkshire, più specialmente, l’impiego dei fanciulli presso i congegni per la discesa e risalita dei lavoratori». (Dopo ciò è evidente che la ricchezza è un frutto dell’operosità e dell’iniziativa degli industriali ! ! !).

L’inchiesta osserva che a queste circostanze si deve un forte peggioramento della specie, la diffusione di gravi malattie e il fatto che una generazione di minatori é ordinariamente estinta dopo cinquanta anni, così che della medesima generazione non ne avanza più nessuno!

Continuiamo in questi estratti. Sarebbe difficile far comprendere meglio che cosa fosse il capitalismo industriale nella sua prima giornata. I documenti ufficiali hanno un carattere di eloquenza che in nessun altro modo si potrebbe raggiungere:

« MANIFATTURE. In certi casi – narra il rapporto ufficiale della inchiesta del 1840 – fanciulli di tre e quattro anni son posti al lavoro ; non di rado si comincia fra cinque o sei anni, ma la regola generale é che un fanciullo sia posto al lavoro all’età di sette od otto anni. La più gran parte dei fanciulli hanno cominciato a lavorare prima dei nove anni, sebbene in certi mestieri si comincia a dieci o dodici.

«Una grossa parte delle persone occupate nei mestieri e manifatture di ogni genere é composta di persone giovani, che non hanno ancora raggiunta l’età dei tredici anni ; una parte maggiore di persone che stanno fra i tredici e i diciotto anni, sebbene spesso accada che la popolazione operaia sino a tredici anni sia maggiore di quella che sta fra i tredici e i diciotto anni.

« In moltissimi mestieri le fanciulle della stessa tenera età lavorano insieme ai fanciulli ; in alcuni il numero delle fanciulle é maggiore del numero dei fanciulli, e in altri il mestiere è fatto quasi esclusivamente da fanciulle e da giovani donne.

« Ma nella maggioranza dei casi, per tutto quello che si riferisce ai condotti luridi, ventilazione e appropriata regola della temperatura, gli opifici sono nel peggiore degli stati, anzi alla pulizia non si pensa affatto. Anche dove si adoperano sostanze venefiche non esiste nessuna disposizione per il cambio degli abiti o per la pulizia personale, sia quando gli operai debbono ritornarsene a casa o quando mangiano all’officina. In tutti i distretti i gabinetti di decenza son tenuti in uno stato nauseante e in molti casi sono frequentati comuneente dagli uomini e dalle donne ; ma si riconosce che negli opifici costruiti di fresco si é operato qualche miglioramento in questo senso

« Quasi dappertutto i fanciulli lavorano lo stesso tempo degli adulti, cioè spesso sedici e qualche volta diciotto ore senza interruzione. 
Giovani donne che lavorano alle industrie dell’abbigliamento nella capitale o nelle principali città di province, sono di regola tenute al lavoro, nel periodo della stagione, che dura quattro mesi, quindici ore al giorno ; in casi abbastanza frequenti, diciotto ; in molti laboratori, nel periodo della season, le ore di lavoro non hanno limite, cosicché le lavoratrici non hanno disponibili per il sonno che sei, quattro e talvolta due ore solo e lavorano spesso tutta la notte; praticamente parlando, il loro lavoro termina solo quando si é raggiunto il limite estremo della capacità fisica (Fatti simili sono
oggi comunissimi a Napoli nelle grandi sartorie femminili. Settanta anni fa essi indignavano l’Inghilterra, a Napoli sono considerati naturalissimi).

« Non in tutti i mestieri esiste lavoro di notte, ma in altri é regola generale. Tutti i testimoni sono concordi nel rilevare che nei distretti dove si ha il lavoro notturno l’influenza é terribile sui lavoratori,
specie sui fanciulli, ciò tanto dal punto di vista fisico che dal punto di vista morale e si ammette che gli stessi industriali non ricavano dal lavoro notturno un utile che pareggi questo danno inflitto ai lavoratori.

« Nella maggior parte dei distretti industriali si dà da mezz’ora a due ore per il pasto degli operai, e durante questo tempo il lavoro della fabbrica resta interrotto ; ma in altri distretti, sebbene nominalmente esista un riposo per il pasto, il lavoro o non é interrotto o é interrotto parzialmente e il pasto avviene ad ore irregolari.

« In molti distretti i fanciulli non ricevono cibo sufficiente, né abiti decenti. Molti fanciulli interrogati rispondono che essi non hanno mai mangiato a sufficienza e sono andati sempre in cenci. È anche doglianza generale che per difetto di abiti decenti essi non possono frequentare la scuola domenicale e non vengono ricevuti neppure in Chiesa. Un certo numero di fanciulli di questi distretti sembrano in buona salute, sebbene abbiano sofferto in peso rispetto ai fanciulli delle altre classi ; ma nella maggior parte dei casi, lo stato fisico dei fanciulli soffre seriamente sotto i combinati effetti del precoce lavoro, del lungo tempo di lavoro, del nutrimento manchevole e cattivo e della mancanza di abiti ; essi sono generalmente mal ridotti, pallidi, malaticci, insomma fanno l’impressione di una generazione, le cui forze fisiche sono sempre piu scemate. Le malattie più comuni fra di loro e che non si riscontrano in una così brutta proporzione presso i fanciulli delle altre classi, sono le malattie degli organi digerenti, storture, slogamento della spina dorsale, malattie polmonari, le quali terminano generalmente con la tisi e la tubercolosi » (SOMBART, loc. cit., pag. 8-10).

Ma forse il più terribile documento prodotto contro i nuovo sistema industriale e che a suo tempo
produsse il più, reale sentimento di orrore é il racconto ben autenticato della vita di Roberto Blincoe. Esso fu scritto da Brown ed é stato varie volte pubblicato in Inghilterra. Brown racconta che nella primavera del 1822 egli si era occupato della condizione degli operai nei distretti industriali, e fu informato che Roberto Blincoe esprimeva il convincimento che la pubblicazione delle orribili sofferenze alle quali era stato esposto servirebbero a salpare molti fanciulli dagli artigli degl’imprenditori e che forse una legge si sarebbe fatta in loro difesa. Ecco la storia, schematicamente riassunta :

Roberto Blincoe era un orfano ricoverato nella Workhouse di San Pancrazio. A sette anni l’Opera Pia dalla quale dipendeva lo cedette a contratto ad un cotonificio di Nottingham. In questa fabbrica Roberto Blincoe era « da sera a mattina continuamente battuto, afferrato per i capelli, pigliato
a calci e coperto di bestemmie (beaten, pulled by the hair of his head, kicked or cursed) come appunto si faceva con gli altri fanciulli».
Racconta in seguito Brown : « Essendo Roberto Blincoe troppo piccino, non poteva attendere al lavoro stando a terra e fu posto sopra un ceppo ; ma questo espediente non rimediò al male, perché egli non poteva seguire i rapidi movimenti della macchina. Invano, piangendo, il povero fanciullo dichiarava che egli non poteva muoversi più speditamente. Il sorvegliante lo batteva severamente e lo ingiuriava da mattina a sera, finché la vita gli divenne un peso e il suo corpo era coperto di lividure ». 

Il cibo era pessimo, il giaciglio fetido, le ore di lavoro per contratto quattordici, in realtà, sedici. Infine la fabbrica fu chiusa e Robetro Blincoe trasferito a un altro cotonificio. Un orrore. Il nuovo sorvegliante si divertiva a lanciargli il rullo sulla testa e rideva come un matto quando il povero fanciullo sanguinava. Appena la ferita era rimarginata cominciava da capo. Il medico dello stabilimento applicava un empiastro e quando era stabilito, il fanciullo era guarito, strappava la benda e lo rimandava sanguinante al lavoro. E’ certo che la penna si rifiuta di tradurre questa pagina d’infamie inaudite ; ma se si pensa che il sangue di quel fanciullo si trasformava in profitti per l’imprenditore noi non riusciamo più a contenere lo sdegno. Tanta molis erat il sistema capitalistico !

L’ispettore delle fabbriche Cooke-Taylor che riporta i punti principali della spaventevole narrazione la fa precedere da questa osservazione : « Ci sia fatto lecito ricordare che queste parole furono scritte dopo che tre Comitati parlamentari avevano riferito intorno alla natura ed alla realtà dei mali denunziati e che le prove di essi si possono trovare in questi rapporti » (W. COOKE-TAYLOR, The modern factory system, pagina 189. I nomi delle fabbriche dove accadevano le orribili cose denunziate da Roberto Blincoe sono riferiti estesamente nella narrazione originale. Li omette il Cooke-Taylor giudicando che i miserabili che ne erano i proprietari non meritino nemmeno la postuma fama della loro infamia).

Questii fatti suscitavano lo sdegno dell’Inghilterra. Gli uomini politici del partito conservatore se ne impadronivano per domandare leggi sulle fabbriche.
Oggi non é dubbio che essi non erano mossi soltanto da benevolenza per gli operai, sebbene narrazioni come quella di Roberto Blincoe dovessero necessariamente muovere l’indignazione anche delle anime più fredde.
I conservatori erano preoccupati dal sovvertimento delle condizioni tradizionali dell’Inghilterra prodotto dal sistema delle fabbriche. Essi non detestavano solo gli orrori del sistema delle fabbriche, quanto lo stesso sistema delle fabbriche. L’industrialismo era per loro diabolico e certo i sostenitori
più risoluti della legislazione delle fabbriche di parte conservatrice non miravano meno a sollevare i dolori degli operai che a sradicare il sistema delle fabbriche ( « La preminenza dell’industria sull’agricoltura si è veduta sotto un altro aspetto da parecchi cittadini ; è stata da loro denunziata come una sorgente degli innumerevoli mali del popolo e delle convulsioni della società». URE, Filosofia delle macchine, « Bibl. dell’Econ. », pag. 20. – vedi : SCHULZE-GAEVERNITZ, op. cit., pag. 32).

Ed é assai probabile che se l’Inghilterra si pose tanto presto nella via della legislazione sociale e avanzò tanto radicalmente per questa via, fu sotto l’influenza d’un partito che mirava a creare difficoltà al nuovo regime e sperava – a furia di limitazioni e di restrizioni alla libertà di sfruttamento degli operai – di riportare l’Inghilterra al suo stato agricolo tradizionale ed al regime del mestiere, fusione d’agricoltura e manifattura, grazie al quale le contee non si spopolavano e le rendite non scemavano.

I primi sostenitori della legislazione delle fabbriche Richard Oastler, Thomas Sadler, lord Ashley, ecc. erano tutti conservatori e proprietari di terre. Come conservatori vedevano nell’industrialismo la rivoluzione ; come proprietari di terre vedevano in esso la forza che spopolava le loro terre e conduceva allo abbassamento delle rendite. Poi c’era la commozione delle loro visceri cristiane.

Gli industriali non se ne preoccupavano. Agli attacchi dei conservatori rispondevano citando gli orrori del sistema della manifattura. Anche qui lunghe ore di lavoro, salari miseri, talvolta maltrattamenti;
ma evidentemente la questione era spostata. A parte il fatto che tale stato della manifattura si doveva appunto alla concorrenza dell’industria meccanica, era evidente che non si potevano considerare nella medesima maniera industria e manifattura. Si sapeva da tutti che la manifattura era fondata sulla mediocrità del sistema di produzione. In altri termini essa dava poco ai manifattori,
perché era appunto poco produttiva. Se poi accadevano abusi di autorità, questi non erano diversi dai generici abusi di autorità che hanno luogo fra padre e figli. Insomma gli inconvenienti della manifattura o dipendevano dalla sua meschinità economica e produttiva o da condizioni naturali,
indipendenti dal modo di produrre, cioé derivanti dalla stessa natura degli uomini. Invece gli inconvenienti del sistema delle fabbriche erano un vero frutto della rivoluzione tecnica avvenuta.

I bassi salari non si potevano giustificare con la scarsa produttività del sistema, perché anzi questo sistema era nato appunto perché più produttivo della manifattura. C’era poi la prova della sua maggiore produttività nel rapido arricchimento degli industriali. I bassi salari dunque derivavano da un consapevole sfruttamento della inferiorità in cui si trovavano gli operai e non dalla necessità del sistema tecnico. Ciò che li rendeva particolarmente tragici era la circostanza che mentre gli operai difettavano di tutto, si costituivano rapidamente formidabili fortune.

Quanto ai maltrattamenti inflitti agli operai, specie ai fanciulli, non si trattava più di generico abuso della tutela, ma di una necessità dipendente dal nuovo sistema tecnico, nel quale il guadagno dell’industriale dipendeva in gran parte dalla speditezza, dall’abilità e dalla resistenza al lavoro dell’operaio ; onde uno sforzo continuato a superare i limiti della resistenza umana e ad ottenere artificialmente guadagni con la violenza e la costrizione. Di modo che i mali denunciati parevano proprio inerenti al nuovo sistema tecnico e da rimuovere con mezzi specialmente adeguati al caso.

(Continua)
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