Di Arturo Labriola (1910), Universita’ di Napoli 

CAPITOLO 7

La conquista della grande industria

Come abbiamo già detto nel capitolo precedente, la rivoluzione industriale del XIX secolo si é fatta in una doppia direzione: da un lato si sono sovvertiti i vecchi mezzi di produzione e dall’altra si sono introdotte forze nuove nel campo della produzione. La sostituzione delle macchine operatrici ai vecchi sistemi di fattura a mano agisce soltanto sulla quantità e sul costo del prodotto ; invece l’uso delle forze scoperte crea una ricchezza nuova, una ricchezza perfettamente ignota, almeno dal punto di vista pratico, alle vecchie società. La macchina operatrice agisce, per così dire, su di un campo perfettamente conosciuto. Essa, in fondo, non attua che un perfezionamento del metodo di produzione. Prima si fabbricava con uno strumento docile alla mano che lo muoveva; oggi con una macchina, che, ricevuto comunque l’impulso dinamico, esegue quei determinati movimenti a cui é costretta dal congegno dei suoi pezzi.
Si fabbricherà più e meglio, ma questo é secondario; anche prima si filava, si tesseva, si segava, s’inchiodava. Invece le macchine motrici pongono in libertà una forza che prima era perduta per gli
uomini, e cioé creano prodotti, materiali o immateriali, nuovi.

Questa differenza essenziale fra il campo su cui opera la macchina trasformatrice e il campo su cui opera la macchina motrice (Se cinematicamente questa distinzione é insostenibile, economicamente é comoda e può mantenersi) serve a farci comprendere taluni degli aspetti dell’industria contemporanea e ci obbliga a non concludere dai fenomeni dell’una di esse ai fenomeni complessivi della industria meccanica (Anticipando diremo che gli errori delle indagini marxistiche circa le tendenze del sistema capitalistico derivano dall’avere esteso a tutto il sistema capitalistico le osservazioni vere soltanto per le industrie nelle quali prevale l’impiego delle macchine operatrici ; gli ottimisti (Schulze Gaevernitz, Wolff, Pareto, ecc.) hanno commesso l’errore opposto. Ma l’ errore si sana adoperando proprio un metodo marxista, cioé riferendoci alla tecnica.).

Per lo storico dell’economia mantenere questa distinzione é più importante ancora. Infatti se l’introduzione delle macchine operatrici non fa che trasformare le vecchie industrie, dislocando la popolazione operaia, mutando il corso del prodotto, sovvertendo le vecchie relazioni fra operai ed industriali ; l’introduzione delle macchine motrici crea industrie nuove perfettamente sconosciute alle epoche precedenti, e dando luogo a relazioni sociali sostanzialmente diverse da tutte quelle che abbiamo conosciute sinora.

Bisogna saper sempre distinguere fra la macchina che migliora il lavoro dell’uomo e la macchina che fa un lavoro nuovo, sottratto alle possibilità del lavoro non meccanico. La macchina può far crescere lo scopo dell’abilità produttiva dell’uomo in quelle due maniere. Per quanti sforzi faccia, un uomo o, anche, una cooperazione d’uomini, non riusciranno mai a concentrare se non una certa forza su un punto determinato. Il martello a vapore fa quello che nemmeno migliaia di uomini riuniti potrebbero fare.

E’ chiaro che se un ramo d’industria (la metallurgica, ad esempio) dipende dalla possibilità di concentrare una certa forza su di un punto, lo sviluppo di questo ramo non è arbitrario, ma è condizionato dalla scoperta della forza vapore o altra equivalente. In questo senso il macchinismo ha creato industrie nuove e ricchezze nuove. Un altro modo che tiene la macchina nel perfezionare le industrie, deriva dalla regolarità dello sforzo, che non sempre si può ottenere dalla mano: esempio la
macinazione dei grani. Si capisce che se l’industria non deriva che da questa regolarità, dobbiamo alla macchina una nuova fonte di ricchezza. Per esempio vi sono lavori troppo fini e delicati per le dita dell’uomo ; invece la macchina può compirli facilmente. Quando si dovrà giudicare la concorrenza che la macchina fa al lavoro dell’uomo, bisognerà mettersi dal punto di vista di questo suo potere di creare industrie, che prima non esistevano e non potevano esistere. Così soltanto potremo vedere se sia esatta l’affermazione comune a tutti i socialisti che hanno scritto sugli
albori del regime industriale, che i salariati dovessero scendere sempre più alla condizione di poveri (Su questo potere della macchina di creare forze e ricchezze nuove: BABBAGE, Economy of Machinery, pagina 6 ; HOSSON, The evolution of modern capitalism, London, 1894, pag. 50-51, i quali però non sanno ricavarne tutte le conseguenze).

Naturalmente bisogna sempre tener conto che la macchina operatrice e la macchina motrice si combinano in vario modo fra di loro. Cerchiamo adesso di comprendere in che modo la grande industria si sia impadronita della produzione.

Ricordiamo innanzi tutto che il commercio estero rappresentava cifre molto meschine, sotto il regime della manifattura. Riferiamoci sempre all’Inghilterra, che, essendo il paese capitalistico più sviluppato, ci offre larga messe di informazioni. Noi vediamo che nel 1700, le esportazioni inglesi non
raggiungevano i 10 milioni di sterline (MACPHERSON, Annals of Commerce, II, pag. 728 e seguenti). E’ più singolare notare che per circa un secolo; e cioè dal 1700 al 1790, la cifra delle esportazioni è quasi stazionaria. Si capisce che si produce in base a sistemi tradizionali, che non permettono un grande slancio. La produzione e il commercio si aggirano nel circolo delle loro eterne ripetizioni. Dal 1790 al 1830 le esportazioni passano dai 12 milioni di sterline ai 48, con un movimento di ritorno nel decennio consecutivo. L’avanzata delle esportazioni (e delle importazioni)
non data che dal 1840, dalla quale epoca cresce in maniera vertiginosa. Di modo che mentre le esportazioni inglesi erano nel 1790 di 18 milioni sterline, un secolo dopo, nel 1890, erano di 320 ! Ma il progresso non si era realizzato che dal 1840 in poi, onde in mezzo secolo le esportazioni sommate superano di dieci o dodici volte le esportazioni sommate di due secoli precedenti. Si capisce che per essere state così poco svolte le esportazioni nel periodo precedente il 1840, la causa si deve cercare nel modo di produzione.

Se noi ci riferiamo all’industria del cotone, a quella industria che doveva avere una parte tanto cospicua nella storia industriale dell’Inghilterra («L’Inghilterra deve circa un terzo delle proprie esportazioni complessive all’industria del cotone, e una porzione non minore del popolo inglese vive dei generi alimentari che vengono presi in cambio delle merci di cotone», SCHULZE-GAEVERNITZ, La grande industria, « Bibl. dell’Econ. », pag. 56); prima della rivoluzione industriale non esiste grande fabbrica. Arthur Young non ricorda che una fabbrica in Darlington con 50 telai, un’altra a Boynton con 152 operai, e sembra che siano stati i soli esempi di grandi fabbriche.
L’industria del panno era tutta nelle mani degli intermediari (capitalisti) dei quali sembra ce ne siano stati varie specie :
a) Una classe importante di « factors » acquistavano la lana dagli affittavoli e la vendevano ai pannaioli e sembra abbiano esercitata un’indebita supremazia su questi ultimi, grazie prestazioni a credito usurario;
b) I « pannaiuoli » (clothiers) debbono in larga misura esser considerati essi stessi come intermediari collettori, avendo funzione analoghe ai distributori;
c) Fatto il panno, tre classi d’intermediari si occupavano di farlo pervenire al venditore al minuto:
1). i mercanti viaggiatori o commercianti all’ingrosso, i quali frequentavano le grandi fiere e mercati di Leeds, Halifax, Exeter, ecc., e facevano larghe compere, trasferendo al rivenditore al minuto, a dorso di cavallo, le merci acquistate;
2). i mediatori che vendevano a commissione ai fattori e mercanti all’ingrosso di Londra, i quali a loro volta rivendevano il panno ai bottegai e agli esportatori ;
3). i mercanti impegnati esclusivamente nel commercio di esportazione.

I guadagni dell’industria si disperdono su tutta una serie d’intermediari.
Il quadro che noi abbiamo descritto nella prima parte di questo volume, è vivo ancora alla vigilia della rivoluzione industriale: produzione domestica e indipendente da una parte; pulviscolo di capitali intermediari dall’altra.
I secoli passano e il quadro non muta (HOBSON, op. cit., pag. 41).

I «momenti » successivi della rivoluzione industriale che sostituisce, nell’industria della tessitura e della filatura, la manifattura e l’opificio indipendente con la grande fabbrica, si possono indicare così. Sembra che, almeno in ordine storico, il primo posto spetti all’industria della seta, sebbene poi, poco dopo, dovesse essere detronizzata dal più popolare cotone. La tessitoria di seta dei fratelli Lombe a Derby è stata la prima grande fabbrica nel senso moderno della parola. Per la prima volta la forza motrice era fornita di fuori e le operazioni manifatturiere da dita meccaniche. Il Cooke-Taylor, che ha fornito su questa fabbrica larghe informazioni, dice che fu anche la prima fabbrica in cui gli operai erano impiegati a salario.

L’edificio conteneva 26.586 filatoi, i quali lavoravano 73.726 yards di filo di seta organzinata ad ogni giro della ruota idraulica, cioè tre volte a minuto, e 318, 504, 960 yards (un yard è 91 centimetri) in una notte e un giorno. Apprendiamo anche che la ruota idraulica trasmette il movimento agli altri apparecchi motori, ciascuno dei quali può essere arrestato separatamente, senza impedire il resto (COOKE-TAYLOR, Introduction to a story of the factory system (da non confondersi con l’altra opera : The modern factory system), 1886, pag. 357-365).

Nell’industria del cotone troviamo che nel 1741 due persone ingegnose, Wyatt e Paul, misero su a Birmingham una piccola fabbrica mossa con forza animale. Il signor Cave ne impiantò una maggiore a Northampton, mossa da forza idraulica (1764). Frattanto John Kay pigliava una brevetto per un metodo perfezionato di filare e cardare la lana. Il progresso fu rapido. Nel 1755 noi leggiamo di una fabbrica di seta che stava per essere eretta a Congleton nel Cheshire.
Nello stesso tempo piccole fabbriche per filare la lana erano erette un po’ dappertutto. Ma le industrie tessili dovevano essere rivoluzionate da Arkwright.
Nel 1769 egli prese la privativa per la sua prima macchina da filare, che egli aveva già sperimentata a Nottingham, usando la forza animale.
Arkwright fu infaticabile non solo nel cercar di perfezionare la propria macchina, ma nel persuadere gli altri capitalisti ad adottarla. Egli trovò dapprima l’assistenza d’un banchiere, il Wright, e per mezzo suo dei signori Need e Strutt, calzettai a Derby. Unitosi in società con essi potette montare una prima fabbrica gigantesca, in cui la forza motrice era fornita dall’acqua.

Il grande successo d’Arkwright fu la causa della generale diffusione della macchina per filare, ed essendo stata essa applicata in primo luogo nella industria del cotone, dette a questa industria un carattere di evidente superiorità su tutte le altre. Nel 1790 funzionavano già in Inghilterra e nel paese di Galles 150 fabbriche di cotone, sistema Arkwright. Ma nel frattempo si andava generalizzando l’uso della « Jenny » di John Hargreaves, uno strumento da manifattura che poi si vide essere applicabile anche alla filatura del cotone. Samuel Crompton faceva un’altra scoperta, che rendeva ancora più conveniente l’uso della macchina di Arkwright. Così, successivamente, le invenzioni di Arkwright, Hargreaves e Crompton facevano della filatura una delle industrie più progredite dell’Inghilterra (COOKE-TAYLOR, The modern factory system, pag. 44 e seguenti).

Ma questi progressi nella filatura dovevano portare un notevole squilibrio nell’industria del cotone. Infatti, sinora, i filatori erano rimasti sempre indietro ai tessitori nel fornir loro la materia prima. Si dimostrava che la tessitura poteva assorbire una quantità di materia prima maggiore a quella che normalmente le forniva la filatura. Le cose mutavano. Le invenzioni delle quali abbiamo parlato si svolgevano quasi tutte nella filatura. Si vede che il rapporto fra filatura e tessitura era invertito. Oggi non più i tessitori aspettavano dai filatori il lavoro, ma questi ne offrivano loro anche troppo. In altri termini le invenzioni di Arkwright, Hargreaves e Crompton permettevano di filare più che non si potesse tessere. Quando più tardi si potette applicare il vapore a queste invenzioni, lo squilibrio divenne anche maggiore. Diventava sempre più urgente pareggiare le partite.
Nato il problema si succedevano i tentativi. Così anche nelle invenzioni meccaniche la teoria «eroica» restava “smagliata”. L’invenzione non era il parto d’una improvvisa accensione allo spirito, che avrebbe potuto verificarsi oggi come un secolo addietro (« La presente macchina per filare è il risultato di circa cento invenzioni separate» (Hodge)).

I problemi suscitavano i problemi. L’indisciplina degli operai, il mercato unificato, lo stato delle scienze fisiche spiegano la macchina di Arkwright ; lo squilibrio fra la tessitura e la filatura, sorto con questa macchina, le invenzioni di Cartwright e Horrok, dirette a mettere la tessitura allo stesso livello della filatura.

Il processo che il pensiero aveva tenuto nello sciogliere i problemi dell’industria era, come realmente è, identico a quello che serba nel risolvere problemi puramente teorici. Che cosa è un « problema » per la mente ragionante? Esso non è che un caso di contraddizione dei pensieri fra di loro oppure dei pensieri con i fatti («Die Inkongruenz der Gedanken und Tatsachen, sowie jene der Gedanken untereinander, ist die Quelle der Probleme », E. MACH, Erkenntnis und Irrtum, Leipzig, 1906, pag. 251).

Non così noi diventiamo consapevoli di questa incongruenza, il problema è posto e si tratta di cercarne la soluzione. Lo sforzo mentale che noi dobbiamo fare è lo stesso tanto nel caso di un problema puramente teorico, quanto nel caso di un problema pratico ; la via che si percorre non è differente, la via che il pensiero greco indicava con le parole metodo analitico e metodo sintetico, cioè metodo di ricondurre una determinata ricerca a un principio già ammesso oppure di ricercare il principio attraverso i singoli casi. Arkwright nella filatura e Cartwright nella tessisura operarono come il matematico che cerca una nuova proposizione. Posti innanzi alla necessità di adatta e fra di loro fatti diventati contraddittori, essi sciolsero il problema appunto in una maniera che risolveva la contraddizione.
Per Arkwright la contraddizione consisteva nell’interesse capitalistico e nella indisciplina degli operai, e la soluzione fu: la filatura meccanica ; per Cartwright la maggior potenzialità della filatura rispetto alla tessitura, e la soluzione fu la tessitura meccanica.

Le invenzioni continuate di Arkwright e Cartwright, e delle numerose altre persone che o dettero loro i motivi determinanti o migliorarono i loro meccanismi o li perfezionarono aggiungendovi elementi cinematici trascurati da loro, resero possibile la filatura contemporanea, la fabbrica che riunisce filatura e tessitura (Oggi però si avverte una tendenza a separare di nuovo queste due operazioni e di specializzare le fabbriche o nella filatura o nella tessitura.). L’industria del cotone prese uno slancio irresistibile, lasciandosi indietro la tessitura della lana e della seta, industrie tradizionali dell’Inghilterra, come, del resto, di tutti i vecchi paesi manifatturieri. Veramente ci furono anche altre condizioni che spiegano il successo. Per esempio: la lana e la seta erano assoggettate a vecchi regolamenti delle corporazioni e del potere centrale, che ne comprimevano lo slancio.
Il cotone, industria relativamente nuova, fornì un magnifico campo sperimentale alla libertà, tanto che, poi, i sicofanti del liberismo preconcetto non mancarono di ritrovare in questa circostanza la causa del rapido fiorire dell’industria del cotone. (« Ma di un vantaggio, almeno questa (l’industria del cotone) godeva su quella della lana : il potersi sviluppare senza impedimento sul suolo dei tempi moderni. Su di esso lo spirito dei tempi moderni creò la prima industria moderna, dandole a fondamento la proprietà e la libertà», SCHULZE-GAEVERNITZ, op. cit., pag. 27. Vedi anche : BEIN, Die Industrie des Voigtlandes, II, pag. 40-45 e 73-86. Gli economisti liberali ed ottimisti ci hanno fatto fare una vera scorpacciata del principio che l’industria del cotone ha prosperato perché godette condizioni iniziali di libertà. Con un poco di matematica in più essi sono sempre la gazza definitiva di Lassalle, la quale, ripetendo un numero sterminato di volte libertà, era il prototipo del perfetto economista).
È certo però che da quelle invenzioni data lo sviluppo dell’industria cotoniera.
Un quadro suggestivo lo mostrerà (HOBSON, op. cit., pag. 61):

SVILUPPO DELLA INDUSTRIA DEL COTONEE DELLE RELATIVE INVENZIONI MECCANICHE.

ANNO – – Cotone importato lb. – – Anno – INVENZIONI

1730 – – – – – – 1.545.000 – – – – – – – – – – 1730 – – Cilindro perfilare di Wyat.

1741 – – – – – – 1.645.000 – – – – – – – – – – 1748 – – Macchina per cardare di Paul.

1764 – – – – – – 3.870.000 – – – – – – – – – – 1764 – – La Jenny per filare di Hargreaves. Pressa per stampare il cotone.

1768—— Telaio per filare di Arkwright.

1771 – – – – – – 4.764.000 – – – – – – – – – – 1771 – – Invenzione per cardare e filare di Arkwrigt e Crompton.

1785 – – – – – – 18.400.000 – – – – – – – – – 1785 – – Telaio per tessere di Cartwright.

1813 – – – – – – 51.000.000 – – – – – – – – – 1813 – – Macchina di Horrok per apparecchiare le stoffe.

1841 – – – – – 489.900.000 – – – – – – – – – 1841 – – Invenzioni di Bullough e Robert. Ring-spinning adottato negli Stati Uniti.

Col 1841 comincia un periodo di calma per la tecnica della produzione dei tessuti di cotone.
Si fanno progressi qua e là; si perfezionano certe parti delle macchine; si costruiscono opifici in condizioni più convenienti di prima ; ma l’opera delle grandi invenzioni é chiusa. Il tecnico intesso è
convinto che nulla di essenzialmente nuovo possa inventarsi. Ricomincia il periodo della routine, e noi vedremo appresso quale singolare influenza questo fatto – che ha un’origine puramente tecnica – eserciterà sull’articolazione della società capitalistica e in che modo ne determinerà i destini.
Accade nel campo delle industrie quello che é accaduto nel campo della strategia militare. In un certo senso i sistemi napoleonici, più o meno perfezionati dai tedeschi, sembrano aver detto l’ultima parola in fatto di arte bellica. Lo stesso deve dirsi della tecnica delle industrie tessili ; e la medesima verità sembra essere dimostrata anche dalle altre industrie che si assoggettano al metodo meccanico. Cinematicamente ed economicamente il macchinismo non è capace di uno sviluppo infinito. Questo rapido sviluppo dell’industria del cotone era, naturalmente, dovuto alla continua
diminuzione del costo del prodotto. Il Gaevernitz segna queste cifre:

Prezzo di una libbra di filato N.40 – – – – – – – – – – – – – Prezzo del cotone 18 once

1779 – – – – – – – – 16,0 – – – – – – – – – – 2,0

1830 – – – – – – – 1,2 1/2 – – – – – – – 0,7 3/4

1860 – – – – – – – 0,11 1/z – – – – – – – 0,6 7/8

1882 – – – – – – – 0,10 1/2 – – – – – – – 0,7 1/8

1892 – – – – – – – 0,7 1/4 – – – – – – – 0,4 7/8

Lo stesso deve dirsi per i numeri fini : una libbra di filati No 100, che nel 1830 costava ancora 3 scellini e 4 1/2 denari, nel gennaio 1892 si vendeva sino a 16 1/2 denari. Negli anni dal 1880 al 1885, che per i filatori non furono per nulla cattivi, la differenza per libbra fra cotone e filato era in media di soli 3 1/2 di danaro, mentre tra il 1830 e il 1840 il doppio (ad esempio, nel 1830, 6 1/3 denari per il No 40) era tenuto come differenza non rimuneratrice. E lo stesso vale pure per la tessitura, benché il paragone tra il prezzo del filato e quello del tessuto, per il forte e vario appesantimento di molti tessuti con materie estranee e per altri motivi, é più difficile. Ad ogni modo non si sbaglia se anche per questo ramo d’industria si calcola una diminuzione delle spese di produzione di circa la metà (SCHULZE-GAEVERNITZ, op. cit., pag. 56. Confronta ELLISON, Cotton Trade, pag. 61).
Bisogna però aggiungere che nel corso del secolo il prezzo del cotone greggio é molto diminuito. La messa in coltura di immensi territori agli Stati Uniti, al Brasile, in Egitto, il perfezionamento dei metodi di coltura e soprattutto il ribasso dei trasporti hanno portato a questo felice risultato che una libbra di cotone costa ora cinque volte meno che 120 anni addietro (E. CAUDERLIER, Evolution économique au XIX siècle, 1903, pag. 32).

Naturalmente tutti i rami connessi alle industrie tessili furono sovvertiti e rapinati dal macchinismo. Imbianchimento, stampa e coloritura delle stoffe divennero rami dell’industria meccanica. Poi caddero nella sfera di azione del macchinismo industrie che se ne erano tenute lontane. La invenzione della macchina -per cucire sottrae la cucitura all’opera delle mani. La calzoleria si dimostra facilmente riducibile a metodi meccanici, resistendo solo all’introduzione delle macchine mercé l’enorme buon mercato del lavoro umano. L’arte delle conserve alimentari passa dall’abilità domestica della buona madre di famiglia all’industria della grande fabbrica.

Le grandi scoperte della chimica aprono il campo delle industrie a produzioni prima o neglette o curate soltanto da poche persone e per bisogni ristretti.
Il ritrovamento della guttaperca crea di botto tutta una serie di svariatissime industrie. Seguono raffinerie di zucchero, fabbriche di birra, distillerie, oleifici, ecc.

Ma come si vede, qui: siamo già giunti al margine fra le industrie trasformate dal meccanismo e industrie create dalle nuove scoperte o invenzioni. Infatti la possibilità di esistenza di talune di queste industrie é connessa all’uso di una forza nuova : il vapore. Ora finché si tratta di industrie che già prima della introduzione del meccanismo erano avviate, può nascere il problema della influenza che la sostituzione del metodo produttivo ha esercitato sulla domanda di lavoro ; ma se non studiamo anche lo stesso problema in relazione alle nuove industrie create dal sistema meccanico noi non possiamo esattamente apprezzare l’influenza che questo sistema ha esercitato sulla domanda complessiva di lavoro esistente nella società.

Il Cooke-Taylor ha molto elegantemente enunciata la legge di evoluzione dell’industria del ferro rispetto all’industria del cotone, anzi alle industrie tessili, in generale, dicendo che nelle industrie tessili si parte dalle invenzioni delle singole macchine e si giunge alla scoperta di un motore ; mentre nella metallurgia si batte un ordine inverso, poiché si parte dalla scoperta di un motore per giungere alle singole invenzioni (COOKE-TAYLOR, Modern Factory System, pag. 114). Non sono le singole invenzioni che inducono alla scoperta di un motore, ma é il motore che cerca di adattare a sé le successive invenzioni.

Originariamente l’industria del ferro era esercitata quasi esclusivamente nelle vicinanze delle miniere e dove era disponibile per le operazioni di fusione il combustibile vegetale. « Sino alla metà del secolo scorso, dice il Jevons, il ferro si otteneva col carbone di legno e una regione arborea era necessariamente la sua sede. Carbone era il nome comunemente adoperato per indicare il carbone di legna ; il carbone minerale essendo designato come sea-coal (carbon fossile trasportato d’oltre mare).
Carbonaio si chiamava allora l’operaio che tagliava la legna, l’ammucchiava, la bruciava e trasportava poi il carbone a dorso di cavallo sino alla forgia o all’officina di fusione, situata generalmente in qualche vallata, dove un rivo d’acqua metteva in movimento il soffietto e il martello» (W.STANLEY JEVONS, The Coal Question, London, 1865, pag. 276. Per tutto ciò che si riferisce all’industria del ferro : HARRY SCRIVENOR, A comprensive history ol the iron trade, London,1941).

Si capisce facilmente che non c’erano da farsi soverchie illusioni sul possibile sviluppo della metallurgia, poiché si sarebbero presto devastate le superbe foreste dell’Inghilterra se si avesse dovuto svolgere un’industria metallurgica di grande stile, essendo il carbone fornito dalla legna. In tutto il XVI e il XVII secolo notiamo tracce di tentativi per ottenere le fusioni del ferro per mezzo del carbon fossile ; ma i tentativi restano senza successo. Soltanto la scoperta del vapore permise di utilizzare il carbone come mezzo per ottenere le fusioni del ferro. Nota a questo proposito lo Jepons : « È questo un esempio significativo della forza del calore e della interdipendenza delle arti. Usato in questo meccanismo (pompa a vapore), come una sorgente di forza, esso permise di utilizzare il carbone nella fornace della fusione. E questo é un caso tipico dell’industria del ferro, come di altre industrie, al giorno d’oggi; perché la nostra industria del ferro, in tutto il suo sviluppo, dipende dal carbone per la forza motrice, come per il combustibile nella fornace» (W. STANLEY JEVONS, op. cit., pag. 290). 

Così la macchina a vapore creava di botto la possibilità di utilizzare il carbon fossile per la fusione del ferro e dava un tale impulso alla metallurgia, da potersi considerare come una vera creazione questo ramo dell’industria contemporanea (Dal nostro punto di vista é superfluo indagare se veramente gli antichi conobbero la macchina a vapore.
BECKMANN (History of Inventions, vol. II : art. Steamengine) crede che Ero di Alessandria, vissuto il 120 a. C., abbia lasciata la descrizione di una perfetta macchina a vapore).

La storia della macchina a vapore è stata fatta tante volte che non vale più la pena di ripeterla. Sappiamo che l’invenzione di Newcomen, perfezionata da Watt (Vedine la storia in SCEIVENOR, History of the iron trade, pag. 91 e seg.), fu dapprima usata per il prosciugamento delle miniere, poi trovò una larga applicazione nella metallurgia. Così in due diversi modi questa invenzione creava una ricchezza, che sinora gli uomini non avevano avuto a loro disposizione e nello stesso tempo una domanda di lavoro, che il vecchio sistema manifatturiero non avrebbe potuto mai presentare. Talché nell’ora stessa in cui la concorrenza che la semplice macchina operatrice muoveva alle braccia dell’uomo faceva strage in mezzo ai lavoratori, disoccupandone ogni giorno una massa maggiore ; la macchina motrice apriva all’impiego delle braccia campi sinora nemmeno sognati e con le infinite possibilità di sviluppo che sembravano celarsi nel suo seno, distruggeva la minaccia contenuta nella adozione del sistema meccanico per gli operai. La macchina a vapore impiegata per prosciugare le miniere rendeva possibile lo sfruttamento dei vasti depositi carboniferi europei e col basso costo del combustibile minerale rendeva facile l’incremento dell’industria del ferro. Né basta, ché la stessa produzione della macchine era legata alla scoperta del motore a vapore, il quale poteva compiere con regolarità e precisione il lavoro richiesto alla produzione della forza.

Una delle maggiori difficoltà che si incontrarono sugli inizi del sistema delle macchine fu la necessità di servirsi delle stesse mani dell’uomo e della divisione del lavoro per costruirle. Narra il dottor Ure che un distinto meccanico di Manchester gli avrebbe detto come egli non volesse allora costruire macchine a vapore, perché i suoi mezzi lo avrebbero costretto a ricorrere all’antico metodo della divisione del lavoro, ma che egli si proponeva di dedicarsi a questo ramo d’industria sempre che avesse avuto gli apparecchi opportuni per introdurre anche nella produzione delle macchine il sistema automatico (URE, op. cit., « Biblioteca dell’ Economista», pagina 27.).

Col sistema della gradazione nel lavoro bisognava mettere a un tirocinio di parecchi anni gli operai, prima che l’occhio e la mano diventassero abbastanza abili per compiere certi sforzi ; ma secondo il sistema che decompone un’operazione nei suoi principii costituenti, e ne affida tutte le parti all’azione d’una macchina automatica, si possono affidare queste medesime parti a persone dotate di un’ordinaria capacità, dopo averle sottoposte a una breve prova; si può anche, in caso d’urgenza, farle passare da una macchina all’altra a volontà del direttore. La macchina a vapore creava la metallurgia, sviluppava l’industria mineraria – aprendo campi nuovi al lavoro umano – ma doveva poi interamente rivoluzionare l’industria dei trasporti, tanto terrestri che marittimi.

Lo sviluppo, dovuto al vapore, dei mezzi di trasporto e di penetrazione, mise tutti gli uomini in rapporto fra di loro e creò il mercato universale.
Un colpo d’occhio alle due tabelle che seguono mostra in quali proporzioni l’industria dei trasporti si é estesa (CAUDERLIER, op. cit., pag. 156)

SVILUPPO DEI MEZZI DI TRASPORTO NEL XIX SECOLO.

Marina (merci in tonnellate) Anni – – – – Battelli a vapore – – Velieri – – – – – – Totale

1816 – – – – – – 1.500 – – – – – 3.415.100 – – – – – -3.410.600

1830 – – – – – 30.200 – – – – – 4.016.000 – – – – – – 4.040.200

1840 – – – – – 97.000 – – – – – 4.556.000 – – – – – – 4.653.000

1850 – – – – 216.800 – – – – – 6.983.900 – – – – – – 7.200.700

1860 – – – – 764.600 – – – – 10.712.000 – – – – – 11.476.600

1870 – – – 1.109.100 – – – – 12.352.600 – – – – – 14.061.700

1880 – – – 4.745.700 – – – – 12.267.500 – – – – – 18.013.000

1890 – – – 8.286.747 – – – – 10.540.051 – – – – – 18.826.798

1900 – – 12.165.251 – – – – – 8.347.596 – – – – – 20.512.877

Come si vede, l’incremento maggiore si é avuto nei trasporti a vapore.
I battelli a vela hanno avuto anch’essi una certa espansione proporzionale allo sviluppo del traffico, ma ci vuol poco a capire che l’incremento avutosi nella navigazione a vela é un risultato dello sviluppo del traffico e della espansione del mercato, entrambi effetto della introduzione dei nuovi
sistemi produttivi. Ma i trionfi maggiori della nuova tecnica si ebbero nei trasporti ferroviari.

FERROVIE (chilometri in esercizio)

1830 – – – – – – – 195

1840 – – – – – – 7.712

1850 – – – – – 38.592

1860 – – – – 107.915

1870 – – – – 206.651

1880 – – – – 370.978

1890 – – – – 607.925

1900 – – – – 790.570

Così la grande industria investiva tutti i rami della produzione e passava di paese in paese, dominando per vie dirette o indirette la produzione medesima. Certo non dappertutto il movimento si manifestava nelle stesse maniere, come non dappertutto esistevano le condizioni storiche e sociali che permettevano il primo dispiegarsi delle grande industrie, ma innanzi di accennare alla paria maniera con la quale questo movimento si compì, noi dobbiamo vedere in che modo accadeva che col trionfo della grande industria si avesse un trionfo inatteso del capitalismo.

Sino a questo momento il capitale aveva dovuto lottare a fatica per impadronirsi della produzione. Il suo campo trincerato restava sempre la sfera dello scambio.
Solo come fornitore di materia prima o come venditore dei prodotti finiti riusciva a conservare la sua predominanza. Per necessità di cose il capitale era costretto a preferire gli impieghi commerciali o bancari. Quando dalla sfera dello scambio intendeva passare alla sfera della produzione s’incontrava
nella volontà riottosa del lavoratore. Per quanto innanzi spingesse la divisione del lavoro e la cooperazione dei lavoratori, sempre il manifattore indipendente poteva tenerlo in scacco e produrre alle stesse condizioni di lui.

L’impotenza produttiva del capitale in nessun modo rifulge meglio che in questo stadio economico. Si vede che il capitale, come ricchezza indifferenziata, non conferisce alla produzione nessun vantaggio. Come sempre, esso ricava i suoi guadagni da qualche condizione di monopolio in cui riesca a porsi.
Purtroppo le scoperte tecniche della nuova epoca – quelle scoperte tecniche a cui si doveva l’enorme accrescimento del prodotto della società – dovevano porre il capitale su di un piedestallo, dal quale il lavoratore non sarebbe riuscito più a farlo scendere.

L’ alto costo delle nuove macchine spostava dalla parte del capitale il predominio economico. Quelle ricchezze inoperose, che si erano venute accumulando nel corso del processo storico, con lentezza più o meno grande, trovavano adesso un campo dove investirsi. La macchina conferiva subito un monopolio rispetto al lavoratore e al produttore indipendente. Il capitalista sapeva
bene che producendo secondo i nuovi sistemi, il più basso costo del proprio prodotto gli avrebbe permesso di sottrarre ai produttori indipendenti, ai manifattori delle più varie specie, i loro clienti («
Capitalism obtained a footing and held its ground in the cloth trade, because of the facilities which the wealthy man enjoyed for purchasing materials, or for meeting the market The invention of mechanical appliances for the textile trades gave a still greater adpantage to the richer employer, as compared with the domestic weaver », CUNNINGHAM, The growth of english industry in modern times, vol. III, pag. 614 e seg.
).

Il meccanismo segna l’epoca del trionfo del capitalismo nella produzione.
Data infatti dal sistema automatico l’assoggettamento della produzione -rimasta sinora aperta ai manifattori indipendenti al capitale. Ma col macchinismo divien necessario adottare anche altri sistemi di gestione industriale. Bisognava abbandonare completamente la tradizione. Occorrevano uomini nuovi, gente che comprendesse le nuove esigenze industriali. Sorse così la classe degli
imprenditori, i quali toglievano a prestito i capitali dalla gente ricca del loro paese e li investivano nelle industrie (« The most vital changes hitherto introduced into industrial life, centre around this growth of business UNDERTAKERS », A. MARSHALL, Principles of Economies, 25 ed., pag. 37).

Gli imprenditori organizzarono il nuovo sistema produttivo e regolarono i rapporti della fabbrica. I capitalisti si limitavano a percepire gli interessi del loro capitale; anzi nacque così la differenza fra l’interesse puro del capitale e il profitto dell’imprenditore. Il profitto dell’imprenditore era la differenza che restava dal prodotto netto, dopo pagati gli interessi del capitale. Si farneticò dopo se fosse il compenso del lavoro di direzione o del rischio che l’imprenditore si assumeva. Lì per lì, quando il sistema nacque, evidentemente le cose dovettero essere considerate in altro modo. L’imprenditore era colui che aveva fiducia nel nuovo sistema e vantava evidentemente un diritto a goderne i vantaggi maggiori. Quanto al capitalista, esso si limitava a impiegare capitali forse nelle sue mani inoperosi.

Marshall dimostra che la fortuna dell’Inghilterra industriale é nata appunto dalla esistenza di questo ceto di persone, le cui origini si possono rintracciare fin nel secolo XVI, all’epoca della trasformazione agricola.

Ma adesso noi comprendiamo da quale intreccio di circostanze derivasse il successo industriale dell’Inghilterra. Non soltanto questo paese aveva già accumulato, con lo sfruttamento delle colonie e col monopolio navale, vaste masse di capitali, ma esso possedeva un ceto di persone, come il ceto degli imprenditori, capace di utilizzare queste ricchezze e comprendere l’importanza dei nuovi sistemi produttivi. La misura diversa con la quale la grande industria ha fatto la sua comparsa nei vari paesi, deriva dunque non soltanto dalla disuguale importanza del punto di partenza della evoluzione economica, ma anche dalla mancanza di questo ceto medio colto e intraprendente, che si é messo al lavoro di sfruttare i nuovi sistemi produttivi. Ma l’Inghilterra dovette una simile fortuna al precoce dissolversi nella costituzione feudale del suolo ed alla introduzione del sistema degli affitti (V. MARSHALL, I OC. cit., pag. 38; e OCHENKOWSKI, Englands wirthschaftliche Entwickelung, pag. 112), dove invece, sul continente, il perdurare dei vincoli feudali e il tardivo apparire dei liberi sistemi di coltura soffocò i germi di una classe media intraprendente e ardita ( La questione dei paesi nuovi, che non hanno dietro sé una storia, è assolutamente diversa. Qui l’elemento energico della popolazione è il risultato della emigrazione. Inoltre in questi paesi la storia economica nasce con i nuovi sistemi e pertanto manca la lotta fra il vecchio e il nuovo sistema economico.
Ecco perché si deve considerare fallito il tentativo del Loria di illustrare la storia dei paesi vecchi con le vicende dei nuovi. Inutile aggiungere che nella dotta economia italiana, il Loria ha folle di discepoli).

Quando noi ci domandiamo perché il sistema della grande industria ha avuto una così varia fortuna nell’Europa continentale : trasferendosi presto in Francia, ma non riuscendo a sgominarvi la manifattura e la produzione domestica, che ancora adesso vi prosperano ; più tardi in Germania,
ma ottenendovi un pieno e felice successo, che di anno in anno diventa maggiore ; facendo apparizioni fugaci e locali nei paesi meridionali, più refrattari a questo sistema, e nei paesi slavi, che non posseggono visibilmente una grande simpatia per i nuovi sistemi tecnici; la risposta sarà data – oltre che dalle tradizione del lavoro locale – dal confluire o meno delle due circostanze principali che hanno radicata in Inghilterra la grande industria : i precedenti accumuli di ricchezza inoperosa e l’esistenza di un ceto medio energico e ambizioso (Sullo sviluppo della grande industria in Europa KOLB, Conditions of Nations, pag. 617 e seg.).

L’ultima conquista della macchina si compì nell’agricoltura. All’introduzione del sistema della macchina nell’agricoltura si opponevano certi
limiti naturali. La fabbrica era fatta essa per la macchina, che nell’opificio industriale rappresentava la parte principale; invece nell’agricoltura la macchina doveva adattarsi all’ambiente esterno. La macchina industriale, domiciliata generalmente in città, era vicina a un opificio di riparazioni ; mentre la macchina agricola, posta al lavoro lungi dai centri abitati, era assai meno facilmente riparabile. Si aggiungevano difficoltà di natura economica.
Rispetto all’industria l’agricoltura meccanica é aggravata dal maggior costo nascente dalla limitazione dei periodi produttivi, coincidenti con i periodi dei lavori agricoli ; di modo che la macchina agricola debba restare inoperosa per un lungo periodo. Di fronte a tutte queste condizioni sfavorevoli sta altresì il fatto che la macchina agricola é molto più delicata e complessa della macchina industriale, mentre deve essere affidata a un ceto meno colto dei lavoratori dell’industria, e perciò ne diviene più rischioso l’uso. Costoso il trasporto, inoltre per la maggior distanza dal centro di fabbricazione, si vede come alla «meccanizzazione» dell’agricoltura si oppongano ostacoli della maggiore gravità. Ciò non pertanto anche in questo ramo dell’attività economica il sistema della macchina ha tendenze a diffondersi.

Per la Francia possiamo confrontare i dati di tre decenni
– – – -1862 – – – – – – – 1882 – – – – – – – – – – – 1892

Macchine a vapore e loco- mobili agricole – – – – – – – 2.849 – – — – 9.288 – – – – – – – – -12.037

Trebbiatrici – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 100.733 – – – – – – – 211.045 – – – – – – – 234.380

Seminatrici – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 10.853 – – – – – – – – 29.391 – – – – – – – – 47.193

Falciatrici – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 18.349 – – – – – – – – 35.172 – – – – – – – – 62.185

Nei modi in cui è possibile, l’agricoltura partecipa a movimento verso il sistema automatico. Qui appresso si riportano le cifre che si riferiscono all’Impero tedesco

ANNO – – – – – – – – – – – – – – – – – – – -1882 – – – – – – – – – – – – – 1895

Aratro meccanico – – – – – – – – – – – 836 – – – – – – – – – – – – -1.639

Seminatrici – – – – – – – – – – – – – – 63.843 – – – – – – – – – – – -20.673

Falciatrici – – – – – – – – – – – – – – – 19.634 – – – – – – – – – – – – 35.084

Trebbiatrici a vapore – – – – – – – 75.690 – – – – – – – – – – – 259.069

Altre trebbiatrici – – – – – – – – – – 298.367 – – – – – – – – – – 596.869

L’aumento é generale presso tutte le specie di macchine, tranne le seminatrici, che del resto sono state sostituite dalle perforatrici. Il Kautsky, a quale togliamo in prestito questi dati, opina addirittura che la «meccanizzazione» dell’agricoltura abbia proceduto con maggiore rapidità dell’industria.
Confrontando i saggi di accrescimento delle macchine a vapore nell’industria e nell’agricoltura dello Impero tedesco, egli trova che il numero delle macchine a vapore impegnate nell’agricoltura é cresciuto dal 1879 al 1879 del 470 %, mentre il saggio di accrescimento nell’industria é stato del
206 % ; e tenendo conto della forza cavalli, l’incremento nell’agricoltura é stato del 546 % e nell’industria é stato del 302 %. In ogni caso l’agricoltura si sarebbe dimostrata straordinariamente docile ad accogliere i nuovi metodi produttivi (K. KAUTSKY, Die Agrarfrage, Stuttgart, 1899, pag. 38 e seg.).

Il Perels così riassume i vantaggi dell’agricoltura a vapore di fronte dell’agricoltura a forza animale
« È cosa indubbia e da nessuna parte contestata che il lavoro dell’aratro a vapore è di gran lunga superiore al lavoro dell’aratro a forza animale. Il miglior lavoro dell’aratro a vapore si dimostra con la
maggiore sicurezza del raccolto e con la sua abbondanza ; ciò é dimostrato soprattutto dove l’aratro a vapore é stato adoperato per lunghi anni. Un altro vantaggio dell’aratro meccanico consiste nel poter cominciare per tempo il lavoro dei campi e nel poterlo terminare prima dello autunno inoltrato. Subito dopo il raccolto e cioè in un’epoca in cui la maggior parte dei coltivatori non hanno né animali, né lavoratori, si può cominciare il dissodamento…. Nell’autunno inoltrato, quando altrimenti il lavoro dovrebbe interrompersi, l’aratro a vapore lavora senza gran difficoltà, di modo che la preparazione del terreno può aversi prima del cominciare dell’inverno. E questo vantaggio ha una grande importanza specie nei paesi dove si ha un precoce inverno» (PERELS, Die Anwendung der
Dampfaraft in Landwirtschaft, pag. 307 e segg. ).

Bisogna aggiungere che vi sono culture possibili solo con l’aratro a vapore.
Noi già vedemmo, parlando dell’industria, che la macchina non si limita a sostituire il lavoro dell’uomo, ma si svolge su di un campo dove spesso non giunge il lavoro dell’uomo. Anche nell’agricoltura avviene qualcosa di simile. Il trifoglio, la barbabietola, la patata, culture eminentemente capitalistiche, non prosperano e non dànno alti rendimenti capitalistici, se non quando si ara profondo, ciò che si ottiene solo con l’aratro a vapore. Queste culture da un certo punto in poi, sono dunque legate allo sviluppo delle macchine agricole.

Ciò non pertanto l’agricoltura meccanica trova un ostacolo alla sua diffusione nel basso costo del lavoro agricolo, che riesce a muovere una fortunata concorrenza all’introduzione della macchina. Gli Stati Uniti sono il paese dove l’agricoltura meccanica si é più largamente diffusa perché appunto in quel paese le braccia disponibili sono minori della domanda e il prezzo del lavoro umano assai alto. In questo paese il vantaggio che il lavoro é riuscito a conservare di fronte al capitale spiega la facile diffusione che vi hanno trovato i sistemi meccanici e il meno grave colpo inflitto alle classi lavoratrici, le quali, anche col sistema meccanico, hanno conservato il presidio dello scarso numero e delle conseguenti alte rimunerazioni.

Il capitalista (affittavolo) che introduce i metodi perfezionati di coltura non certo per amore del progresso tecnico, ma in vista di conseguire un buon rendimento, se ne astiene dovunque può avere a sua disposizione masse contadine piegate dalla miseria e dall’ignoranza. E d’altra parte porre nelle
mani di un contadino ignaro il perfezionato strumento di cultura significa non già cercare un buon rendimento per il proprio capitale, ma tentare esperimenti disastrosi. Le osservazioni ben note sul lavoro degli schiavi trovano esatto riscontro nelle condizioni del lavoro dei contadini più miseri e ignoranti. La loro miseria decreta l’arresto dello sviluppo di tutta la società e finisce col rovinare le stesse classi capitalistiche; curiosa vendetta della natura !

(Continua)
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