Di Arturo Labriola (1910) 

Capitolo 6

Mestiere, Manifattura e Macchinofattura

Se il capitale entrando in rapporto con la produzione non avesse dato luogo a un radicale mutamento delle condizioni tecniche in mezzo a cui il lavoro si svolge, quella prima forma di società Capitalistica sarebbe stata altrettanto immobile ed uguale a sé stessa quanto la società del mestiere indipendente.
Ma all’istante in cui il capitale investiva la sfera della produzione, le circostanze medesime che rendevano proficuo l’impiego del capitale nella manifattura, e cioé : il mercato unitario e la separazione del consumatore dal produttore immediato, facevano apparire la possibilità di utilizzare un vecchio ritrovato dell’ingegno umano, ma che sinora era stato frutto puro dello spirito inventivo e della ragione astratta: intendiamo dire la macchina. Questa era antica quanto la stessa umanità («Tutti i popoli quando compaiono sulla scena della storia, sono già più o meno provvisti di macchine, per quanto imperfette». F. REULEAUX, Cinematica teorica, trad. it., 1874, pag. 180) ; anche la sua applicazione industriale non era nuova, ma la sua adozione come mezzo economico normale, come mezzo di produzione comune capace di sostituire il braccio e l’occhio di un uomo perfettamente padrone del proprio strumento, aveva dovuto aspettare secoli prima di diventare realtà. Ma da quel momento un fattore di rinnovamento continuo si era introdotto nella economia.

Possiamo anzi dire che data dalla introduzione della macchina nel processo produttivo corrente la trasformazione completa della nostra società.
Le stesse contingenze del mondo capitalistico contemporaneo, che ci appaiono più remote dai misteri e dai processi della macchina, risentono le influenze e riflettono le esigenze della trasformazione produttiva realizzata dal sistema della macchina. Ma per comprendere a pieno in che cosa esse consistono e per quali occulte e intrecciate vie la macchina si foggiasse un sistema
economico conforme alle sue esigenze, noi dobbiamo fugacemente accennare al rapporto in cui il lavoratore si può trovare rispetto allo strumento del proprio lavoro e perché la natura economica dello strumento reagisca sulla forma dei rapporti sociali. L’Economia accademica deve acconciarsi a farsi insegnare ancora una volta in che modo i metodi scientifici indicati da Marx possono utilmente concorrere alla soluzione dei più importanti problemi della scienza economica contemporanea; non sarà questa la prima, ma nemmeno l’ultima volta.

(È curioso però notare che mentre gli economisti affettano un’aria di sufficienza sull’opera del Marx, gli scienziati sul serio, come il Reuleaux, ritrovino spontaneamente quasi tutti i principii posti dal Marx circa gli effetti sociali del sistema delle macchine ! Vedere op. cit., cap. VI, § 137).

Lo strumento é un mezzo che l’uomo interpone fra sé e la materia sulla quale opera. Può essere più o meno complicato, ma deve sempre avere queste due qualità : 1. deve essere maneggiato direttamente dall’uomo, cioé ricavare dall’uomo la forza direttrice; 2. dipendere interamente dalla sua volontà, talché l’uomo non sia legato alle conseguenze del movimento impresso se non soltanto per quell’unico atto e possa variare i risultati, nei limiti della efficacia e dello scopo dello
strumento, col variare dei moti che gl’imprime. Evidentemente con una lama non s’inchioda, ma si taglia; il taglio però é più o meno profondo, il colpo del martello più o meno pesante, secondo la
mutevole volontà dell’uomo; l’effetto dell’atto è individuale. 

Una macchina invece é uniforme nei risultati. Anche mossa dalla mano dell’uomo, essa compie sempre lo stesso movimento per il quale é stata fabbricata e non un altro. L’adattamento della volontà mutevole all’atto successivo non é più possibile. Quella macchina produrrà sempre quegli effetti e per quella determinata quantità. Gli strumenti, dice uno scrittore, non fanno che prolungare le mani, anzi le varie parti del corpo in genere. Essi servono o per attirare una forza maggiore o per esercitare una forza più acconcia o per imprimere una data forma (ALB. FRANZ LABRIOLA, Tecnica ed economia, Napoli, 1894, pag. 4).

La complicazione degli strumenti non va oltre un dato segno. Un martello, una sega, uno scalpello, un coltello, ecc. possono aver fogge, grandezze e composizione diversa, ma si capisce che si resta sempre in certi limiti. L’importanza dello strumento é sempre subordinata di fronte al lavoratore, la cui forza, la cui volontà, la cui cultura, il cui genio anche se si vuole, sono sempre la cosa più rilevante. Inoltre gli effetti di una produzione condotta a mezzo di strumenti dipendono in parte assolutamente insignificante dalla perfezione dello strumento. Le qualità dell’uomo hanno il primo
posto. Dice il Reuleaux : «Taluni tessuti indiani, per esempio, di finezza e bontà eccezionale, si ottengono su telai imperfettissimi, ma l’abilità della mano del tessitore sostiene una parte importantissima in tutta la loro fabbricazione » (REULEAUX, Op. Cit., pag. 179). 

E’ chiaro che un sistema tecnico nel quale dobbiamo affidarci all’abilità del lavoratore o nel quale la qualsiasi abilità del lavoratore ha più importanza dello strumento – a meno che la legge non agisca per mezzo di artifici esterni – conferisce una posizione vantaggiosa al lavoratore, per lo meno altrettanto vantaggiosa quanto quella di qualsiasi altra unità economica.
Inutile ricordare che il mestiere indipendente si asside su un sistema di produzione tecnica, nel quale l’abilità e la forza personale del lavoratore hanno il primo posto.

Tuttavia questo elemento personale può essere, se non distrutto, notevolmente attenuato grazie alla cooperazione. Che cosa é la cooperazione ? Risponde Marx : «Quando molti lavoratori funzionano assieme con uno scopo comune nello stesso processo di produzione o in processi diversi, ma connessi, il loro lavoro assume la forma cooperativa» (MARX, Kapital. I, pag. 289).

Praticamente parlando, le basi tecniche della produzione indipendente non sono rimosse. Abbiamo un lavoratore padrone dei processi della produzione e arbitro loro, e strumenti relativamente semplici ; ma questi lavoratori non sono più separati. La loro unione é dovuta all’intervento di un fattore estraneo ai lavoratori : il capitale. È stato il capitale che ha riunito i lavoratori. Noi abbiamo già visto sotto l’influenza di quali elementi il capitale ha potuto procedere alla combinazione dei lavoratori.
La legge ha agito dall’esterno obbligando i lavoratori ad entrare nella fabbrica, ma siccome non ha distrutto il riparo della loro indipendenza naturale, la forte importanza del lavoro rispetto ai mezzi del lavoro, non ottiene la loro subordinazione se non a patto di una coazione continua, alla quale il lavoratore non manca di rispondere con rivolte non meno continue. Ma pur sempre la cooperazione, cioé il puro e semplice fatto della congregazione dei lavoratori indipendenti per uno stesso processo di lavoro (sollevare un peso, edificare una casa, tessere, ecc.) potenzia ed accresce la produttività di questi lavoratori, anche quando non appaia una divisione del lavoro. Il lavoro in comune é un lavoro più produttivo.

Ora nella sua forma elementare il lavoro in comune si compie sotto lo stimolo di un interesse capitalistico.
La maggior produttività di esso é riferita al capitale, mentre in fondo si tratta di una qualità tecnica del lavoro, tale che si sviluppa anche quando manca il motivo capitalistico, come dimostra il lavoro carcerario.
Il teorico non vede altro e così comincia a formarsi l’illusione ottica della produttività del capitale. Ma si vede, ad ogni modo, che appare una quantità nuova : la maggior produttività del lavoro per
il puro e semplice fatto dell’associazione dei lavoratori. Così appena il capitale entra in contatto con la produzione, l’indipendenza originaria dei lavoratori appare diminuita. Il lavoratore però non sente troppo fortemente questa limitazione, che esso può rimuovere appena lo voglia, trasferendosi a un opificio personale, facile a stabilirsi dato il tenue costo dei mezzi di produzione.

Si capisce che il capitalista non si accontenta di questa sua prima vittoria riportata sull’operaio. Con il fiuto che lo distingue, esso non tarda ad accorgersi che la società gli offre il modello di un processo della divisione del lavoro, per effetto del quale la produttività del lavoro riesce accresciuta e accresciuta non meno la dipendenza del lavoratore. Non si tratta, in fondo, che di trasportare nell’officina e di attuare in ogni singolo mestiere quella divisione del lavoro che già esiste fra mestiere e mestiere.
I risultati non potranno esser dubbi. L’efficacia del lavoro sarà maggiore.
Certamente il prodotto di una combinazione coi lavoratori che lavorano in obbedienza al principio della divisione del lavoro e della specializzazione delle attribuzioni sarà maggiore di una combinazione pura e semplice.

Il principio, anche in questa sua seconda forma, é tutt’altro che nuovo e bisogna guardarsi bene dal supporre che ne tocchi al capitale la scoperta.
Naturalmente l’efficacia del lavoro diviso era nota anche ai produttori indipendenti, ma si opponeva ad introdurre questo principio lo stesso processo della produzione indipendente, che rendeva impossibile attuare una cooperazione o una divisione del lavoro spontanea. Solo quando o lo Stato creava, come col sistema colbertiano, una specie di parziale servitù per i lavoratori, e quindi li gettava in balia dei capitalisti, o, essendo nata una popolazione di giornalieri privi dei mezzi di produzione, come vedemmo nell’ultimo capitolo, diventava possibile per il capitale assoldarli e aggregarli a un processo di divisione del lavoro; la divisione del lavoro poteva introdursi nelle industrie.

Quindi la combinazione produttiva che a primo aspetto sembrava un risultato dell’attività del capitale, si vede consistere in ultimo in una qualità naturale del processo tecnico, utilizzabile solo in un dato stato della popolazione.

Ma la divisione del lavoro colpiva l’indipendenza del lavoratore anche per una altra condizione che veniva creandosi. Lo strumento che vediamo adoperato nel mestiere indipendente é una specie di strumento buono a tutto.
Forare, tagliare, trapanare, battere, cucire, saldare, ecc. sono le operazioni tecniche fondamentali ; gli strumenti che si adoperano in tutti i mestieri sono ad un dipresso gli stessi. Questa loro semplicità li rende facilmente accessibili a tutti i lavoratori. La fusione del lavoratore con lo strumento del lavoro deriva in gran parte della stessa natura dello strumento. Ora se la divisione del lavoro accresce la produttività del lavoro, ciò non si deve solamente al fatto che per ogni uomo c’é una speciale funzione. Non é soltanto il muscolo che é capace di lavorare meglio con il solito strumento ; anche lo strumento é migliorato.
Si fa un passo innanzi nel senso di far perdere agli strumenti la loro forma comune. Ogni funzione avrà un lavoratore e uno strumento speciale.
Il mestiere indipendente avrà ancora una volta fornita l’esperienza della direzione nella quale si deve compiere la trasformazione dello strumento.
Il lavoratore indipendente conosce già che uno strumento buono a tutti gli uffici non può essere che uno strumento imperfetto, ma non può permettersi di mutarlo perché in effetti egli deve compiere lavori tecnicamente diversi, e uno strumento specializzato può essere, nonché di aiuto, di peso a un lavoratore non specializzato.

Anche qui scorgiamo la solita correlazione fra il lavoratore e lo strumento.
Non é il capitale che specializza lo strumento e il lavoratore, ma piuttosto il capitale trovasi in grado di sfruttare la possibilità di un lavoro e di uno strumento specializzato, mentre il produttore isolato é messo fuori questa possibilità. Marx aveva già richiamato l’attenzione del lettore su un passo di Darwin. Questo scrittore osserva che quando un organo compie più funzioni non é raro che si modifichi.
Si può ricavare da questo dato la conclusione che le modificazioni dello strumento comune sono un portato della esperienza dei vari uffici adempiuti da un tale strumento. Il capitale ha, per dir così, isolato i vari momenti dell’attività funzionale dello strumento e ne ha ricavato un certo numero di strumenti differenziati. Questa é stata la premessa tecnica delle macchine (dice : « La riunione di tutti gli strumenti semplici (evidentemente specializzati. – Nota) costituisce una macchina » Ma vedremo che la cosa non è poi tanto evidente).

Ma prima di vedere in che cosa consiste una macchina, ci conviene notare una particolarità della manifattura fondata sulla divisione del lavoro rispetto al capitale. Noi abbiamo visto che il capitale, nato fuori la sfera dell’economia vera e propria, partecipa successivamente al processo economico impossessandosi della sfera dello scambio. Il capitale partecipa all’economia dominando il commercio. Ma appena appare la manifattura le cose cambiano.
Già abbiamo notato come la stessa cooperazione semplice, esprimendo una produttività più alta dei singoli lavoratori individuali, appare intinta di pece capitalistica ; ma quando la divisione del lavoro trionfa nell’officina é giocoforza che il capitale segua il lavoro nell’officina.
La divisione del lavoro, respingendo ogni lavoratore a un ufficio parcellare, toglie al lavoratore individuale la possibilità di provvedere all’insieme dell’officina. La messa insieme dei prodotti parcellari e dei lavori individuali é opera di una mente che attua il piano della produzione. Ora questa mente é appunto il capitalista.
Per quanto la divisione del lavoro non sia una invenzione del capitale, perché é già ritrovata dal mestiere ; in ogni singola fabbrica, quella particolare divisione del lavoro che vi regna é mantenuta grazie al controllo e la pressione costante del capitalista. E chi, se non il capitalista, o il suo rappresentante, potrebbe rispondere dell’esatto funzionamento di quel particolare piano della produzione che si é adottato ?

Se non che anche per un’altra via la divisione del lavoro inchioda il capitalista.
La superiorità economica di un prodotto sull’altro, quando la macchina non é stata ancora introdotta, deriva dalle particolari attitudini del capitalista nelle manifatture. E’ la sua presenza che assicura la disciplina dell’azienda e la migliore utilizzazione degli strumenti. Il suo colpo d’occhio più o meno fortunato determina il successo dell’ azienda. Tutto ciò che di individuale presenta la manifattura, nel regime della divisione del lavoro, é opera del capitalista. Più tardi l’Economia, scambiando, come é suo costume, due distinti periodi storici, predicherà di tutto il capitalismo il caso di un momento storico transitorio e su questo equivoco più o meno consapevole edificherà tutto il suo edificio teorico. Ma la divisione del lavoro, tendendo ad uno sviluppo completo, preparava le basi della propria rovina tecnica, di un sistema produttivo superiore e di un complesso di fenomeni economici, al cui studio ora ci porremo.

Abbiamo detto che la divisione del lavoro preparava il terreno al sistema della macchina. Cominciamo dallo stabilire che cosa una macchina sia. «Una macchina, dice Reuleaux, é un insieme di corpi resistenti, disposti in modo da obbligare le forze meccaniche naturali ad agire secondo movimenti determinati» (REULEAUX, Cinematica teorica, trad. ital., 187, pag. 34. Il signor ALEX. KENNEDY (The Mechanic of Machinery, London, 1886, pag. 2) fa sua con molta disinvoltura questa definizione).

La divisione del lavoro già aveva cercato di avere movimenti determinati e precisi, specializzando gli uomini che li compivano, ma per quanto specializzati questi uomini fossero, i loro movimenti erano sempre imperfetti, il loro prodotto tradiva sempre le imperfezioni della mano e dell’occhio. Solo corpi resistenti, i quali non potessero agire se non soltanto nel senso voluto, trasmettendo
con i loro congegni l’impulso originario, potevano sciogliere questo problema.
Ed in che modo ci riuscirono le macchine ?

Per impedire che i corpi in moto compiano movimenti diversi da quelli desiderati bisogna che essi siano in contatto con altri corpi. Perciò le macchine non constano di elementi isolati, ma di coppie di elementi. Si pensi, per esempio, a un corpo inviluppante e un corpo inviluppato, alla vite e alla
madrevite, ecc. Per moltiplicare i movimenti degli elementi cinematici bisogna collegare in vario modo le coppie degli elementi. Il reciproco collegamento degli elementi di due coppie dà quindi luogo, in generale, a un’altra coppia di elementi, la quale può essere diversa dalle singole coppie
componenti. La meccanica applicata chiama catena cinematica una tale riunione di coppie di elementi : e il corpo risultante dalla riunione degli elementi di coppie diperse sarà un membro di questa catena cinematica.

In una catena cinematica ogni membro ha un solo movimento relativo rispetto a ciascheduno degli altri ; quando dunque si produce un movimento relativo nella catena, tutti gli altri membri sono costretti a compiere movimenti relativi determinati. Una catena chiusa non possiede per sé stessa nessun movimento assoluto determinato ; perché ciò avvenga, bisogna tener fisso uno dei membri della catena cinematica rispetto al sistema che si suppone immobile nello spazio. I movimenti relativi dei membri si trasformano allora in movimenti assoluti. Una catena cinematica chiusa, di cui si tien fisso un membro, si chiamerà meccanismo. Un meccanismo é messo in movimento quando uno dei suoi membri mobili é sollecitato da una forza meccanica capace di cambiarne la direzione. La forza compie così un lavoro che si produce con movimenti determinati : l’insieme costituisce una macchina ().

Il progresso meccanico si compie per due vie: nel senso di realizzare movimenti determinati, che la mano libera dell’uomo non é in grado di realizzare, e nel senso di avere a disposizione la forza motrice. Motivi pratici sollecitano l’ingegno umano su queste due vie. La scoperta di una forza era imposta dalle necessità del costruire, del sollevar pesi, della guerra, ecc. L’impotenza delle manifatture nell’ottenere movimenti precisi e distinti, prodotti assolutamente identici e forme perfette, specie, geometriche, spingono innanzi per la via delle invenzioni meccaniche. Ma la scoperta di una forza diversa da quella animale, del vento e dell’acqua, suppone una estesa conoscenza della natura, uno sviluppo armonico della Scienza. Il capitale sfrutterà al più alto grado le scoperte e le invenzioni della Scienza, ma é sottinteso che esso non vi avrà contribuito per nulla («Generalmente la scienza costa nulla al capitalista, però ciò non gli impedisce di valersene. La scienza degli altri é incorporata al capitale precisamente come vi è incorporato il lavoro degli altri» (Marx). Mi piace di riferire che l’ispettore delle fabbriche COOKE TAYLOR (Modern factory system,
London, 1891, pag. 74) giudica l’esposizione del sistema delle fabbriche fatta dal Marx la più « profonda e comprensiva ». Ad notam per le scimmie ammaestrate della economia indigena.
).

Organizzando la divisione del lavoro nella manifattura, il capitale offre però alla scienza l’analisi concreta delle funzioni elementari, che la macchina dovrà sintetizzare. Inoltre educa gli operai, che saranno in grado di costruire le macchine e di attendere al delicato lavoro che l’industria meccanica impone. «Nell’infanzia della meccanica, dice il dottor Ure, un opificio di costruzione presentava allo sguardo la divisione dei lavori nelle loro numerose gradazioni : la lima, il trapano, il torno avevano ciascuno i propri operai in ordine di abilità ; ma la destrezza dei limatori e foratori trovasi oggi sostituita da macchine a piallare, ed scanellare ed a forare: e quella dei tornitori di ferro e di rame é sostituita dal torno meccanico » (A. URE, Filosofia delle macchine «Biblioteca dell’Economista », serie II, vol. III, pag. 27
La macchina ha riunito ciò che la divisione del lavoro aveva separato, ma ha potuto riunirlo appunto perché la divisione del lavoro aveva separato. Si spiega così la loro successione storica.

Ma la divisione del lavoro creava anche in una maniera tutta negativa la necessità del sistema meccanico. Come abbiamo già varie volte notato, la macchina é antica come l’uomo, sebbene il suo uso come mezzo produttivo normale é solo dell’epoca nostra. L’ingegno umano si é varie volte esercitato intorno a questo soggetto. Nel tempi antichi la statua di Memmone era celebre per i suoni armoniosi che rendeva al levarsi del sole, probabilmente per mezzo di tubi di organo, appostivi dentro. Il piccione volante di Architade era più decisamente un meccanismo automatico, giacché eseguiva tutti i movimenti di un animale, come l’androide di Alberto il Grande, che apriva
la porta quando alcuno bussava. Sono famosi gli automi del Vaucanson ; questo ingegno inventivo si occupò egualmente delle macchine manifattrici.
Fin dall’anno 1749 ne costruì una per annaspare la seta ; nel 1751 un’altra per addoppiare; nel 1757 una macchina per laminare le stoffe ; nel 1758 un telaio di tappezzeria; nel 1770 un altro ancora per annaspare la seta.
Eppure la marcia trionfale della macchina data da un momento molto caratteristico della divisione del lavoro. Noi possiamo seguirne le tracce nella filosofia delle macchine dell’Ure, il libro che fu scritto mentre il sistema delle macchine sorgeva.

Il dottor Ure mette in rilievo il carattere debole della costituzione economica della fabbrica nel periodo immediatamente precedente l’introduzione del sistema meccanico.

«Prima di quest’epoca, egli dice, le manifatture erano dappertutto deboli e fluttuanti nel loro svolgimento ; simili alle piante. annue, fiorivano per un tempo con esuberanza, poi seccavano sino alle radici» (A. URE, Filosofia delle macchine, pag. 25. Mi riferisco agli estratti pubblicati nella «Biblioteca dell’Economista». Noto di passaggio che come editore il Ferrara non fa buona figura, per quella sua abitudine di mutilare i testi e darli secondo il suo umore; ma i suoi ammiratori lo ammirano anche per questi suoi capricci).

Fino all’anno 1770, cioé proprio alla vigilia della rivoluzione industriale, l’annuo consumo di cotone nelle manifatture era al disotto di 4 milioni di libbre di cotone. All’epoca in cui scriveva il dottor Ure era già salito a 270 milioni. Il dottor Ure rileva che l’operaio nella manifattura, specie se abile, é « sovente inclinato a irregolarità di vario genere ». Si comprende come sotto un simile regime possa prosperar poco l’industria. Anche facendo la debita parte allo spirito di esagerazione di Ure, tutto riscaldato dalla sua missione di apologista degli industriali, si deve riconoscere che un fondo di verità dovesse essere nelle sue parole se poteva scrivere : «La debolezza dell’umana natura é però tale che, quanto più abile sia l’operaio tanto più diventa capriccioso e intrattabile, ed in conseguenza tanto meno é atto a un sistema di meccanica, all’insieme del quale i suoi capricci possono recare un grandissimo nocumento». Egli chiama la divisione del lavoro «principio fecondo di gelosie e di ammutinamento fra gli operai ».

Noi abbiamo già visto, nel capitolo precedente, come il compagno artigiano possedesse un vero monopolio di fronte al capitale e che non mancasse di farlo valere. Le sue rimunerazioni erano abbastanza elevate (In Six Centuries of Work and Wages, THOROLD ROGERS afferma che, relativamente alle altre classi della popolazione, nei secoli XIV e XV la condizione delle classi lavoratrici era molto superiore a quella di adesso).

È dunque perfettamente ammissibile che in questo periodo di tempo la sua disciplina nel lavoro non dovesse esser grande. Ma se la irrequietezza dell’operaio nasceva dal suo benessere, più spesso la vediamo sorgere dall’elemento opposto : la sua oppressione nella manifattura. Lo stesso Ure, così pieno di indulgenza per i padroni e così severo per gli operai, rileva : «era un ben triste spettacolo (nel periodo della manifattura) vedere frequentemente un operaio comperare la sua superiorità col sacrificio della sua salute e del suo benessere. La mano e l’occhio erano costantemente fissati sopra una sola e costante operazione, che esigeva una destrezza ed un’assiduità continua ; o se era loro permesso il minimo riposo ne seguiva una perdita considerevole sia per il padrone, sia per l’operaio, secondo che l’operaio fosse impegnato a giornata o a cottimo». 
É dunque cosa perfettamente presumibile che il padrone esercitasse una sorveglianza molesta, continua e insistente sull’operaio e che cercasse di inchiodarlo al lavoro per il più lungo tempo possibile; da cui contestazioni e dissidi che turbavano la pace tradizionale della officina. Ora si spiega che i padroni cercassero in tutti i modi di reagire contro questo pericoloso stato di cose.

La macchina domò l’indisciplina del lavoratore.

“Ma inventare e mettere in vigore con buon successo un codice di disciplina per le manifatture, conveniente ai bisogni ed alla celerità del sistema automatico, ecco un’impresa degna di un Ercole, ecco la nobile opera di Arkwright ! Anche oggidì che il sistema é ordinato perfettamente, e che il lavoro ha subìto tutto l’addolcimento di cui era capace, é quasi impossibile fra gli operai che hanno passato l’età della pubertà: (sia che avessero lavorato nei campi, sia che avessero lavorato negli opifici) trovare utili aiuti per il sistema automatico» A. URE, Id., pag. 24. L’indisciplina dei lavoratori
della manifattura ci é dipinta a vivi colori da GASKELL, Manufacturing population of England, pag. 47. Egli osserva : « It is quite certain that a crisis was rapidly approaching which would have checked, if not annihilated the progress of manufacture, when steam, and its appli cation to machinery, turned the current against the men
). L’istinto ribelle dell’operaio della manifattura obbligava il fabbricante ad adottare il sistema meccanico.

Il trionfo della macchina sta al confluente di due movimenti : da una parte la teoria che si pone dei problemi e li risolve successivamente, dall’altra l’interesse delle classi capitalistiche di assoggettare il lavoratore, dal sistema della manifattura reso forte contro il padrone.

Questo secondo momento sembra anzi abbia avuto l’importanza maggiore, almeno se vogliamo rimettercene alla testimonianza del dott. Ure. Egli narra che al tempo suo, nei filatoi in grosso per i calicots, fustagni ed altri grossi tessuti, gli operai avevano «eccessivamente abusato dei loro privilegi, dettando la legge ai padroni nel modo più arrogante» (A. URE, Id., pag. 97). Le alte mercedi, invece di eccitare, a detta del nostro informatore, uno « spirito di gratitudine», facevano degli operai degli elementi riottosi e sprovvisti di ogni docilità.
Le coalizioni operaie imperversavano nel Lancashire e nel Lamarkshire. Esse non tendevano niente meno che a «degradare e a ridurre in stato di schiavitù» i capitalisti. Gl’industriali cominciarono a temere che l’industria sfuggisse loro e che il Belgio, la Francia e gli Stati Uniti dovessero ereditare i risultati delle lotte intestine del Regno Unito. Essi si rivolsero ai costruttori meccanici Sharp e compagnia, pregandoli di applicare il talento inventivo del loro socio Roberts alla costruzione di una mull-jenny automatica a fine di liberare la loro industria dalla schiavitù che la minacciava.

Ricevuta l’assicurazione del più generoso incoraggiamento per le sue invenzioni, il signor Roberts, allora poco versato nella filatura, interruppe i lavori della sua professione d’ingegnere e rivolse tutta la fecondità del suo genio a costruire un automa-filatore (Nota lo SCHULZE-GAEVERNITZ, «Biblioteca dell’Economista », serie IV, vol. IV, nella Grande Industria, pag. 46: « Se dalla scoperta del banco a fusi ad oggi le mercedi fossero rimaste immutate e sconosciute le coalizioni operaie e gli scioperi, potremmo senza esagerazione affermare che l’industria non avrebbe fatto la metà dei progressi».
Che cosa vuol dire quando gli operai ne ridono della « condizione dell’industria ! ». Naturalmente poi quando l’operaio si rivolta contro il capitalista, l’uomo della « scienza» o il politicante riformista non mancano d’invocare il soccorso dei gendarmi
 ).

Pochi mesi dopo l’automa era creato. « E così, esclama fremente di gioia mastro Ure, l’uomo di ferro, come gli operai con ragione lo chiamano, venne fuori dalle mani del nostro moderno Prometeo al comando di Minerva; creazione destinata a ristabilir l’ordine fra le classi industriali, e conservare alla Gran Bretagna l’impero supremo dell’industria cotoniera. La notizia della nascita di questo Ercole operaio costernò le unioni operaie e ben prima che fosse uscita dalla sua culla, aveva soffocata l’idra della sedizione….E’ una invenzione che viene in sostegno della teoria da noi già esposta, cioé che quando il capitale arruola al suo servizio la scienza, la mano ribelle dell’operaio impara sempre a divenire ubbidiente» (A. URE. loc. cit., pag. 38).

Ma la « Scienza» ci é avvezza a questi uffici di polizia e dal tempo di Ure ha fatto notevoli progressi. L’Economia politica si é arruolata in massa sotto le insegne del capitale. D’altra parte essa é così ingrata da non riconoscere che senza le «ribellioni » dell’operaio il capitale non avrebbe avuto mai bisogno dei suoi servizi.

In che modo la macchina abbia falsato i rapporti originari della manifattura, il lettore avrà già compreso. Appena la macchina s’impadronì della fabbrica, il rapporto economico di privilegio si spostò a vantaggio del capitalista. L’opzione dalla quale il lavoratore era assistito sempre fra il lavoro nella officina capitalistica e il lavoro per conto proprio cessò di botto, nei mestieri toccati dal sistema meccanico.

La macchina era cosa troppo costosa perché fosse accessibile a tutti.
Solo il capitalista poteva disporre dei mezzi sufficienti ad acquistare la macchina. Il lavoratore da quel momento in poi, dipendeva interamente dal capitalista. L’ impossibilità di ristabilire l’opzione, costringeva il lavoratore a trovare il suo rifugio in un sistema ideale, il quale sopprimesse la funzione capitalistica dei mezzi di produzione e li trasformasse in semplice aiuto del lavoro materiale. In altri termini il lavoratore era costretto a considerare che la società capitalistica opponeva un ostacolo di bronzo al suo desiderio di ascensione. Mentre nella società del mestiere, il lavoratore trovava il proprio riparo nella ricostituzione della sua indipendenza di produttore sottratto alla sorveglianza ed al controllo di un padrone; la macchina sopprimeva brutalmente questa aspirazione.

Il lavoratore non avrebbe potuto mai più riconquistare individualmente la sua libertà ; egli non avrebbe potuto raggiungere il limite estremo posto alle sue aspirazioni se non con un’azione di tutta la classe lavoratrice contro tutta la classe capitalistica («La macchina operatrice e la macchina motrice sembrano aver stretta una lega irresistibile contro l’ope che minaccia alla società un avvenire gravido di mali », REULEAUZ, op. cit., pag. 478. E mastro Ure osserva : «Le fabbriche riuniscono in stretto spazio una popolazione numerosa; offrono ogni sorta di facilità alle cabale segrete ed alle associazioni fra operai, comunicano l’intelligenza e l’energia alle menti volgari e lo spirito di sommossa diviene generale», op. cit., pag. 117).

Così la macchina mutava all’improvviso i destini e la direzione della storia umana, sostituendo a un processo evolutivo in gran parte inconsapevole agli uomini che lo compivano, a un processo che risultava dall’incidenza di mille volontà strettamente individuali, un processo in cui il risultato dipendeva da una volontà e dall’accordo delle menti operanti secondo un piano determinato.

Intanto l’opificio riusciva completamente trasformato dall’introduzione della macchina. La divisione del lavoro o era soppressa o era grandemente diminuita ; certo ad ogni modo ne mutava la direzione, e con essa cadeva il monopolio dell’operaio abile. Tutti gli operai erano semplificati,
livellati. Il lavoro di un operaio applicato a una macchina moderna non ha più la forma che così spesso gli si attribuisce, per la quale l’operaio non ha più nella confezione del lavoro che una parte la quale diventa di giorno in giorno più piccola. Al contrario gli é piuttosto un cumulo di operazioni che si affidano all’operaio, il quale tuttavia non fa che attendere alla macchina che ne compie la maggior parte. Gli economisti sono stati costretti ad adottare i nuovi principii che discendevano dalla scienza della macchine.

Dice il Reuleaux : «La macchina é arrivata a un tal punto di automatismo che qualche volta si direbbe che é un ente che ragiona ; essa surroga l’uomo quasi completamente; il genio di chi l’ha inventata ne anima tutti gli organi e fa loro eseguire con una logica spietata una serie di lunghi e complicati concerti. E intanto l’uomo (crudele ironia!) decade al rango della macchina che egli serve. Negli opifici moderni più perfetti si può osservare come il principale abbia cura di permutare gli operai addetti alle singole macchine onde interrompere la intollerabile uniformità del lavoro, mentre nello stesso tempo un medesimo operaio si familiarizza con un’intera serie di macchine : sistema precisamente contrario a quello della divisione del lavoro» ( REULEAUX, op. cit., pag. 478-479).

Fin qui abbiamo visto come la macchina rovescia i principii fondamentali su cui é basato il lavoro dell’officina. Dobbiamo adesso notare che essa scioglie il problema delle industrie spesso per vie affatto opposte a quelle naturali. Per lungo tempo si é cercato invano di creare la macchina da cucire, perché si tentava di riprodurre la cucitura a mano; non appena si abbandonò questa strada e si applicò un nuovo punto adattato ad una macchina, l’incanto fu rotto e in breve la macchina da cucire fu trovata. Il laminatoio, col suo sistema di lavorazione del ferro, così differente dalla fucinatura del ferro, fu la causa del grande sviluppo dell’industria del ferro. Certi sistemi di molini con cui si credeva di battere l’antico sistema, imitando le funzioni dei denti umani, ebbero un completo insuccesso.
L’antico metodo inventivo riposava su un concetto di filosofia naturale, sul dogma teleologico della previdenza della natura, dell’opportunità dei mezzi che essa impiega. Ma quando la meccanica si é sbarazzata di questo dogma, essa ha potuto entrare nello stadio del suo sviluppo attuale (In generale l’uomo non riesce ad imitare i prodotti del] a natura se non seguendo processi diversi da quelli della natura. « I nostri processi sintetici (della chimica) sono assai differenti da quelli naturali ed é soprattutto la diversità dei mezzi che rende il contrasto più vivo», G. CIAMICIAN, I problemi chimici dei nuovo secolo, 1905, p. 31).

Così insensibilmente sorgeva una nuova tecnica. L’antica era tutta legata alla natura fisica e ne subiva ad ogni istante i vincoli. La nuova cercò vincerla per vie oblique e riuscì infine al suo intento.
Ma questa nostra crescente indipendenza dalla natura deriva appunto dalla conoscenza più perfetta che oggi ne abbiamo. Ci siamo resi indipendenti dalla natura, sia nel tempo, sia nello spazio : nel tempo, accorciando i periodi produttivi; nello spazio, accorciando le distanze. Noi siamo del regno dei sostituti: non più legname per avere il carbone ; non più olio o cera per avere la luce ; non più canna di zucchero o barbabietola per avere lo zucchero. « L’epoca precedente, scrive il Sombart, fu principalmente legnosa, animale, vegetale ; la nostra é un’epoca di sasso, di vetro, di ferro; é questa una delle più importanti trasformazioni che la tecnica ha sopportato » (WERNER SOMBART, Moderne Kapitalismus, vol. II, p. 45. Riassumiamo le sue opinioni sulla moderna tecnica
 ).

Lo sviluppo delle industrie chimiche e minerarie é stato senza confronti. Sino alla metà del sec. XIX le industrie chimiche erano in culla. Sino allora la Francia era stata il primo paese esportatore nelle industrie chimiche.
Nel 1850 il valore totale della industria chimica francese era di 57 milioni di franchi di prodotti ; oggi la Francia impiega sei volte il numero degli operai impiegati nel 1850 ; e la Germania tre volte il numero degli operai francesi. La nuova tecnica riposa sull’applicazione delle scienze naturali all’industria e sulla trasformazione del principio empirico in processo scientifico e razionale. Tutta la tecnica precedente era empirica; riposava sulla tradizione e sull’opinione personale. Il principio tecnico moderno é fondato sul sapere. Il produttore moderno dice: «io so»; io so perché i pilastri di legno immersi nelle acque correnti non infracidiscono; io so perché in una pompa l’acqua segue lo stantuffo; io so perché il concime é utile all’agricoltura.

Il mestiere poggiava sul grado di raffinatezza dell’artigiano e trovava nello sviluppo personale dell’artigiano il limite dello sviluppo proprio dell’industria; il sistema meccanico spersonalizza l’industria e fa dipendere i progressi di questa dallo sviluppo impersonale della scienza.

Il mestiere pigro, lento, monotono, sempre eguale nelle sue manifestazioni, o con manifestazioni così poco sensibili che non erano nemmeno avvertite, ripeteva all’infinito la società nella quale viveva. I movimenti di questa erano più insensibili ancora. Ma appena la società del capitalismo si é instaurato un moto celere la pervade tutta. Le mutazioni sono così rapide, che non riescono ad esser tutte notate. La capacità di espansione del sistema si scorge subito. Il macchinismo non resta nella propria culla, ma spazia per tutto il mondo, ove può giungere. Perché qui si vede che lo sviluppo di un ramo del macchinismo porta seco il rimanente, e questo ramo era la forza motrice.

Noi abbiamo già visto che il progresso della meccanica si compì in due direzioni : nel ritrovamento di moti regolari, atti ad operare trasformazioni materiali e nella scoperta di una forza centrale.
Avemmo così macchine trasformatrici e macchine motrici. La scoperta dei motori precedette in certo modo l’invenzione delle macchine operatrici, ma ne favorì meravigliosamente la diffusione. Non appena le macchine trasportatrici furono inventate e poi entrarono nella pratica, esse allargarono improvvisamente il mercato e fecero entrare nell’orbita della clientela corrente i consumatori delle parti più remote, allontanando il pericolo di un immediato ingorgo del mercato locale.
Ma la macchina motrice poteva trasportare la macchina operatrice, con la quale si combinava. La diffusione dell’industria meccanica entrava così nel novero delle cose immediatamente possibili. Una legge di moto affaticava la società. Contrasti si combinavano a contrasti e obbligavano anche i
più restii ad avanzare. E’ tutto caso che la teoria dell’evoluzione venisse scoperta proprio in questo momento ? Il rapido mutamento delle cose in mezzo alle quali viviamo suggeriva al filosofo un motivo circa l’universale mutamento di tutte le cose. Come prima il pensiero metafisico aveva cercato il fisso, l’immobile, la cosa chiusa in sé stessa e il concetto compiuto in tutti i suoi particolari, ora il cervello dialettico si affaticava dietro le contraddizioni e i processi.

(Appena in possesso del concetto delle sviluppo progressivo del mende, la storia più non ci appare come un orizzonte limitate, entro il quale con uggiosa monotonia si ripetono di secolo in secolo le stesse vicende. Siamo invece in presenza di una profondità sterminata in cui le ferme dell’essere si succedono l’una all’altra, in cui la natura ci svela una serie infinita di meraviglie ; e il nostro spirito percorre gli eoni, quasi genie celeste”. », GEIGER).

La macchina espandeva immediatamente il mercato e creava la grande industria.
Codesto costoso mezzo di produzione non si poteva introdurre se non a patto di fabbricare su larga scala. Adesso erano invertiti i rapporti originari fra il mercato e la fabbrica. Nel periodo della manifattura é il mercato a cui spetta il primo posto. Noi abbiamo visto infatti che la missione del
sistema mercantilista é stato creare il mercato interno ; questo ha reso possibile la manifattura con la divisione del lavoro. Ma, adottato un costoso mezzo di produzione, per utilizzarlo, bisogna fabbricare molto e quindi allargare la clientela. Stavolta é il mezzo di produzione che sforza il mercato e lo costringe al massimo rendimento. Perché la fabbrica possa funzionare é giocoforza che il mercato si allarghi indefinitamente.
Per fortuna le macchine operatrici trovavano già aperta la strada dalle macchine trasportatrici, le quali abbattevano le frontiere dei mercati e facevano del mondo civile un sol complesso di relazioni mercantili. Anzi appunto d’allora muta la nozione di mercato.

Sinora il mercato è stato un luogo ; oggi non più. Il teorico dirà che un mercato é un insieme di relazioni fra persone che desiderano scambiare a condizioni determinate. Questo mutamento della teoria rivela il fondo materiale su cui si asside. Un passo più in là: la teoria cancella la differenza fra commercio e industria.

Non c’é antitesi di concetti fra commercio e industria, ma differenza di gradi. Trattasi sempre di operare delle trasformazioni o materiali o nello spazio e nel tempo. Si capisce subito che questa teoria nasce nel momento in cui l’industria per vivere deve essa creare il mercato e quindi il mercato non é che la continuazione del processo produttivo.
La cinematica aveva già preceduta l’economia su questo terreno. Reuleaux, dimostrata l’infondatezza della tripartizione della macchina in apparecchio motore, trasmettitore e operatore (« La science des machines…..se compose donc de”. la science des outils, des moteurs et de la science des moteurs et de”. la science des communicateurs du medificateteurs du mouvement” , PONCELET, Traité de mécanique industrielle, part., § 11. Questi principi non si conservano più che nei trattati di economia), conservatasi sino a lui, cancella sin la differenza fra macchina operatrice e macchina motrice almeno dal punto di vista cinematico (REULEAUX, op. cit., pag. 453) : «Il processo di trasformazione, egli dice, che ha luogo fra operatore e prodotto e quello che si verifica fra gli elementi delle altre coppie sono della stessa natura e si distinguono soltanto per la misura in cui hanno luogo. Tutte le macchine obbediscono in teoria a una sola e medesima legge». L’Economia dirà medesimamente che commercio e industria sono una cosa sola (PARETO, Cours d’Economie politique, vol. II, § 841).

Tutto questo richiede un colpo d’occhio sicuro e lungiveggente. Se la manifattura obbliga il capitalista a sorvegliare continuamente la fabbrica, se identifica l’ufficio capitalista con la direzione o la sorveglianza dell’azienda ; ad un più alto grado ancora ve lo costringe la fabbrica, e questi primi industriali ci appaiono uomini di una singolare qualità. Essi hanno energia e iniziativa. Le difficoltà non li spaventano. Non hanno paura di rischiare i loro capitali in imprese dubbie ; sembrano animati da una cieca fiducia nell’inevitabile successo della loro impresa, nella fortuna dell’Inghilterra industriale. Ure, volendoci far comprendere l’indole di costoro, contrappone Wyalt ad Arkwright. Wyalt era veramente una testa geniale, ma uomo di carattere debole; Arkwright non fu che un abile contraffattore delle altrui invenzioni.
Wyalt non seppe ricavar alcun profitto personale dalla sua invenzione; Arkwright ammassò invece una colossale fortuna. Egli era abbastanza spregiudicato per calpestare senza riguardi le pretese degli operai. Noi vediamo che nell’industria ha minore importanza il genio che non la perseveranza e il sentimento dell’interesse proprio.

Le colossali fortune ammassate in pochi anni dai primi industriali inglesi, che adottarono il sistema delle macchine, non potevano essere che il frutto di qualità strettamente personali (SCHULZE-GAEVERNITZ, op. cit., pag. 33). Più tardi l’Economia sfruttava il caso dei Peel, degli Arkwright e così via, per costruire una teoria del capitalismo fondata sulle qualità personali del capitalista. Noi
vedremo invece che nel movimento fatale dell’economia il capitalista sarebbe stato costretto a lasciare l’officina e a ripigliare la posizione d’intermediario, di capitali o di merci, che aveva esercitato fin dalle origini del capitalismo.

Il monopolio di fatto che i fortunati filatori inglesi esercitarono sugli inizi del sistema della macchina dipendeva dalla fiducia che avevano avuto in questo sistema. Ure parla del «tacito monopolio» esercitato dai filatori inglesi durante le guerre napoleoniche (URE, Cotton Manufacture, II, pag. 398).

Chiunque si ponga da un punto di vista rigorosamente critico di fronte al capitale, deve rendere omaggio allo spirito di iniziativa dei primi capitalisti.

Vediamo adesso che cosa é il sistema della fabbrica. « Il termine inglese factory system, scrive Ure, significa tecnologicamente la cooperazione di varie classi di operai, adulti e non adulti, che attendono con destrezza ed assiduità ad un sistema di meccanismi produttivi, posti continuamente in moto da una forza centrale» (URE, Filosofia delle manifatture, « Bibl. dell’Econ.», pag. 2).

Come si vede, questa definizione abbraccia gli opifici da cotone, da lino, da seta, da lana e alcuni
opifici da costruzione ; ma esclude ogni fabbrica il cui meccanismo non formi un sistema continuo o che non dipenda da un solo motore. Alcuni autori comprendono sotto il nome di fabbrica tutti i grandi stabilimenti in cui un certo numero di operai concorre a produrre un oggetto d’arte qualunque, e fanno così rientrare nel sistema delle fabbriche, le birrerie, le distillerie, gli opifici
di falegnameria, tornitoria bottai, ecc. «Ma, aggiunge Ure, a me sembra che questo sistema nel più rigoroso significato nella parola, porta seco l’idea d’un vasto automa composto di molti organi meccanici ed intellettuali, che agiscono di concerto e senza interruzione, per produrre un medesimo oggetto o stando subordinati ad una forza motrice che si muove da sé ».

Noi vediamo che Ure, questo Pindaro del sistema della fabbrica, come lo chiama il Marx, riconduce la nozione del sistema della fabbrica alla esistenza di un motore centrale. Egli fa giustamente osservare che una cooperazione non dà la fabbrica. Bisogna che tutto il sistema dipenda da un motore.

Ora l’esistenza di questo motore non si deve concepire come un fatto puramente tecnico, ma come un fatto sociale, in tutta l’estensione della parola. Il motore, dal punto di pista del costo, può avere anche poca importanza ; ma il motore vuol dire che la fabbrica é un tutto organico e che ad ogni modo ci troviamo innanzi a un sistema di subordinazione completa del lavoro agli elementi passivi della produzione, al capitale. Del resto la nostra ipotesi che il motore possa rappresentare un costo relativamente poco importante non é infondata. Anzi il Reuleaux fa rilevare che la macchina operatrice potrebbe sempre essere a disposizione d’un operaio economo e non esiste una impossibilità assoluta che l’industria domestica debba procedere senza macchine. Secondo lui il problema della liberazione dell’operaio dalla servitù capitalistica é connesso soltanto alla scoperta di un motore a buon mercato (REULRAUX, op. Cit., pag. 483. La stessa utopia di ricostruire l’opzione del lavoratore mercé l’invenzione e l’uso di piccoli motori economici, che porterebbero la forza a buon mercato nella casa del produttore indipendente, in COOKE TAYLOR, Modern Factory System, 1891, pag. 463. Perché si tratti di una utopia vedremo appresso).

Se noi riteniamo la definizione di Ure é perché effettivamente essa pone in luce che nella fabbrica la direzione della industria é passata al capitale.

La specializzazione del lavoro é finita. Ormai i lavoratori non si dividono che in due grandi categorie : operai completi e apprendisti. Un breve tirocinio mette il lavoratore in grado di servire la macchina, perciò dalla introduzione del sistema della fabbrica comincia l’utilizzo delle forze della donna e del fanciullo. L’importante non consiste più nel lavoro dell’operaio, ma invece nella perfezione della macchina. Lo stesso complesso dei salari settimanali o quindicinali é ben misera cosa di fronte al valore del macchinario. Ciò che ora interessa é avere non tanto buoni operai quanto operai buoni. La docilità e la sottomissione passano al primo posto. Ma il lavoratore non tarda ad accorgersi che l’ unico interesse suo consiste appunto nell’acquistare queste qualità. Addio allegro frondismo del compagno artigiano, che lascia il lavoro quando gli piace e aspetta che il capitalista gli corra dietro a supplicarlo che ritorni all’officina ! Nella manifattura era lo strumento che doveva servire all’operaio o seguirne l’imperiosa volontà.
Nella fabbrica l’operaio invece deve servir lui la macchina. Da padrone é diventato servitore e conviene che accetti la sua posizione subordinata.

Del resto, se l’operaio la dimenticasse, il capitalista é là pronto a ricordargli che nella fabbrica impera onnipossente la volontà del capitalista medesimo. «Gettando alle ortiche la divisione dei poteri, d’altra parte tanto vantata dalla borghesia, ed il sistema rappresentativo di cui essa mostrasi tanto desiderosa, il capitalista formula da privato legislatore, e secondo il suo piacere, nel suo codice di fabbrica, il suo potere autocratico sulle sue «braccia». Tal codice non é del resto che una caricatura del regolamento sociale, quale lo esigono la cooperazione in grandi proporzioni e l’uso dei mezzi di lavoro comuni, e specialmente delle macchine. Qui la frusta del conduttore di schiavi viene sostituita dal libro di punizione dell’ispettore. Tutte quelle punizioni si risolvono naturalmente in ammende e in ritenute sul salario, e lo scaltro spirito dei Licurghi di fabbrica fa sì che essi profittano anche più della violazione che della osservanza della loro legge» (MARX, Das Kapital, I, pag.390).

E sugli albori del regime capitalistico Federico Engels notava : «La schiavitù alla quale la borghesia ha sottoposto il proletariato, si presenta nella vera sua luce nel sistema della fabbrica. Qui qualsiasi libertà cessa e di fatto e di diritto.
L’operaio deve essere alla fabbrica il mattino alle cinque e mezzo; se egli viene due minuti più tardi incorre in una ammenda ; se egli é in ritardo di dieci minuti non lo si lascia entrare che dopo la colazione e perde il quarto del suo salario giornaliero. Bisogna che egli mangi, beva al comando La dispotica campana l’obbliga a interrompere il sonno e i suoi pasti. E come vanno le cose nella fabbrica ? Qui il fabbricante é legislatore assoluto. Qui fa dei regolamenti come gliene viene l’idea, modifica ed amplifica il suo codice a suo piacere, e i tribunali dicono ai lavoratori: dacché volontariamente avete accettato tale contratto, bisogna che ad esso vi sottomettiate, Questi lavoratori sono così condannati ad essere fisicamente e moralmente tormentati dal loro nove anni fino alla morte » (Lage der arbeitenden Masse in England, 2a ediz., Stuttgart, 1892, pag. 180).

Così la fabbrica creava l’irreduttibile antitesi fra il mondo capitalistico e il mondo operaio («AI singolo operaio è ora, per il progredito sviluppo della grande industria, a mala pena possibile innalzarsi al più sino al grado d’imprenditore indipendente, mentre una volta i più grandi e famosi pionieri della grande industria erano immediatamente usciti dalla classe operaia», SCHULZE-GAEVERNITZ, 0p. cit., « Biblioteca del l’Economista», pag. 143 ; molte chiacchiere per dire che oggi l’operaio é destinato a restar sempre operaio. Per un apoloeista del sistema presente non c’è male). 

(Continua)
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