Di Arturo Labriola, (1910), Universita’ di Napoli 

CAPITOLO 4

LA FORMAZIONE DEL MERCATO INTERNO E IL SISTEMA MERCANTILISTA

Per intendere la storia del capitalismo, come di qualunque altra formazione vitale, bisogna liberarsi dal pregiudizio che il capitalismo rappresenti una specie di termine della evoluzione verso il quale più o meno speditamente si cammini. Il capitalismo appare da quando appaiono mezzi economici indifferenziati (denaro) che cercano accrescersi entrando in contatto con le sfere delle trasformazioni concrete dei beni. Le particolari circostanze in mezzo alle quali si svolge la produzione tecnica dei beni danno un particolare aspetto al sistema capitalistico di quel tempo. In altri termini : la storia non ci offre una marcia verso il sistema capitalistico, che si realizzerebbe in una particolare forma solo in un momento determinato dell’evoluzione economica ; ma il capitalismo esiste nella successione di tutti i periodi economici, congruamente ai suoi mezzi e secondo la sua capacità vitale ( « Si l’évolution est une creation sans cesse renouvelée, elle crée au fur et à mesure, non seulement les formes de la vie, mais les idées qui permettraient à une intelligence de la comprendre, les termes qui serviraient à l’exprimer ». BERGSON, Evol. creatr., 1907, pag. 112).

Ora questa sua capacità vitale reca in sé la virtù di svariati e mutevoli e perfettibili atteggiamenti, tanto che mentre a riguardo suo é possibile una storia, non ci accade lo stesso per il mestiere, il quale nato in servizio di esigenze naturali della ovvia vita quotidiana, si anchilosa in una forma definitiva sin dal principio e resta sempre eguale a sé stesso nello indefinito variare delle circostanze esterne (Sulla preistoria del mestiere : B. H. BADEN-POWEL, Indian Village Community, pag. 16, 23; e G. SCHMOLLER, Grundrisse der allg. Volkswirthschaftslehre, 1900, 1, pagina 419). 

La vita, come fenomeno di accrescimento e di variazione, non ci sembra possibile se non per il capitalismo: e quindi anche la morte. Il mestiere invece, privo di articolazioni e rigido di membra, partecipa della natura delle cose inorganiche.
Esso sfida, con la sua durata, i secoli. Il tempo non agisce sul mestiere.
Noi vediamo sin da ora abbozzarsi un ritmo del diverso corso assegnabile alle sorti del mestiere e del capitalismo e delle opposte vicende dalle quali i loro destini sono inizialmente dominati. Il capitalismo nasce, rigoglieggia, nella ininterrotta successione dei secoli, e poi muore. Non così il mestiere, simile a una canzonetta eternamente ripetuta dalla stessa scatola meccanica, finché duri la carica iniziale o le sia rinnovata.

Noi vediamo perciò che il nostro studio sulla formazione del capitalismo contemporaneo torna ad essere uno studio sulle forme successive delle quali é capace il capitalismo una volta cominciata la sua carriera. Ma le forme successive del capitalismo altro non sono se non le condizioni create a sé stesso da questo vitalissimo organismo economico. Perciò la nostra indagine mira a spostare i termini della consueta storiografia del capitale e non più a cercare in una sorta di adattamento, alle circostanze esterne (stato della popolazione fatto politico, scoperte
geografiche o tecniche e scientifiche, ecc.) i particolari aspetti del regime capitalistico, ma nella virtù stessa di questo regime, nelle capacità inerenti alla economia monetaria, e quindi ai suoi sforzi più o meno consapevoli, il segreto di tutta la sua storia.

La storia del regime capitalistico si dovrà concepire dallo storico futuro come una storia del capitale, non come prodotto di azioni che hanno posto capo a un risultato imprevedibile, ma come la storia di un organismo che si fa da sé, obbedendo alla sua logica interiore e alle forze che esistono nel proprio interno. Ecco perché, giunti innanzi al momento critico della storia del capitalismo: la formazione del mercato interno, questo formidabile presupposto di tutti gli accadimenti posteriori, vediamo che la storiografia comune non ci assiste più, e quella mescolanza di attività pubblica, d’interesse politico, e di privati artifici che pongono capo, secondo la comune storiografia, alla formazione del mercato interno, ed é nota sotto il nome di sistema mercantilistico, é per noi inesplicabile e resta campata in aria. Lo storico dovrà invece dimostrarci come il mercantilismo sia una fase del sistema capitalistico e in che senso il risultato di una serie di tentativi dello stesso capitale, volti a formare una società sempre più conforme alle sue esigenze. Gli elementi che si possono invocare a sostegno di questa concezione sono numerosi.

Abbiamo già visto in che modo il capitale commerciale si sforzasse ad impadronirsi del mestiere, ma naturalmente non possiamo ammettere che la dipendenza del mestiere fosse completa (Su questo processo interessanti particolari in CLODE, Early History of the Merchant Tailor Company, 1888). 

Più il capitale si sforzava ad asservire il mestiere e più il mestiere cercava resistergli, procurandosi una clientela diretta per conto della quale lavorava. Ma la dipendenza del mestiere dal capitale, mancata in un modo, rinasceva in un altro. Quando l’artigiano non dipendeva per la vendita da un commerciante, dipendeva da esso per la materia prima. Qualche volta vediamo apparire le due forme di dominazione, come nel caso dei guantai e dei lavoranti in pergamene di Londra, i quali dipendevano dai venditori di cuoio per la materia prima e dai cappellai e venditori di merci di lusso (cartolai) per la vendita del prodotto finito.

Forse l’esempio più interessante è quello della Compagnia dei cartolai di lusso, nel 1538, la quale, ottenuto il privilegio da Enrico VIII, monopolizza completamente il lavoro dei tipografi. Allora l’acquisto dei caratteri tipografici era molto costoso e sebbene i tipografi potessero guadagnare largamente, essi non riuscivano a comprare i caratteri. Inoltre i cartolai avevano ottenuto il privilegio della vendita delle stampe e quindi imponevano i loro prezzi di acquisto ai tipografi. Non restava dunque che a fare un ultimo passo per assoggettarsi i tipografi e questo consisteva nel fornir loro i caratteri.

Si capisce che da questo momento in poi i tipografi non sono che salariati, più o meno indipendenti, dei cartolai (UNWIN, op. cit., pag. 109). Questo processo di asservimento del mestiere al capitale commerciale é generale in tutta Europa,del tempo. Dalla metà del XVII al principio del XVIII secolo nell’industria lionese della seta si notano tre classi di persone: i commercianti-imprenditori, i piccoli maestri, che lavorano per loro conto e una sparuta classe di artigiani, che lavorano per conto proprio. Con le ordinanze del 1700 si riconobbe la esistenza distinta di queste tre classi e si dette loro una diversa costituzione (SCHMOLLER, Recht und Verbande der Hausindustrie, pag. 15-19, nel suo « Jahrbuch » per il 1891). Qui non c’é più dubbio che
il capitale commerciale abbia trionfato delle resistenze opposte dal mestiere.

I ricordi che avanzano della compagnia dei pannaiuoli londinesi, al tempo di Giacomo I, dànno l’impressione che una radicale separazione di classi si è verificata nel loro mestiere. Troviamo chiaramente indicate tre classi di persone: gli artigiani, i mercanti imprenditori e gli esportatori.
Questi ultimi non sono in rapporto diretto con gli artigiani, ma con i mercanti imprenditori, nelle cui mani sembra ridotto tutto il commercio dei panni.
Accanto a queste categorie troviamo però ancora menzionato un gruppo di venditori al minuto (UNWIN, op. cit., pag. 112.).
Ma intanto si stavano preparando le basi per l’allargamento dell’azione del capitale su tutto il paese. Sin qui, infatti, noi restiamo sempre nell’àmbito della città. La corporazione esercita il suo potere entro le mura cittadine, ove la legano le ordinanze regie e il suo stesso interesse. Come potrebbe esercitare il suo diritto di sorveglianza sul mestiere, ove il mestiere non fosse tutto raccolto in un luogo ben circoscritto ? Ora come il capitale non inizia la sua carriera che assoggettando il mestiere, si vede che esso era costretto a svolgere un’azione tutta locale, in contrasto con le sue tendenze espansionistiche. Il capitale é dominio. Ma noi vediamo come la sua pressione sul mestiere producesse effetti non previsti, dei quali seppe meravigliosamente servirsi per raggiungere il suo scopo di una conquista generale del mercato nazionale. Così l’impulso che esso aveva dato al movimento economico
non si esauriva con lo scopo prossimo raggiunto, ma arrivava molto più lontano.

Possiamo limitarci ad accennare. La pressione che il capitalismo esercitava sul mestiere, costringe quest’ultimo a una serie di movimenti di difesa. Il mestiere non può evitare l’abbassamento del tenor di vita dei propri membri se non a patto di assicurar loro il monopolio del lavoro locale. Sfuggito il mercato, il solo monopolio che resta all’artigiano è quello del lavoro; ma bisogna che il numero degli artigiani (maestri e giornalieri) non cresca oltre misura. Evidentemente quando il numero degli artigiani sarà cresciuto, crescerà fra di loro la concorrenza e quindi il capitalista
commerciante potrà abbassare le rimunerazioni del lavoro. Per guardarsi contro questa eventualità, gli artigiani decretano una sorta di serrata del mestiere. Essi impongono alti premi per entrare nel mestiere, la presentazione di un pezzo lavorato, detto capodopera, che letteralmente vuol dire solo: pezzo d’opera fatto solo per l’esame, e poi ha mutato senso; capodopera costoso, che talvolta implicava da sei a dodici mesi di lavoro, speso senza compenso ; un lungo periodo di alunnato, che arriva fino ai sette anni; tutti questi mezzi avevano un solo scopo quello di limitare il numero di coloro che chiedevano la iscrizione al mestiere . (R.
EBERSTADT, Das Franzosische Gewerberecht, in « Schmoller’s Forschungen », 1899, pag. 244 e segg. Sulla gravezza del così detto capo d’opera per essere ammessi al mestiere: LEVASSEUR, op. cit., vol. I, pag. 425 e seguenti
).

E’ vero che in questo modo si limitava il numero dei giornalieri, sui quali faceva il proprio guadagno il maestro, ma, a parte le violazioni individuali della regola, così si limitava anche il numero dei futuri maestri, cioè i futuri concorrenti (Anche all’epoca nostra si ricorre a questo espediente per rialzare le sorti delle industrie fondate sul mestiere. La riduzione degli apprendisti fu sperimentata con successo dai guantai napoletani (1880-1885) e concorse al rifiorire di questa industria. I tartarugai fecero nella stessa città replicati tentativi in questo senso, ma la diffidenza reciproca rese vani i loro sforzi).
Tali misure erano nel contempo utili per i maestri e per i giornalieri, i quali, come aspiranti maestri, avevano gl’interessi medesimi dei maestri di oggi, e come giornalieri dovevano temere la concorrenza degli altri giornalieri.
A prima vista queste misure erano contrarie ai capitalisti , eppure costoro non si opposero, anzi parvero incoraggiare il movimento restrizionistico degli artigiani. Gli storici spiegano la cosa in una maniera molto semplice : il Medio Evo é monopolio, dunque i commercianti monopolisti erano sulla stessa direttiva degli artigiani monopolizzatori. Invece la spiegazione è un poco più complicata.

La serrata dei mestieri non sopprimeva la popolazione in soprannumero, anzi
ne acutizzava il problema. Gli artigiani limitavano l’accesso al mestiere proprio nel momento in cui l’automatico crescere della popolazione rendeva già per sé pesante la costituzione dei mestieri ! Si può bene pensare se così il problema non diventasse più acuto. Ma il rimedio era lì pronto alla mano. Si ricordi la natura locale del mestiere e della corporazione. Il loro impero non andava lontano. La corporazione poteva disporre e legiferare solo entro l’àmbito della città.
La sua potestà cessava sulla soglia di questa. Accadde perciò che il rigurgito umano respinto dalla corporazione cercasse la sua via fuori la città.

Così nacque il suburbio industriale. (LESPINASSE, Les métiers et corps de la ville de Paris, vol. III, pag. 396). 
I giornalieri respinti dalla corporazione, gli artigiani e i piccoli maestri, forniti appena del peculio sufficiente a condurre il mestiere per loro conto (e, come abbiamo già detto, un minuscolo capitale bastava) si stabilirono nel suburbio. Lì non poteva raggiungerli la mano secolare della corporazione.
Questa aveva creduto di fare un colpo da maestro decretando la serrata e non si accorse che si era fabbricato il concorrente fuori le mura della città.
Il capitale, avveduto, non si oppose alla serrata. Infatti d’ora innanzi gli sarebbe bastato rivolgersi direttamente al contado, ove avrebbe trovato maestri e giornalieri non protetti dalla corporazione, non tenuti a una tariffa dallo spirito di corpo e perciò in piena balia del capitale.

Il capitale riusciva a dominare non soltanto la città, ma la regione.
Un passo innanzi si era fatto verso la conquista della nazione. La politica mercantilistica, che é il supremo sforzo per creare condizioni omogenee di vita, nel perimetro della nazione, al capitale, esce dallo sforzo costante del capitale verso un dominio sempre più largo del mercato. Se per non disperdere le nostre osservazioni in un campo troppo largo richiamiamo le notizie dell’Inghilterra, si vede che sotto Enrico VII le città erano in piena decadenza, mentre fioriva il contado.

Nel 1498, Pedro d’Ayala scriveva in Spagna che l’Inghilterra attraversava un momento critico, tanto che il re doveva concedere un abbassamento nei tributi delle città. «Nel XVI secolo, scrive il Cunningham, le corporazioni avevano in molti casi perduto il loro carattere originario, di modo che esse non soltanto avevano cessato di servire utili scopi, ma il loro intervento scriteriato aveva costretto i lavoratori a lasciare le città e a stabilirsi nei villaggi dove la corporazione non aveva giurisdizione. In molti casi le città soffrivano non perché veramente i mestieri decadessero, ma perché i loro regolamenti portavano a una dislocazione dell’industria; mentre in altri casi esse non potevano ricavare tutto il vantaggio del risveglio, che si sentiva in varie direzioni» (CUNNINGHAM, The growth of english industry, vol. I, 1905, pag. 509). 

La rivolta del maggio 1517 mostra a qual grado di esasperazione fossero giunti i giornalieri. Questa rivolta sembrò indirizzata contro gli operai stranieri accusati di muover la concorrenza agli operai inglesi, ma presto si rivelò un vero movimento di classe contro la gente ricca anche indigena.
Essa servì soltanto a dimostrare che il sistema della corporazione diventava sempre più pesante. Intanto le industrie si trasferivano nel contado. Villaggi diventavano città e in questi nuovi centri il capitale non era impacciato dalle restrizioni e dai regolamenti delle corporazioni.
Esso poteva liberamente espandersi. A questo movimento dalla città alla campagna – che sembra essere l’esatto contrapposto del movimento attuale dalla campagna alla città – l’Inghilterra, deve l’esser nate talune delle sue più industriose e fiorenti città, come Manchester, Birmingham e Shefield, vere città capitalistiche, cresciute in un ambiente puramente capitalistico e secondo le esigenze del nuovo sistema economico.

Man mano che gl’interessi capitalistici si affacciavano e si rendevano più forti, il potere politico si mostrava improntato di spirito capitalistico e cercava contenere l’azione delle corporazioni. Queste erano state corpi municipali esercitanti un certo potere legislativo. L’autorità centrale invade di continuo la sfera prima riservata alle corporazioni e riduce il loro campo d’azione.

Nel 1503-1504 il Parlamento inglese stabilisce che né i « maestri, né le guardie, né i compagni, nè i mestieri, né alcun artigiano in particolare, od amministratore di corporazione o fraternità (Erano le associazioni dei giornalieri. Ne riparleremo nel successivo capitolo), non debbono assumersi di fare alcun atto o ordinanza… a meno che i medesimi atti non siano riveduti o approvati dal Cancelliere, il tesoriere d’Inghilterra e i giudici-presidenti dell’uno o dell’altro Banco, o da tre di essi, o ancora da due giudici di assisi al momento del loro giro». Nel preambolo alla ordinanza si legge che i «maestri, guardie e genti della gilda, stabiliti nelle diverse parti del regno, spesso, sotto pretesto di regolamento e di diritti ad essi conferiti e confermati per carte e lettere patenti di diversi re, facevano, fra di loro, un gran numero di ordinanze illegali e irragionevoli tanto per ciò che si riferisce al prezzo delle merci, che per altre cose, in vista del loro guadagno particolare e per il comune pregiudizio e danno del popolo ». Così, nota l’Ashley, il solo motivo che fu distintamente indicato fu il desiderio di togliere alle compagnie il potere di fissare il prezzo delle derrate. È difficile dire in una maniera esatta fino a che punto esse avessero esercitato un tale diritto, ma quale che fosse la misura secondo la quale avevano esercitato il diritto, ora era loro tolto.
Le compagnie non subirono solamente restrizioni in ciò che concerne la fissazione dei prezzi : la loro giurisdizione sui propri membri fu chiusa in limiti sempre più stretti. Finalmente il grande Statuto del quinto anno del regno d’Elisabetta trasportò ai giudici di pace e ai principali ufficiali dei borghi (nella loro qualità di giudici) quasi tutta la giurisdizione concernente i giornalieri e gli apprendisti (ASHLEY, op. Cit., vol. 11, pag. 204 e seg). Ma noi dobbiamo fermarci un poco su questo Statuto di Elisabetta.

Lo Statute of Artificers (1603) sembra non si proponga altro scopo se non di unificare le misure prese sinora, cioé fin dal 1558, intorno agli artigiani, ma il suo carattere capitalistico non é dubbio, anche là dove viene in soccorso alle città in decadenza e si propone di contrastare allo sviluppo del contado. Praticamente parlando esso doveva risolvere un doppio problema. In primo luogo doveva provvedere a fornire i mestieri del numero di lavoranti necessari ; in secondo luogo
riparare alla deficienza di lavoro agricolo che lo sviluppo industriale provocava.
Si badi che intanto l’agricoltura aveva già perduto il suo carattere patriarcale e forniva tutto il mercato, necessario perciò non toglierle le braccia, mentre il fiorire dei mestieri, specie nel contado, attirava i contadini e cagionava il deperimento dell’agricoltura. D’altra parte lo sviluppo dell’industria facendo crescere la domanda di lavoro portava a notevoli aumenti dei salari. Lo Statute of Artificers provvede al doppio inconveniente, creando una specie di servitù parziale da parte dei giornalieri.

Lo Statuto prescrive innanzi tutto un lungo periodo di alunnato, di sette anni, tanto nell’agricoltura, quanto nell’industria, tradendo così la sua indole capitalistica, perchè se l’alunnato poteva giustificarsi nell’industria con la necessità di imparare un mestiere complicato, era assurdo nell’agricoltura, ove si tratta di lavori semplici e d’immediata intelligenza. Il giornaliero riceve così una specie di adscriptio al lavoro per sette anni esso deve lavorare quasi gratuitamente per il padrone.
Inoltre la scelta del mestiere riceve una notevole limitazione, a favore dei lavori agricoli, e si cerca di creare ostacoli al trasferimento del lavoratore in città. Si vede che il legislatore vuol tenere la bilancia fra il capitalismo agricolo e il capitalismo industriale, segno che già il capitale, in tutte le sue forme, s’era impadronito della produzione e la dominava.
In un periodo di tempo in cui unico produttore é l’uomo e si può produrre solo in ragione della quantità di braccia di cui il capitale può disporre, l’asservimento del lavoratore é il mezzo quasi esclusivo per ottenere dei redditi. Solo più tardi la « Scienza » dell’ Economia doveva scoprire le virtù combinatrici e produttrici del capitale.

L’importanza maggiore dello Statuto sugli artigiani si deve rinvenire nella grande uniformità che esso produsse nelle condizioni economiche dell’Inghilterra.
Noi vediamo che il capitale fa un altro passo verso la conquista di condizioni uniformi nella economia interna. Poco per volta cadevano le barriere che tenevano divisa città da città, borgo da borgo (Superfluo ricordare che tutte le legislazioni europee hanno disposto sugli operai e sulle loro rimunerazioni. Il periodo è sempre lo stesso : sugli inizi del sistema mercantilistico.). Ora se noi facciamo datare l’inizio del sistema mercantilistico, cioè dell’intervento a disegno dello Stato nelle cose economiche, dallo Statuto sugli artigiani, vediamo quanto sia erronea l’opinione che lo Smith ha fondato con l’autorità del suo nome (Ricchezza delle nazioni, libro IV, dove si può anche vedere con quanta leggerezza questo profondissimo filosofo della superficialità sia ritenuto un liberista !), che il sistema mercantilistico sia un sistema di vincoli e di protezioni. Esso invece risponde al bisogno di espansione e di libertà dal quale sembra dominato il capitale.

É bensì vero che esso interviene per disciplinare e regolare le cose economiche, ma é vero altresì che un tale intervento, mentre crea vincoli e limiti, lo fa per rimuovere vincoli e limiti di ben diversa e maggiore gravità. Ma il sistema mercantilistico stava per ricevere un ben più formidabile impulso da una serie di altri esperimenti
che da parte del capitale si stavano compiendo e che poi – come accade sempre
che un sistema vitale si trova a contendere con un sistema rigido di economia – doveva esser di vantaggio soltanto al capitale.

Nel suo disperato tentativo di resistere alla condanna sospesa sulla sua testa dal capitale, il mestiere cercò scampo in una trasformazione che gli eventi dovevano mostrare assolutamente sterile. Nel corso del XV secolo, in Inghilterra, le corporazioni avevano acquistato il diritto di possedere beni in comune, generalmente terra. I redditi erano di solito investiti in opere di beneficenza, per l’assistenza dei poveri, a sollievo degli orfani e delle vedove, per opere di pietà religiosa. Nella successione del tempo era diventato comune far legati alle corporazioni allo scopo che queste anticipassero graziosamente capitali ai loro membri più poveri, i quali volessero tentare le vie del commercio (LEONARD, Hist. of Engl. Poor Relief, Cambridge, 1900, pag. 233). 

Oltre ciò, le corporazioni possedevano propri fondi, derivanti da multe, diritti, quote, ecc., che generalmente erano date a prestito a componenti della corporazione. Un passo innanzi venne rappresentato dalla pratica di impiegare il capitale della corporazione nello acquisto di materie prime per uso dei membri della corporazione. Evidentemente questo saggio di precoce cooperativismo traeva la sua ragione d’essere dalla insufficienza di capitali dei piccoli maestri, i quali, nata la concorrenza dei capitalisti, cercavano resistere contrapponendo le loro forze associate. Noi sappiamo che il tentativo non riuscì e che il saggio di precoce cooperativismo fu accompagnato da un vero fallimento. Le ragioni non son chiare. Probabilmente i mercanti che monopolizzavano la vendita della materia prima non avevano ragione d’incoraggiare simili esperimenti e perciò rendevano più difficile la prova esacerbando i prezzi. Di lì son nati altri tentativi di associare un ricco capitalista a un gruppo di artigiani, i quali ottenevano dal primo il capitale necessario alla loro impresa. Così i fabbricanti di spilli di Londra finiscono per cadere in piena balìa di una sola persona, un ricco signore della corte, al quale s’impegnano a pagare quattro pence per ogni 12.000 spille fabbricate, durante lo spazio di quarant’anni. Nel contempo, nel decadere della costituzione corporativa dei mestieri, i capitalisti
cercano di pigliarne il posto, domandando per sé i privilegi e le esenzioni che sfuggivano dalle mani degli artigiani (UNWIN, op. cit., pag. 166).

Fu quella una corsa alle patenti e ai brevetti. Lo Stato, stretto dai bisogni, vendeva brevetti e patenti a denaro suonante. Gl’interessi capitalistici s’imponevano.
Ma naturalmente chi aveva un brevetto cercava ricavarne il massimo frutto, assicurandosi un consumatore. Ora lo Stato non poteva garantire al portatore di un brevetto se non soltanto il mercato interno. Sotto l’influenza di questi motivi fu prima discussa, poi adottata la politica protezionista, la quale, come si vede, contrariamente a ciò che suppone la storiografia comune, non fu il prodotto di una politica a disegno, ma il risultato dei monopoli capitalistici, costituitisi sul fallimento della politica di resistenza tentata dal mestiere.

Già la semplice adozione del sistema protezionista dimostra che la fase del mestiere e della sua soprastruttura giuridica, la corporazione, è superata. Impossibile, infatti, nel periodo del mestiere adottare una politica economica nazionale, cioé che investa tutto il paese, poiché il paese é spezzettato in tante zone economicamente
indipendenti, dove vige il costume e la legge dettata dalla corporazione ; inutile proteggere l’industria dal momento, come abbiamo visto, che esiste il monopolio del mercato soltanto da parte di tutti i componenti delle corporazioni.

In questo senso appare una vera superfluità discutere se la protezione fu o non fu un progresso ; lo fu tanto evidentemente che essa consacra la fine del dominio di una politica economica strettamente municipale e crea la possibilità di un mercato nazionale. Se noi poniamo un dazio proibitivo alle frontiere politiche, egli è che tutto il territorio dello Stato è divenuto economicamente un mercato solo. Ma anche, si badi, la sola possibilità di rompere definitivamente l’egemonia locale del mestiere,
consiste nel poter svolgere una politica a disegno, e questa non può svolgersi finchè sul mercato concorrono capitali stranieri sui quali, evidentemente, lo Stato non può esercitare la pressione che può esercitare sui capitali nazionali. E’ ridicolo giustificare a posteriori un fatto che dimostra l’universalità e la persistenza del mercantilismo, ma non c’è dubbio che ponendoci dal punto di vista di quel suo primo passo che è la protezione doganale, esso significava un progresso indiscutibile (Durante il 1907 si è dibattuta sul Giornale degli Economisti una strana polemica sul valore del sistema mercantilista ; i degni professori che ne discussero vi sfoggiarono una ignoranza così classica della storia economica, che vale la pena di ricordarla qui, a gloria della scienza economica indigena).

Bisogna intanto aggiungere che non solo si trattava di un progresso, ma per lo Stato di una evidente necessità. Gli agri attacchi dello Smith contro il sistema mercantilistico apparirebbero singolarissimi, se non fosse tradizione della scienza ufficiale la sua incapacità a intendere il fatto storico. Ecco in che senso lo Stato si trovò costretto ad adottare la politica mercantilistica.

Noi abbiamo già varie volte accennato che senza temer presente la connessione
fra l’esercizio del potere politico e la formazione della ricchezza capitalistica non è possibile comprendere la storia del capitalismo. Questa connessione é così intima che tutti i riformatori sociali, moderati o radicali che fossero, hanno sempre sentito il bisogno di agire sullo Stato o per mezzo di esso. Ora non soltanto la funzione statale spiega il formarsi della ricchezza capitalistica privata, ma molto spesso lo stato interviene esso sull’azione economica, come capitalista. Il denaro dello Stato é impiegato nelle industrie private (« Das ursprungliche Kapital der Industriellen
fliesst hier zum Theil direkt aus dem Staatsschatz ». MARX, Kapital, I, 41 ed., pag. 722. E’ questo un altro caso in cui Marx si accorge che il capitale scaturisce dalle casseforti dello Stato).

Lo Stato diventa imprenditore: senza questa premessa è incomprensibile il sistema mercantilista. Naturalmente diventando imprenditore, lo Stato ama proteggersi. Come ogni industriale, esso desidera per sé il monopolio, e come nel suo caso il potere politico assiste l’attività economica, é più facile la seduzione a concedersi un sistema di protezione.
A un certo punto, lo Stato diviene esso industriale. In Inghilterra questo passo si fece assai tardi e lentamente ; in Francia, il sistema sviluppato prese nome di colbertismo. Ma nella stessa Inghilterra l’azione dello Stato è visibile ed evidente. Fra il 1558 e 1603, lord Burleigh, economista e uomo di Stato ragguardevole, tenta sviluppare organicamente il capitalismo nel Regno Unito. L’inferiorità dell’Inghilterra nelle sue forniture di polvere da sparo e nelle artiglierie sedusse lord Burleigh a promuovere la metallurgia e l’industria delle polveri. La sua maggiore preoccupazione fu la marina mercantile, convinto come era che senza marina mercantile non si può avere flotta militare. La politica forestale dell’Inghilterra é in stretta connessione con le cure che gli uomini di Stato di quel
paese pigliavamo per accrescere le flotte mercantili e militari ; Burleigh prese una serie di misure per impedire la devastazione delle foreste, che dovevano fornire il legname per le navi.

Il gusto degli inglesi fu perfino obbligato a piegarsi al consumo del pesce.
Già fin dal 1549 un atto del Parlamento aveva imposto una serie di giorni in cui era obbligo del fedele suddito inglese mangiar pesce. Una donna, che, sul Tamigi, aveva un’osteria all’insegna della Rosa ebbe la taverna svaligiata perché in un giorno di quaresima fu trovata che serviva carne ! Il commercio del pesce prese un rapido slancio e si videro in breve sorgere ricche fortune. Ma solo dopo la rivoluzione il Parlamento inglese si decise ad adottare vie puramente colbertiane, sebbene non con la fermezza e la larghezza della monarchia francese (CUNNINGHAM, op. Cit., vol. II, § 171, 172, 220, 22). In ogni modo, anche l’Inghilterra, come quasi tutti gli altri paesi d’Europa (« Pourquoi aller chercher si loin la cause de l’eclat manifacturier de la Saxe
avant la guerre R Cent quatrevingt millions de dettes faites par le souverain ! ». MIRABEAU, Monarchie prussienne, Londres, 1778, vol. VI, pag. 101.
), vide fiorire un sistema industriale o promosso con mezzi dello Stato o largamente sussidiato dallo Stato. Che cosa fu e a che cosa riuscì il collettivismo noi vedremo fra poco ; ma sin da ora possiamo dire che con mezzi assolutamente inadeguati e per vie indirette esso decise della formazione di un mercato interno unitario, aperto alla libera attività del capitale. In questo la sua portata rivoluzionaria.

Il sistema colbertiano consta di due parti : la regolamentazione delle industrie e la creazione di nuove industrie, con i denari dello Stato o con la concessione di un monopolio privato. La regolamentazione delle industrie si ebbe con un insieme di prescrizioni, riassunte poi nel 1669 con le quattro grandi ordinanze che statuirono in tutta la estensione del regno sulla giurisdizione, la fabbricazione delle stoffe, la tintura dei panni e quella dei filati. Era in certo modo un codice della tessitura. Per ogni genere di stoffe i regolamenti determinavano esattamente la lunghezza e la larghezza del tessuto, le dimensioni delle spinette, il numero dei fili della catena, la qualità delle materie prime impiegate e il modo il fabbricazione.

C’erano già, dal XIII secolo delle prescrizioni della stessa natura negli statuti dei pannivendoli, ma la loro autorità non varcava i confini del comune. Colbert l’estese a tutto il regno. Egli la faceva rispettare, mentre prima era sempre misconosciuta o violata. Egli esigeva che nel termine di quattro mesi, le lane e i rolli di tutte le fabbriche fossero rifatti, pena la confisca, allo scopo di ottenere le lunghezze e le larghezze prescritte.
Sottometteva ogni specie di stoffa a questo regolamento : la sola ordinanza sui panni e sui verges abbracciava non meno di venticinque categorie. Le due ordinanze sulla tintura delle stoffe e sulla tintura dei filati entravano negli stessi minuziosi particolari ; regolavano tutto e pretendevano, per così dire, dirigere ciascuna delle operazioni della fabbrica.

Poi, come se fossero state insufficienti, Colbert pubblicò, il 18 marzo 1671, una istruzione generale per la tintura delle lane di ogni colore e per la cultura delle droghe e degli ingredienti che vi si adoperano. Questa ordinanza non aveva meno di 317 articoli ! Era più che un codice – dice il Levasseur (LEVASSEUX, op. cit., vol. II, pag. 182) – era una specie di manuale del tintore. Altro che lo Stato industriale dei nostri socialisti ! I colori erano classificati in semplici e composti; se ne definiva la natura, se ne analizzavano le proprietà e siccome la scienza non era troppo avanzata da questa parte, Colbert avventava congetture di un bel sapore alchimistico e che oggi, lette, non mancherebbero di sollevare il sorriso dei competenti e degli scettici.
Lo Stato industriale sproposita come ogni fedel minchione (II Pantaleoni anzi dice che lo Stato è l’alunno più somaro che si conosca. Tutte le lezioni sono inutili per esso !). Ma il colbertismo è soprattutto un mezzo di creazione delle industrie per mezzo dei denari dello Stato, puro e semplice socialismo anticipato ( E non manca di provocare le rivolte degli operai, come accadde ad Alencon nel 1667, dove gli operai chiesero che lo Stato lasciasse loro la libertà di lavoro e non pretendesse di « proteggerli » nelle sue fabbriche.
Lo Stato industriale è sempre Stato capitalista, e quindi in contrasto con i dipendenti. Ma andate mò a far capire una cosa tanto liquida ai socialisti della cattedra e ai nostri buoni «riformisti”).

La manifattura dei Gobelins fiorì sotto la sua protezione.
Essa fece onore al genio e al gusto francese. Non lavorava che per il re, ma impose i propri modelli anche ai produttori privati. Bisogna aggiungere che costò cara. Dal 1661 al 1710, lo Stato spese per i Gobelins e per la saponeria una somma di 3.945.603 lire. Altre manifatture di tappeti furono fondate. Nel 1664 Colbert autorizzò la creazione di una manifattura reale di tappeti a Beauvais : poi quella della città di Antasson. La Francia ritirava da Venezia tutti gli specchi. Colbert incaricò de
Bonzy, vescovo di Béziers, d’impegnare dei buoni maestri al servizio del re. I negoziati furono difficili. Venezia era gelosa delle sue industrie ; essa non ammetteva nessuno straniero nelle sue fabbriche e confiscava i beni di ogni artigiano che lasciava la patria. E poi i vetri erano fusi a Murano, puliti a Venezia, e la maggioranza degli operai, occupati in un sol genere di lavoro, non possedeva l’intero mestiere. Ciò non pertanto De Bonzy riuscì. Alcuni operai veneziani vennero in Francia e nel 1665
un francese, Nicolas Dunoyer, fondò al sobborgo Sant’Antonio la prima manifattura di specchi. Essa ebbe ogni sorta di privilegi e l’anticipo di 12.000 lire tornesi da rimborsare in quattro anni.

Come gli specchi, i francesi ritiravano da Venezia i loro merletti più fini. Colbert si sforzò di rubare ai veneziani il loro segreto e ci riuscì. Fu fondata una fabbrica con privilegi e con diritto d’impiantar succursali in tutto il regno. Gl’intendenti, i sindaci ricevettero l’ordine di secondare, di reclutare operaie e stimolare lo zelo dei municipi. Le città fornirono gli edifici. Colbert incoraggiò la fabbrica delle stoffe di seta. Si ritirava da Milano l’oro filato di cui si faceva uso nei ricami.
Egli creò a Parigi una fabbrica di oro filato. Bologna aveva il privilegio dei crespi e ne vendeva annualmente in Francia da sessanta a settanta casse.
Con un privilegio e con la completa proibizione di importare i crespi di Bologna, fu istituita una fabbrica a Lione. Da Madrid venivano le calze di seta. Con un’anticipazione di 40.000 lire a un certo Fournier fu fondata una fabbrica di calze di seta e proibita l’importazione madrilena (Riassunto da Levasseur).

Sarebbe lungo e superfluo seguire in tutte le sue particolarità il sistema di Colbert. Ci importa soltanto notare che parallelamente Colbert spingeva l’opera di unificare internamente il mercato della Francia. Ogni zona, ogni provincia, ogni distretto della Francia era separato dall’altro da una serie di barriere fiscali. Non c’era quasi provincia che non fosse caricata di diritti bizzarri, la cui molteplicità dava luogo ad abusi incredibili.

« Era quasi impossibile, scriveva lo stesso Colbert, che un così gran numero d’imposte non causasse grandi disordini e che i commercianti potessero averne conoscenza per sbrogliarne la confusione, e molto meno i loro commessi, che erano sempre obbligati di rimettersene alla buona fede dei dipendenti degli appaltatori delle imposte, la quale era spesso molto sospetta».
Colbert volle ovviare a questo inconveniente abolendo tutte le dogane interne, e sostituendole con un diritto unico che sarebbe solamente percepito sulle merci importate o esportate. Naturalmente non si poteva pervenire a stabilire nell’interno del paese la libera comunicazione dei beni, se non si stabiliva un dazio di frontiera, di importazioni, e di esportazione, che serviva anche a scopi fiscali. L’editto del 18 novembre 1664 tenta abolire le dogane interne, ma non tutte le province accettarono la nuova tariffa . «Circa venti province, che formavano il centro del regno, l’accettarono e non furono più separate da nessuna barriera », narra il Levasseur (LEVASSEUR, op. Cit., vol. II, pag. 233). «Esse portarono il nome di provinces des cinq grosses fermes. Ma molte fra esse, quali l’Artois, la Brettagna, la Linguadoca, il Lionese vollero restare indipendenti.

Esse presero il nome di provinces reputées étrangères. Le merci dovettero pagare i dazi della tariffa per passare, all’entrata o all’uscita, di queste province in quelle dei cinque grossi appalti ; esse conservarono le loro dogane interne, i loro dazi di ogni specie, quali i dazi della dogana di Lione, di Valenza, la patente di Linguadoca, la tratta di Arzacq, di convoglio e contabilità a Bordeaux. In seguito le conquiste di Luigi XIV e Luigi XV aggiunsero al regno nuove province, le quali restarono fuori il sistema di Colbert e che furono interamente assimilate da paesi stranieri sotto il nome di étranger effectif». L’unità non si fece, perché rimasero tre specie di province, ma un grande sforzo fu fatto in questo senso. Il sistema colbertiano esprimeva dunque questo bisogno del capitale a creare un mercato unitario interno.

Non c’è bisogno di ricordare che il sistema colbertiano, in quanto sistema per sviluppare artificialmente le industrie, fu seguìto da un disastro generale. Vivente lo stesso Colbert, cominciò la decadenza.
Pochi anni dopo la sua morte non ne avanzava più nulla (LEVASSEUR, op. Cit., vol. II, cap. VI.). Ma il colbertismo era stato il mezzo più efficace per distruggere le barriere interne o per avviare la soluzione di questo problema. Unwin, fatta la storia dei saggi colbertiani seguiti in Inghilterra e dell’insuccesso che accompagnò la politica protezionista, osserva giustamente : « É stato detto con qualche verità che i fondamenti della supremazia industriale inglese furono posti nei secoli precedenti l’adozione della politica del libero commercio internazionale ; e si è argomentato che l’Inghilterra debba il vantaggio che essa aveva già guadagnato nella competizione con le altre nazioni all’aver adottata una politica mercantilistica di audace aggressione.

Basterà per concludere suggerire un’altra possibile teoria del progresso nazionale inglese a cioè che, grazie alla libertà stabilita nelle relazioni interne ed alla relativa assenza – entro il paese – di restrizioni mercantili, l’Inghilterra ha non soltanto edificato, durante gli ultimi due secoli, le forze produttive che furono l’ammirazione e l’invidia degli scrittori continentali, ma si preparò ad adottare successivamente il principio di una più larga libertà di commercio» (UNWIN, op. Cit., pag. 194-195. Possiamo dopo ciò congratularci con uno dei più patentati depositari della erudizione tedesca allorché rimprovera allo Smith e ai fisiocratici di non essersi accorti che il sistema economico
sorto sotto i loro occhi era un prodotto artificiale dello Stato ! (BUCHER, Die Entstehung der Volkswirtschaft, pag. 140). Infatti il sistema che lo Stato aveva voluto creare era in piena dissoluzione. L’ erudizione tedesca é questione di fede.). 

Noi, studiando il caso del sistema colbertiano in Francia, eravamo già giunti a questa conclusione. Secondo il nostro modo di vedere il mercantilismo non é il sistema che si oppone al libero scambio, ma è il primo passo per giungere a un sistema di libertà economica completa.

All’esatta intelligenza del sistema mercantilista ha fin qui nuociuto l’opinione dallo Smith, appresa pappagallescamente da tutti gli economisti come quintessenza di verità e ripetuta senza varianti sino al giorno nostro. Ora, mentre è assai probabile che lo Smith si proponesse uno scopo tutto pratico, cercando utilmente distogliere i suoi conterranei da alcune false opinioni sul commercio ; è dubbio se egli abbia inteso il nocciolo della dottrina mercantilista.

Attenendoci a lui dovremmo ritener che il mercantilismo consiste nel seguire una politica favorevole all’incremento dei metalli preziosi in un paese. Egli cita in suo sostegno le opinioni del Locke e del Mun, i quali, insieme avvisano il pericolo del rimanere sguarniti di metallo prezioso e la convenienza di moltiplicare i tesori monetari (A. SMITH, Ricchezza delle nazioni, libro IV, cap. I.).

Ma si baderà, innanzi tutto, che il sistema mercantilista non é una teoria, per la quale siamo costretti a riferirci all’opinione degli scrittori, sebbene un reale sistema di politica economica effettivamente seguito per il corso dei secoli in tutti i paesi d’Europa. Inoltre io dubito molto che lo Smith abbia rettamente intese le idee del Locke e del Mun. Egli era un pensatore molto debole e non sempre gli riusciva di cogliere il punto centrale di un ragionamento (Ho dimostrato nel mio studio sulla fisiocrazia che egli non comprese nulla del sistema di Quesnay, circostanza tanto più grave perché egli era vissuto negli ambienti fisiocratici di Parigi). 

Ora, da quello che noi siamo venuti esponendo, il sistema mercantilista consiste
soprattutto nell’adozione di una politica commerciale nazionale, in contrapposto
alla politica municipale ; questa é la caratteristica di maggior momento del mercantilismo. Il regime monetario caldeggiato in questo regime – e sul quale a torto si é richiamata l’attenzione degli studiosi -era una inevitabile conseguenza della premessa.

Già a proposito del Burleigh si è notato dal Cunningham che la sua premura dei metalli preziosi non mirava ad acquistar tesori, ma a procurare le cose indispensabili alla vita. Un uomo politico inglese, il Dyson, contemporaneo del Burleigh, notava acutamente in mezzo a quali difficoltà si dibattesse la Spagna, non ostante i suoi tesori, costretta come era a ritirare vettovaglie, navi, polveri dagli altri paesi, per essersi i suoi cittadini fanaticamente dedicati alla semplice industria di strappar oro agli sventurati indigeni delle Americhe.

Un banchiere inglese, il Gresham, era riuscito da solo, con un’abile operazione finanziaria, a ritardare di un anno il vettogliamento della cosiddetta Grande Armada, che doveva invadere l’Inghilterra, e così a permettere al proprio paese di prepararsi alla resistenza ; e ciò perché, ricca di ori come era la Spagna, doveva comprare a Genova un po’ di grano per i soldati (CUNNINGHAM, Op. M., vol. II, § 170 e 180).
Tutti questi fatti dovevano aver provato da un pezzo, senza bisogno che lo Smith ne erudisse, come accumulo di denari non voglia dire ricchezza. Supporre, dopo ciò, che veramente Locke e Mun pensassero che un paese diviene tanto più ricco quanto è maggiore la sua disponibilità di metalli preziosi, è pensare l’assurdo.

Ma naturalmente, data una politica di esclusione delle merci estere dal mercato nazionale, non c’era che un sol mezzo per controllare l’efficacia di questa misura : il corso dei cambi.

È noto che quando i cambi sono alti, ciò vuol dire che il paese è debitore, e quindi che ha importato più che non abbia esportato.
Perciò gli scrittori mercantilisti raccomandano che i cambi siano bassi, favorevoli, perché cambi bassi vuol dire che abbiamo più esportato che importato e – quindi – che dobbiamo esser saldati in moneta. Questa insistenza degli scrittori e degli uomini politici mercantilisti sulla importanza dei corsi del cambio è completamente fraintesa. Siccome corso dei cambi bassi, cioè una bilancia favorevole, vuol dire che nel paese ci sono molte tratte estere e che quindi l’estero ci deve mandare denaro ; i critici del mercantilismo pensano che i mercantilisti diano importanza alle quantità di denaro esistente nel paese.

Nulla di più falso. In realtà l’indice del corso dei cambi serve soltanto a provare che le merci estere stanno lontane da noi. 
E vero che noi sappiamo che il corso dei cambi non dipende solo dalle importazioni e dalle esportazioni ; e su questa circostanza Smith impernia la prolissa e snervante lezione che egli impartisce ai mercantilisti e che poi gli economisti dei due emisferi hanno riprodotta con grande suffisance. 

Ma delle altre due circostanze che possono agire e cioè i rapporti dei debiti e dei crediti di natura non commerciale (debito pubblico) e la diversa parità monetaria, solo la seconda poteva agire ; sappiamo altresì che l’influenza di essa non è grande e doveva essere esattamente calcolabile.
Noi dunque siamo nuovamente ricondotti alla nostra ipotesi.

Che poi gli scrittori mercantilisti abbiano spesso testimoniato un gran debole per i metalli preziosi non deve farci meraviglia. Come il lettore avrà dovuto constatare, fino a tutto il XVII secolo, il capitale ha avuto funzioni esclusivamente commerciali e bancarie. Il capitalista, sinora, ci é apparso come monopolizzatore del mercato. Esso non domina la produzione, se non perché domina la compra-vendita ; ma la produzione vera e propria continua sulla base del mestiere. Il produttore é sempre un maestro di bottega assistito da un paio di giornalieri ; salvo che ora non fabbrica
più per il cliente privato, ma per il capitalista. In altri termini: non esiste capitale permanentemente investito in macchine, edifici, strumenti.
Il capitale, nella fase mercantilistica, funziona solo come capitale di acquisto, capitale nella forma liquida, capitale indifferenziato, capitale-denaro. In quanto il sistema mercantilistico rappresenta la prima fase organica di sviluppo della produzione capitalistica (basta appena porre mente che in grazie ad esso si unicizza il mercato interno) é legittima la preoccupazione degli scrittori mercantilisti intorno a un largo accumulo di denaro. Si capisce: a patto che sia investito nella produzione. L’accumulo puro e semplice di tesori improduttivi riduce un paese alla condizione della Spagna.

Grazie all’esistenza di questi tesori, il capitalista diventa commerciante e il mestiere diventa un ramo della produzione capitalistica. In altri termini il tesoro é la premessa della trasformazione capitalistica del mestiere.
L’esaltazione dell’oro che vediamo negli scrittori mercantilisti rivela lo sforzo del capitale a dominare la produzione.
Il sistema mercantilistico lega all’economia del XVIII secolo dei tre paesi più sviluppati di Europa: Inghilterra, Francia e Paesi Bassi un mercato unificato. La possibilità della produzione in massa comincia ad esistere. Se ora il capitale scoprirà
un mezzo per produrre su larga scala e per bisogni unificati, il suo dominio sulla produzione sarà completo. Sinora il capitale ha dominato dall’esterno, senza entrare, salvo eccezioni, nella officina. Esso si é presentato sul mercato come un potere estraneo al produttore. Trattasi adesso di comprendere se é capace di entrare nell’officina e diventare il principio direttore della produzione.

L’opinione volgare che il mestiere sia sparito perché la grande produzione rappresenta un minor costo, non è confermata da niente. Innanzi tutto si badi che una produzione meno costosa non avrebbe avuto nessuna probabilità di battere il mestiere, se il bisogno avesse continuato a mostrarsi come bisogno individuale, personale, di un consumatore legato a un particolare produttore, come chi indossa l’abito e si serve presso quel tal sarto che considera un genio. La produzione meno costosa è la produzione in massa, ma questa suppone un bisogno quasi indifferenziato, cioè la riduzione dei consumatori a una specie di denominatore comune. Abbiamo visto come il capitale cercasse di produrre una trasformazione di questo genere nella economia. Ma il mestiere non sparisce affatto. E invece asservito
al capitalismo; segno che il trionfo del capitalismo non era punto legato alla scoperta di un sistema produttivo superiore.

Resta dunque eliminata l’opinione che confonde la scoperta di un metodo produttivo superiore con la prevalenza del capitalismo.

Il capitale impadronendosi del suburbio e rompendo il privilegio locale del mestiere, separa il cliente dal produttore e funziona da intermediario fra di loro ; escludendo le merci estere dal mercato interno, col sistema protettivo, prima asserve completamente i mestieri che lavorano con materia prima straniera, ora monopolizzata dal capitale, e poi organizza una politica omogenea all’interno del paese, precipitando il processo che reca all’unificazione del consumo. Questo era stato già iniziato dal sistema monarchico in lotta col feudalismo, a cagione di che si era resa più rapida la formazione delle grandi città, dove il consumo tende a rendersi
omogeneo e la domanda acquista un aspetto unitario.

Nel secolo XVI Napoli aveva 240.000 abitanti ; nel 1850, Milano e Venezia
superavano i 200.000. Secondo i calcoli del Beloch queste città avevano raddoppiato la loro popolazione in un secolo. Sebbene meno documentabile, si presume il medesimo fenomeno per le altre grandi città continentali.
Evidentemente qui si riscontra il confluire del movimento del capitale con la politica dell’assolutismo monarchico, che cerca spostare dai castelli lontani alla città il centro d’influenza della vita sociale. Ma questa circostanza è dominante per comprendere i futuri destini del regime capitalistico, la scoperta di un metodo produttivo superiore agisce su un altro piano.

(Continua)
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