Di Arturo Labriola (1910) 

IL CAPITALISMO

CAPITOLO 3

Come il Capitale si impadronì della produzione

Così vediamo che l’albero genealogico della produzione capitalistica ha due capostipiti : il
mestiere e il capitale commerciale, ma è sottinteso che il capitale commerciale che noi incontriamo sugli albori del regime capitalistico non ha nulla di comune con il commercio che si svolge sulle basi della produzione diretta per il consumo e trae origine dalle esigenze di questo. Il commercio, che potremmo chiamare artigianale, il commercio fondato sul mestiere, è un complemento della produzione per il consumo e serve a soddisfare i bisogni che la produzione locale non può soddisfare; mentre il commercio capitalistico ha per scopo l’arricchimento e per punto di partenza la necessità di trovare un impiego a capitali accumulati per via non economica.
Dietro il commercio artigianale c’è il mestiere ; dietro il commercio capitalistico c’è la funzione pubblica, sorgente principale, se non esclusiva, dell’accumulazione capitalistica.

L’aver trascurato questo rilievo ha prodotto non pochi errori nella storia economica. Ma quando noi indaghiamo con occhi attenti i complicati problemi che la storia economica più lontana ci tramanda, scorgiamo per luce improvvisa come il capitale commerciale non è un dato primo della storia del capitalismo, ma presuppone l’esistenza di un’altra funzione e lo sviluppo di un altro processo, che non coincide immediatamente con l’economia.

Invero, mentre lo storico a cui non si rivela intera la realtà sociale, cerca nel commercio il punto di partenza del capitalismo, egli stesso ci offre il documento per smentire la propria tesi. Venezia è, fra le città italiane, un esempio precoce di società capitalistica. L’Heynen vorrebbe (REINHARD HEYNEN, Zur Entstehung des Kapitalismus in Venedig, Stuttgart-Berlin, 1905 ; opera dedicata a confutare la teoria del Sombart circa le origini fondiarie della ricchezza capitalistica, ma che cade nell’errore opposto di trovarla nel commercio), come già si è accennato, chiedere al commercio il segreto della precoce formazione capitalistica di Venezia ; ma egli stesso accenna che i primi ricchi di Venezia – secolo VII dell’era nostra – sono uomini che rivestono cariche pubbliche il vescovo Deusdedit di Torcello, il patriarca Fortunatus, il doge Giustiniano Particiaco, il vescovo Orso di Olivolo e la famiglia degli Orseoli, alla quale non sdegnavano imparentarsi i superbi imperatori di Bisanzio (Id. Id, pag. 15-17).

Lo Hartmann accenna all’importanza che il commercio del sale ha avuto per lo sviluppo del commercio veneziano (HARTMANN, Die wirth. Anfange Venedigs, in « Vierteljahresschrift fur Soz. und Wirtschaftsgeschichte», 1904, pag. 435.) ; ed, infatti, già noi sappiamo che il sale forma anche per le comunità agricole, bastevoli a sé stesse, un articolo di necessità e a cagion del quale sono costrette ad atti di commercio. Ma il commercio del sale é tipicamente di quel genere che non può condursi con piccoli mezzi, essendo esso un genere voluminoso e di poco prezzo e quindi rende necessario l’impiego di costosi mezzi di trasporto, tanto più considerando il carattere insulare di Venezia. Ma noi tocchiamo con mano, proprio per le notizie che ne offre l’Heynen, come il commercio veneziano, dal momento in cui ci appare nella veste capitalistica, e quindi può esser causa di ulteriore accumulazione, non é pratica di comuni mercanti, ma esercizio di attività che già rappresentano accumuli di ricchezza.
Noi vediamo infatti come il doge Giustiniano Particiaco risulti dal suo testamento dell’anno 829 interessato ad affari di commercio per somme cospicue. Il suo contemporaneo e conterraneo, il patriarca Fortunatus ottiene da Carlo il Grosso l’esenzione doganale per quattro suoi vascelli carichi di mercanzie, nelle quali traffica (HEYNEN, loc. cit., pag. 26-27).
Quale dubbio per noi che il commercio nella forma capitalistica supponga già formate le prime ricchezze mobiliari, e per essere questi primi mercanti all’ingrosso uomini rivestiti di cariche pubbliche, tali ricchezze mobiliari si siano formate per l’esercizio della funzione pubblica?

Ma la storia di Venezia, che ci conduce col pensiero tanto indietro, corrobora di ben altre prove questa induzione.

Nel trattato di commercio dell’880, stipulato fra i veneziani e Carlo III, il doge riserba per sé e per i proprii eredi la esenzione tributaria. «Si vede, dice l’Heynen, che il capo dello Stato era nello stesso tempo il maggior commerciante di Venezia» (HEYNEN, loc. cit., pag. 28), salvoché l’Heynen non sa ricavare da questa premessa tutte le conseguenze. Undici anni dopo, l’imperatore Guido,
il 20 giugno 831, riconferma l’esenzione doganale per il doge, ma questa volta non si tratta più di una concessione personale, ma di una concessione fatta all’ufficio, segno che mercatura e funzione pubblica erano intimamente associate. Nei trattati che il doge stipula dal 924 al 927 con i re italiani,
si vede con quanta minuzia difende i suoi privilegi mercantili. Egli stipula espressamente la esenzione doganale non solo per sé, ma per tutte le persone che agivano in suo nome. Solo più tardi non se ne parla più nei trattati commerciali di Venezia, segno che oramai la funzione capitalistica si era specializzata e non più commista ad altri uffici o attributi, anzi non si confaceva più con la dignità dell’ufficio di doge.

Ma del resto da quali fonti sorse la fortuna commerciale di Venezia, se non appunto dal commercio di trasporto per conto dell’impero di Bisanzio, al quale, sulle prime, era tributaria, e dal commercio degli schiavi? Per un secolo e mezzo Venezia é stata la gran provveditrice di schiavi delle corti bizantine e saracene, la gran produttrice di eunuchi per conto di serragli orientali. Se queste origini così poco lusinghiere possono offrire materia di poetici entusiasmi ai nostri scrittori decadenti, che, ignorando la storia, osano proporre l’esempio di Venezia al popolo d’Italia; esse servono a sbugiardare la tesi che vede nel commercio l’origine della ricchezza mobiliare, perché il commercio degli schiavi e il trasporto mercenario delle soldatesche suppongono costose forme di impiego della ricchezza e non possono giustificarne la formazione. Prima del commercio c’é già il capitale. Non é colpa dello storico se le origini di essa non siano pulite («Una teoria generale della proprietà deve accontentarsi di spiegare, non di giustificare il fenomeno, il quale può essere anche non giustificabile».GRAZIANI, Istituz. di Econ. politica, 1904, pag. 325.).

«Forse per concludere – egli noterà – sarà ancora opportuno ricordare una forma di acquisto, la quale, senza essere troppo regolare e senza poter essere annoverata, secondo le attuali nostre concezioni, alle forme legali dell’arricchimento, ebbe ciò non pertanto una parte cospicua in quell’epoca della storia di Venezia nell’accumulazione del possesso mobile.
Essa consiste nell’appropriazione violenta del bene altrui per via di furto e di saccheggio.

I cronisti ne parlano mal volentieri, ma pure ne apprendiamo qualche cosa » (HEYNEN, loc. cit., pag. 39). E lo storico narra delle frequenti discese delle flotte veneziane sulle coste dalmate nel
IX e nel X secolo per depredarne gli abitanti, catturarli e venderli poi come schiavi ; già questo nome di schiavi é di origine tutta italiana e ci ricorda proprio gli «slavi» venduti in massa dai veneziani alle corti orientali, da cui poi, per corruzione fonetica, il nome di «schiavi ».

Narra di Comacchio, emula fortunata, sulle origini, di Venezia, poi attaccata di sorpresa, depredata, ridotta alla miseria, e i suoi abitanti in schiavitù; di Lissa, Lagosta, Ragusa, esposte alla sorte medesima, e infine lo storico conclude oggettivamente – e innanzi a quale infamia lo storico borghese perde la sua serenità ? – «da questi esempi deve risultare abbastanza chiaramente che in questa maniera dovette affluire a Venezia gran copia di beni adatti alla formazione di rispettabili fortune ». Rispettabili, cioé importanti. La morale accademica giudica sempre rispettabile la ricchezza. I valori etici sono per essa valori economici.

Ma quando il possesso mobiliare si é già formato, esso deve seguire l’impulso originario. Il capitale riveste la forma commerciale. Al polo opposto si trova il mestiere. Ma questa concezione dicotomica delle origini del capitalismo perturba la coscienza dello storico, il quale vagamente avverte che una società fondata su una antitesi originaria dovrà poi necessariamente svolgersi per un processo contraddittorio, cioé permanentemente rivoluzionario. Egli vedrebbe volentieri dal mestiere primitivo separarsi il mercante che per successive evoluzioni diventasse il capitalista moderno.
L’unità originaria di tutti i processi economici lascerebbe intravedere la possibilità di una loro finale riconciliazione. Così il processo storico del capitalismo, che data dal mestiere, si chiuderebbe con gli uffici arbitrali per la conciliazione delle vertenze fra capitalisti e lavoratori.
Le origini del capitale non conterrebbero un dissidio interiore destinato ad aggravarsi nel corso dello sviluppo e mancherebbe questa tendenza del processo economico indirizzata a risolvere il conflitto interno fra il lavoro materiale, inteso come attività combinatrice e trasformatrice, e il capitale, forma storica sotto la quale ci appaiono i processi economici, quando, smessa la veste naturale, divengono cosa privata, possesso monopolistico di una unità economica estranea alla produzione materiale (Ci riferiamo al prospetto grafico che della evoluzione del capitalismo GEORGE UNWIN pone in testa alla sua opera – per altro pregevolissima sotto molteplici aspetti – Industrial Organisation in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, Oxford, 1904).

Finché il mestiere resta chiuso in sé stesso, la sua capacità di sviluppo é molto limitata. « Il capitale – dice l’Ashley – rappresentava una parte poco considerevole. Per diventare maestro-artigiano un uomo aveva bisogno di affittare una casa, comprare gli utensili necessari ; infine, in qualche mestiere, possedere un po’ di denaro per procurarsi i materiali ; ma l’abilità, le relazioni, l’attitudine a produrre delle buone merci, la domanda assicurata di un piccolo numero di clienti, erano cose molto piú importanti» (ASHLEY, Hist. et doctr. icon. de l’Angl., vol. I, pag. 127.). In quest’epoca non esiste una classe di operai che lavorino a salario. C’erano dei giornalieri, che durante qualche tempo, avevano funzioni analoghe ai nostri salariati, ma ne differivano perché, salvo rarissime eccezioni, un salariato non diviene mai capitalista e un giornaliere normalmente doveva diventar maestro.
Quanto al maestro, nulla di comune col nostro capitalista. Era un produttore indipendente, che possedeva i mezzi di produzione, ma doveva lavorare pesantemente per una ricompensa, che, in linea generale, gli permetteva soltanto di sostenere sé stesso e la propria famiglia.

La gilda o ansa o corporazione era l’organizzazione legale di tutte le persone che a qualunque titolo : lavorante, maestro, apprendista o venditore girovago, appartenevano ad un mestiere e, sotto la sorveglianza delle autorità locali o centrali, attendevano, indipendentemente gli uni dagli altri, agli
atti di quel mestiere. C’erano certamente degli artigiani non sottoposti o uniti alla gilda, sparsi qua e là per la campagna. Ogni villaggio aveva il suo fabbro, ma la gilda dei fabbri esisteva solo in città. Pure la posizione di tutti costoro non era diversa dalla posizione dei membri della gilda. Essi possedevano i loro strumenti, ai quali solo con un vivo sforzo dell’immaginazione e per un gioco di analogie si può dare il nome di capitale. Questa categoria di persone trattava direttamente con la propria clientela. I suoi apprendisti e i suoi aiutanti appartenevano, per dir così, alla sua stessa classe. Erano lavoranti come l’artigiano indipendente, i quali solo per effetto di ostacoli frapposti dalla legge o dal costume, non avevano sempre la sua stessa rimunerazione. Noi siamo sempre nell’orbita del mestiere.
Le cose mutano quando si presenta sulla scena il capitale commerciale.

È un luogo comune della storia economica che l’organizzazione del commercio precede l’organizzazione dell’industria. La gilda dei commercianti confonde le proprie origini con le origini delle città. Noi immaginiamo facilmente che i primi capitalisti che hanno voluto impiegare i loro capitali hanno cercato di comprare e vendere i prodotti dei paesi lontani. Il commercio di esportazione ha dovuto essere la prima specie di commercio. Ma questi commercianti avevano pure una residenza, un domicilio, un centro dei loro affari, che doveva essere necessariamente la città, dove già avevano sede i mestieri e si era formato un mercato locale. Al principio la gilda dei commercianti molto probabilmente non é che la stessa agglomerazione dei cittadini (GROSS, Gild Merchant, vol. I, pag. 61); ma posteriormente abbraccia solo gruppi determinati di cittadini. Del resto, noi dobbiamo sempre riferirci a due specie di città : quelle storiche, che hanno già dietro sé una vita al momento in cui appaiono i documenti relativi alla gilda dei mercanti, e quelle fondate proprio con l’atto col quale si costituiva una gilda dei mercanti (W. CUNNINGHAM, The growth, etc., 1905, pag. 337 e seg.).

É assai probabile che per questo secondo genere di città, la carta di costituzione della gilda sia accordata a gruppi capitalistici, dai quali in certo modo dipenderà il resto della popolazione. Ma anche per la prima specie di città non é difficile riconoscere il genere di influenze che vi ha esercitato il capitalismo. Al principio la gilda dei mercanti deve comprendere tanto i capitalisti veri e propri, cioé coloro che già per vie non economiche o con l’usura posseggono un capitale mobile, quanto gli artigiani dei mestieri indipendenti. Ma la popolazione del borgo cresce, e cresce per due ragioni diverse, di cui una propria del borgo medievale per incremento naturale della popolazione, per asilo che vi cercano i servi fuggiti dai castelli. Ora questa popolazione trova già costituita la gilda, che non avrà inclinazione ad ammettere la gente estranea. Rispetto ad essa la gilda dei mercanti é già un corpo privilegiato ; gl’immigranti sono subito costretti ad accettare una posizione subalterna. Il privilegio é però esercitato indistintamente dai mercanti già ricchi in compagnia degli artigiani, che possedevano il diritto di borghesia. Questo fatto già fa prevedere che non si può trattare la classe dominante di un borgo medievale come un tutto omogeneo.

Gli scrittori di storia economica pongono tutti in rilievo il fatto che il mestiere medievale é incredibilmente suddiviso, e quindi le gilde di mestiere sono numerosissime.

Vi é luogo a ritenere che la spiegazione di questo fatto contenga una parte notevole del segreto della trasformazione capitalistica del mestiere ; sventuratamente non vi sono fondate speranze che la luce si farà mai completa. Alle origini, ogni borgo ha la sua gilda di mercanti. In certe città contemporaneamente si hanno notizie di gilde di mestieri; in altre, le gilde di mestiere appaiono più tardi. Nell’uno e nell’altro caso non sappiamo vedere come le gilde dei mestieri si siano moltiplicate.
Inutile ricorrere al solito luogo comune dei vantaggi della divisione del lavoro, la quale suppone una economia fondata sul guadagno e una persona nel cui interesse abbia luogo, circostanze estranee al mestiere medievale, dove ciascuno bada a sé stesso e si accontenta di una rimunerazione che gli assicuri le sussistenze.

Bisogna però distinguere fra le vicende tedesche e le vicende inglesi.
Nelle città tedesche fin dall’ XI secolo appare una classe di ricchi mercanti, dediti principalmente al commercio estero. Essi sono indicati come una classe assai poco numerosa, che esercitava una vera tirannia sulle altre gilde (NITZSCH, Ministerialitdt und Burgherthum, 1859, pag. 203.). 
Invece in Inghilterra non si nota nulla di simile. Non c’é una classe di ricchi mercanti indigeni, perché il commercio di esportazione é nelle mani degli stranieri. Una classe di ricchi mercanti indigeni non appare che nel XIV secolo, quando le gilde dei mestieri erano già formate. Ma nel XIV secolo i documenti fanno scarsa menzione di gilde dei mercanti in Inghilterra, sebbene tutti rilevano la sottomissione delle gilde dei mestieri alle autorità municipali. Quest’ultima circostanza può gettare una luce sufficiente sui fatti. É da ritenere che i corpi municipali fossero una cosa sola con la classe dei mercanti (capitalisti), i quali appunto per ciò non avrebbero avuto una gilda propria (CUNNINGHAM, The growth, etc., pag. 344).

In questo caso – contrariamente all’opinione del Cunninghamm – le vicende tedesche e le vicende inglesi non differirebbero se non per una circostanza poco essenziale. In Germania e in Inghilterra, sempre che si constata l’esistenza di una classe di mercanti, si constata anche la dipendenza di tutti i mestieri da essa ; salvo che in Inghilterra questo stato appare più tardi perché più tardi si forma una
classe indigena di mercanti. Ora quale luce gettano questi fatti sul problema storico della enorme suddivisione dei mestieri medievali, al momento in cui appare una classe di capitalisti ?

Due vie ci sono aperte innanzi : o ammettere che i mestieri siano una creazione a disegno della classe dei mercanti, la quale avrebbe poco per volta tratto vantaggio dalla popolazione, cresciuta o immigrata, assegnandola a un ramo di una divisione del lavoro; ma senza negare che in qualche caso questo abbia potuto accadere, bisogna ritenerlo una ipotesi non ancora giustificata; oppure riconoscere – come sembra più probabile – che la popolazione cresciuta o immigrata si sia naturalmente disposta secondo una gerarchia di mestieri tenendo conto delle difficoltà maggiori o minori che vi erano ad occuparsi di tutto un mestiere.

In altri termini, le posizioni di vantaggio naturale in cui erano i primi venuti avrebbero costretto i sopraggiunti ad accontentarsi di uffici sussidiari e subordinati, così via via. Naturalmente coloro che possedevano la materia prima, già per questo solo fatto esercitavano un monopolio.
Col crescere o col sopraggiungere della popolazione, essi hanno rinunziato ai lavori più disagevoli del mestiere, che hanno formato l’occupazione dei sopraggiunti e così via.
La tendenza medievale a dare un’organizzazione stabile a ogni gruppo avente una funzione specifica, spiegherebbe la serrata di quel ramo di mestiere in una gilda separata. Secondo la nostra ipotesi, non è facendo abuso dell’abusatissimo concetto di divisione del lavoro che si spiega il pullulare e il suddividersi dei mestieri medievali, ma piuttosto immaginando le conseguenze che potevano discendere dal bisogno di conservare i vantaggi di certe posizioni economiche, rinunziando all’esercizio di talune funzioni connesse e meno favorevoli, le quali potevano diventare l’occupazione della popolazione cresciuta o venuta di fuori. Il gruppo artigianale-capitalistico originario si spogliava poco per volta delle occupazione più pesanti.

L’esistenza di questa enorme suddivisione dei mestieri congiunta al fatto che all’inizio di ogni formazione cittadina troviamo una gilda dei mercanti, prova che il capitale ha esercitato una influenza sul mestiere cittadino fin dalle origini ; altrimenti ogni artigiano avrebbe esercitato un ramo completo di mestiere, e non avremmo avuto il fenomeno della gerarchia e della subordinazione dei mestieri. Ma questo fenomeno originario non spiega se non una parte sola dello sviluppo capitalistico dei mestieri. Esso ha creato, per dir così, le condizioni elementari, grazie le quali è stato possibile alle unità capitalistiche d’impadronirsi del mestiere. Grazie a questa articolazione di classi nel mestiere il capitalismo trovava bello e indicato di quali rami del mestiere doveva impadronirsi, per impadronirsi di tutto il mestiere.

Già la circostanza che una tale suddivisione del mestiere fu molto propizia al capitalismo per impadronirsi della produzione prova che uno spirito o una esigenza capitalistica presiedette alla sua formazione. Ma evidentemente il capitalismo non poteva impadronirsi della produzione fin dalle origini e bisogna contare anche su altri momenti.

L’accumulazione delle ricchezze mobiliari prosegue ininterrottamente nella società, e per cause o non economiche o addirittura antieconomiche (violenza, rapina, uso del potere pubblico, usura, ecc.) ; e queste ricchezze, come tutti i parvenus, cercano nobilitarsi entrando in un sistema economico normale. Quindi a tutti i momenti noi abbiamo afflusso di capitali verso la produzione e tentativi capitalistici di impadronirsi di questo o quel ramo della produzione. Il fatto originario della posizione di monopolio in cui è venuta a trovarsi la gilda dei mercanti non distrugge l’indole artigianale del mestiere, anche ammesso che la sua articolazione discenda da una necessità capitalistica. Ma quando di traverso il capitale investe i singoli mestieri, questi non resistono più. Essi perdono la loro indipendenza. L’artigiano diviene, senza saperlo, il commesso di un capitalista e il suo prodotto acquista il carattere di merce, di cosa, cioè, prodotta per un mercato.

Il capitale organizza il mercato, monopolizza la funzione del comprare e del vendere, isola il consumatore dal produttore. Esso s’impadronisce della produzione, impadronendosi del consumatore.

Bisogna che il consumatore non si fornisca più dall’artigiano e accetti i servizi del mercante. L’artigiano resta un produttore indipendente, padrone dei propri strumenti di produzione, lavoratore in casa propria, ma il suo prodotto passa a un capitalista mercante, il quale riserva a sé di
cercare il compratore. L’Unwin indica tre vie per mezzo delle quali il capitalista riesce ad asservirsi il mestiere. In primo luogo il potere crescente del capitale può rivelarsi nel prevalere di un mestiere su un gruppo di altri mestieri con i quali é strettamente associato. La funzione capitalistica é rappresentata da un mestiere, al quale gli altri del gruppo si sottomettono.
Così i tessitori dominano le industrie tessili ; i conciatori, le industrie del cuoio, ecc. In secondo luogo la funzione capitalistica può essere rappresentata da un gruppo di persone che, entro ciascun mestiere, assume la funzione commerciale. Gli altri artigiani divengono loro dipendenti, pur continuando a produrre in casa loro e con i loro strumenti. In terzo luogo, la organizzazione mercantile, estranea a tutti i mestieri, riesce a dominare su di essi e sui gruppi capitalistici dei singoli mestieri (G. UNWIN, The industrial organisation in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, 1904, pag. 19.). 

Questi vari momenti appaiono nei vari paesi, nei vari mestieri, a seconda delle circostanze, in vario modo combinandosi fra di loro. Noi vediamo sempre che il capitale s’impadronisce della produzione sotto la veste mercantile, senza investirsi mai completamente nella produzione. Esso appare come il duplicato monetario dei prodotti, oppure come la forma indifferenziata dei capitali differenziati usati dai produttori diretti. Nulla esso aggiunge alla massa di beni che la società possiede, ma esso riesce a imporre i propri servizi per effetto della violenta separazione, che artificialmente produce, fra artigiano e consumatore. La sua funzione non risponde a una necessità naturale, ma ad una esigenza storica creata artificialmente dallo stesso capitale.

II capitale, mettendosi da sé stesso in una posizione di monopolio, riesce a imporre i propri servizi. La storia della subordinazione del mestiere al capitale é la storia della formazione del monopolio mercantile del capitale di fronte al consumatore. Essa sbugiarda la tesi apologetica dei nuovi economisti, che vedono nella funzione commerciale del capitale una funzione non meno necessaria della stessa produzione. In questo senso una storia del capitalismo vale più che cento critiche dell’economia politica. I suoi interessati sofismi sono appunto dalla storia smentiti.

Vediamo adesso in che maniera il capitale crea a sé stesso una posizione di monopolio.

Il capitale trova già innanzi a sé una costituzione gerarchica dei mestieri e dei loro vari rami. Trattasi di vedere di quale di essi deve impadronirsi. Gli storici ci hanno parecchio divertito con le lotte che accadevano fra i vari mestieri sarti contro rigattieri, scarpai contro ciabattini, valigiai contro sellai, fornitori di pomi contro ripulitori, ecc. ; in generale in queste contese non hanno visto che un caso di « inferiorità del Medio Evo» ( « Gli economisti procedono in una strana maniera. Per essi ci sono soltanto due specie di istituzioni : naturali e artificiali. Le istituzioni del feudalismo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia, naturali». K. MARX, Elend der philosophie, Stuttgart, 1892, pag. 104.). 

«La delimitazione dei mestieri – dice il Levasseur – produceva frequenti conflitti fra le diverse professioni dello stesso ordine. Era spesso molto difficile determinare esattamente i confini dei singoli mestieri e più difficile ancora farli rispettare. A qual momento preciso un abito diventava vecchio e cadeva dal dominio del sarto in quello del rigattiere ? I rigattieri compravano pantaloni già usati, li mettevano sotto pressa con molta cura e davano loro la freschezza e la brillantezza della merce nuova. I confezionatori di brache protestarono ed ottennero una ordinanza contro i rigattieri. Fu stabilito che d’ora innanzi si distinguerebbero le brache nuove dalle brache vecchie, quelle dei sarti da quelle dei rigattieri, da ciò che le prime sarebbero stirate e piegate, mentre le seconde sarebbero semplicemente appese a un chiodo nella bottega» (E. LEVASSEUR, Hist. des classes ouvrières en France, jusqu’à la revol. franc, vol. I, pag. 363 (la ed.)

Da che cosa nascevano queste contese ? Lo storico trova la cosa evidente.
Esse erano « conseguenze necessarie dell’organizzazione dei mestieri» (ID., Id., pag. 273). Noi non ce ne accontentiamo.
La spiegazione é più semplice. Queste contese rivelano altrettanti casi di tentata invasione di un mestiere da parte del capitale, e altrettanti tentativi, da parte di questi mestieri, di resistere alla invasione del capitale.

Pigliamo il caso di Strasburgo, che ha fornito materia a un largo studio dello Schmoller. A Strasburgo, come in molte altre città della Germania e della Francia, l’industria della lana era completamente dominata dai battilana, cioé da coloro che preparavano la lana per i tessitori. I battilana costituivano una corporazione, apparentemente di artigiani, in realtà dominata interamente dai capitalisti. Infatti la corporazione dei battilana aveva alla sua testa un corpo di mercanti, i quali, serbando a sé il commercio, erano riusciti a separare il consumatore dagli altri mestieri.
Essi erano i Tucher, pannaioli, i quali si sforzavano di togliere agli altri mestieri ed agli artigiani del proprio mestiere la indipendenza della quale avevano sino allora goduto, per ridurli a propri commessi. Nel 1381 riuscì loro di ottenere un’ordinanza con la quale gli artigiani dei vari mestieri
della lana ricevevano interdetto di lavorare per conto proprio. I Tucher s’impadronirono del mestiere dei tessitori in una maniera più sistematica. Nel 1375 fecero emettere un’ordinanza dalle autorità municipali, con la quale essi erano autorizzati a piazzare telai nelle proprie case ed ottennero che i tessitori estranei al territorio potessero venire a lavorare nelle loro case. Prima che il secolo finisse, il numero dei loro dipendenti era superiore al numero degli altri lavoratori impiegati nel mestiere. Nel contempo i tessitori che conservavano la loro indipendenza ebbero inibizione dalle autorità municipali di scegliersi un proprio agente compratore (Unterkàufer).

Né basta. La loro inferiorità rispetto ai Tucker già risultava da questo diniego di nominare un proprio agente ufficiale; ma essa é completata con l’obbligo di servirsi dei coloritori dei Tucher, i quali, a questo modo, esercitavano un vero monopolio sui tessitori. Le ordinanze del XIV secolo mostrano che i tessitori cadono sempre più sotto il dominio dei mercanti pannaioli, finché si giunge alla ordinanza del 1474, con la quale i tessitori indipendenti perdono il diritto di vendere il panno e questo diritto é riservato ai Tucker. Sette anni dopo questo diritto é concesso anche ai mercanti tessitori, sotto condizione di pagamento di una multa ai pannaioli. Allora le due organizzazioni si fusero ed esercitarono un reale monopolio dell’industria della lana (SCHMOLLER, Strassburger Tucher und Weberzunft, 1879, pag. 419). 

Si comprende che quando il mercato é riservato soltanto a una categoria di persone, tutti i produttori sono alla mercé di costoro. Per quanto indipendenti siano, come produttori, essi non possono vendere che ai capitalisti-mercanti, i quali, in forza dei loro monopolio del mercato, possono imporre tutte le condizioni che vogliono ai produttori.

Alle origini tutti i mestieri avevano libertà di comprare e vendere, ma vediamo come in ogni gruppo di mestieri, uno di essi tenti di monopolizzare per sé la compra-vendita della materia prima e del prodotto finito.
Non bisogna farsi ingannare dal fatto che questo gruppo ci appaia come un «mestiere» vero e proprio. Di «mestiere» non ha che il nome ; in realtà si tratta di un gruppo di capitalisti. L’Unwin
(UNWIN, op. cit., pag. 22) ci fa la storia di una disputa insorta nel 1327 fra i sellai da una parte, e i falegnami, i pittori e i decoratori dall’altra, la quale pose capo addirittura a spargimento di sangue in Chepe e nella strada di Criplegate. I tre ultimi mestieri erano impiegati nella confezione delle selle, ed essi si dolgono che i « sellai hanno fatto un giuramento (made an oath) di non permettere che i componenti dei tre detti mestieri osino vendere le loro merci a chicchessia fuorché ai detti sellai ».

Per converso i sellai rimproverano ai tre mestieri opponenti che essi hanno stabilito di chiudere le loro botteghe e scioperare insieme (to strike work in commun) tutte le volte in cui un sellaio avrà disputa con uno dei componenti dei tre mestieri ; inoltre i falegnami e i pittori sono accusati di aver fatto una tariffa al disotto della quale non vogliono lavorare, motivo per cui si stanno rendendo i «re del paese» (they are making themselves kings of the land). L’indole delle accuse reciproche ci mostra che i sellai non sono sellai, ma mercanti capitalisti, e che pittori, falegnami e decoratori son già diventati loro dipendenti. Le stesse cose, con piccole differenze di particolari, accadevano in Parigi, intorno alla stessa epoca (LESPINASSE, Les métiers et corporations de Paris, 1897, vol. III, pag. 437).
Dappertutto il capitale commerciale tende a impadronirsi della produzione, pigliando aspetto di un mestiere che cerca di acquistare la supremazia sugli altri mestieri. Gli esempi pullulano (L’Unwin ne cita esempi a distesa di un centinaio di pagine).

Il capitale però non tenta questa sola via per rendersi padrone della produzione. Nell’interno di ogni mestiere si costituiva un gruppo più ricco degli altri, che curava di asservire gli antichi compagni. Conforme alla nostra teoria, noi spieghiamo per vie principalmente commerciali la formazione di questo ceto più ricco. Nel periodo della libertà di compra-vendita, un maestro o un gruppo di maestri, che si sono specializzati nelle arti del commercio, possono giungere a una relativa agiatezza. Da un certo punto in poi, costoro cercarono di assoggettarsi gli altri membri del mestiere. La gilda si disloca. Essa non é più l’organizzazione dei fratelli uguali, ma un organismo che comprende due classi : capitalisti e lavoratori.

In seno a parecchie compagnie, noi troviamo lo sviluppo di un sistema oligarchico di governo, che dava diritti speciali a un gruppo di persone. Gli altri membri della gilda posseggono, da questo momento, diritti minori. Il fatto che nel mestiere ci fossero persone appartenenti a due classi non é difficile a spiegare. Allorché il costume democratico impose che per partecipare alle cariche pubbliche fosse necessario appartenere a una gilda molte persone ricche anche del ceto aristocratico, chiesero e ottennero facilmente, spesso contro denaro, la loro immatricolazione alla gilda.

Si capisce che, nato il contatto col mestiere, abbiano cercato di impiegare nel mestiere la loro ricchezza, proveniente da altre fonti, e poi siano riuscite a dominarlo. In Inghilterra, la data dell’apparizione nella gilda di questa divisione di classi, si ha con le cosiddette « Livery companies
» le compagnie di livrea, cioé compagnie nelle quali alcuni membri avevano il diritto di portar livrea o insegna della compagnia medesima (ASHLEY, op. Cit., vol. II, pag. 158 e segg.).
L’importanza che hanno le livree nella storia costituzionale inglese é risaputa, e non é privo di significato il fatto che il governo dopo tutta una sequela di ordinanze con le quali si proibiva ai lord ed altri privati di conferir livree ai loro dipendenti, ne eccettuava le compagnie o fraternità di mestiere, con l’ordinanza del 1406. Ma contemporaneamente noi vediamo che il governo della gilda passa dalla totalità degli artigiani a un corpo più ristretto, la cosiddetta Corte degli Assistenti. Evidentemente, la differenziazione sociale era penetrata nelle gilde. I capitalisti ne erano diventati padroni.

Fra le stesse compagnie a livrea si opera una distinzione. Le compagnie sono divise in «grandi» e «piccole ». Il sindaco della città era scelto nelle grandi compagnie. Esse avevano la precedenza su tutte le altre nelle grandi cerimonie pubbliche ed esse sole contribuivano alla riparazione delle mura della città. Le dodici compagnie maggiori erano quelle dei merciai, speziali, pannaioli, negozianti di pesce, orefici, pellicciai, mercanti sarti, mercanti in seta, salatori, chincaglieri, mercanti di vino e tessitori. La maggior parte di queste compagnie – merciai, speziali, pannaioli, pescivendoli, pellicciai, sarti, setaiuoli e chincaglieri – erano composte di mercanti, segno che il dominio della produzione da parte del capitale appare sempre sotto forma mercantile. Gli orefici non potevano essere dei semplici lavoratori. Del resto nel Medio Evo facevano ufficio di banchiere.
I vinai erano commercianti di importazione e trafficavano necessariamente all’ingrosso. Il fatto che il capitale commerciale costituisce l’aristocrazia del mondo economico medievale, dimostra che gli altri mestieri, rappresentati dalle compagnie minori, erano già passati alla sua dipendenza.

La storia della « hanse » dei commercianti di Parigi, conosciuta sotto il nome di «marchandise de l’eau» (Vedi in LEVASSEUR, op. Cit., vol. I (la ed.), pag. 285) ci mostra in che modo un corpo di commercianti può, nel Medio Evo, dominare i mestieri di tutta una città. Essa comprendeva dei negozianti di ogni genere e specialmente marinai e negozianti in vino. Al principio del XII secolo, essa ottiene diritti di prelevar dazi sul vino ; sulla fine dello stesso secolo possiede due porti. Il 1170, Luigi VII le concede il monopolio esclusivo del commercio fluviale di Parigi, ciò che mette praticamente il commercio dell’approvvigionamento di Parigi nelle sue mani. Nessun battello poteva, senza essere sotto il patronato di uno dei suoi membri, scendere sul territorio parigino e adiacente. Essa possedeva diritti di regalia, trattava coi signori e levava imposte. Così il capitale commerciale dominava la produzione.

Si può da qualche caso scorgere in che modo il capitale commerciale aveva potuto assoggettarsi l’artigiano libero. Vediamo come le cose si svolsero nella tessitura fiorentina (XIV secolo). Il commerciante in panni, come ne informa il Doren (A. DOREX, Florent. Wirtachafsgeschichte, vol.
I, 1901, pag. 216)
, si era completamente separato dall’opificio e attendeva esclusivamente alla mercatura. Egli comprava la materia prima e le materie ausiliarie, faceva lavorare per suo conto e rivendeva il prodotto finito ai consumatori. Lo scopo di questa attività é puramente il guadagno. Infatti, grazie alla libertà fiorentina di appartenere a più corporazioni, il capitale mercantile s’investiva in vari mestieri, segno che ormai era cessato ogni rapporto fra una clientela e un produttore che lavorava soltanto per essa, conoscendone i bisogni. L’elemento della speculazione: lo studio delle circostanze future del mercato, era apparso.

I pannaioli-lana fiorentini sono banchieri. I Medici, narra il Doren, la cui fortuna era nata col commercio bancario, impiegano gran parte del loro capitale nel commercio del panno e lo stesso facevano le altre case bancarie (Id., Idem.). Il centro del negozio é la «bottega» ove risiede il principale e stanno gli impiegati contabili. Di qui si distribuisce la materia prima ai lavoratori che stanno a domicilio e qui vi ritorna quando é stata lavorata. Ma questo andirivieni é frequente, perché, salvo le operazioni che si compiono nell’opificio annesso alla bottega, e che sono opera di veri e propri operai salariati (Per la genesi e la formazione di questo ceto (giornalieri) vedi più avanti: cap. V.), le altre operazioni parcellari si fanno da altrettante specie di lavoratori domestici, e quindi la materia del futuro panno, parzialmente lavorato, va e torna frequentemente dalla bottega. Le due operazioni più importanti della industria del panno : la filatura e la tessitura, si fanno da lavoratori domestici. Ma fra essi e la bottega si stende una fitta rete d’intermediari, i quali assumono la responsabilità della esecuzione del lavoro e offrono la garanzia necessaria per il fedele uso della materia prima, e sono nel contempo impiegati è imprenditori ; impiegati rispetto al capitalista col quale contrattano, imprenditori rispetto ai lavoratori, che da essi dipendono.

Originariamente erano maestri indipendenti che facevano lavorare per loro conto; oggi erano diventati dipendenti dei capitalisti, i quali, monopolizzando il commercio della materia prima, ne avevano fatto i propri commessi.

Rapporti simili si riproducono oggi in quei paesi e per quei mestieri che presentano un arretrato sviluppo economico. Sino a qualche anno addietro, i lavori in tartaruga erano prodotti a Napoli da agiati artigiani indipendenti, con bottega annessa al loro piccolo opificio. Essi impiegavano un limitato numero di aiutanti, i quali, a loro volta, non tardavano a rendersi indipendenti, o mettendo su bottega, o vendendo a domicilio, specie nei paesi esteri, o lavorando per conto delle botteghe meglio fornite con l’assistenza di altri lavoranti. Tutti costoro però dipendevano per l’acquisto della materia prima, molto costosa, da pochi commercianti all’ingrosso. Un giorno questi ultimi compresero che il mestiere era molto lucroso e si trasformarono da venditori di materia prima in acquirenti di prodotti. Aprirono ricchi magazzini, sino allora ignoti all’arte, e rincarando per vie artificiali la materia prima venduta ai privati produttori, crearono per sé stessi una condizione di eccezionale vantaggio.

La sorte delle piccole botteghe – insidiate dai grandi magazzini e dal costo artificialmente elevato della materia prima – precipitò. I numerosi «negozianti» di oggetti in tartaruga-come essi stessi amavano chiamarsi, mentre in realtà erano piccoli produttori – commercianti indipendenti, fallirono l’uno dopo l’altro, debitori quasi tutti di quei tre o quattro grossisti, che intanto avevano aperto ricchi magazzini. E siccome possedevano anche l’arte, non si scoraggiarono e tornarono llegramente al banco e alla pressa, proprio per conto di quegli stessi commercianti, che con un sistema di feroce, sottile e incredibile usura li avevano ridotti alla condizione di proletari. Oggi l’industria – tranne pochi opifici di relativa importanza – é tutta condotta da piccoli maestri indipendenti, che lavorano per conto di quattro o cinque capitalisti, e hanno alla loro dipendenza un paio di assistenti. Essi, come gli stamanaioli (da stame – la parte più fine della fibra lanosa) fiorentini del XIV secolo, sono dipendenti dei capitalisti, perché lavorano per conto di essi, e imprenditori perché hanno alla loro dipendenza qualche assistente.

Ritorniamo all’industria della lana fiorentina del XIV secolo. Le notizie più larghe si riferiscono ai tessitori ; né fa meraviglie, la tessitura rappresentando il momento culminanti dell’arte del panno. Nella Firenze del XIV secolo, il mestiere é già tutto capitalistico.
Mezzi di produzioni e materia prima erano proprietà di mercanti. Una dilli circostanzi più importanti chi ci fa comprendere in chi modo il capitale si ira impadronito dilla tessitura si rinviene in una disposizioni digli statuti dilli gilde, frequentemente ripetuta, con la quali é proibito ai lavoranti a domicilio di tessere per altri chi per i maestri della gilda, i cosiddetti «lanaioli pubblici»; la proibizioni si estende anche al lavoro per conto proprio ( A. DOREN, op. cit., pag. 260).

Qui vediamo emergere il solito momento nel quali i capitalisti riescono a impadronirsi del mestiere: essi monopolizzano il mercato, grazie all’ascendente che hanno guadagnato sui poteri pubblici, e per effetto di questa esclusione riducono i lavoratori a una condizioni assai vicina alla servitù, perché tale ci appare la condizioni di lavoratori, i quali non possono più lavorare nemmeno per conto proprio. La famosa capacità produttiva del capitali cara agli economisti ci fa una figura parecchio barbina.

Ma l’asservimento del lavoratori é conseguito con un mezzo assai più disonesto. È intuitiva l’importanza che ha per il tessitore il telaio.
Ora vediamo che se il tessitore non lo ha, l’ imprenditore mercante gliene vende uno. Il lavoratore s’impegna a pagarlo contro lavoro i fino al pagamento e di non vendere, né pignorare il telaio. Inoltri egli assume anche l’obbligo – indipendente dallo stesso pagamento parziale – di restituirlo a richiesta
del proprietario. Si tratta di una forma di contratto chi sta fra il precarium e il commodato.

Ma se poi – come accade più spesso – il tessitore possiede il telaio, ma manca degli altri mezzi di produzioni, vende lui il telaio al mercante e ne riceve in cambio il prezzo. Il capitalista lascia il telaio in possesso del tessitore, ma a patto che lavori per suo conto. Anche in questo secondo caso il mercante capitalista pattuisce a proprio vantaggio la condizioni che il telaio gli dovrà essere rimesso dal tessitore tutte le volte che ne farà richiesta. Si vede. dunque, che il risultato é lo stesso nei due casi : il lavoratore non pattuisce che una specie di diritto al lavoro, in cambio di una semplici promessa di pagamento del suo lavoro. Il possessore dello strumento é il capitalista, il quale può costringerlo a volontà ad accettare le sue condizioni sotto minaccia di ripigliargli lo strumento. Così col piccolo anticipo di un capitale, il mercante riesce ad impadronirsi del lavoratore (A. DOREN, op. cit., pag. 264 e seg.)

Il Sombart ci racconta un altro esempio per mostrare come con l’anticipo di una piccola somma il capitalista divenga il padrone del lavoratore. Tra i tanti scegliamo il caso di Otto Ruland. Questo eccellente signore trafficava in rosari e in tavole di legno per incisioni, che egli acquistava presso gli artigiani di tutti i paesi. Egli anticipava il denaro agli artigiani, i quali si obbligavano a lavorare per lui a date condizioni. La clausola conclusiva di questi contratti era che « sy sollen auch niemen nicht davon verkauffen » essi non venderanno nulla di simile ad altri, la condizione solita con il quale, nella fase che va dal mestiere al capitalismo propriamente detto, il capitalista cerca assicurarsi il monopolio delle forze di lavoro.

Otto Ruland praticava alla stessa maniera nella tessitoria. Egli é compratore dei pezzi forniti dei tessitori. Questi non lavorano più per il mercato, ma per conto di alcuni imprenditori. È questo il cosiddetto Verlagssystem degli economisti tedeschi, il sistema della commissione, ponte di passaggio dal mestiere al sistema capitalistico vero e proprio, anzi forma ibrida grazie alla quale il capitalista commerciante domina il mestiere ed asserve i lavoratori (W. SOMBART, Moderne Kapitalismus, I, pag. 398 e seguenti). In tutti questi casi, e negli innumerevoli altri che gli storici dell’economia riferiscono, é sempre il capitale commerciale che riesce a guadagnare una posizione di vantaggio.
Raramente si sente parlare di un maestro artigiano che si sollevi alla qualità di capitalista.

L’impressione contraria é data dal fatto che nella organizzazione medievale ognuno deve pigliar posto in una corporazione ; per cui molto spesso un uomo ricco e già fornito di capitali mobili può apparirci nell’umile veste del maestro artigiano. La tesi che il capitale derivi dal lavoro non fa buona figura nella storia economica.

* *

Un centro di forze economiche, costituitosi fuori l’organizzazione dominante del mestiere, cerca di entrare in contatto col mestiere medesimo. Quest’ultimo era costituito in maniera che da sé stesso non sarebbe mai pervenuto, o pervenuto assai difficilmente, a una forma superiore di organizzazione economica. L’evoluzione del mestiere non é determinata da una forza con-cresciuta nel mestiere, che si sia formata e abbia prodotto dal suo interno, cioé da uno sviluppo autonomo dello stesso mestiere, ma dal contatto di questo organismo economico con la forza del capitale. Nell’atto in cui il capitale entra in rapporto col mestiere esso piglia la forma di capitale commerciale.
Esso non riesce a dominare il mestiere se non monopolizzando il mercato, cioé tanto il mercato della materia prima, quanto il mercato dei prodotti. Grazie a questo doppio monopolio, il lavoro, rappresentato dal mestiere, perde ogni sua indipendenza e passa al servizio del capitale. Da questo momento diviene un interesse del capitale sorvegliare i lavoratori, dirigere il lavoro, organizzare la produzione in modo favorevole per sé stesso. Nasce la necessità di concentrare i lavoratori dove il capitale possa direttamente sorvegliarli.

Ma perché il capitale riesca a realizzare questo proposito, occorre non soltanto che le sue forze siano cresciute, ma che siano cessate tutte le condizioni che rendevano possibile il mestiere indipendente. Quindi che si sia formato un mercato unitario nazionale e avvenuta una maggior concentrazione del capitale medesimo. Questo doppio ordine di fatti si é realizzato col sistema mercantile.

Noi passeremo adesso a indicare le circostanze principali che hanno accompagnato il sorgere e il consolidarsi del sistema mercantile.

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