Di Arturo Labriola (1910), Universita’ di Napoli 

Capitolo 2

Gli elementi formativi del Capitale (Seconda parte)

Ma questo momento ha per noi scarsa importanza. Noi vogliamo conoscere come si è formata quella società in cui le considerazioni desunte dal capitale mobile determinano la forma della vita economica. Quindi a noi non importa sapere come propriamente è nato il capitale mobile – impresa d’impossibile realizzazione – ma come esso ha potuto fortemente accrescersi e poi dominare i rapporti della vita economica. Marx ha detto che la produzione capitalistica non appare se non al momento in cui masse considerevoli di capitali e di forze operaie trovansi già accumulate nelle mani dei mercanti.
La questione era dunque semplicemente di sapere sotto l’influsso di quali circostanze il capitale primitivo avesse potuto crescere. Ora quello che di autoritario, d’imperativo, quasi di politico noi troveremo nel capitale – questo potere di dominio sulle forze di lavoro – ci parrà discendere dai suoi antichi rapporti con lo Stato. La forza concentrata del potere politico ha creato il capitale e nella natura di questo si è conservato quanto d’oppressivo e d’autoritario costituisce l’essenza dello Stato.

Ma in che modo noi possiamo parlare d’un potere rispetto al capitale ? Da che cosa risulta questa qualità che noi gli riconosciamo di mutare i rapporti economici in concomitanza dei propri interessi e della propria natura ?

Al lettore sarà nota per quante vie divergenti corse la disputa intorno agli elementi storici formativi del capitale. Intorno a tre principi si è annodata la genesi del capitalismo. Chi l’ha vista, al modo degli storici professionali, nel commercio, chi negli accumuli delle rendite fondiarie monetate ( Questa tesi, alla quale sarebbe facile trovare antecessori, è appunto quella del nostro Loria. Recentemente l’ha ripresa e largamente sviluppata Werner Sombart. Ma della tesi del Sombart credo resti ben poco dopo la esauriente confutazione del BELOW (Historis. Zeitschr., vol. XCI, pag. 432-85) e del DAVIDSON (Forschungen zur Gesch. von Florenz, IV, pag. 268 e segg.; – sebbene questi scrittori cadano in errori opposti), chi l’ha vista nella espropriazione del possessore diretto e nel saccheggio coloniale.

Reputo non già che questi momenti abbiano agito tutti nella formazione del capitalismo, ma che essi siano stati la conseguenza dell’azione del capitale, già accumulato considerevolmente, sulla produzione, anzi sulla vita economica della società, che vide crescere la potenza del capitale.
Quando il capitalismo investe la produzione, la obbliga a spogliarsi poco per volta di quel suo carattere d’esser rivolta alla pura soddisfazione del bisogno del produttore diretto, cioè la mercantilizza, trasforma in merci i beni, crea per essi un mercato diverso da quello dell’unità
produttiva, entro cui son nati. Ma produrre merci vuol dire poter guadagnare in ragione dello smercio crescente delle merci, quindi uno stimolo, un incentivo, una ragione per rompere la società tradizionale, uscire dai metodi di cultura consacrati o dal collettivismo primitivo o dal feudalismo patriarcale, quei metodi di cultura, che rendono immutabile la quantità del prodotto,
o la fanno dipendere soltanto dalle vicende delle stagioni.

Ma per far ciò bisogna spezzare la costituzione comunistica o feudale del suolo, sottometterlo alla volontà del padrone, schiacciando i diritti della popolazione agricola, nata sul fondo. L’accumulazione, grazie agli uffici pubblici o connessi a funzione pubblica, del capitale, intensifica il commercio; il contatto del commercio con l’agricoltura feudale o comunistica provoca la espropriazione o l’asservimento totale del contadino. Così risalgono le rendite fondiarie o si accumulano nella forma monetaria, per funzionare da nuovi incrementi dell’accumulazione capitalistica e da mezzi per accrescere l’efficacia degli effetti ora descritti. Ben lungi dunque dal vedere nel commercio, nel crescere della rendita fondiaria oppure nell’espropriazione del produttore diretto, e quindi in quella sua più scellerata e nefanda sottospecie che è il saccheggio coloniale (Ma il saccheggio coloniale: la rapina diventata economia, come l’hanno praticata quasi tutti i popoli d’Europa, non è possibile senza l’opera dello Stato), 
altrettante cause separate, distinte o alternanti e accumulate di formazione capitalistica, noi scorgiamo in esse tanti momenti successivi dell’azione del capitale nella società.

L’economista, perdendo di vista la connessione che si riscontra fra quei vari momenti, è tentato talvolta di attribuire a ciascuno di essi la maggiore efficacia nella formazione del capitale. Ma chi tenga presente la limitata capacità accumulatrice del commercio nella fase medioevale, la difficoltà del crescere delle rendite fondiarie dove la popolazione cresce stentatamente, se pur cresce, e quindi i metodi di cultura restano immutabili ; l’impossibilità d’espropriare il produttore diretto, quando la sua distruzione, per effetto della espropriazione, non compensata da altri fattori, sopprime la base della economia feudale, cioè il servo ; chi appalesi al suo spirito tutte
queste circostanze, comprenderà l’impossibilità di ricondurre a tutti o ciascun di quei fattori la genesi del capitalismo. Ben altra efficacia hanno tutti quei momenti, quando, già formatasi un’accumulazione di capitali, questi cercano investimento e, trovatolo nel commercio, provocano
tutta la serie dei meravigliosi avvenimenti, ai quali già abbiamo accennato.

Noi offriamo, nelle pagine seguenti, un sobrio schizzo delle influenze che il capitale già accumulato, nel suo desiderio di investirsi proficuamente, ha sviluppato.

Il denaro che le compagnie dei cambisti guadagnavano al servizio dei vari enti politici, ci appare subito da loro messo a maggior frutto nell’acquisto e nella vendita di merci. Verso la metà del regno d’Eduardo I, cioè prima del 1290, il commercio delle lane, delle pelli e cuoiami prese grande incremento in Inghilterra ad opera dei banchieri fiorentini. Ma è notevole che la vendita appaia fatta quasi esclusivamente da conventi, i quali – come meglio vedremo più avanti – avevano già introdotto un sistema di produzione molto più perfetto di quello dei castelli signorili,
e potevano quindi disporre d’un maggior prodotto.

Sappiamo che le compagnie residenti in Londra compravano annualmente 2380 sacchi di lana. Vediamo anche apparire il sistema della vendita a termine.
Eccone un esempio del 1294, nel Sussex. L’abate del convento di Wawerley dell’ordine cistercense vendette alla compagnia di Frescobaldi in Firenze tutte le sue lane al prezzo di 20 marchi per ogni sacco di buona lana e 10 per ognuno di quella inferiore, la consegnava in Kingston-upon-Thames per San Giovanni.
Ora calcolando i suddetti 2380 sacchi di lana ai prezzi di 10 e 20 marchi, ne risulta una somma che può ammontare dalle 25 alle 30 mila lire sterline all’anno ( Su tutto ciò che si riferisce al commercio fiorentino delle lane, l’opera classica del DOREN, Studien zur florentiner Wirtschaftsgeschichte, vol. I, Stuttgart, 1905.). 

Siamo, dunque, di fronte a una somma parecchio notevole. Si tenga conto che è sborsata da un numero ristretto di persone e che ristretto appare il numero dei venditori, quasi sempre conventi; e ciò in un periodo abbastanza avanzato della storia delle relazioni economiche fra l’Inghilterra e Firenze. Si capisce subito che i compratori non potevano essere mercantuzzi
dal capitale limitato, ma gente già ricca. Inoltre il fatto che in questo periodo abbastanza avanzato dell’economia, quando cioè il sistema mercantile si era già diffuso, non appaiono piccoli venditori e piccoli compratori, ma sempre conventi e compagnie bancarie, fa supporre che questo commercio non rappresentava l’evoluzione da un commercio più meschino.
E allora comprendiamo che le somme cospicue necessarie al commercio non dovevano venire da un commercio più modesto, ma da un’altra fonte. Così per vie indirette troviamo confermata la tesi, che la accumulazione primitiva non ci viene dal commercio, ma dall’amministrazione delle finanze pubbliche.

Se il commercio non poteva gestirsi che con capitali cospicui, non è il commercio che ha fornito capitali all’amministrazione pubblica, ma viceversa.

L’abitudine dei fiorentini di costituire compagnie per esercitare la mercatura sembra infatti che derivasse dalla necessità di mettere insieme capitali cospicui e per ridurre i rischi personali della mercatura medesima. Per averne un’idea basta appena riflettere alla durata dei viaggi nel Medio Evo.

Nel suo Manuale della mercatura Balducci Pegalotti fa un quadro delle distanze fra le piazze più frequentate. Vediamo che fra Firenze e Londra ci si mettevano da 25 a 30 giorni, ed era uno dei viaggi più comuni ! Da Firenze a Milano si andava in 12 giorni, a Napoli lo stesso, a Parigi in 22,
a Genova in 5. Il viaggio al Cattajo (Cina), frequente per i fiorentini d’allora (Anche adesso i russi chiamano la Cina : Kitai. Cina è nome di origine portoghese, fabbricato, come si sa, dal nome della dinastia Tsin.), tanto che il Pegalotti ne dà un minuto itinerario,
durava un anno. Bisognava cominciare dal provvedersi di cavalli a vettura, oppure di accompagnarsi a qualche missione di principe o signore. Generalmente le compagnie avevano propri cavalli. Non sembra, dunque, che abbia tutti i torti il Sombart, quando, appoggiandosi su altri fatti, dichiara puramente fantastico che i ricchi che incontriamo del Medio Evo debbano la loro ricchezza al commercio. Anche ammesso che i prezzi del Medio Evo portassero notevoli
aumenti sui costi, essi non dovevano consentire larghi guadagni, e ciò per tre ragioni
1. a causa dello estremo onere dei prezzi dei trasporti ;
2. per le numerose e gravi tasse che nel percorso si prelevavano su di essi;
3. per i grandi rischi connessi a questo commercio, a causa dei quali se è
possibile un caso individuale di arricchimento, non può parlarsi di
arricchimento della classe 

(SOMBAR, Moderne Kapitalismus, I, pag. 228-231.). 

Il commercio medievale diventa lucroso da quando e gestito all’ingrosso e da quando i commercianti possono contare sulla speciale protezione dei governi.
Ora protetti erano soprattutto i commercianti che lavoravano per conto della Curia ( GOTTLOB, op. cit., pag. 250: « Il commerciante si procurava sicurezza appellandosi alla Chiesa e chiamando in aiuto il braccio secolare ». È assurdo comprendere l’economia medievale senza dare il debito posto allo Stato.) e, naturalmente, tutti coloro che prestavano servizi di vario genere ai governi. Così nei limiti in cui il commercio è fonte di ricchezza, questa ricchezza appare dipendere dall’azione che i commercianti svolgevano in rapporto all’ente pubblico. La tesi che riconduce al commercio la genesi della prima accumulazione capitalistica appare, dunque, per più versi erronea. Ma ci diventa sempre più chiaro che il grande commercio, il quale, nella successione del tempo, diventava fonte potenziata di ricchezza, era il naturale risultato del bisogno d’investimento dal quale era preso il capitale per altra via accumulato.

Ma se anche il documento fotografico ci manchi della maniera con la quale questo sviluppo del commercio reagiva sull’economia feudale, l’indole di questa reazione appare intuitiva alla mente nostra. E per vero, se noi escludiamo il commercio delle spezie e dei generi di lusso, anch’esso condizionato dall’esistenza di ceti superiori, traenti la ragione della loro superiorità dall’esercizio
d’una funzione politica e giurisdizionale, questo commercio ha per campo quasi esclusivo derrate e prodotti, elaborati o da elaborarsi, dell’agricoltura.
Si vede che dove il commercio ha fatto apparire la possibilità di soddisfazioni superiori al consumo diretto, tali soddisfazioni sono parse dipendere dalla quantità di prodotti che l’agricoltura poteva offrire. È stato perciò necessario rompere l’economia tradizionale. Ma questa trovava una difesa e un riparo formidabile nelle classi soggette che nella vecchia economia vedevano la sicurezza del sostentamento e della vita quotidiana.
Il guadagno della mobilizzazione della terra era tutto per il signore, che poteva vendere e trafficare i prodotti della terra e adattare le culture alle richieste del mercato. Invece il contadino vedeva nella mobilizzazione della terra la distruzione della sicurezza del proprio sostentamento.

Il signore non può raggiungere il suo scopo che sopprimendo il diritto del contadino alla terra. Questo scopo si raggiunge in doppio modo: o asservendo i contadini alla terra, di modo che essi divengano una parte della terra stessa, sprovvisti di volontà e incapaci di diritti ; o liberando i contadini dalla terra, togliendo loro ogni disponibilità della terra. Di questo colossale dramma, che riempie cinque secoli di storia e si chiude con la consacrazione della maggiore iniquità che la storia conosca: la soppressione della proprietà fondata sul lavoro dell’individuo e delle generazioni dalle quali discende, daremo qui il profilo più esterno, a maggiore intelligenza della nostra dimostrazione.

Ci è facile vedere come l’evoluzione della agricoltura feudale si compie sotto la spinta di forze identiche in tutta Europa. Il capitale nel suo sforzo diretto a trasformare i beni differenziati in beni indifferenziati, cioè in simboli astratti di valore e di ricchezza, deve necessariamente rompere la costituzione feudale del suolo, che perpetua il profilo di una economia rivolta a soddisfare il bisogno personale. L’agente di questa grande trasformazione è la città, la quale crea nel contempo il mercato e la possibilità di realizzare il maggior valore del prodotto agricolo. Noi vediamo pertanto le vicende della feudalità accompagnarsi al crescere e al mutare del centro urbano, dove risiede il capitale incipiente e da dove muove i passi per la conquista della produzione. Questo elemento ci permetterà di comprendere taluno dei più singolari fenomeni a cui dà luogo il processo della produzione feudale, nel suo tentativo o di resistere o di adattarsi alle esigenze del capitalismo.

Se adottiamo come punto di partenza nelle nostre sommarie illustrazioni, il periodo delle Crociate, almeno per la Francia, vediamo che enormemente benefiche furono per i servi le Crociate medesime. Mentre i re assoluti spingevano alle Crociate gli elementi inquieti della nobiltà, si vede il clero fare un lodevole sforzo a vantaggio dei servi ; circostanza tanto più notevole in quanto nell’alto Medio Evo il clero aveva avuto una grande responsabilità nella diffusione della servitù, fino al punto che erano stati ritenuti capaci di obbligarsi, nel donare alla Chiesa, anche bambini di sette anni (S. SUGENHEIM, Geschichte der Aufhebung der Leibeigenschaft, Pietroburgo, 1861, pag. 7 ; utilizziamo per le notizie seguenti questa opera, purtroppo ora quasi introvabile, e la cui larga e sicura erudizione non è stata mai più eguagliata.). Ma gli stessi servi provvedevano alla sorte loro, prestando denaro ai signori e ottenendone in cambio il proprio riscatto. La Chiesa utilizzava nello stesso senso le Crociate, anticipando denaro ai signori e ricevendone in cambio le terre. Se non che, contemporaneo alle Crociate, è lo sviluppo delle città, in Francia. Le città diventano rifugio di servi, sfuggiti all’oppressione feudale. Invano i re tentano contrastare allo spopolamento delle campagne, che ne consegue. Migliore avviso sgravare il peso dei servi, affezionandoli al feudo; di qui al Sugenheim sembra sia derivata la trasformazione del servo in affittaiuolo ereditario legato al suolo (SUGENHEIM, Id., pag. 113 e segg.). Il servo acquista una certa libertà; ma si badi che la libertà feudale non si deve mai intendere nel senso romano, poiché non si tratta mai della piena disponibilità della persona, ma una concessione di usi sulla cosa. Altre forze spingevano nel senso della liberazione dei servi.
Col crescere del potere del sovrano e con lo sparire dei gradi medi della nobiltà per guerre, pestilenze e spogliazioni, si ha la emancipazione d’intere famiglie e villaggi. I capetingi estendono il loro dominio e si vedono formarsi borghi e città interamente liberi. Filippo il bello, bisognoso
di denari, affranca borghi, villaggi e città capaci di pagare il riscatto, e questo processo di emancipazione dei servi si urta solo nella povertà delle popolazioni soggette, impotenti a raccogliere il prezzo del proprio riscatto. Ma ecco sopraggiungere l’avvenimento, che forma la chiave principale della storia economica medievale e che gli storici di professione si mostrano
così incapaci a spiegare.

Nel 1358 scoppia in Francia la Jacquerie, fenomeno comune a tutti i paesi feudali. Come si spiega questo strano avvenimento, che segue a tutto un secolo speso nel migliorare la situazione dei servi?
Il Sugenheim, per esempio, dopo averci descritto per una ventina di pagine il processo di miglioramento della sorte dei servi, ci butta innanzi questo fatto (SUGENJIEIM, Id., pag. 135). Ancora una volta ci domandiamo: Come la rivolta dei servi ha potuto seguire a tutta una politica volta a rendere più agevole la loro sorte ? Gli storici di professione ( Il ROUGEBIEF (Hist. de la Franche-Comtée, pag. 277) scrive : « Jamais l’oppression féodale n’avait été plus brutalement impudente » ; affermazione che gli atti smentiscono nella maniera più completa.) vorrebbero farci supporre che la Jacquerie sia stata la risposta dei servi a un rincrudimento della servitù, seguito alla peste; il che, male si accorda con tutta una politica favorevole ai servi seguita sistematicamente nel corso di un secolo. Noi richiamiamo la nostra attenzione su un’altra serie di fatti. In concomitanza delle Crociate, della peste e poi della Jacquerie si ha il crescere delle città e quindi un interesse a estorcere maggior lavoro ai contadini per produrre una massa di derrate maggiore di prima. Il processo rivolto a liberare i servi, si deve intendere in concomitanza alla tendenza a sciogliere le comunità feudali e a porre la terra a libera disposizione dei signori. Posti in libertà i contadini, senza attribuir loro punto o parti sufficienti di terra, questa restava a totale disposizione del signore, non più obbligato a rispettare le tradizioni della cultura e della divisione del prodotto. L’apparizione in questo periodo d’un ceto che le carte definiscono di ospite e di homines de suis manibus ci fa pensare che a lavorare la terra non era assolutamente necessaria l’opera servile, ma poteva nascere una specie di vincolo di salariato. Ben lungi dunque dallo spiegare la Jacquerie come il risultato della maggiore oppressione fatta sentire ai contadini ; noi la poniamo in relazione col processo di sterrificazione, a cui i signori ricorrevano, allo scopo di restare in possesso esclusivo della terra, e sotto pretesto di donare la libertà ai contadini. La stessa causa che produceva l’emancipazione dei contadini, produceva il loro più grande sfruttamento economico. La reazione provocata dalla Jacquerie (Vedi descrizione
in SUGENHEIM, op. Cit., pag. 137 e segg. )
 persuade i signori a un metodo opposto a quello scelto con la sterrificazione. L’essenziale non era già sopprimere il diritto dei contadini sulla terra, ma far della terra piena balìa del signore, il che si poteva riducendo alla vera schiavitù i contadini, ed è il metodo al quale essi ricorrono dopo domata l’insurrezione.

Negli Stati Generali del 1560 e del 1614 si odono i lamenti del contadiname ridotto in piena servitù. I“grands jours » dell’Auvergne testimoniano con documenti di sangue la nefanda durezza a cui era giunta l’oppressione dei contadini. Il 1698 il maresciallo Vauban scriveva che un decimo della popolazione mendicava e cinque decimi vivevano di solo pane. Si capisce che progredendo lo sviluppo delle città, crescesse la possibilità di vendere prodotti su una scala sempre più larga e quindi la necessità di estorcere una quantità di lavoro gratuito
sempre maggiore al bestiame contadinesco vivente sulle terre signorili, e quindi ad aggravare la condizione dei servi. Ma lo stesso sviluppo della città preparava la vendetta dei servi, perché accumulava in esse quelle classi rivoluzionarie, che da sé l’agricoltura non riesce mai a partorire e che con la propria libertà dovevano fatalmente provocare anche la libertà dei ceti contadineschi, queste vittime rassegnate della più spietata iniquità (Dove lo storico s’imbatte in una iniquità o in un sistema che offenda il sentimento umano, egli non lo assolve, ma ripara dietro la sua necessità. Questo è il modo dei muli, cioè della storia « oggettiva » per uso dei poliziotti e di B. Croce. Lo storico non rinunzia a infliggere il postumo marchio dell’infamia a coloro che trassero vantaggio del delitto e della frode.
E poi esiste veramente la necessità dell’atto scellerato?).

Ma in nessun luogo questi rapporti appaiono più evidenti che nella Germania orientale del XVI secolo. Col diffondersi della economia monetaria, la situazione dei contadini peggiorò notevolmente. Nell’Holstein, i Junker partecipavano attivamente alle speculazioni granarie. Quando nelle Fiandre i prezzi delle derrate furono notevolmente saliti, molti Junker si dettero all’acquisto delle derrate. Essi spedivano le derrate acquistate nelle Fiandre.

La terra signorile era distribuita, conforme al sistema feudale, su grandi strisce. Per fare un’economia razionale era necessario arrotondare i territori e coltivarli organicamente, ed a questo si opponeva il fatto che le terre dei contadini erano mescolate alla terra signorile e quindi impedivano l’esercizio di una agricoltura sistematica. Era necessario porre al luogo d’una serie di possessioni nane la grande proprietà. Espropriare i contadini senz’altro non si poteva, perché il signore aveva bisogno delle loro forze di lavoro e se i contadini si vedevano sottratte le terre se ne sarebbero scappati via. Egli doveva cercare ogni mezzo per incatenare durevolmente il contadino alla zolla. A questo fine corrispondeva la servitù.

Allo sviluppo delle grandi economie signorili aiutò notevolmente la guerra dei trent’anni. Essa tolse a innumerevoli terre i loro proprietari e trasformò vaste estensioni in deserti. Dopo la guerra, i territori deserti avevano un’estensione spaventevole. In alcuni villaggi non era rimasto che il 17 % della popolazione. Nei tre comuni di Kaltennordheim, Fischberg, Illmenau, la popolazione decrebbe dal 1631 al 1649, da 12.285 persone a 2864.
Dal 1634 al 1639 la popolazione del Wurtemberg discese da 414.536 persone a 37.258 (Handwòrterbuch der Staatswissensehaften (art. Bevòlkerungswesen\\\\\,/i\.). Dopo la guerra, la nobiltà dichiara propria tutta la terra e serva la popolazione, che possedeva ab antico, per diritto di marca, la piena proprietà della terra.

L’oppressione signorile raggiunse il limite estremo. Naturalmente era necessaria la violenza più spietata per mantenere in servitù una popolazione, la quale ricordava benissimo che pochi anni prima era libera e possedeva la terra, dalla quale era stata espropriata, in piena proprietà. Il totale sovvertimento dei rapporti agricoli produsse una grossa popolazione di vagabondi.
Stanchi del giogo servile, i contadini conducevano una spietata guerriglia contro i loro espropriatori, i ladri delle loro terre. Di qui poi una legislazione sanguinaria contro i vagabondi e i servi fuggiti, questa vera popolazione in soprannumero che non voleva adattarsi ai rapporti economici esistenti.
Ma la forca, la scure e la galera, ausiliari del reverendo Malthus, dovevano liberare la società di questo incomodo eccesso di popolazione (Per tutto ciò cfr.: P. KAMPFMEYER, Geschichte of modernen Gesellsehafsklassen, in Deutsehland, Berlin,1891 pag. 29 e seg.).

Più terribili ci sono descritte le cose per il Mecklemburg. Sulla fine del Medio Evo noi troviamo un contadino libero, proprietario della terra senza vincoli o limitazioni. Con la introduzione del diritto romano nel 1621 si compie la espropriazione dei contadini. Dove non esistevano documenti scritti, che provavano il buon diritto sulla terra ; e ovviamente tali documenti mancavano nella quasi totalità dei casi, trattandosi appunto di una popolazione il cui diritto di proprietà rimontava alle origini della civiltà agricola; la terra, in forza di scellerati pretesti legali, passava al signore.
Nella stessa ordinanza con la quale la prescrizione era dichiarata nulla per i contadini e il diritto di proprietà era dichiarato valido soltanto in forza di documenti scritti, si faceva eccezione per le terre nobiliari, purché si potesse provare il possesso trentennale. Quello che seguì può definirsi la «ecatombe della proprietà contadinesca».
Poco per volta la legge introduce artificiose limitazioni alla libertà dei contadini. L’ordinanza sui giornalieri e domestici del 1654 toglie ai contadini la libertà matrimoniale, obbligandoli a sposarsi con persone del feudo; e la libertà di muoversi dal feudo ; infine conferisce ai signori il diritto di vendere il contadino, anche senza la terra alla quale era legato. A questo momento due saggi giuristi mecklemburghesi, i nominati Mevius e Scarf, dichiarano che i contadini appartengono al bestiame domestico e possono essere liberamente alienati.

Ma dopo la guerra dei trent’anni, la pastorizia è sostituita all’agricoltura.
Lo sviluppo del commercio delle lane rendeva vantaggiosa questa sostituzione.
Il contadino, che è stato prima incatenato alla terra, è ora espulso dalla terra, che un giorno era sua piena proprietà. I pochi servi rimasti sono ridotti a condizioni di quasi animalità. L’uso stabilisce che il nutrimento di un servo deve costare la metà di quello d’un cavallo, e il pastore Tiburtius, con il Vangelo alla mano, trova che la condotta dei signori é pura umanità ! (ID., Id., pag. 39 e seg.). 
Il prete e il giurista sono i servi nati e predestinati del capitale.

Il capitale opera dall’esterno trasformando in merci i prodotti, da beni di consumo diretto che prima erano. In questa sua corsa alla mercantilizzazione della società, crea il bisogno di produrre in una ragione sempre crescente.
Ora il maggior prodotto può ottenersi sia riducendo in schiavitù il lavoratore e sia liberandolo completamente dalla terra. Le circostanze del momento determinano l’impiego del primo e del secondo di questi sistemi, come già si é visto dal caso precedente. Ma il paese dove l’espropriazione del contadino rappresenta il sistema classico al quale ricorre il proprietario per ottenere rendite più alte è l’Inghilterra. Le circostanze medesime che dànno origine a un forte ceto medio son cagione che vi appaia un proletariato sprovvisto di tutto. La guerra delle due rose, cioè delle case di York e di Lancaster, decima la vecchia aristocrazia e, obbligandola a frequenti ricorsi al credito, ne intacca la proprietà.
I nobili, per condurre la loro guerra, hanno bisogno di uomini e di denaro.
I servi arruolati acquistano libertà ed i livellari, grazie agli anticipi in denaro, ottengono la piena proprietà della terra. Le confische largamente usate fanno cadere in balìa della Corona la quinta parte delle terre inglesi ; questa le aliena o a piccoli proprietari o ad affittaiuoli a lunga scadenza. La terra è abbondante e a buon mercato. È famosa la lettera del vescovo Latimer, nel 1480, il quale ci assicura che suo padre pagava 4 sterline per una terra sulla quale erano occupati 12 lavoratori e vivevano 30 vacche e 12 pecore. La politica dei Tudor e la Riforma precipitano questo movimento verso la formazione di un potente ceto medio.

L’ultima volta che sentiamo a parlare di servi é nell’editto della regina Elisabetta del 1574, col quale si liberano gli ultimi servi rimasti sui beni della Corona ; ma tanto trionfo di libertà era accompagnato dalla più cinica espropriazione di contadini. Già sin dal tempo di Enrico VII il pascolo sostituiva dappertutto la terra arativa e i contadini erano sostituiti dai montoni. « Pauper ubique jacet », esclamava malinconicamente la regina Elisabetta dopo un giro attraverso il suo regno.
I «montoni hanno mangiato gli uomini», esclamava il cancelliere More. Così appariva ancora una volta evidente che la liberazione giuridica dei contadini aveva per condizione la perdita della loro prosperità economica (Vedi SUGENHEIM, loc. cit., pag. 295 e seg.).

La pietra sepolcrale sulla proprietà contadinesca é posta all’epoca degli Stuart con l’abolizione della costituzione feudale del suolo. Comincia il furto gigantesco delle terre demaniali, mercè la chiusura delle terre. La rivoluzione borghese con Guglielmo III d’Orange completa il saccheggio dei beni pubblici e delle Chiese e la Camera dei Comuni «caso per caso» sancisce la chiusura delle terre demaniali .
È chiaro che la chiusura delle terre a profitto del signore fu di uso molto generale e anche una delle cause principali, se non la causa principale, del malcontento popolare”, ASHLEY, Histoire et doctr. écon. de l’Angleterre, trad. franc., vol. II, pag. 312. ).

La « chiusura delle terre comunali» spossessa immediatamente il proprietario originario a profitto del signore e sanziona una delle maggiori iniquità della storia ; ma il giurista non si perde d’animo. Solo più tardi i suoi sofismi interessanti troveranno riscontro nello zelo operoso col quale gli economisti vorranno giustificare il monopolio del capitale.
Il signor Fustel de Coulanges considererà il signore feudale come il proprietario primitivo, il quale, in un’epoca remota concesse dei diritti ai contadini. Il diritto di comunità non sarà allora altra cosa se non un uso che il signore -generosamente -aveva lasciato stabilire (Origine de la propriété fonc). Certo ciò non sarà accaduto per pura filantropia, ma perché il diritto di comunità sui beni comunali sarà stato meglio adatto ai bisogni della cultura.
Il signore feudale a un certo punto é ritornato sui propri passi ed ha ritolto ai contadini l’uso sui beni detti comunali. Ma a questa comoda teoria si oppongono i fatti che già Henri Maine aveva esposto, e secondo cui la terra era originariamente libera, e sopratutto il vivo sdegno dei contemporanei innanzi agli abusi dei signori feudali (Village Community, pag. 7).

L’inchiesta del 1548 è già la prova indiretta dell’enorme malcontento che la chiusura delle terre comunali aveva suscitato. I tentativi del legislatore per opporsi a questa calamità riuscivano impotenti. In realtà, nel suo tentativo di rendere commerciabili tutti i beni e quindi di far crescere
il guadagno in ragione delle quantità di prodotti che si potevano condurre al mercato, il capitale era lo strumento della economia cittadina allora formatasi.
A questo incremento del prodotto si opponeva in linea principale il diritto consuetudinario del contadino, e poiché la specie di cultura (il bestiame da lana), che l’Inghilterra trovava più conveniente, rendeva superflua una larga scorta di lavoratori, al processo del totale asservimento si sostituiva il processo della liberazione. Per proletarizzarli bisognava renderli liberi, e l’Inghilterra insegnò la libertà all’Europa perché potesse prima insegnarle come si possono lacerare i diritti della proprietà fondata, essa veramente, ma anche essa sola, sul lavoro.

Noi vediamo dunque che la costituzione del sistema capitalistico impone la convergenza di momenti e di fatti, che concorrono tutti a un medesimo risultato. Senza porci all’impossibile problema di sapere come all’inizio si formò il capitale mobile, ed ammettendo che l’usura vi ebbe una larga parte, abbiamo detto che l’interessante consiste solo nel sapere in che modo la ricchezza mobile iniziale ha pigliato quella estensione per cui ha potuto più tardi investire e dominare il processo economico della produzione.

La concomitanza dell’accrescersi della ricchezza mobiliare con l’esercizio di una funzione pubblica, ci è parsa decisiva, ma si è visto anche come la ricchezza mobiliare accumulata dovesse cercarsi uno sbocco nel commercio. Perciò non é propriamente un errore scorgere nel commercio l’origine prima del capitale, ma una inesattezza di valutazione dell’ordine cronologico in cui questo momento appare. Si spiega poi come la pressione del commercio spinga la proprietà fondiaria a rompere la costituzione tradizionale del suolo. Qui appare il momento della espropriazione della proprietà contadinesca fondata sul lavoro personale, ma essa si connette all’azione del capitale solo per via indiretta, mentre appare un momento decisivo nella formazione più alta della rendita fondiaria.
Ora la rendita fondiaria monetizzata è sì un mezzo per accrescere l’accumulazione del capitale mobile, ma storicamente e logicamente é l’ultimo anello di una catena, il cui primo anello é avvolto di mistero, mentre i successivi possono abbastanza bene illuminarsi. Tutte le volte che
noi ci porremo alla ricerca delle origini del sistema capitalistico, tre momenti ci appariranno siccome decisivi :
1. la funzione pubblica;
2. il commercio;
3. la soppressione della proprietà personale fondata sul lavoro.

Le modificazioni subite dalla rendita fondiaria debbono necessariamente considerarsi come risultanti da quelle tre circostanze.

(Curioso notare che il Marx, il quale più di qualunque altro ha contribuito a diffondere l’opinione che il commercio rappresenti il punto di partenza del capitalismo, abbia poi, con una inconseguenza, che del resto è testimonio della sua onestà scientifica, messo in rilievo come in tutti i momenti della formazione capitalistica, appaia l’influenza dello Stato; di essi scrive: «In England werden sie… systematisch zusammen gefasst im Kolonialsystem, Staatschuldensystem, modernen Steuersyn stem und Protektionssystem… Alle aber benutzten die Staatsmaschine, die  koncentrirte und organisirte Gewalt der Gesellschaft, etc. », Kapital,)

(Continua)
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