Di Arturo Labriola (1910), Universita’ di Napoli. 
Prosegue dal Capitolo 9

CAPITOLO 10
X – IL MOVIMENTO DELLA DISTRIBUZIONE IN REGIME CAPITALISTICONon vi é dubbio che i fatti enunciati nel capitolo precedente non abbiano esercitata una notevole influenza sulla distribuzione dei redditi nella società capitalistica. Si deve anzi ritenere che ogni circostanza la quale altera il prodotto complessivo sul quale vive la società, o il modo col quale esso si ottiene, reagisca inevitabilmente sul processo della distribuzione, cioé sulla maniera con la quale si rimunerano i vari servizi produttivi. Ora noi abbiamo ritagliato nella storia del più recente capitalismo, quello che data dalla introduzione della grande industria, tre fasi distinte la fase della concorrenza fra la grande industria e il morente mestiere, la fase della conquista di tutti i rami
essenziali della produzione e della circolazione da parte del macchinismo, infine la fase del ritorno del capitalismo alla sfera della circolazione e la sua rinnovellata confusione col capitale commerciale (Più in là il capitalismo deve ritornare alle casse dello Stato da cui in gran parte è uscito. Vedi MEYER, Municipal ownership in Great Britain, Chicago, 1906.).

Noi abbiamo già indicato, per via approssimativa, quale legge di distribuzione si realizzasse nei
due primi momenti. Abbiamo visto come nel primo momento si avessero bassi salari e altissimi profitti. A questo momento della evoluzione economica risponde la nota legge ricardiana secondo cui salari e profitti si muovono in ragione inversa; e invero tal legge sembra esattamente corrispondere alla realtà della prima fase della grande industria.

La critica socialista, impadronendosi di questo dato, foggia una legge della costante riduzione dei salari e della formazione di un proletariato senza tetto né fuoco. Nel secondo momento, l’esteso margine d’impiego del capitale provoca un rialzo dei salari, e rispetto alle rimunerazioni capitalistiche si suddivide in due periodi, nel primo dei quali persistono gli elevati profitti e nel secondo si verifica una degressione del profitto.
L’economia ottimista sfrutta questa transitoria legge della distribuzione vantando il potere equilibrativo del regime capitalistico e presagendo un avvenire di equea distribuzione, realizzata col pieno dispiegarsi delle forze tutte della produzione capitalistica ; ma é evidente che anch’essa procede come la critica socialista, estendendo cioè a tutto il regime capitalistico le leggi riscontrate vere per un momento solo di quel regime.
Il fatto che ognuno di questi opposti indirizzi può riferirsi all’esperienza concreta e giustificare con i dati dell’ osservazione storica e locale (poiché i vari paesi posti in grado di sviluppo economico diverso possano talora considerarsi come epoche storiche differenti) le proprie tesi, dimostra che nessuno di essi indica la legge complessiva di tutto il fenomeno, ma solo di un frammento storico del fenomeno medesimo.

“Le tendenze statalizzatrici e municipalizzatrici sono l’ultimo stadio del processo di involuzione del capitalismo. ENGELS delinea le statizzazioni come un “interesse” dello stesso capitale e respinge
la loro assimilazione al socialismo : « Allerdings, ware die Verstaatlichung des Tabaks sozialistisch, so zàhlten Napoleon und Metternich mit unter den Grundern des Sozialismus », Duhrings-UmwdIzung, 1901, pag. 299)

Ma le due fasi ora enunziate dello sviluppo del capitalismo pongono fatalmente capo ad una terza, in cui il capitalismo si separa dalla produzione e trova il locus della sua attività nella sfera della circolazione. Evidentemente una nuova mutazione si verifica nelle vicende della distribuzione e noi cercheremo adesso di delinearne i tratti principali.

Sull’importanza che ha il capitale separato dall’attività industriale non son possibili esatte valutazioni, poiché, oltre a comprendervi tutte le forme di capitale ordinario, bisogna comprendervi il capitale delle imprese statali e municipali. Per quanto si riferisce alle società per azioni noi vediamo che nell’anno finanziario 1902-1903 le 29.165 «public companies» del Regno Unito dichiararono un profitto complessivo, ai sensi dell'”income tax”, di 239 milioni di sterline, mentre nello stesso periodo di tempo il reddito complessivo del Regno Unito é calcolato in 1.700.000.000 di sterline. Il capitale delle stesse «public companies » é uguale a 1.850.000.000. Certo esso non esaurisce tutto il capitale di cui si può dire che verifichi la separazione fra l’attività capitalistica e l’attività produttiva, ma serve a dare un’ idea generale dell’importanza del fatto.
É ad ogni modo notevole che l’importo del capitale delle compagnie per azioni superi il totale del reddito complessivo annuo del paese (L. G. CHIOZZA-MONEY, Riches and Poverty, London, 1906, pag. 90).

Passando agli Stati Uniti, il secondo paese di pieno sviluppato capitalistico che noi conosciamo, vediamo che i redditi annui di alcuni monopoli superano i 2 miliardi di dollari. Il seguente prospetto indica i redditi lordi delle ferrovie, compagnie di assicurazioni, banche e compagnie del gas, per l’anno 1890
(Prof. JOuN R. COMMONS, Distribution of wealth, pag. 258 ; e B. BOUROF, The impending crisis in the United States, Chicago, 1900, pag. 101 e 169)

Titolo – – – – – – – – – – – Redditi lordi, dollari

Ferrovie – – – – – – – – Ricavato del traffico – – – – – – – 1.051.877.632

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – Altre sorgenti – – – – – – – – – 126.767.064

– – – – – – – – – – – – – – – -Strade non riportate – – – – – – – – 50.000.000

– – – – – – – – – – – – – – – – Express Companies – – – – – – – – 53.000.000

– – – – – – – – – – – – – – – – – – Ferrovie cittadine – – – – – – – – 90.000.000

– – – – – – – – – – – – – – – – Trasporti d’acqua – – – – – – – – – 191.000.000

Compagnie di telegrafi – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 25.000.000

Compagnie di telefoni – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 16.404.583

Compagnie di assicurazioni vita – – – – – – – – – – – – – – – – 90.000.000

Compagnie di assicurazioni fuoco, ecc – – – – – – – – – – – 54.000.000

Banche Nazionale – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 144.614.053

Altre banche – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – — 200.000.000

Compagnie gas artificiale – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – -25.000.000

TOTALE- – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – 2.118.654.945

Calcolando poi come capitale dissociato dall’attività produttiva tutto il capitale dei monopoli naturali e dei trusts, abbiamo le cifre seguenti che rappresentano il reddito netto di sette anni

Titolo – – – – – – – – – – – – – – – – Reddito dollari

Monopoli naturali – – – – – – – – – – 4.255.000.000

Monopoli ipotecari – – – – – – – – – 3.775.000.000

Case che danno rendita – – – – – -5.503.000.000

Terre affittate – – – – – – – – – – – – – 4.585.000.000

Uffici redditizii – – – – – – – – – – – – 3.033.000.000

Industrie trustizzate – – – – – – – – 7.812.000.000

Monopoli minerari – – – – – – – – – – – 560.000.000

TOTALE – – – – – – – – – – 29.526.000.000

Come abbiamo detto, queste cifre rappresentano il reddito netto per sette anni dei monopoli
naturali e commerciali. Per apprezzare queste cifre si badi che la ricchezza totale degli Stati Uniti era calcolata in 65 miliardi di dollari ( Encyclopedia of Social Reform, ed. by rev. Bliss, New-York and London, 1897, pag. 1348).
Naturalmente larghe concessioni debbono essere fatte all’esattezza di notizie, le quali si riferiscono a fenomeni così complessi. Comunque, esse ci consentono di ritenere, e l’ovvia osservazione della vita comune ci conferma in questa opinione, che una trasformazione nel senso indicato si sta più o meno completamente operando. E deve appunto ammettersi che noi non siamo ancora alla fase culminante di una evoluzione che tende a rompere ogni vincolo d’immediata solidarietà fra la fabbrica e il capitale. Questo tende sempre più a trasferire sulle spalle dei dipendenti salariati la responsabilità dell’amministrazione della fabbrica, riservando a sé stesso lo studio delle utili combinazioni commerciali, delle ingegnose sorprese e dei facili colpi di borsa.

Ma questo allontanamento del capitale dalla fabbrica deve avere inevitabilmente due conseguenze. In primo luogo rendendo meno diretta la pressione del capitale sul lavoratore, accresce la forza di resistenza di quest’ultimo e dove gli permette di realizzare salari ancora più alti di quelli conseguiti
nella fase precedente e dove di conservare gli antichi alti salari, sebbene la seconda delle influenze che questo fenomeno esercita debba portare a un opposto risultato. Perché un capitale dissociato dalla fabbrica é un capitale meno inventivo, meno studioso delle combinazioni tecniche, meno
interessato delle risorse delle industrie. Quindi, in questo momento dell’attività economica vaste masse di capitali sono perdute per la produzione e si consumano miseramente. Già il professor Marshall ha notato che «forse 100.000.000 di sterline sono spese annualmente dalla classe lavoratrice e 400.000.000 dal restante della popolazione (classi borghesi) dell’Inghilterra in una maniera che non serve a rendere la vita più nobile o più felice» (MARSHALL, Principles of Economies, I, pag. 786).

Ma la preferenza accordata agli investimenti mercantili o finanziari colpisce in una maniera molto più grave il reddito effettivo della nazione.
Si calcola che non meno di 1.800.000.000 di sterline del capitale inglese sono impiegate all’estero. Ecco certamente del capitale sottratto all’attività del lavoratore inglese. In cambio l’Inghilterra ritira dalle sue colonie, ove principalmente quel capitale è investito, da 90 a 110 milioni di interessi sotto forma di merci coloniali destinate ai consumi di lusso o improduttivi.
Se il complesso degli investimenti inglesi all’estero fosse rimasto in patria, il Chiozza-Money giudica che il reddito complessivo dell’Inghilterra sarebbe cresciuto di 50 milioni di sterline all’anno, volte principalmente a pagar salari, onde, per questa via, la sorte dei lavoratori inglesi sarebbe stata anche migliore della presente (CHIOZZA-MONEY, Op. Cit., pag. 149).

Rifacendosi al 1860, non meno di 6 miliardi di sterline si sarebbero accumulati in capitale nazionale e sarebbero serviti a rendere più economici i trasporti, più produttiva l’agricoltura, impedendo l’ esodo dei lavoratori verso la città, e provvedendo di buone abitazioni il popolo. Ora questa distruzione di capitali che si verifica per via della dissociazione dalla fabbrica e della preferenza accordata agli impieghi mercantili o finanziari, deve necessariamente diminuire il margine di richiesta delle forze di lavoro e quindi concorrere ad abbassare i salari. Di modo che in questa estrema fase della evoluzione del capitalismo, due fenomeni contraddittori si presentano allo studio dell’osservatore. In primo luogo, facilitata l’opera delle leghe operaie nel conservare o nel conseguire gli alti salari; in secondo luogo minacciato il salario medesimo dagli scemanti investimenti del capitale, onde due influenze contraddittorie e che fra loro si elidono.

L’economia comune non riesce a spiegare questi delicati rapporti, e, o colpita dagli alti salari, che pure persistono, conserva il suo vecchio punto di vista ottimistico e continua a predicare le virtù risanatrici del grande capitalismo, o preoccupata dal fenomeno della crescente disoccupazione degli
operai, è tentata di addossarne la colpa alla stessa imprevidenza operaia.
Ma noi vedremo che la realtà presenta un’altra soluzione dell’apparente paradosso al quale abbiamo accennato.

Quando il capitale lascia la sfera della produzione, esso é sicuro che nella sfera della circolazione potrà realizzare la sua maggior fortuna. In altri termini questo fatto é sinonimo dell’altro che nella
sfera della circolazione si riesce a mantenere un monopolio sicuro sulla vita economica. Ma appunto perché si tratta di un monopolio conseguito, non riescono a diventarne partecipi le persone che appartengono alle altre classi del reddito. Si deve supporre che i maggiori censiti riescono ad escludere i componenti delle altre classi. Onde non sembra punto giustificata a priori la tesi del Loria che questa fase estrema del processo capitalistico sia contrassegnata da una più equa distribuzione della ricchezza ( A. LORIA, La costituzione economica odierna, 1898, pag. 742 e segg.). Ed in realtà dati che noi possiamo avere, dati riguardanti i due paesi più economicamente avanzati della nostra terra, ci portano a ben diversa conclusione.

Calcolando la popolazione del Regno Unito a 43.000.000 di persone e il reddito complessivo a 1.710.000.000 di sterline, noi abbiamo un reddito medio a testa di 40 sterline. Così se il reddito della nazione fosse equamente distribuito, una famiglia di cinque persone potrebbe avere un reddito di circa 80 sterline all’anno. Ma in realtà noi abbiamo una distribuzione del reddito molto diversa. La legge inglese determina il limite esente dell’imposta in L. st. 160; ora questa linea di 160 sterline divide il reddito nazionale in due parti uguali. Le persone le quali hanno più di 160 sterline all’anno godono un reddito di 830.000.000 ; le persone che hanno meno di 160 godono un reddito
complessivo di 880.000.000. Si tratta adesso di comprendere quante sono le persone che appartengono al reddito non superiore alle 160 sterline e quante le persone che hanno il reddito superiore a questa cifra. Secondo il Chiozza-Money, ai cui diligenti studi noi ci riferiamo, le persone con un reddito superiore alle 160 sterline sono 5.000.000, mentre le persone che hanno un reddito minore sono 38 milioni. In cifra tonda, l’ottava parte della popolazione gode circa la metà del reddito del Regno Unito e l’altra metà del reddito si distribuisce fra i rimanenti sette ottavi ; conclusioni ben diverse da quelle che l’economia ottimista veniva enunciando. Se poi distribuiamo su tre classi tutti i contribuenti inglesi, corrispondenti alla ricchezza, all’agiatezza e alla povertà, considerando come classi ricche quelle che possiedono da 7000 sterline in su, come classi agiate quelle che possiedono da 160 a 700 sterline all’anno, e povere le classi con meno di 160 sterline all’anno, abbiamo il quadro-seguente:

—————————–

RICCHEZZA, AGIATEZZA E POVERTÀ.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – Numero – – – – – – – – – – – – – Reddito

Ricchi (persone con reddito superiore a L. 700 all’anno) – – – 1.250.000 – – – – – 585.000.000

Agiati (persone con reddito sup.e a L. 160 e inf.e a 701) – – – 3.750.000- – – – – 245.000.000

Poveri (persone con reddito minore 160 sterline all’anno) – 38.000.000 – – – – 880.000.000

Cosicchè, su una popolazione di 43 milioni di persone, 1.250.000 persone godono un terzo del reddito complessivo del paese ! Il resto si distribuisce fra gli agiati e i poveri. È notevole che 38 milioni di persone non hanno che un reddito di 880 milioni, ciò che fa poco più di 23 sterline all’anno per persona (CHIOZZA-MONEY, op. cit., pag. 42-43).

Osservazioni non diverse ci offre la possente repubblica delle stelle, di là dell’Atlantico, dove pure il capitalismo si è impiantato e sviluppato con uno straordinario rigoglio. I risultati del censimento del
1890 mostrano che il 3 per cento della popolazione, cioé la classe dei milionari, possiede il 20 % della ricchezza nazionale; l’8,97 & della popolazione, cioé la classe ricca, possiede il 51 % della ricchezza;
la classe media, consistente nell’11 % della popolazione, possiede il 4 della ricchezza; e la classe povera, consistente nel 52 % della popolazione, non possiede che il 4 % della ricchezza totale.
Le tavole seguenti sono estratte dalla Enciclopedia per la riforma sociale in conformità delle rilevazioni di G. K. Holmes ed ai risultati del censimento del 1890
(Encyclopedia of Social Reform, by Funk and Wagnalls Company, 1897)

DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE IN CLASSI.

Cifre percentuali – – – – – – – – – – – – Gruppi della popolazione

00.03 – – – – – – – – – – – 18.786 (milionari)

08.97- – – – – – – – – – – 5.617.712 (ricchi)

28.00- – – – – – – – – – – 17.534.216 (agiati)

11.00 – – – – – – – – – – – 6.888.432 (classe media)

52.00 – – – – – – – – – – – 32.563.644 (classe povera)

DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA IN CLASSI (in dollari)

Cifre %- – – – – – – Ricch. complessiva- – – – – – -Ricch. individuale

20 – – – – – – – – – – – 13.007.418.274 – – – – – – – – – – 691.867

51 – – – – – – – – – – – 33.168.916.461 – – – – – – – – – – – -59.041

20 – – – – – – – – – – – 13.007.418.253 – – – – – – – – – – – – – – 741

4,2- – – – – – – – – – – 601.483.644 – – – – – – – – – – — – – – – 377

5- – – – – – – – – – – – 3.525.854.565 – – – – – – – – – – – – – – – – 99

————————————————————————-

100 – – – – – – – – – – – 65.037.091.197 – – – – – – – – – – – 1.036

Per ragioni di confronto con le categorie del Chiozza-Money possiamo utilizzare l’aggruppamento dello Shearman. Questo statistico viene alla conclusione che 1.4 % della popolazione possiede il 70 % della ricchezza; il 9.2 % della popolazione possiede il 12 % della ricchezza, l’89.4 % della popolazione il 18 %
(Encyclopedia of Social Reform, pag. 1388).

POPOLAZIONE PER CLASSI (SHEARMAN)

Cifre percentuali – – – – – – – – – N. e Gruppi

1.4 % – – – – – – – – 876.710 ( ricchi)

9.2% – – – – – – – – 5.761.242 (agiati)

89.4 % – – – – – – 55.984.298 (poveri)

RICCHEZZA INDIVIDUALE PER CLASSI (SHEARMAN)

Cifre percentuali – – – – – – – -Ricch. compless. Ricch. per individ.

70% – – – – – – – -45.525.973.867 – – – – – – – -51.928

12% – – – – – – – -7.804.450.932 – – – – – – – -1.354

18% – – – – – – – -11.706.676.398 – – – – – – – -209

Quest’ultimo quadro permette di comprendere quanto sia folle il pensiero di coloro che ammettono che nel presente ordine sociale sia possibile passare da una classe all’altra. Come mai sarà possibile a colui che possiede un reddito personale di 209 dollari, raggiungere la posizione di colui che possiede un reddito personale di 51.928 dollari ?

Ma si badi che una tale concentrazione della ricchezza non risulta più o risulta soltanto in minima parte dal gioco della concorrenza industriale, determinata dalla superiorità tecnica di un’azienda sull’altra; ma bensì dal possesso di un monopolio economico, dovuto a una situazione del mercato (trust, sindacato, dazio, speculazione, ecc. ), al quale monopolio non possono in generale accedere tutti. Ma nello stesso tempo questo monopolio pone un limite all’ulteriore concentrazione della ricchezza, in quanto la sua stessa condizione di monopolio pone il possessore al sicuro delle insidie e dai colpi dei rivali.

Questa concentrazione della ricchezza non può procedere oltre il segno del monopolio raggiunto. Potrà ben darsi che dagli strati inferiori del reddito assurgano agli strati superiori nuovi monopolisti, ma costoro non minacciano le posizioni di dei predecessori già arrivati, anzi il loro stesso interesse li indurrà a non turbare il pacifico possesso dei loro compagni, ad associarsi a questi per la difesa del bene comune.

Non si tratta più di una lotta mortale fra i possessori del reddito, ma di uno sforzo ad assorbire la ricchezza degli strati inferiori, quali che essi siano. Lo sfruttamento economico non si esercita più a danno dei soli operai, come sugli albori della grande industria, ma di tutte le persone che dipendono dal grande capitalista. Padrone del rifornimento della materia prima richiesta da una industria, o del credito bancario o di un vantaggio coloniale e doganale conseguito mercé influenze politiche, o di tutto un mercato, mercé l’accordo dei produttori di una merce, il capitalista sfrutta con la stessa indifferenza i consumatori di tutte le classi senza badare se per caso fra costoro non vi siano anche capitalisti. Il guadagno non conosce solidarietà di classe.

Le cifre dello Shearman consentono ulteriori osservazioni. Vediamo che sebbene la concentrazione della ricchezza fosse annunziata fin dai primordi della grande industria come effetto della concorrenza economica, in realtà le maggiori classi del reddito comprendono in un paese così economicamente avanzato come gli Stati Uniti circa 900.000 persone e in Inghilterra 1.950.000.
Tutto ciò sebbene sia trascorso un secolo dall’enunciazione della legge e il capitalismo sembri già entrato in una fase di involuzione e di regresso. D’altra parte, al polo opposto della ricchezza, riscontriamo una povertà media, negli Stati Uniti, che dispone di un reddito di più che 1000 lire all’anno e in Inghilterra di circa 600.

Vediamo che né la concentrazione estrema del capitale, né l’estremo impoverimento del lavoro sono i segni connotanti la fase estrema del capitalismo. Ma poiché le influenze che questa esercita sulle sorti del lavoratore sono certo le più rilevanti, é al loro studio che noi ci volgiamo.

Se la ricchezza dell’Inghilterra fosse cresciuta secondo lo stesso rapporto della popolazione, fatto il confronto fra il 1867 e il 1902, essa avrebbe dovuto aumentare a 1.200.000.000 di sterline ; invece nel 1902 essa era di 1. 700.000.000; pertanto la ricchezza é cresciuta più della popolazione, sbugiardando la pretesa di Malthus che dovesse sempre avverarsi un eccesso della popolazione sul capitale (sussistenze).
(L’esperienza ha dimostrate fallaci tutte le cosiddette « leggi di tendenza»
dell’Economia, enunciate sugli albori della grande industria. Il destino è stato lo stesso tanto per i conservatori quanto per i socialisti. Un carattere enigmatico serba ancora, però, la legge dello « stato stazionario» ritrovata dal RICARDO e illustrata da J. S. MILL, Principles, 1898, pag. 452 e segg. L’evoluzione economica toccherebbe un giorno un limite insormontabile ? Clausius e lord Kelvin, dal fenomeno dell’entropia, ricavano per il mondo fisico la previsione che un giorno il calorico uniformemente distribuito renderà impossibile ogni fenomeno chimico e vitale. Vedi L. POINCARÉ, La Physique moderne, 1908, pag. 80
).

Da questa premessa dovrebbe seguire che i salari hanno dovuto proporzionalmente crescere, dovendosi supporre che il maggior capitale dovette investirsi anche in maggior quantità di lavoro. Ma l’esperienza é molto diversa.
Secondo il professor Bowley (« Economie Journal », settembre 1904), il quale piglia a base delle sue ricerche i dati del Board of Trade del 1886, nel 1867 si pagavano di salari agli operai inglesi 350.000.000 sterline sul reddito nazionale.
Confrontando questa somma col reddito inglese accertato nello stesso anno, si ha che i lavoratori inglesi percepivano il 40 per cento del reddito nazionale.
La popolazione operaia inglese è nel 1902 di 15.000.000 di persone, le quali prelevano 655.000.000 di sterline su un reddito accertato di 1.710.000.000, cioè meno del 40 per cento del totale (CHIOZZA-MONEY, op. cit., pag. 311).

Ora siccome il reddito era cresciuto più della popolazione, doveva aversi una maggiore domanda di lavoro e quindi una partecipazione degli operai al reddito nazionale maggiore di quella del 1867. Il fatto opposto, cioè l’essere rimasto stazionario il rapporto secondo cui gli operai partecipano al reddito nazionale, conferma la nostra induzione sulla circostanza che, nella fase più avanzata del capitalismo, una parte del capitale é sottratta alla produzione e perciò non può essere rivolta alla
domanda di lavoro.

Fenomeni identici si vedono accadere dall’altro lato dell’Atlantico, agli Stati Uniti, il secondo modello da noi prescelto nelle nostre indagini.

Nel 1894 «in conformità dei dati del Connecticut Labor Report e delle statistiche del lavoro del Massachussets » il saggio nominale del salario non solo non rimase stazionario ma scese del 7 % rispetto a quello del 1892, mentre il reddito annuale del lavoro era stato ancora più ridotto a causa della mancanza di occupazione.
Il Connecticut Report conferma che il salario é caduto nello stesso periodo del 10 % e dice che « le maggiori perdite dei lavoratori non derivano da paga ridotta ma da ridotta occupazione e che la riduzione della paga e dell’impiego ha diminuito il paga. mento del salario totale nella ragione
del 25 %». Il dottor Spahr aggiunge che « la maggior parte delle famiglie operaie del Massachussetts videro i loro redditi diminuiti di un quarto». Cosicché nel Massachussets e nel Connecticut insieme, i redditi delle famiglie dei lavoratori, fra il 1892 e il 1894, caddero almeno nel 20 %. In Pennsylvania caddero di almeno il 24. La discesa dei salari nell’agricoltura, dal 1890 al 1894, ridusse il reddito dei lavoratori del 20 % (Enc. of Soc. Reform, pag. 1370, 1373. SPAHR, Distribution of wealth in the U. S., Boston, 1896, pag. 116 e pag. 117.).

È inutile moltiplicare gli esempi per i rimanenti Stati dal momento che gli statistici affermano unanimi che l’offerta di lavoro é cresciuta nello stesso tempo e quindi in proporzione ha dovuto scemare la domanda di lavoro da parte del capitale americano.

Questi fatti sarebbero per certo inesplicabili se non ricorressimo all’ipotesi che gli arricchimenti del capitale non derivano più dalla produzione e perciò non implicano un ulteriore investimento nella produzione.
Il capitale cresciuto fuori dell’officina non rifluisce all’officina. Così avviene che mentre i profitti crescono e crescono parimenti, in cifra assoluta, i salari degli operai inglesi; diverso é il rapporto secondo il quale quelli e questi aumentano, essendo maggiore la proporzione per il profitto,
minore per il salario. Riferiamoci soltanto ai profitti della scheda D della Income Tax inglese. Facendo eguale a 100 i profitti dell’anno 1900, si vede che quelli del 1893 erano eguali a 76.6 e ne 1903 salivano a 107.7. Invece i salari pareggiati a 100 per lo stesso anno erano a 90 nel 1893 e 97.2 nel
1903; segno che erano scemati di fronte al reddito capitalistico

(Gl’Index Numbers dei salari son quelli del Board of Trades.

(Gli Index Numbers dei profitti sono calcolati dagli Inland Revenue Assessments).

SALARI E PROFITTI RAFFRONTATI.

Profitti (Scheda D) Salari

1893 – – – – – 76.6 – – – – – 90.0

1900 – – – – – 100.0 – – – – – 100.0

1903 – – – – – 100.7 – – – – – 97.2

Più minutamente abbiamo queste cifre

Anni – – – – – Redditi complessivi – – – – – Media di salari all’Income Tax – – – – – – – complessivi

1893 – – – – – 80.91 – – – – – 90.02

1894 – – – – – 78.99 – – – – – 89.25

1895 – – – – – 81.39 – – – – – 88.76

1896 – – – – – 84.63 – – – – – 89.57

—————

Anni – – – – – Redditi complessivi all’incom Tax- – – – – Media di salari complessivi

1897 – – – – – – – – – – 88.11 – – – – – – – – – – 90.46

1898 – – – – – – – – – – 91.59 – – – – – – – – – – 92.87

1899 – – – – – – – – – – 95.07 – – – – – – – – – – 95.05

1900 – – – – – – — – – 100.00 – – – – – — – – – 100.00

1901 – – – – – – – – – – 104.08 – – – – – – – – – – 98.98

1902 – – – – – – – – – – 105.64 – – – – – – – – – – 97.70

1903 – – – – – – – – – – 108.40 – – – – – – – – – – 97.16

La conseguenza di questi strani fenomeni è che mentre il reddito complessivo di una nazione cresce, cresce del pari la disoccupazione dei lavoratori. La causa è sempre quella : il maggior reddito non si reinveste e quindi, al disotto della classe dei lavoratori, si forma un quinto stato di miserabili periodicamente o stabilmente disoccupato. Anche negli anni più prosperi la perdita totale di tempo da parte dei salariati è grande. Ogni anno vi sono anche per gli operai, sempre sulla lista dei pagamenti, giorni di festa e giorni di chiusura per riparare il materiale, rivedere i conti, controllare
l’azienda e così via. Infine, in quasi tutti i mestieri, vi sono i giorni della stagione morta. Si deve considerare come un anno prospero quello in cui l’operaio lavora quarantaquattro settimane piene (SPAHR, Distrib. of Wealth, pag. 101).

Il Massachussets State Board of Labor dichiara che durante la depressione del 1873-78, su 318.000 persone impiegate nella metallurgia, ben 30.000 erano disoccupati. Durante la depressione del 1882-1885 si stima che 1.000.000 di operai rimasero disoccupati. Crebbero le cifre dei disoccupati
durante la depressione del 1893, in cui le Trades Unions li stimarono a 4.500.000.
Carlos C. Classen, studiando il problema della disoccupazione, trovò che in sessanta città vi erano 523.080 disoccupati.

Durante la depressione del 1885 vi erano nel Massachussets 816.470 persone proficuamente occupate ; di queste 241.598 rimasero disoccupate una parte dell’anno. Il tempo perduto, se consideriamo soltanto le principali occupazioni di ciascun individuo, fu di 82.744 anni. La perdita netta assoluta del tempo di lavoro ammontò a 78.717. 76 anni (J. LADOFF, American pauperism, Chicago, 1904, pag. 143).

L’Illinois Labor Report del 1886 pubblicava le risposte di 80.000 salariati sulla questione del tempo medio di occupazione e del numero di operai che rimarranno impiegati tutto l’anno. Le risposte furono:

* 40.281 tradunionisti, media del lavoro 35.5 settimane ; 68 per cento occupati completamente, il resto parzialmente disoccupati.

* 7.036 minatori di carbone, media 23.4 settimane ; 45 per cento occupati completamente.

* 5.567 ferrovieri, media 46.1 settimana ; 88 per cento occupati completamente.

* 32.445 knights of Labor, media 41.5 settimane ; 80 per cento occupati completamente.

La marcia crescente della disoccupazione dei lavoratori è, nel Regno Unito, da questa parte dell’Oceano, contrassegnata dalle maggiori spese che le Unioni Operaie sono costrette a subire per mantenere alti i salari come sussidi di disoccupazione. Dalle notizie fornite dalla Labor Gazette, il Chiozza-Money ha ricavato il seguente prospetto (CHIOZZA-MONEY, op. cit., pag. 110) :

SPESE SOSTENUTE IN SUSSIDI DI DISOCCUPAZIONE DA CERTE «TRADE-UNIONS » CHE HANNO CIRCA 600.000 soci. (in L. sterlina)

1895 _ _ _ _ _ _ _ _ 415.533

1896 _ _ _ _ _ _ _ _ 261.387

1897 _ _ _ _ _ _ _ _ 327.732

1898 _ _ _ _ _ _ _ _ 237.469

1899 _ _ _ _ _ _ _ _ 187.332

1900 _ _ _ _ _ _ _ _ 260.655

1901 _ _ _ _ _ _ _ _ 324.863

1902 _ _ _ _ _ _ _ _ 420.311

1903 _ _ _ _ _ _ _ _ 504.214

Così anche in anni prosperi come il 1899 e il 1900, queste Unioni hanno dovuto pagare rispettivamente L.st. 187.332 e 260.655 per mantenere i loro soci disoccupati. L’industria moderna lavora con un margine costante di disoccupazione, che tende naturalmente a deprimere i salari. Si calcola che nel 1904-5 i disoccupati non furono meno di 5 o 600.000. Eppure in quest’anno i profitti capitalistici, come dimostrano i risultati della Income Tax, non scemarono ! Segno che non si era in un anno di crisi e quindi quel margine di disoccupazione deve considerarsi come un risultato normale del processo di liberazione costante del capitale dalla fabbrica. Questa circostanza pone
nella debita luce i pretesi alti salari (intermittenti) che gli economisti ufficiali denunciano.

(Una critica delle vedute ottimistiche della statistica stipendiata dal capitale, tenendo conto del tempo di occupazione effettivo come circostanza che modifica l’impressione degli alti salari, in DUDLEY BAXTER, The National Income, London, 1868, Macmillan edit.; fra gli « statistici » del capitale hanno un posto segnalato per la loro sicumera e ignoranza i cosiddetti socialisti riformisti).

Non deve sorprendere che nello stesso tempo persistano gli alti salari degli operai occupati. Già abbiamo detto che quest’ultima fase del capitalismo è contrassegnata da un disinteressamento dei capitalisti alle cose della fabbrica e quindi da una loro minore pressione sugli operai. Praticamente
parlando, le fabbriche restano affidate a direttori tecnici, stipendiati anch’essi, o da amministratori, che curano più l’aspetto commerciale che l’aspetto industriale dell’azienda. In un periodo di pletora produttiva, il capitale non tanto attende i suoi guadagni dall’usura esercitata sulle rimunerazioni operaie, quanto dai destri maneggi sul mercato dei titoli o dei prodotti.

Per tal fatto esso diviene più spregiudicato verso le unioni operaie, meno intransigente verso le rivendicazioni dei lavoratori, più disposto ad ammetterne parzialmente le ragioni. Così la stessa legislazione – smesse le primitive diffidenze verso le coalizioni operaie – accorda loro ogni favore. I rappresentanti degli operai figurano nei consessi tecnici del lavoro e l’arrendevolezza dei rappresentanti del capitale verso di essi è scambiata come prova della possibile trasformazione pacifica dei rapporti fra capitale e lavoro.

Fiorisce in questo ambiente il cosiddetto riformismo socialistico, ma esso è una semplice prova che l’economia capitalistica è entrata nella fase critica, tanto vero che diviene indifferente agli interessi della industria ed è disposta a trattare con larghezza gli operai. Costoro non si accorgono che il riformismo in questo momento funziona come un ulteriore limite alla produzione e minaccia alla lunga con le sorti della produzione quelle delle classi lavoratrici medesime, le quali attingono le loro rimunerazioni al prodotto onde tutto ciò che compromette la larghezza del prodotto compromette non meno le loro rimunerazioni.

Ma il vantaggio personale e immediato turba il giudizio delle classi lavoratrici, le quali diventano incapaci d’intendere il sottile congegno della economia capitalistica pervenuta alla fase dissolutiva e argomentano come testimonio della loro forza crescente i segni dell’infiacchimento senile del capitalismo.
Onde la vendetta del capitalismo moribondo è questa infezione a necrosi che esso trasmette al suo erede presagito, il quale inizia il proprio dominio partecipando alle illusioni della pace sociale e della graduale conquista.

Intanto mentre per effetto di queste influenze si conservano gli alti salari e talora accadono fenomeni sporadici di ulteriore crescenza, per effetto del monopolio che le unioni operaie sanno conquistare sul mercato (Debbo rinviare al mio studio : L’ Economico e l’Extra-Economico nelle « Pagine libere » di Lugano, No 24 del 1908 e No 3 del 1909), al disotto della classe operaia, gli esclusi dalle occupazioni produttive, formano un “QUINTO STATO”, che è costretto a vivere della carità pubblica e talvolta con larghezza insolita per gli stessi operai.

La persistenza di questo stato sociale, inesplicabile dal punto di vista di coloro che parlano dei costanti progressi che si realizzano in regime capitalistico e ne affermano la virtù risanatrice, diviene naturale solo dal nostro punto di vista che giudica il capitalismo costretto a rinunziare all’occupazione completa e all’investimento produttivo di tutto il capitale. In realtà noi vediamo che proprio dove esiste un capitalismo rigoglioso e sviluppato il pauperismo tende a conservarsi e ad estendersi.

La statistica del pauperismo ufficiale non è agli Stati Uniti molto esatta. La seguente tabella mostra le persone che vivevano di carità nel 1891:

Città _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ Poveri _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _% popolazioni

New York_ _ _ _ _ _ _ _ _ 2836 _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ 0.18

Boston _ _ _ _ _ _ _ _ _ 2391 _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _0.53

Baltimora _ _ _ _ _ _ _ _ _ 2250 _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ 0.51

New Haven _ _ _ _ _ _ _ _ _ 551 _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ 0.67

In altri termini, su ogni dieci mila abitanti erano riconosciuti poveri, diciotto in New York City, cinquantatre in Boston, cinquantuno in Baltimora e sessantasette in New Haven. L’undicesimo censimento degli Stati Uniti pone il numero dei poveri che vivono in case di carità pubblica a 73.045 (J. LADOFF, American pauperism, 1904, pag. 18).

Ma questi dati rappresentano soltanto una frazione del numero attuale dei poveri. Il professor Ely e Chas. Kellog, della organizzazione di New York della carità pubblica, stimano il numero dei poveri negli Stati Uniti a non meno di tre milioni (North American Review, aprile 1891).

Ma queste cifre, per quanto insufficienti siano, danno un’idea molto attenuata del pauperismo agli Stati Uniti. Alle persone che ricevono assistenza nelle case di mendicità bisogna aggiungere le persone che ricevono sussidi domiciliari.

Queste persone appartengono alla classe molto più numerosa di coloro che lottano contro la povertà e non riescono a sbarcare il lunario con le loro personali risorse. Noi piglieremo in esame il rapporto del Board of Charities dello Stato di New York, per l’anno 1902. Secondo il censimento del 1900 la popolazione dello Stato di New York era di 4.319.000 persone, mentre quella della città di New York era di 3.437.000. Il numero delle persone povere assistite fu, nello Stato di New York, di 51.873 mentre il numero dei poveri assistiti in New York fu di 1038. In altre parole, 0.03% della intera popolazione di New York City ed 1 per ogni 95 degli abitanti dello Stato di New York ricevevano soccorsi nel 1900. Le cifre seguenti riferiscono il numero delle persone assistite nei cinque Stati principali dell’Unione americana

Stato _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _Anno _ _ _ _ _ _ _N. persone soccorse

New York _ _ _ _ _ _ _ 1892 _ _ _ _ _ _ _ 131.439

Pensylvania _ _ _ _ _ _ _ 1892 _ _ _ _ _ _ _ 25.027

Michigan _ _ _ _ _ _ _ 1889 _ _ _ _ _ _ _ 39.115

Ohio _ _ _ _ _ _ _ _ _ 1891 _ _ _ _ _ _ _ 67.927

Wisconsin _ _ _ _ _ _ _ 1892 _ _ _ _ _ _ _ 4.492

E’ interessante notare che i due più ricchi Stati dell’Unione occupano il primo posto nelle cifre del pauperismo. Su 45.6 abitanti dello Stato di New York 1 riceveva sussidi esterni nel 1892 ; nello stesso anno si aveva 1 assistito su ogni 21.0 abitanti dello Stato di Pennsylvania. Il pauperismo era in conseguenza 4.6 più forte nello Stato di New York che non nello Stato di Pennsylvania.
Un altro dato interessante per stabilire la estensione del pauperismo americano è il numero degli ammalati assistiti gratuitamente. Ebbene, secondo i calcoli dell’Evenging Post, noi abbiamo a New York City un ammalato assistito gratuitamente su 7.59 (Su tutto ciò l’opera già citata del LADOFF).

Fatti non dissimili accadono in Inghilterra. Una inchiesta parlamentare assodava che nel 1891 il numero complessivo dei poveri assistiti era di 700.746 e che nel successivo 1892 questo numero era più che raddoppiato, cioè toccava la enorme cifra di 1.573.074 persone ! L’importanza del pauperismo nel Regno Unito è indicata dalle seguenti cifre

———————–

Poveri dai 16 anni in su_ _ _ _ _ _ _Poveri dai 65 anni in su

1890 (10 agosto) _ _ _ _ _ _ _ — _ _ _ _ _ _ _245.687

1892 (10 gennaio) _ _ _ _ _ _ _471.568 _ _ _ _ _ _ _268.397

1899 (1o luglio) _ _ _ _ _ _ _469.939 _ _ _ _ _ _ _278.718

1900 (10 gennaio) _ _ _ _ _ _ _499.600 _ _ _ _ _ _ _286.929

1903 (10 settembre) _ _ _ _ _ _ _490.513 _ _ _ _ _ _ _284.265

Da queste cifre sono esclusi i giovani al disotto dei sedici anni, che rappresentano forse la cifra più alta. Comprendendovi anche i giovani fino a sedici anni abbiamo le cifre seguenti, da cui ricaviamo un confronto con la popolazione.

TOTALE DEI POVERI DELL’INGHILTERRA E GALLES.

(1891)

Totale dei poveri censiti _ _ _ _ _ _ _1.573.074

Totale della popolazione (1891) _ _ _ _ 29.000.000

Poveri per 1000 _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ 54

Così nel paese più ricco d’Europa e forse del mondo su ogni 54 abitanti abbiamo un povero La popolazione povera del Regno Unito supera il milione e mezzo (CHIOZZA-MONEY, op. cit., pag. 263).

Come connettere questi fatti, domandiamo noi all’economista ortodosso, con l’asserto potere equilibratore della grande industria ? Se realmente il pieno sviluppo del capitalismo recasse a un miglioramento progressivo della società, il pauperismo, cioè il fatto della completa mancanza di mezzi di sussistenza, sarebbe un enigma incomprensibile. I guadagni accumulati si risolverebbero
in maggior domanda di lavoro, questa in una elisione progressiva del pauperismo, in ultimo si avrebbe un generalizzato benessere, che renderebbe per sempre assurda o un semplice modo di dire letterario la minaccia della rivoluzione sociale.

Ma le ricerche da noi compiute nel presente e nel precedente capitolo, avranno, lo speriamo, permesso al lettore di formarsi un concetto esatto di questo fenomeno. Sebbene tutt’oggi cresca la ricchezza capitalistica, essa non s’investe tutta nella produzione, restandone disoccupata una parte cospicua ; da cui il singolare fenomeno che insieme all’accrescersi della ricchezza si verifichi o il persistere o l’estendersi della miseria.

Ma questo fenomeno non deve punto confondersi con l’affermazione errata dei primi comunisti e dei filantropi economisti che la società capitalistica proceda per una concentrazione sempre maggiore della ricchezza e verso un abbassamento sempre più penoso della situazione dei lavoratori; che anzi la concentrazione della ricchezza si arresta al momento in cui il capitalismo ritorna alla forma monopolistica e il crescere o il permanere della miseria si è visto concomitante al migliorare della sorte dei lavoratori occupati.

Ora il formarsi del sedimento pauperizzato (1) della popolazione obbliga le classi capitalistiche
a spese sempre maggiori per il mantenimento di questo strato della popolazione ad evitarne le sanguinose rivolte. (Esso dunque non è il prodotto di un’azione esercitata sul lavoro a salario come hanno sinora ritenuto il Sismondi, Rodbertus, Mara e il Loria).

Per tal motivo nasce un nuovo limite alla accumulazione capitalistica e un ulteriore rafforzamento delle tendenze che estendono il processo di pauperizzazione della popolazione. Onde il capitalismo si trova sempre più spinto verso la via della propria dissoluzione.

Intanto lo stesso processo di alienazione del capitale della fabbrica, scemando la pressione del capitale sul lavoratore, rafforza le Unioni Operaie e ne rende più facili i successi. Di modo che le vie della nuova evoluzione economica sembrano contrassegnate da un processo di reciproca influenza del capitalismo in dissoluzione e delle organizzazioni operaie sempre più agguerrite.

L’ultima fase della storia del capitalismo pone al primo posto l’azione del sindacalismo operaio. L’iniziativa del nuovo processo è assunta dalle unioni di mestiere. Ma lo studio di questa fase estrema della storia del capitalismo formerà l’oggetto di altre indagini, dedicate in primo luogo a determinare il congegno e l’azione esterna del sindacalismo operaio, del quale, in queste pagine, abbiamo meditatamente taciuto.

Le nostre ricerche hanno un termine naturale nell’apparizione di una circostanza che strappa al capitalismo la forza d’impulsione, l’iniziativa del movimento che determina la storia economica.

La storia è movimento; e la storia d’ una formazione sociale cessa quando essa diviene passiva nel processo della vita.

(Continua nel Capitolo 10)
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