di LEONARDO PETROCELLI

Si è trattato sicuramente di un merito indiretto, di un fecondo effetto collaterale la cui tensione positiva non accenna ad estinguersi nonostante quasi un lustro sia passato dalle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. All’ombra di parate e bandiere, infatti, l’evento contribuì, fin da subito, a nutrire un dibattito fino a quel momento privo di cittadinanza ed oggi regolarmente stimolato da sempre nuovi contributi.L’ultimo, in ordine di tempo, giunge dall’Arma dei Carabinieri che, in occasione del proprio Bicentenario, ha organizzato ieri sera, negli spazi dell’Aula «Aldo Moro» dell’Università di Bari, il convegno «Il Brigantaggio», introdotto dal generale Claudio Vincelli, comandante della Legione Puglia, e concluso, nonché moderato, da Raffaele Coppola, direttore del Centro «Renato Baccari». Nel mezzo, le relazioni dello storico Mario Spagnoletti, del giurista Gaetano Dammacco e del colonnello Paolo Fabiano, che ha illustrato con dovizia di particolari l’intera vicenda umana del capitano Chiaffredo Bergia, eroe della lotta al brigantaggio, morto a Bari nel 1892.

«Il convegno – esordisce Vincelli – offre l’occasione per ripercorrere brevemente l’intera storia dell’Arma, nata nel 1814, sull’esempio della Gendarmeria francese, da un’intuizione di Vittorio Emanuele I, quale corpo speciale destinato a proteggere il territorio. E, da allora in poi, impegnato in tutti i successivi eventi di primo piano: dai moti d’indipendenza alla Guerra di Crimea, fino al mantenimento dell’ordine nell’Italia Unita». Si giunge così al quinquennio 1861-1866, quello segnato dal Grande Brigantaggio e da un conflitto inedito che lasciò sul campo oltre l5mila rivoltosi e circa 600 carabinieri, impegnati in battaglia a fianco dell’Esercito Regio. «Si trattò – continua Vincelli – del primo esempio di guerra asimmetrica, non convenzionale, combattuta cruentamente fuori dagli schemi consueti».

Il dibattito ne ha indagato radici storiche  aspetti tecnici, implicazioni sociali e politiche, senza cedere alla facile retorica risorgimentale che, per tanto tempo, ha cristallizzato la discussione nella teca della mitologia nazionale. «Alla base del fenomeno -spiega Spagnoletti – ci sono cause e fattori predisponenti. Inizialmente i meridionali non accolsero troppo negativamente l’impresa di Garibaldi ma poi qualcosa si ruppe. La scintilla scoppiò quando la rabbia plebea per le mancate riforme e le tradite promesse si saldò al fronte lealista dei reduci dell’esercito borbonico. E, a peggiorare le cose, contribuì anche la rinuncia politica alla risoluzione della questione contadina e la ferocia della celebre Legge Pica che represse il brigantaggio violando palesemente gli elementari diritti di difesa». Ma non è tutto. «Le leggi eversive dei sabaudi – conclude Dammacco – che saccheggiarono il patrimonio della Chiesa senza individuarne un riutilizzo, privarono i più poveri dell’assistenza di molti ordini religiosi. In più. i re piemontesi, nel tentativo di drenare risorse da Sud a Nord, estinsero molte conquiste del Regno Borbonico. Non a caso, per due o tre armi, anche la Chiesa ragionò sull’opportunità di sostenere il brigantaggio, scelta poi dimessa in favore del dialogo con le regie istituzioni e la strutturazione della propria dottrina sociale».

da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 12 novembre 2014

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