UN’ANALISI DI ALASTAIR CROOKE
Il ‘grande gioco’ in Siria

Questa analisi, pubblicata da Alastair Crooke nel mese di ottobre 2011, non ha perso la sua rilevanza.


9 GIUGNO 2012

Questa estate, un alto funzionario saudita ha detto a John Hannah [1], ex capo ufficio dell’ex vicepresidente statunitense Dick Cheney, che fin dall’inizio della rivolta siriana a marzo, il re ha creduto che il cambiamento di regime in Siria sarebbe stato di grande beneficio per gli interessi sauditi: “Il re sa che oltre il collasso della stessa Repubblica Islamica, nulla indebolirebbe di più l’Iran che perdere la Siria“, aveva detto il funzionario.

Questo è il “grande gioco” di oggi: la formula del gioco è cambiata, le rivoluzioni “colorate” istigate dagli USA nelle repubbliche ex sovietiche hanno lasciato il posto ai processi più sanguinosi e stratificati di oggi, ma la psicologia alla base rimane invariata.

Gli enormi requisiti tecnici per creare un gioco così complesso in Siria sono davvero prodigiosi: ma concentrandosi così strettamente sulla tecnica e sul coordinamento dei diversi interessi, inevitabilmente qualcosa di importante può anche sfuggire.

Europei, statunitensi e alcuni Stati del Golfo possono vedere la partita in Siria come la logica prosecuzione del presunto successo in Libia, del “gioco” della trasformazione del Medio Oriente, ma gli stessi strumenti che vengono utilizzati per tale scopo, sono altamente infiammabili e possono colpirne i fautori, perseguitandoli, come è stato dopo la “vittoria” in Afghanistan degli anni ’80.

Non sarà la prima volta che gli interessi occidentali hanno cercato di utilizzare gli altri per i propri fini, per poi scoprire di esserne stati invece strumentalizzati.

In ogni caso, la tattica in Siria, a dispetto dei forti investimenti, sembra fallire. Eppure la strategia occidentale, in risposta alla continua serie di nuovi eventi nella regione, rimane curiosamente statica, fondata sul gioco del risveglio e legata, in ultima analisi, al filo fragile che la collega a un re 88enne.

Sembra che ci sia scarsa riflessione sul paesaggio strategico, quando e come, quel filo si strapperà scatta. Quando si potrà vedere il calcolo prevalente rovesciato: nessuno lo sa. Ma l’Occidente crede davvero che legarsi a un modello di legittimità monarchica e al conservatorismo del Golfo, in un’epoca di disaffezione popolare, sia una posizione valida, anche se questi Stati comprano altre armi occidentali?

Qual è allora la nuova anatomia del grande gioco? In passato, le rivoluzioni colorate erano in gran parte progettate negli uffici dei consulenti politici di “K” Street a Washington. Ma nel nuovo formato, i “tecnici” tentano di modellare la regione [2], salutati direttamente dal governo degli Stati Uniti: secondo quanto riferito da fonti ufficiali di alto livello nella regione, Jeffrey Feltman, ex ambasciatore in Libano ed attualmente assistente del segretario di Stato, in qualità di coordinatore capo [3], insieme a due ex ambasciatori statunitensi, Ron Schlicher e David Hale, è anche il nuovo inviato statunitense per la pace in Medio Oriente.

Invece di un centro operativo costituito dall’organizzazione dei falsi “Amici della Siria” di Washington, c’è un dorato centro operativo che si trova a Doha, finanziato, secondo un certo numero di fonti, dal ricco Qatar.

Le origini del tentativo attuale di rimodellare il Medio Oriente si basano sulle conseguenze del fallimento di Israele, nel 2006, nel danneggiare seriamente Hezbollah. Nell’autopsia post-conflitto, la Siria è stata additata come l’asse centrale del collegamento vulnerabile tra Hezbollah e l’Iran. Fu il principe Bandar dell’Arabia Saudita che ha piantato il primo seme: alludendo presso i funzionari degli Stati Uniti che qualcosa effettivamente si sarebbe potuto fare su questo connettore siriano, ma solo attraverso l’uso della Fratellanza musulmana siriana, aggiungendo rapidamente una risposta al prevedibile esito: che la gestione della Fratellanza siriana e degli altri islamisti poteva tranquillamente essere lasciata a lui.

John Hannah aveva riportato su ForeignPolicy.com [4] che “Il lavoro di Bandar non fa alcun riferimento agli interessi degli Stati Uniti, e ciò è chiaramente motivo di preoccupazione, ma Bandar che lavora come partner contro il comune nemico iraniano, è una grande risorsa strategica“. Bandar è stato cooptato.

L’ipotetica pianificazione si era improvvisamente trasformata in azioni concrete solo all’inizio di quest’anno, dopo la caduta del governo di Saad Hariri in Libano, e il rovesciamento del presidente Hosni Mubarak in Egitto: improvvisamente, Israele appariva vulnerabile, e una Siria indebolita, immersa nelle difficoltà, ottenne l’attenzione strategica.

In parallelo, il Qatar ha fatto un passo avanti, con Azmi Bishara, ex membro pan-arabista del parlamento israeliano, espulso dalla Knesset e ora stabilitosi a Doha, che architettava uno schema attraverso cui la televisione, come varie fonti della stampa araba hanno riferito [5], cioè al-Jazeera, avrebbe non solo riferito della rivoluzione, ma l’avrebbe presentata quale istanza regionale, o almeno questo è quello che si credeva a Doha, sulla scia delle rivolte tunisina ed egiziana.

Si trattava di una nuova evoluzione del vecchio modello: una televisione arrogante, piuttosto che una mera gestione dei media. Ma il Qatar non stava semplicemente cercando di fare leva sulla sofferenza umana per un intervento internazionale, ripetendo all’infinito “le riforme non sono sufficienti” e l’”inevitabilità” della caduta di Assad, ma anche, come in Libia, il Qatar è stato direttamente coinvolto come attore chiave operativo e finanziario.

La fase successiva è stata trascinare e legare il presidente francese Nikolas Sarkozy nella campagna di espansione dell’emiro del Qatar, completata dal lobbying di Feltman. La“squadra dell’Eliseo” di Jean-David Levita, Nicholas Gallet e Sarkozy venne istituita, con la moglie di Sarkozy che arruolava Bernard Henri-Levy, l’arcipromotore del modello del Consiglio di transizione di Bengasi, che fu così efficace nel gonfiare in strumento di cambiamento di regime della North Atlantic Treaty Organization (NATO).

Infine, il presidente Barack Obama ha delegato la Turchia [6] ad intervenire sul confine della Siria. I componenti di questi ultimi, però, non sono esentati dalle sfide da parte dei rispettivi servizi di sicurezza, scettici sull’efficacia del modello del Consiglio di transizione, e che si oppongono all’intervento militare.

La leadership turca, in particolare, viene spinta dalle pressioni del partito in una direzione [7], mentre dall’altra ci sono i profondi dubbi della Turchia nel diventare un “corridoio” della NATO in Siria. Anche Bandar non è esente da difficoltà: non ha l’ombrello politico del re, e gli altri della famiglia reale giocano altre carte islamiche per fini diversi.

In termini operativi, Feltman e la sua squadra coordinano, il Qatar ospita la “sala da guerra”, la “Sala Stampa” e tiene i cordoni della borsa, Parigi e Doha sostengono il modello del Consiglio di transizione, mentre Bandar [8] e la Turchia gestiscono in comune la minaccia sunnita nel paese, sia armata che disarmata.

La componente salafita dei combattenti e dei veterani, avrebbe dovuto essere gestita in questo quadro, ma sempre più si sono allontanati per la loro strada, rispondendo a un ordine del giorno diverso, e con finanze separate.

Se lo scopo del “gioco” in Siria – non dimentichiamo i tanti assassinati (civili, forze di sicurezza e combattenti) non lo rendono un gioco – si trova su una scala diversa dalle prime“rivoluzioni colorate”, così i suoi difetti sono anche più macroscopici. Il paradigma del CNT, che ha già mostrando i suoi difetti in Libia, è ancora più crudamente difettosa in Siria, con il “Consiglio” dell’opposizione creato da Turchia, Francia e Qatar impastoiato in una situazione da comma-22. Le strutture di sicurezza siriane sono rimaste solide come una roccia [9] per sette mesi – le defezioni sono state trascurabili – e il sostegno popolare ad Assad è intatto.

Solo un intervento esterno potrebbe cambiare questa equazione, ma per l’opposizione chiederlo equivarrebbe ad un suicidio politico, e lo sa. Doha e Parigi [10] possono continuare a cercare di molestare il mondo verso un qualche intervento, mantenendo l’attrito, ma i segnali indicano che l’opposizione interna opterà per il negoziato.

Ma il vero pericolo in tutto questo, come lo stesso John Hannah nota sul ForeignPolicy.com [11], è che i sauditi, “con le spalle al muro“, “potrebbero ancora una volta accendere la vecchia rete jihadista e puntare generalmente contro l’Iran sciita“.

In realtà, questo è esattamente ciò che sta accadendo, ma l’Occidente non sembra averlo notato. Come Foreign Affairs ha notato la scorsa settimana, i sauditi e i loro alleati del Golfo“sostengono” i salafiti [12], non solo per indebolire l’Iran, ma soprattutto per fare ciò che ritengono necessario per sopravvivere, interrompere e dirottare i risvegli che minacciano le monarchie assolute.

I salafiti vengono utilizzati per questo scopo in Siria [13], in Libia, in Egitto (vedasi la grande bandiera saudita sventolare su Tahrir Square, a luglio) [14] in Libano, Yemen [15] e Iraq.

I salafiti possono essere generalmente considerati come antipolitici e flessibili, ma la storia è tutt’altro che confortante. Se direte continuamente alla gente che saranno i creatori del potere nella regione, e che gli verserete sopra secchi pieni di soldi, non stupitevi se poi si trasformeranno – ancora una volta – in qualcosa di molto politico e radicale.

Michael Scheuer, l’ex capo dell’Unità Bin Laden della Central Intelligence Agency, ha recentemente messo in guardia [16] sul fatto che la risposta al risveglio arabo messa a punto da Hillary Clinton, impiantare paradigmi occidentali con la forza se necessario nel vuoto dei regimi caduti, verrà vista come una “guerra culturale contro l’Islam” e pianterà i semi di un ulteriore ciclo di radicalizzazione.

L’Arabia Saudita è alleata degli USA. Gli Stati Uniti, come amici, dovrebbero chiedersi se la caduta di Assad, e il conflitto settario quasi certo che ne deriverà, sia davvero nel loro interesse: non si immaginano che i loro alleati sunniti in Iraq e Libano non sfuggiranno alle conseguenze?

Veramente immaginano che gli sciiti dell’Iraq non faranno due più due e non prenderanno le dovute decise precauzioni? Uno dei tristi paradossi della ‘voce’ settaria adottata dai dirigenti del Golfo per giustificare la loro repressione del risveglio, è stata la sottovalutazione dei sunniti moderati, ora in bilico tra l’incudine di essere visti come uno strumento occidentale, e il martello dei sunniti salafiti che aspettano solo l’occasione per spazzarli via.

Alastair Crooke
Asia Times Online, 22 ottobre 2011.


Alastair Crooke è fondatore e direttore del Conflicts Forum ed è un ex consigliere dell’ex capo della politica estera dell’UE, Javier Solana, nel 1997-2003.

Traduzione di Alessandro Lattanzio (09.06.2012):
http://aurorasito.wordpress.com/2012/06/09/il-grande-gioco-in-siria/

Testo originale in inglese (22.10.2011):
http://atimes.com/atimes/Middle_East/MJ22Ak01.html

 


 

[1] Vedi: http://shadow.foreignpolicy.com/posts/2011/08/09/responding_to_syria_the_kings_statement_the_presidents_hesitation

[2 Vedi: http://thecable.foreignpolicy.com/posts/2011/02/24/top_mideast_official_on_libya_i_dont_have_any_answers_for_you_right_now

[3] Vedi: http://www.champress.net/index.php?q=en/Article/view/86507
and: http://www.haaretz.com/print-edition/features/why-did-website-linked-to-syria-regime-publish-u-s-saudi-plan-to-oust-assad-1.352809

[4] Vedi: http://shadow.foreignpolicy.com/posts/2011/04/22/bandars_return

[5] “Il Qatar cerca un’alternativa a Waddah Khanfar per gestire Al-Jazeera”, al-Intiqad, 20 settembre 2011.

[6] Vedi: http://www.foreignaffairs.com/articles/68129/tony-badran/obamas-options-in-damascus

[7] Vedi: http://en.rian.ru/international_affairs/20111006/167434308.html

[8] Vedi: http://shadow.foreignpolicy.com/posts/2011/04/22/bandars_return

[9] Vedi: http://www.joshualandis.com/blog/?p=12447

[10] Vedi: http://euobserver.com/13/113245

[11] Vedi: http://shadow.foreignpolicy.com/posts/2011/04/22/bandars_return

[12] Vedi: http://www.foreignaffairs.com/articles/136473/john-r-bradley/saudi-arabias-invisible-hand-in-the-arab-spring

[13] Vedi: http://euobserver.com/24/32544

[14] Vedi: http://www.washingtonpost.com/world/middle-east/islamists-display-clout-in-cairos-tahrir-square/2011/07/29/gIQAmBoQhI_story.html

[15] Vedi: http://www.foreignaffairs.com/articles/136473/john-r-bradley/saudi-arabias-invisible-hand-in-the-arab-spring

[16] Vedi: _ http://nationalinterest.org/print/article/zawahiri-era-5732

Tutte le versioni di questo articolo: – The ’great game’ in Syria 

 

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