Premessa di Cogito Ergo Sum

Raramente mi piacciono gli articoli del Fatto Quotidiano, ma quello proposto dopo questa premessa è, tra tutti quelli letti finora sulle sommosse inglesi, quello che meglio coglie un aspetto trascurato e forse decisivo sui motivi di questa rivolta.

Vivo a Tottenham da un paio di anni, giusto a qualche centinaio di metri da dove tutto è iniziato. Mentre qui nel quartiere, quello che è avvenuto sabato sera ha rappresentato una protesta, seppur violenta, comunque legittima verso l’operato di una polizia che applica metodi razzisti e repressivi, nonostante la sua fama di “polizia giusta”, gli avvenimenti accaduti successivamente negli altri quartieri hanno connotazioni ben diverse, e sono ben evidenziate nell’articolo proposto da Iside Giergji.

In Inghilterra il lavoro ancora non manca, almeno per quel che riguarda soprattutto un concetto italiano di mancanza del lavoro, ovvero quei mesi interi e forse anni che spesso intercorrono tra un impiego e un altro. Raramente si puo restare disoccupati per piu di due settimane, ma va anche analizzato il tipo di lavoro che si riesce a trovare in linea generale, soprattutto quello destinato a immigrati ed emarginati. Da troppi anni a questa parte oramai, ben prima della crisi economica che intervenisse a giustificare determinate metodologie e pratiche da parte delle aziende nei confronti dei propri impiegati, il lavoro in Inghilterra assomiglia sempre piu a forme “democratiche” di schiavismo.

Si lavora ormai quasi ovunque con turni di 12 ore giornaliere (addirittura io arrivavo a farne 15 in un turno almeno una volta a settimana), con un solo giorno di riposo per uno stipendio piu che normale, che non garantisce la possibilita di aumentare le proprie speranze per un acquisto di una casa e un investimento serio per il futuro, come una pensione privata, assolutamente necessaria in Gran Bretagna.

Gli stipendi per la classe media, oltre a essere generalmente bassi, vengono continuamente erosi dal caro vita proprio nei beni piu essenziali, come la casa o i trasporti pubblici che quest’anno hanno toccato la soglia record di 2.000 sterline annue per un abbonamento alla zona 1, 2 e 3 (il minimo indispensabile per muoversi a Londra, senza contare i numerosissimi pendolari che vengono da zone piu lontane).

Insomma è normale avere orari lavorativi fino a 60 ore, con salari bassi, normalmente attestate sul salario minimo di legge a 5,92 sterline lorde l’ora. L’aumento del salario minimo negli ultimi 4 anni è stato di pochi centesimi, da 5,56 £/h del 2007 alle 6,08 previste da ottobre 2011. Questo equivale esattamente al costo giornaliero dei trasporti pubblici che nel frattempo e’ aumentato 150 sterline annue negli ultimi anni. Sacche di lavoro nero sono ben presenti anche in Inghilterra, soprattutto dove il lavoro prevede la manovalanza degli emarginati. I mass-media e leggi del lavoro inglesi fanno si che questo fenomeno venga taciuto, ma è presente anche se non paragonabile alla situazione italiana e riguarda solo gli immigrati generalmente.

Un altro aspetto del lavoro in Inghilterra è il mobbing costante che si subisce da parte delle aziende. Parlo di mobbing vero ormai applicato come metodo di lavoro in qualsiasi ambiente lavorativo che toglie la dignità alle persone che sono costrette a subirlo per non perdere il posto di lavoro. Dal ristorante all’ufficio, è tutto un susseguirsi di lamentele dei lavoratori sulle angherie e sui soprusi dei capi, spesso inglesi ma ormai anche immigrati perfettamente integrati nella mentalità capitalista classica anglosassone del profitto a tutti i costi.

Per chi invece è disoccupato, è corrisposto un sussidio di 65 sterline a settimana (si, avete capito bene, 65 sterline a settimana) e se non si hanno risparmi la copertura dell’affitto e delle bollette. Per avere il sussidio c’è l’obbligo ogni 15 giorni di presentarsi all’ufficio di collocamento (i famosi job center) e dimostrare che si sta cercando un lavoro. Ovvero, o fai parte del sistema consumistico capitalista, lavori come uno schiavo a condizioni indegne o ti accontenti di una misera sopravvivenza concessa dal governo. Qui finisce lo stato sociale inglese.

E qui inizia la storia delle rivolte di questi giorni, ben diverse da quelle passate contro la Thatcher.

I saccheggi sono stati effettuati non solo da poveri ed emarginati, ma anche da gente che lavoro 60 ore a settimana, che non vede mai la famiglia ed è stanca di inseguire il sogno consumista a tutti i costi, di dover produrre e passare la propria vita in un ufficio a sopportare angherie di ogni genere per pochi spicci al mese che non gli consentirebbero di avere quel lusso che la società liberista inglese ci vorrebbe spacciare come un diritto.

Le gangs di emarginati che hanno distrutto vetrine e auto non hanno nessuna cultura politica, ma sono dentro di loro consapevoli che non avranno mai quei beni che la propaganda capitalista gli impone di avere come simbolo della loro esistenza, sia essi trovino un lavoro, tanto malpagato e aberrante, sia che vivano di disoccupazione.

C’è poi quella larga parte della societa inglese, la maggioranza, quella che in questi giorni sta firmando la petizione per togliere i sussidi agli arrestati, che ha accettato passivamente lo schiavismo inglese per inseguire quel sogno liberista e socialmente degradante del “il lusso è un diritto” e lavora in condizioni non dignitose pur di compiacere e inseguire quel modello.

La differenza tra saccheggiatori e lavoratori non c’è, entrambi lottano per entrare in un sistema e sostenerlo, sistema che li sta depauperizzando a loro insaputa, nell’etica, nella salute, nella vita. Entrambi lottano per avere un I-phone, non un  futuro migliore. Queste proteste non hanno nulla a che vedere con quelle che per esempio caratterizzano i G8 e le manifestazioni no-global.

Qui non ci si rivolta per cambiare l’economia del debito, ma ci si rivolta perché non si riesce a farne parte, non si riesce a comprare l’ultimo I-Phone o ad abitare in Kensington. Nessuno di loro ha chiesto di cambiare modello, nessuno di quelli che ora stanno firmando la petizione contro i sussidi agli arrestati si sta chiedendo perché buttare 60 ore a settimana della propria vita in un luogo di lavoro solo per pagare un debito fraudolento ad un banchiere. Tutti, in un modo o nell’altro, chiedono di partecipare al sistema, non di cambiarlo.

Non ci troviamo di fronte a proteste come quelle di Genova 2001, o Londra 2009, dove quelle manifestazioni erano la risposta estrema di una parte della popolazione contro un potere chiaramente sordo alle loro richieste.

A parte Tottenham, dove è stata attaccata la polizia, ancora una volta protagonista di un omicidio, nel resto delle manifestazioni c’è stata solo la voglia di avere, e non di essere. Essere protagonisti di un cambio culturale, di sovverchiare la cultura del debito e sostituirla con quella dell’etica, dell’ambiente e della giustizia sociale.

Sbagliano quelli che vedono in queste sommosse una lotta di classe, almeno in senso stretto, perché se Paolo Pietrangeli contava in Contessa che anche l’operaio vuole il figlio dottore, chi occupava la fabbrica di Aldo aveva un obbiettivo, politico, ideologico e sociale. Qui non mi sembra che ci sia tutto questo, ma soltanto la rabbia di chi non può avere quello che il capitalismo promette in cambio della sua esistenza. Promesse effimere, fatte di morte, in un carro bestiame che viaggia sempre piu veloce verso il precipizio. Ma questo, a differenza di quelli che manifestano contro i vari G8 sparsi nel mondo, non è stato affatto percepito dai rivoltosi. Nessuno di loro si chiede quanto costano in vite umane, in danni ambientali e sociali, quei profotti che hanno saccheggiato.

 

 

I rivoltosi londinesi e il diritto al lusso

di Iside Gjergji

I rivoltosi londinesi e il diritto al lusso

Walter Benjamin si interrogò a lungo sul motivo per cui gli insorti parigini del 1830 sparavano agli orologi pubblici, facendolo in modo del tutto spontaneo e senza accordarsi tra di loro. Capire cosa rappresentavano quegli orologi per i rivoltosi di Parigi – che nel frattempo erano scesi in strada, avevano scalzato i pavé e innalzato le barricate – significava comprendere l’essenza stessa della rivolta. Per Benjamin quelli orologi erano il simbolo del tempo scandito dal “progresso” e dalla “disciplina del lavoro”, dettata dai ritmi e dai modi dell’economia capitalista. Erano cioè il simbolodi tutto ciò che aveva disumanizzato ed espulso da un’esistenza dignitosa intere fasce della popolazione di Parigi. E anche per questo che distruggerli significava allora chiudere con i vecchi tempi e aprire nuove dimensioni temporali.

Gli insorti contemporanei delle metropoli – a partire dalla sollevazione del 13 agosto 1965 del quartiere di Watts a Los Angeles e fino alla cronaca degli ultimi giorni delle periferie di Londra, Birmigham, Manchester, passando per  le rivolte parigine dell’ottobre del 2006 – bruciano, invece, le macchine e saccheggiano i negozi, specie se di lusso. Condannarli è facile, ma non ci aiuta affatto ad avere un quadro lucido della situazione. Il nostro compito dovrebbe essere allora – seguendo l’esempio di Benjamin – quello di interrogarci sul senso profondo di tali gesti, che sembrano dettati quasi da una profonda esigenza, individuale e collettiva allo stesso tempo.

Lasciamo, quindi, che le banche tuonino per i milioni perduti (nel mentre saccheggiano e speculano sui mercati gettando nella povertà milioni di individui), che i sociologi mainstream si strappino i capelli e si sorprendano del ‘non sense’ delle rivolte londinesi o che attribuiscano le colpe di tutto quanto al multiculturalismo (nel mentre si costruiscono carriere dorate grazie alla loro acritica adesione alle ideologie dominanti), che i governanti gridino all’illegalità (nel mentre l’illegalità la mangiano con il pane ogni giorno), che la polizia condanni i violenti (nel mentre non condanna mai la sua di violenza).

Ecco, lasciamo tutto questo per un attimo e concentriamoci sul significato dei gesti dei rivoltosi. Interroghiamoci, cioè, sul motivo per cui gli insorti di oggi bruciano le macchine e saccheggiano i negozi, proprio come quelli di Parigi sparavano agli orologi pubblici.

La prima domanda da porsi dovrebbe essere: cosa rappresenta l’automobile nella nostra società? E’ un mezzo di trasporto, si dirà. D’accordo, ma ormai non si può negare che è prima di tutto uno status symbol, cioè qualcosa che denota la condizione economica, sociale e culturale di una persona. La macchina ha dunque un elevato valore simbolico. Se possiedi una bella macchina puoi dimostrare la legittimità della tua stessa esistenza, sia in quanto consumatore sia in quanto cittadino rispettabile.Esisti in quanto hai e non in quanto sei (concetto particolarmente chiaro ai milioni di africani che muoiono di fame ogni anno).

Insomma, nel mondo delle merci e del valore di scambio, l’automobile simboleggia una merce importante, con un forte significato simbolico.

Ora, viste in questa prospettiva, le rivolte dei giovani emarginati delle periferie metropolitane di Londra – dove la disoccupazione e la povertà regnano sovrane e dove le ferite della recessione economica sono ben visibili – sembrano opporsi, anche simbolicamente, alla società consumista e all’economia mercantile. A questo risultato giunse, infatti, Guy Debord, quando, analizzando la sommossa di Los Angeles nel 1965, scrisse: “I Neri di Los Angeles  […], prendono alla lettera la propaganda del capitalismo moderno, la sua pubblicità dell’abbondanza. Vogliono subito tutti gli oggetti mostrati e astrattamente disponibili, perché vogliono farne uso” [G. Debord, Il declino e la caduta dell’economia spettacolare-mercantile, in Il pianeta malato, Nottetempo, p. 14].

Il lusso è un diritto”, ci urla del resto da ogni angolo di strada Vincent Cassel, seduttivo e convincente nel suo enorme manifesto pubblicitario dove campeggia sullo sfondo una bella auto. Ebbene, proprio quando questo messaggio viene preso sul serio, cioè quando dei cittadini, compresi quelli disoccupati, emarginati e che vivono nelle periferie, pretendono per davvero il rispetto del loro ‘diritto al lusso’, accade che il meccanismo si rompe. L’arcano si svela e la società dello spettacolo inizia a mostrare il suo vero volto, la sua vera struttura gerarchica, anche nel consumo. Certo, quando ciò accade, in molti si affrettano a spiegare che occorre avere pazienza e che, lavorando sodo, un giorno chiunque potrà esercitare il suo ‘diritto al lusso’.

Peccato però che si tratta di un altro messaggio pubblicitario.

Tratta dal Fatto Quotidiano del 11 agosto

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