Di Mensa Andrea

Appello al Popolo

Sovente si sente parlare di “soluzioni” un po’ stravaganti per uscire dalla crisi, e ognuno ne cerca una che sia “facile”, comprensibile ai più senza bisogno di grandi conoscenze e ragionamenti, e soprattutto che allontanino il suo peso da chi propone, nel senso che i sacrifici li facciano “gli altri”.
E più le persone sono ricche e potenti e più mezzi hanno a disposizione per invocare tali “soluzioni”.
Mentre il principio dovrebbe essere, almeno lui, semplice e banale, e quindi la soluzione altrettanto chiara, si cerca di spostare in continuazione l’attenzione.
Qui ripeto, una volta per tutte tale semplice principio.
Lo stato fornisce beni e servizi alla popolazione. Tali beni e servizi costano, perché nessuno lavora gratis (oltre ai volontari).
Se lo stato non ha riscosso risorse almeno pari a quelle che ha speso, per coprire la differenza si è indebitato.

Ma allora qualcuno ha ricevuto più di quel che era a lui correttamente dovuto oppure non ha contribuito nella misura in cui avrebbe potuto contribuire.
Pertanto mentre lo stato si indebitava, qualcuno si arricchiva, per cui la soluzione sta nel processo inverso.
Oggi, paghi chi si è arricchito in passato. In questo senso va cercata la soluzione.
Ricordo che nel tipo di economia attuale il denaro è solo un MEZZO per trasferire VALORE, ma non un valore esso stesso, quando il suo valore è dato semplicemente dall’imposizione dello stato di renderlo “corso legale” e da parte del popolo di accettarlo in pagamento per l’unica ragione di aver fiducia di poterlo usare a propria volta per pagare.
Nessuno accumulerà mai del denaro, per il suo valore intrinseco, ma solo per la fiducia di poter, con esso, acquistare dei beni o servizi reali.
La sua caratteristica principale deve quindi essere la CONSERVAZIONE nel tempo del suo valore, cosa che può avvenire solo e se la quantità di denaro da destinare all’acquisto dei beni e servizi non eccederà il valore degli stessi. Ma questo è comunque argomento di altra trattazione.
Quindi,lo stato, oltre a creare dei “ricchi” che non avrebbero dovuto esser lasciati arricchire, ha anche posto le basi per impoverire ulteriormente coloro che ricchi non sono.
Parlando dei “bidoni” dimenticati, quindi, il primo è quello delle pensioni.
Il dopoguerra ha visto uno stato povero, semidistrutto, con pochissime risorse ma anche un certo numero di “vecchi”, con la prospettiva che, comunque ne comparissero altri in breve tempo, conb relativa inabilità al lavoro, ma anche come diritto , anche se quanto accumulato nell’anteguerra era stato pesantemente svalutato.
In effetti, con ciò ch eera stato accantonato per vivere gli ultimi anni, i nostri vecchi si trovarono con quanto consentiva loro di procurarsi qualche chilo di zucchero.
Quindi fu adottato un sistema pensionistico a redistribuzione, il che voleva dire che con i contributi versati da chi lavorava, si pagava le pensioni agli anziani.
Tale sistema, nella macroeconomia presentava un grande vantaggio, e cioè quello di non togliere denaro alla circolazione monetaria.
In quanto il denaro non incassato da chi lavorava, veniva subito rimesso in circolazione sotto forma di pensioni agli anziani.
In tal modo vennero elargite pensioni a tutti, compreso chi negli anni non aveva praticamente contribuito in alcun modo al “sistema”pensionistico, con variazioni addirittura allucinanti come le baby pensioni agli insegnanti ai quali bastavano meno di 16 anni di contribuzione per aver diritto alla pensione a prescindere dall’età anagrafica, oppure ai ferrovieri, i cui anni di servizio durante il conflitto vennero computati tre volte, raggiungendo paradossi di pensioni per 40 anni di servizio a persone di 42 anni, ecc….
Ma tant’è, lo scarso numero di anziani, l’elevato numero di lavoratori attivi, e l’entità di molte pensioni, mantennero il sistema in equilibrio fino agli anni ’80.
Poi, l’aumento dei pensionati, il non aumento in proporzione degli occupati, le pensioni “regalate” anche a chi non aveva mai versato praticamente nulla,cominciarono a mettere il “sistema”in crisi.
Troppe uscite e troppe poche entrate.
Ecco allora, ch invece di puntare a un bilanciamento migliore tra entrate e uscite, chiedendo magari maggiori contribuzioni alle categorie meno tartassate, o riducendo quelle scandalosamente alte, si iniziò una propaganda per abbandonare il sistema redistributivo per confluire in un sistema “ad accumulo”.
Dietro lo slogan “ognuno si goda i propri sacrifici” nel senso che ognuno avesse una pensione legata a quanto versato, ed affidando la custodia di tali ricchezze ad entità private, si convinse la popolazione che quella era la strada migliore per risolvere la questione.
Ma nel mentre occorreva, comunque continuare a pagare le pensioni in essere, non potendo azzerare quelle che sovente era ormai l’unica fonte di sostentamento per molte persone.
Quindi gli occupati si trovarono, dopo varie e successive “riforme” a pagare sia per continuare a mantenere le vecchie pensioni, e sia a risparmiare per le proprie.
Ovviamente, tale risparmio cominciò a significare un accumulo di risorse, disponibili alle società che forniscono il servizio, ma indisponibili all’acquisto di beni e servizi.
Questo fattore contribuì non poco ad una crisi da sovraproduzione, in quanto i redditi destinabili agli acquisti si riducevano, prima che si riducessero le produzioni.
Infatti il mercato interno fu, e ancora è molto penalizzato, e questo fattore contribuisce non poco alla scarsa “crescita” economica, soprattutto se raffrontata ad altre nazioni.
E tutto ciò sarà valido almeno fintantoché si dovranno pagare pensioni, o parti di esse, maturate col sistema redistributivo.
L’altra grossa incognita è la rivalutazione dei capitali risparmiati.
Oltre a generiche rassicurazioni, nessuno garantisce per la conservazione nel tempo del loro valore.
Ma un altro gioco sporco è stato fatto sull’argomento.
Una delle ragioni per con la quale è stata giustificata la necessità delle “riforme” (leggi tagli) delle pensioni è stato l’allungamento delle prospettive di vita, abbastanza facilmente verificabile semplicemente all’anagrafe.
S muore mediamente più tardi , anzi, il numero di ottanta-novantenni è in aumento e questo implica il dover pagare pensioni più a lungo, quindi necessità di maggiori risorse oppure di uno spostamento dell’età pensionabile.
Vero, reale, constatabile.
Però …… c’è il trucco, perché un’indagine più seria potrebbe scaravoltare il dato.
Chi sono oggi gli ultraottantenni ? sono quelli nati nell’anteguerra, coloro che durante il conflitto avevano 15-30 anni.
Nati da famiglie normalmente numerose, nelle quali la mortalità infantile riduceva sovente alla metà i figli prima dei dieci anni, sottoposti sovente a vite durissime e senza medicine che ne curassero i malanni.
Aspirina e chinino, e via andare …… un bicchiere di vino e quando si poteva un brodo grasso.
Persone quindi che avevano superato una dura selezione naturale, e quindi erano restati in vita solo gli esemplari più forti.
Ma chi ci dice che anche coloro che sono nati nel dopo guerra avranno le stesse qualità di robustezza ?
Famiglie di 2 o 3 figli, tenuti quasi tutti in vita a penicillina, antibiotici e sulfamidici, vaccinati contro tutto, cosa che peraltro distrugge le autodifese dell’organismo.
A 50 anni sono già tutti rattoppati, con problemi circolatori, cardiaci, vascolari, intestinali e ghiandolari vari.
Operati e ricuciti già almeno una volta , senza tonsille, adenoidi, appendice, ecc…. è vero che di farmaci anche contro i malanni senili ce ne sono tanti e si punta a far vivere anche qualche esemplare sufficientemente ricco ( che si possa cioè pagare di tasca propria le cure) oltre al secolo, ma la massa ? tutti gli altri ?
Basta guardare i necrologi per rendersi conto di come sia facile morire già dopo i 40 anni.
E chi ci arriverà agli 80 o 90 ?
Ecco allora che oltre a guardare quanti anziani stanno sopravvivendo oggi, occorrerebbe tracciare una curva statisticamente valida e realistica della distribuzione delle età raggiunte partendo dalla distribuzione delle nascite.
Con un’indagine seria si potrebbe anche a vedere come tra non molti anni, l’aspettativa di vita possa anche crollare nuovamente.
Ma intanto le pensioni sono già state “riformate” e vedremo dove finiranno tutti i capitali non usati per pagare pensioni a persone ormai morte.

Altra dolente nota è il settore immobiliare.
Sino a prova contraria un immobile serve o per farci degli uffici, o dei negozi o per abitarci.
Lasciamo perdere i negozi che vanno concentrandosi nelle varie “città mercato” e degli uffici, resi sempre meno necessari dall’informatica che permette di svolgere molte attività lavorative da casa propria, e mi concentro sull’immobiliare abitativo.
Cosa serve è una abitazione per famiglia.
Se le famiglie si rompono e restano tutti single, ne servono il doppio. Più piccole, ma il doppio.
In Europa, a differenza degli USA le abitazioni sono un bene di lunga durata, fatte di buoni e solidi mattoni e cemento.
Sicuramente non accadrebbe come a Joplin che un tornado rada al suolo una città.
Cadrebbero qualche tetto, qualche pianta, ma le case sostanzialmente resterebbero in piedi, perché sono decisamente solide e fatte per durare.
E infatti abbiamo edifici che hanno sfidato i secoli.
Ma quanti ne occorrono ?
Se si escludono ricchi un po’ paranoici che invece di collezionare figurine, collezionano ville e palazzi, teoricamente una per famiglia, al massimo una per abitarci e una seconda per andarci in ferie.
Ma sono 30 anni ch ela popolazione non cresce, e anzi, se resta stabile è grazie all’immigrazione, perché i “nativi” calano.
Ma c’è anche l’età media alla quale si lascia la famiglia.
Negli anni ’80 le coppie si formavano entro i 30 anni, oggi, grazie all’incognita del reddito (leggi lavori precari, se non assenti), l’uscita dalla famiglia viene sempre più ritardata per cui le famiglie si formano ormai tra i 30 e i 40 anni, con una diluizione delle famiglie contemporaneamente presenti sul territorio.
Se fino a non molti anni addietro era facile trovare viventi 4 generazioni contemporaneamente, oggi ormai siamo tendenti a tre, anche per la ragione esposta sopra per l’aspettativa di vita.
Ma se ogni nucleo necessita di una abitazione, significa che molte abitazioni, già oggi, non sono abitate.
Infatti un’indagine nemmeno troppo recente, quantificava in 50.000 gli appartamenti vuoti nella sola Milano.
Ma se già ci sono tante abitazioni disponibili, che bisogno c’è di costruirne altre ?
Bella domanda, ma la risposta sovente è nel “dove” sono le abitazioni disponibili e quali prezzi hanno.
Il valore di un immobile, oggi, nell’immediata periferia delle grandi città è dato per metà dal valore del terreno e l’altra metà dalla costruzione.
Allontanandosi dal centro il terreno vale sempre meno, ed al contrario avvicinandosi.
Ma il valore del terreno è dato essenzialmente dalla legge domanda/ offerta, tenendo conto che l’offerta è condizionata all’edificabilità del terreno stesso, e quindi all’arbitrio delle amministrazioni comunali.
Quando comincerà a diventare difficile vendere una abitazione, ci si accorgerà che i bei tempi della crescita della popolazione sono finiti, e di conseguenza anche la necessità di nuove abitazioni, diventando via via disponibili tutte quelle possedute e abitate dagli anziani che cesseranno di averne bisogno.
Pertanto, che l’immobiliare conservi la sua caratteristica di investimento “sicuro” al di là di quanto occorra per abitarci di persona potrebbe subire un drastico ridimensionamento nei prossimi anni.

 

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