di Piero Pagliani

Da quando è scoppiata la crisi finanziaria in molti hanno cercato di capirne e descriverne le ragioni. È un compito indispensabile per produrre credibili e perseguibili proposte politiche. Tuttavia, a mio modo di vedere, questo tipo di analisi, pur pregevoli per molti aspetti, incorrono spesso in un problema: si dimenticano del rapporto del potere del denaro col potere del territorio, cioè col potere politico (e tutte le sue funzioni: egemonia, dominio, formazione dello stato, gestione della cultura e dei simboli, uso della forza extraeconomica, eccetera). Sembra che ad un certo punto un nucleo di oligarchi finanziari si sia messo a fare politica del tutto autonomamente sfruttando determinate congiunture.

A volte questa dimenticanza pretende di essere molto “marxista”: il trionfo del capitalismo, dei processi di valorizzazione del capitale, su tutte le altre componenti della società. Ovvero il capitalismo allo stato “puro”.

In realtà lo scambio politico tra potere del denaro e potere del territorio è il capitalismo. Ovvero: non “è funzionale al capitalismo” ma è il capitalismo stesso. Come diceva Braudel, senza di esso il capitalismo non avrebbe potuto nascere e non potrebbe sopravvivere. Semplicemente non ci sarebbe.

Il problema di base è che le logiche dei due poteri sono differenti e tra di essi c’è sempre tensione e sempre sussiste la possibilità che ognuno vada per la propria strada. Ma non in modo definitivo, pena il collasso reciproco.

La dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro del 1971 aprì uno di questi momenti di crisi e la stagflazione che ne seguì fu un’aperta sfida del governo USA ai centri di potere finanziari privati.

Si nota qui che le crisi di questo tipo non sono solo economiche, ma geopolitiche, cioè mettono in discussione una data configurazione dei rapporti di forza internazionali entro i quali si attuano i processi di accumulazione. In questo caso gli USA stavano perdendo la guerra del Vietnam, che oltre a portarli irreversibilmente dalla posizione di maggior creditore netto internazionale a quella di maggior debitore, faceva sfumare la loro possibilità storica di installarsi da dominatori in Asia e quindi in Eurasia (e si è visto dopo pochi decenni chi ha tratto vantaggio da questa sconfitta: la Cina – non era dunque un caso che la questo Paese sostenesse il Vietnam, benché fosse un suo storico avversario).

Ma alla fine, con l’ultimo anno di presidenza Carter e più decisamente con la reaganomics i due poteri si ricongiunsero nella diarchia Wall Street-Tesoro USA. Quindi i poteri finanziari hanno un preciso referente politico negli Stati Uniti d’America.

Dagli articoli che circolano sembra inoltre che la gente – specialisti compresi – si sia accorta della finanziarizzazione solo da dieci o quindici anni. In realtà già negli anni settanta i dati parlavano di una netta preponderanza delle transazioni finanziarie rispetto a quelle in commercio e industria. Non a caso Giovanni Arrighi vide nel Nixon Shock (la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro) la “crisi spia” della presente crisi sistemica (si vedano di questo studioso i due saggi “Il lungo XX secolo” e “Adam Smith a Pechino“).

Infine, il fatto di cui tutti si lamentano, cioè che i salvataggi pubblici siano per la stragrande quota parte a favore degli istituti finanziari, non è un problema di ingordigia (che ovviamente c’è ma è un dato puramente soggettivo) o di subordinazione del potere politico alle oligarchie finanziarie (mentre c’è una loro diarchia). Al contrario è una decisione del tutto logica in un’ottica capitalistica: il denaro pubblico deve essere convogliato là dove si crea valore, altrimenti diventa una massa di prestiti per principio irriscattabili.

E in un’epoca di sovraccumulazione il valore si crea in quello che Marx descriveva come “ciclo abbreviato” dell’accumulazione: D-D’, cioè il denaro che crea altro denaro direttamente, un po’ come nel paese di Acchiappacitrulli di Pinocchio, senza passare dagli investimenti in commercio e industria, che nella localizzazione storica dei Paesi a capitalismo maturo non sono più profittevoli (è per questo che gli investimenti diretti o di portafoglio, quando ci sono, avvengono nelle nuove localizzazioni capitalistiche; ed è per questo che il capitale sociale fisso – compreso quello per il welfare – si svalorizza e viene dismesso con i tagli o svenduto con le privatizzazioni, tutto ciò lasciando dietro di sé una scia di desolazione e devastazione sociale).

Tutto questo funziona oggi sulla base dello strapotere politico e militare USA. È anche per questo che non c’è per ora nessuna reale e determinata opposizione alle sue imprese criminali. Perché siamo sì in prossimità di un mondo policentrico, ma ancora abbastanza lontani da un nuovo ordine economico e politico mondiale che presupporrebbe un “delinking” dall’egemonia statunitense e soprattutto la capacità di mobilitare concordemente e coordinatamente sufficienti risorse finanziarie, sociali e naturali per far ripartire un processo di espansione materiale. Semmai ciò fosse possibile (perché è qui che si innesta ad esempio il problema ecologico).

Pubblicato anche su Megachip, Comunismo e Comunità

 

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