di Fabio Falchi 

Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen, subito dopo la conclusione del vertice di Chicago ha dichiarato: «A Lisbona avevamo concordato di creare lo scudo antimissile e oggi […] questo progetto è diventato una realtà».(1) I 28 Paesi membri della Nato hanno dato quindi il via alla realizzazione della prima fase della costruzione dello scudo antimissile che sarà del tutto operativo entro il 2017. Una decisione che non ha suscitato nell’opinione pubblica europea grande attenzione, anche se ciò era prevedibile tenendo conto della gravissima crisi economica che affligge non pochi Paesi europei. Eppure si tratta di una notizia che dovrebbe far comprendere come i circoli occidentali siano ormai disposti a tutto, pur di impedire che si possa dar vita ad un autentico multipolarismo, condizione necessaria, tra l’altro, per mettere fine all’egemonia del dollaro e di conseguenza potere riformare quel sistema finanziario internazionale che è proprio una delle principali cause della crisi che attanaglia Eurolandia, stretta nella morsa dei “mercati”. Del resto, è innegabile che gli Usa siano impegnati nel ridisegnare la mappa geopolitica del pianeta in funzione degli interessi dell’oligarchia atlantista, che deve, ad un tempo, confrontarsi con nuovi attori geostrategici (i Brics, ma anche Paesi come il Pakistan, la Turchia o l’Iran) e difendere una redistribuzione della ricchezza nei Paesi occidentali che ha comportato l’indebitamento e l’impoverimento non solo dei ceti popolari ma di gran parte dei ceti medi. Una situazione potenzialmente “esplosiva”, in particolare adesso che la trasformazione dei maggiori partiti e movimenti di sinistra nella “guardia bianca” del capitalismo finanziario può alimentare una lotta politica e sociale che difficilmente il sistema sarebbe in grado di “istituzionalizzare” senza mutare la propria forma politica.
E’ quindi affatto naturale, come spesso si è rilevato, che la struttura economica di certi Paesi europei (ma soprattutto della Germania), “orientandosi” sempre più verso Est, venga contrastata con ogni mezzo dai gruppi (sub)dominanti atlantisti. Al riguardo, non si deve dimenticare che già quando la Nato aggredì la Serbia parve chiaro a diversi analisti, immuni dal bacillo liberista e “occidentalista” che ammorba l’Europa da alcuni decenni, quale fosse la reale posta in gioco dell’attacco sferrato dalla Nato contro il piccolo, ma fiero ed orgoglioso, Stato balcanico. Tanto che nell’Editoriale ad un libro (2) che esamina quella guerra secondo il punto di vista dei serbi si può leggere che, se era stata la strategia o meglio l’insipienza strategica della Germania, «nella sua corsa alla ricchezza e al petrolio caucasico», a favorire, anziché impedire, la disintegrazione della Iugoslavia, gli Usa, mediante il loro potente braccio armato, ossia la Nato, avevano costretto gli europei a riconoscere la supremazia americana nell’intera regione. Inoltre, l’intervento contro la Serbia, come quello contro l’Iraq, consentiva agli Stati Uniti di creare – sfruttando il vuoto di potere generato dalla scomparsa dell’Unione Sovietica – una serie di avamposti, protettorati e teste di ponte “vecchio stampo”, al fine di controllare le direttrici geostrategiche ed energetiche che collegano il “cuore” dell’Eurasia con l’Europa.
Fallito l’unipolarismo statunitense, questo progetto di egemonia globale non è stato abbandonato, né può esserlo senza che il cosiddetto “declino relativo” degli Stati Uniti si muti in un vero e proprio drastico ridimensionamento della potenza americana (nonché di quella dei suoi principali alleati). Sicché, è comprensibile che, una volta preso atto della mancanza delle risorse (sia materiali che spirituali) indispensabili per conquistare la massa eurasiatica e circondare la Cina, gli Usa abbiano messo da parte lo “scontro di civiltà” e si siano adoperati, con il consueto pragmatismo, per ridefinire la loro strategia secondo quella “geopolitica del caos” che punta sulla “destabilizzazione permanente”, per così dire, di singoli Stati o addirittura di vaste aree del pianeta, a seconda delle circostanze, avvalendosi del sostegno di “nuovi alleati” (compresi i fratelli musulmani e altri gruppi “islamisti”, considerati fino a pochi anni fa i peggiori nemici dell’Occidente), i quali cercano di trarre il massimo profitto da una situazione estremamente fluida, ma che vede ancora l’America occupare le posizioni dominanti. In quest’ottica, si dovrebbe interpretare anche la “primavera araba” (sebbene alcuni, con ottime ragioni, preferiscano parlare di un “inverno arabo”), senza ovviamente cadere nella trappola del complottismo – ma anche senza lasciarsi condizionare da chi ritiene complottista chiunque metta in discussione i luoghi comuni del circo mediatico occidentale. Peraltro, pur tenendo presenti gli opportuni distinguo e i diversi fattori politici e sociali che caratterizzano l’area del Mediterraneo “allargato” (che include cioè anche i Paesi che si affacciano sul Mar Nero e sul Golfo Persico), il ruolo dell’Occidente e delle petromonarchie nella aggressione contro la Giamahiria e contro la Siria conferma appunto che sono cambiati i mezzi, ma non il fine della geopolitica statunitense. Non è un caso allora che gli Stati Uniti insieme con l’Arabia Saudita e il Qatar sostengano i ribelli siriani, fornendo loro armi, informazioni, logistica e così via. (3) E non lo è neppure che la Clinton (ossia la “vecchia signora” che esultò di gioia allorché venne a sapere che Gheddafi era stato linciato), dopo aver incontrato il primo ministro kosovaro Hashim Thaci (che, secondo il rapporto di Dick Marthy, è il capo di un’organizzazione mafiosa, responsabile di traffici d’armi, droga e organi umani), abbia promesso che Washington aiuterà il Kosovo ad aderire alla Nato e all’Unione Europea. Né è un segreto che una delegazione del Cns, di ritorno dagli Stati Uniti, abbia fatto tappa nel Kosovo, in cui stanno affluendo dei miliziani del Cns per poter apprendere le tattiche di guerriglia impiegate dall’Uck contro i Serbi. (4)
D’altra parte, coloro che affermano che i “bravi” al soldo delle petromonarchie del Golfo sarebbero i difensori dei diritti umani, della democrazia e della libertà sono gli stessi che affermano che la decisione presa al vertice di Chicago «è il primo passo verso un obiettivo di lungo periodo di provvedere una protezione completa per i nostri Paesi e le nostre popolazioni». (5) Certo è evidente il riferimento anche al programma nucleare dell’Iran (benché questo Paese non minacci nessuno – ed è pure assai dubbio che voglia realmente costruire una o più bombe nucleari, essendo più probabile che intenda avere solo la capacità di costruire delle armi atomiche in brevissimo tempo, così da evitare di essere aggredito da Israele e/o dagli Usa), ma dovrebbe essere anche chiaro che la costruzione dello scudo antimissile nell’Europa orientale non è che la logica conseguenza di quella politica di potenza che condusse la Nato negli anni Novanta a bombardare la Serbia. Gli obiettivi, in definitiva, sono gli stessi, giacché la vera questione per gli Usa consiste appunto nel “forzare” gli altri membri della Nato ad appoggiare la potenza d’Oltreoceano nella sfida con la Russia e con la Cina, Paesi “contro” i quali deve funzionare lo scudo antimissile, anche se, come nota giustamente Thierry Meyssan, il Dipartimento della Difesa statunitense, pensando di rivolgersi «a degli ignoranti che non hanno mai visto un mappamondo, spiega con faccia tosta che gli impianti sviluppati in Europa centrale non minacciano la Russia, ma sono progettati per intercettare i missili diretti dall’Iran agli Stati Uniti, prendendo la strada più lunga». (6)
Tuttavia, sarebbe un grave errore ritenere che l’America sia una sorta di burattinaio che tira le fila tanto dei “mercati” quanto delle “rivolte arabe” senza incontrare alcun serio ostacolo. E questo non solo perché il mondo non è simile al Panopticon, (7) ma perché il fatto stesso che gli Usa debbano ricorrere all’azione vieppiù incisiva e rilevante delle Ong e a “tristi e loschi figuri” quali il primo ministro kosovaro e l’emiro del Qatar (si pensi anche all’opera di disinformazione sistematica di Al Jazeera), per raggiungere i loro scopi, mostra non solo i limiti della potenza degli Stai Uniti, ma pure che è inevitabile che ogni attore (geo)politico persegua anche dei fini particolari. Tutto ciò naturalmente rende ancora più complesso un panorama internazionale in continua evoluzione. Perciò è necessario non limitarsi a guardare i singoli alberi, ma osservare l’intera foresta, di modo da poter vedere l’intreccio tra fattori sociali, economici e politici, vale a dire la griglia strutturale in base a cui si articola il conflitto geopolitico che sta facendo “il mondo a pezzi”. (8) Certamente, molti aspetti – alcuni marginali ma altri sicuramente essenziali – non si conoscono o si devono ancora capire. Nondimeno la tendenza fondamentale della (geo)strategia atlantista, in questa fase storica, è sufficientemente chiara, perlomeno quanto basta per asserire che la geopolitica del caos è del tutto funzionale agli interessi della oligarchia occidentale. Comunque sia, se è ragionevole credere che la mano sinistra non possa non sapere quel che fa la mano destra, e viceversa, dato che è lo stesso “motore” a muovere entrambe, è lecito ritenere che un’altra guerra mondiale è in corso da un pezzo, benché armi, tattiche e strategie siano quelle tipiche di una guerra asimmetrica. Da troppo tempo invece in Europa ci si illude di poter sostituire il Politico con l’ideologia dei “diritti umani”, nonostante che essa sia il miglior veicolo della “smisurata” volontà di potenza statunitense. E non dovrebbe essere nemmeno una novità che, anche ammesso che si sia in buonafede, si è inconsapevoli “strumento del “negativo”, anziché costruttori di pace, qualora non ci si sforzi di distinguere (non “separare”) la sfera dell’etica da quella della “tecnica politica”, giacché l’etica può indicare qual è la parte che ha “ragione”, ma non come si debba agire per difenderla. A tale proposito, scrive Machiavelli (e non ci si deve stancare di rammentarlo) che «dove si dilibera al tutto della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione né di giusto né di ingiusto, né di piatoso né di crudele, né di laudabile né di ignominioso, anzi, posposto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel partito che le salvi la vita, e mantenghile la libertà» (Discorsi, III, 41).
Sembra invece ignorare del tutto il pensiero del grande fiorentino Alain Greish, illustre penna della rivista francese di Le Monde Diplomatique, che non esita ad accusare Assad di essere un “tiranno” e non il “principe” che difende il proprio Paese. A parere di Greish, infatti, il regime siriano sarebbe «minato dalle stesse tare da cui era affetto l’insieme della regione: autoritarismo e arbitrio del potere; saccheggio delle ricchezze e liberalizzazione economica che aggrava le diseguaglianze; incapacità di rispondere alle aspirazioni di una gioventù più numerosa e con una formazione migliore rispetto alle generazioni precedenti». (9) Ovvero Greish, per sostenere la propria tesi, non esita a mettere la Libia di Gheddafi (un Paese in cui non solo a tutti i cittadini, ma a tutti i residenti, lavoratori neri inclusi, erano garantiti i diritti sociali ed economici) e la Siria di Assad sullo stesso piano della Tunisia di Ben Alì e dell’Egitto di Mubarak. Il che, oltre ad essere palesemente falso, porta Greish a presentare in forma alquanto distorta e fuorviante (per non dire di peggio) sia i fattori sociali che quelli geopolitici che sono a fondamento delle rivolte arabe, al punto da asserire che in Siria «la brutalità inaudita della repressione [ha] accelerato l’escalation della violenza e favorito la militarizzazione di una parte dell’insurrezione che, all’inizio, faceva appello, nella sua schiacciante maggioranza, come in Egitto, alla non-violenza». Insomma, le “masse siriane” si starebbero battendo contro il liberismo e per la democrazia, ma con l’appoggio determinante dell’Arabia Saudita, del Qatar e degli Stati Uniti. Vero che Greish (cui pure non sfugge l’importanza dell’asse Iran-Siria-Hezbollah-Hamas per la causa palestinese) ammette che vi è «il rischio di vedere gli scontri prendere una piega confessionale» dato che in Siria sono presenti numerosi jihadisti e combattenti di al Qaeda. Ma egli – oltre a dimenticare i poliziotti e militari siriani uccisi dai “pacifici manifestanti” all’inizio della rivolta, cioè nel mese di marzo del 2011, e a non ricordare che Assad, prima dell’inizio della rivolta, aveva dichiarato al Wall Street Journal che era venuto il tempo di attuare delle riforme anche in Siria – (10) si guarda bene dal chiedersi chi e perché li armi e li finanzi. Né Greish sarebbe in grado di spiegare come mai il regime di Assad è ancora così saldo da potere indire le elezioni politiche e uscirne vincitore.
Non si deve però equivocare, dacché non è nostra intenzione negare che le questioni sociali e politiche nel mondo arabo si siano aggravate dopo il 1967 (cioè dalla Guerra dei sei giorni, come afferma Greish), né giustificare alcuna hýbris, da qualsiasi parte venga commessa. In ogni caso, siamo convinti che non si debba perdere tempo con chi non sa o non vuole argomentare, né con quelli cui la storia recente nulla ha insegnato. Ciò nonostante, forse vale la pena di ricordare a chi confonde l’Europa con l’Occidente che la “ragione” di Antigone consiste nel chiedere che a suo fratello Polinice, che pure ha mosso guerra contro la propria città, venga data “giusta” sepoltura, per quei “legami” che nessuna polis può ignorare. Ma Antigone non chiede di riconoscere come giusta la “ragione” di Polinice. Né potrebbe, ché non v’è “ragione” (politica) che si possa contrapporre alla “ragione” (politica) di chi deve salvare la vita e mantenere la libertà della propria “terra”. Ed è questo diritto dei popoli che l’eurasiatismo ritiene si debba difendere contro i “bravi” atlantisti. Un diritto che (si badi) essendo inseparabile dall’ethos della comunità cui si appartiene non può non implicare la lotta contro la società di mercato, in quanto di necessità fondata sulla mercificazione di ogni legame sociale e della stessa persona umana. E’ dunque indubbio che non vi sia alcuna sostanziale differenza tra chi è al servizio delle petromonarchie del Golfo e chi invece è al servizio dei “mercati”. Se si vuole capire perché e come sta cambiando la mappa geopolitica del pianeta, bisogna quindi non limitarsi ad osservare ciò che appare, ma comprenderne pure la “ragione”. Non è questione di “complotti atlantisti”, ma di piani, operazioni di intelligence e di mascheramento, tattiche e strategie. E ne dovrebbero conto sopratutto coloro che, avendo letto Marx, pensano che meriti disprezzo chi, comportandosi come un bue, volge le spalle alle pene dell’umanità e si preoccupa solo della propria pelle.

Note:
1. http://www.repubblica.it/esteri/2012/05/21/news/nato_vertice-35584199/
2. Vedi La Serbia, la guerra e l’Europa (a cura di N.Stipcevic), Jaca Book, Milano, 1999.
3. http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/155856#.T8FNoLB1DWZ
4.http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=30686
5. Vedi nota 1.
6. http://www.eurasia-rivista.org/vertice-di-chicago-la-nato-esalta-il-suo-declino/15917/
7. Com’è noto il Panopticon è un carcere ideale, di forma circolare e con un vano centrale dal quale si possono controllare tutte le celle. Fu ideato da filosofo liberale Jeremy Bentham che si ispirò alle workhouses (“case di lavoro”, ma in realtà veri e propri istituti di pena in cui erano rinchiusi i poveri e in cui “regnava” la frusta).
8. Vedi François Thual, Il mondo fatto a pezzi, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2008.
9. http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Aprile-2012/pagina.php?cosa=1204lm01.01.html
10. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704832704576114340735033236.html

http://www.statopotenza.eu/3852/i-bravi-atlantisti

Tratto da: I “bravi” atlantisti | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/05/30/i-bravi-atlantisti/#ixzz1wLKKgJSy

Commenta su Facebook