Stefania Pavone* ha intervistato Ali Dagmush dopo la fine di una trasmissione su Al Manar. Era il 2011 in Libano, ma i contenuti di fondo sono ancora attuali. L’intervista è frutto di un colloquio privato con il leader di Hezbollah in cui sono emersi contenuti dirompenti, come le notizie su Fieldmann e il Congresso americano. Dopo la fine della trasmissione su Al Manar, Dagmush rivela i risvolti del rapporto tra Usa e Hezbollah all’inviata del Fatto Quotidiano a Beirut… Allora il quotidiano di Padellaro censurò lo scoop, cancellando la rivelazione del leader di Hezbollah a Stefania Pavone sui contatti con gli americani per Al Qaeda. Oggi riproponiamo l’intervista in versione integrale.

——————————————————————————————————

Ali Dagmush: “L’America ci chiese informazioni su Al Qaeda prima dell’ 11 settembre”

Ha un turbante bianco e una tunica nera che lo rendono una specie di sultano del partito del suo Dio, Sheik Ali Dagmoush, reponsabile esteri del Sud del Libano. È un uomo di punta di Hezbollah, e in privato, ha parole dure di fuoco per la politica mediorientale dell’America e per l’avversario di sempre, Israele. In una Beirut inquieta a ridosso della crisi siriana, Dagmush si lascia andare ad una serie di rivelazioni a caldo sui soldi americani alle Resistenza libanese. Eccole.

Il segretario del 14 marzo vi ha accusato di fomentare un colpo di stato permanente. Cosa risponde a questa accusa?

Il Libano attraversa una fase delicata, c’è chi vuole creare una frattura nella società e smantellare la Resistenza, poiché essa ha imposto un nuovo equilibrio nelle relazioni con Israele. La Resistenza ha reso il Libano stabile. Né gli Usa né Israele hanno interesse a vedere un Libano forte.

Quali sono gli altri fattori di rottura di un Libano forte, oltre la geopolitica statunitense e israeliana?

Ci sono visioni politiche diverse, la dinamica della dialettica politica libanese è molto accesa. È nell’interesse del Libano mantenere una tensione permanente con un paese vicino come la Siria? E giusto che in Libano paese ci sia una rete di spionaggio internazionale? Sul nostro paese si riverberano troppi fatti negativi. Fieldmann ha dichiarato davanti al Congresso in un rapporto sul Libano che si è spesa una cifra da capogiro per foraggiare una campagna di propaganda contro Hezbollah. L’America gioca sulle divisioni confessionali per destabilizzare il paese.

Come giudica il caso dei falsi testimoni del tribunale internazionale costituito per l’ omicidio di Haririri?

Poco fa il premier li ha riconosciuti come falsi: essi hanno deviato il percorso del tribunale internazionale. Ma c’è anche dell’altro. Il rappresentante siriano se n’è andato, la politica estera è cambiata, l’economia arranca. Il 14 marzo deve riconoscere che ha sbagliato. Le loro forze esprimono un linguaggio vecchio e mirano a distruggere la Resistenza. Abbiamo bisogno di regole nuove. Ecco perché parlano di colpo di Stato.

A Beirut è passato George Mitchell in una fase in cui sono ripresi i colloqui tra palestinesi e israeliani. Il diplomatico americano ha dichiarato che il Libano deve trattare con Israele e che non parlerà con Hezbollah. Cosa gli risponde?

Siamo noi che non vogliamo incontrare Mitchell e che non vogliamo svendere la Resistenza come l’America ci ha proposto. Già da prima del 11 settembre gli Usa ci hanno detto di lasciare le armi e offrire informazioni su Al Qaeda in cambio del governo del paese. Sarebbero arrivati soldi anche per le strutture assistenziali che abbiamo. Ma noi abbiamo detto no. Sappiamo che gli americani portano avanti le richieste di Israele. Siamo disponibili ad una trattativa solo se gli Usa toglieranno la loro copertura alle aggressioni degli israeliani. Il Libano e l’ ultimo paese che potrebbe trattare con Israele.

E dei negoziati tra Israele e Palestina cosa pensa?

Obama ha usato una visione multilaterale del problema mediorientale, coinvolgendo sulla questione anche la Siria e il Libano. Ma quanto ai negoziati non andranno avanti. La condizione posta da Israele sul riconoscimento dello stato ebraico e la crescita della politica degli insediamenti pongono I palestinesi nella condizione di non accettare queste proposte.

Di Stefania Pavone, giornalista free lance, autrice di Palestina: quale domani, inviata in Medio Oriente e collaboratrice di Cogito Ergo Sum

Beirut, 16 settembre 2011

Commenta su Facebook