Di Lino Bottaro

foto e testo di Gianni Lannes trovato su
Mar Ligurecatrame a perdita d’occhio per centinaia di metri di profondità. Non abbiamo dimenticato, così proseguiamo la nostra caccia alle navi dei veleni che infestano il Mediterraneo. Non è facile riportare a galla una verità scottante, sepolta da un ventennio, nel Belpaese in cui regna l’indifferenza istituzionale e l’opinione pubblica conta quasi niente. Tanto per la cronaca, il 10 aprile 1991 si consumo la strage del traghetto Moby Prince 140 vittime arse vive.
«Alle ore 12 e 40 di giovedi 11 aprile 1991, nelle acque della Liguria a 4 miglia a Sud di Voltri, sulla motonave Haven di bandiera cipriota con a bordo 36 uomini di equipaggio e tonnellate 140 mila di petrolio greggio, si è verificata un’esplosione a seguito della quale la petroliera, gravemente danneggiata a centro nave, ha preso fuoco». Attacca così la relazione della Protezione civile all’epoca dei fatti. La lenta agonia della Haven che colò a picco alle 10,05 del 14 aprile a 1,2 miglia al largo di Arenzano, causò cinque vittime (compreso il comandante) ma anche il più grave sversamento di idrocarburi nel Mediterraneo che da allora propaga sott’acqua i suoi micidiali effetti. L’inquinamento è ancora palpabile: 50 mila tonnellate di greggio risultano spalmati sui fondali.
E’ una bomba ad orologeria, innescata da un bel pezzo che attesta l’inconsistenza delle normative italiane e la superficialità governativa. Un fatto è certo: i pesci sono malati di cancro e la flora è contaminata da una melassa mortale. La relazione dell’Icram (Istituto Centrale di Ricerca sul Mare), consegnato al magistratoLuigi Cavadini Lenuzzi, parla chiaro: «Le ispezioni condotte hanno evidenziato che gli idrocarburi versati in mare dalla Haven hanno colpito in particolare il litorale compreso tra Vesima e Varazze… Sulle spiagge tra Arenzano e Cogoleto si è rilevata l’infiltrazione di idrocarburi nella sabbia, sino a profondità superiori a 30 centimetri … Le numerose scogliere, pennelli artificiali e opere portuali hanno costituito siti di accumulo di residui del greggio versato, solo parzialmente bonificati».
Ma è sui fondali la situazione più grave. Il catrame ha invaso i fondali: nelle immagini filmate ad oltre 340 e 498 metri di profondità compaiono ammassi di petrolio rappreso, e le analisi certificano che proviene dal relitto. Latitudine 44°22’18’’ nord, longitudine 08°42’06’’ est. Tradotto: 1,2 miglia a sud ovest di Arenzano, golfo di Genova.
A 80 metri di profondità affiora il relitto della petroliera da 109.700 tonnellate di stazza lorda. Qui c’è solo il corpo principale del relitto, lungo circa 250 metri e largo una cinquantina; la prua (si staccò durante le operazioni di rimorchio) è più a largo, su un fondale di 490 metri. Il castello di poppa, quello con la plancia di comando, gli alloggi, i locali cucina, si erge con i suoi 5 ponti da 54 a 33 metri di profondità. A 60 metri, parte il fumaiolo, tagliato nell’estate del ’91 insieme all’albero maestro per non intralciare la navigazione. Trenta tonnellate di olio sono sigillate intorno all’asse dell’elica. Si scende ancora. Sula fiancata sinistra, a poco più di 65 metri c’è un’altra ferita. Mortale. La lamiera della fiancata è aperta per una decina di metri. E’ il punto dove si è verificata la seconda esplosione. Lì c’era una cisterna.
Nel ’95 l’Icram effettuò analisi su campioni di ostriche prelevati sul relitto: furono rilevate quantità di idrocarburi superiori a quelle registrate nel porto di Marghera, in Veneto. “Non si può escludere che la contaminazione della rete trofica possa interessare la salute umana” dichiara il biologo Ezio Amato che su un batiscafo dell’Ifremer si è calato ad 800 metri “Indubbiamente la fauna è esposta agli effetti cancerogeni, teratogeni e mutageni del catrame, in particolare degli idrocarburi aromatici che secondo le analisi effettuate si trovano in forte concentrazione. Ci vorranno secoli prima che il bitume, mineralizzandosi e coprendosi di sedimenti riduca sensibilmente il suo potenziale inquinante. I danni causati sono per lo più permanenti”.
Il disastro dell’Haven è rimasto senza colpevoli. La compagnia greco-cipriota, protagonista della sciagura, è stata assolta dopo aver addossato le responsabilità al capitano, morto nell’incidente. Nel maggio scorso la magistratura ha messo sotto inchiesta, con accuse che vanno dall’abuso di atti d’ufficio alla corruzione,quindici persone tutte dirigenti Arpal, l’Agenzia per la Protezione Ambientale della Liguria.
Il mare rimane contaminato. Meno di un milione a tonnellata, 117 miliardi di lire – che sommati al denaro stanziato precedentemente, portano a quasi 200 miliardi – e neppure una lira per il danno ambientale. Tanto è costato all’armatore Haji Ioannou Lucas inquinare il Mar Ligure e coprire di bitume alcune delle sue spiagge.
Il Fondo internazionale per l’inquinamento da idrocarburi (IOPCF) non ha riconosciuto il danno ambientale e i governi tricolori non hanno fiatato. L’associazione temporanea di imprese costituita da otto società dell’Iri e dell’Eni aveva quantificato il disastro in 1200 miliardi di lire. Il Wwf aveva chiesto che non venisse accettato alcun risarcimento inferiore ai 780 miliardi calcolati dalla stessa Avvocatura di Stato. La transazione tra lo Stato italiano e i fondi assicurativi dei petrolieri si è chiusa, però, con un atto formale sottoscritto dal Consiglio dei Ministri.
L’esiguità dell’indennizzo è fin troppo evidente se si pensa che per l’incidente alla Exxon Valdez lo Stato dell’Alaska ottenne un risarcimento di 10 mila miliardi (per 35 mila tonnellate di petrolio). “La vicenda presenta passaggi non sempre lineari, tempestivi ed efficaci da parte di alcuni organi dello Stato” si lascia sfuggireValerio Calzolaio, ex Sottosegretario all’Ambiente “Lo Stato avrebbe potuto battersi con più determinazione per il riconoscimento del danno ambientale, ma è intervenuta una decisione unanime del Parlamento che ha impegnato il Governo a percorrere la soluzione della transazione” Le Autorità italiane hanno minimizzato il rischio: nelle previsioni istituzionali il combustibile sarebbe stato facilmente inghiottito dai flutti. Non è andata così.
Il greggio a contatto con l’acqua ha perso la sua consistenza diventando vischioso e leggero. Sui fondali sono depositate 50 mila tonnellate di petrolio, evidenziano i filmati dell’Ifremer e le analisi dell’Icram, che hannoridotto il pescato del 50% provocando danni alle fanerogame, al benthos e a tutta la fauna protetta, che nel mar ligure comprende anche un’alta percentuale di cetacei. Questo petrolio, confermano gli esami dell’Istituto centrale di ricerca applicata al mare «grazie alle alte temperature del Mediterraneo che non scendono mai al di sotto dei 13 gradi centigradi, non si è cristallizzato, mantenendo un livello di fluidità tale da poter scorrere sul fondo, o, in presenza di profondità minime, da tornare in superficie continuando la sua letale opera».
I danni sono per lo più permanenti – documenta Ezio Amato, consulente tecnico del Pubblico Ministero Luigi Cavadini Lenuzza – I pesci sono aggrediti dagli idrocarburi tramite ingestione diretta o di prede inquinate a loro volta, e inoltre assorbono l’inquinamento attraverso gli epiteli delle branchie e del corpo”.
I più esposti all’inquinamento sono coloro che risiedono nei pressi delle zone contaminate e che inalano le frazioni gassificate del greggio. Per gli altri il contatto avviene prevalentemente attraverso il cibo contaminato: gli organi maggiormente interessati sono i polmoni, il tratto gastrointestinale, il fegato, i reni, il sistema nervoso centrale ed ematopoietico.
Le indagini, attesta la relazione allegata agli atti del procedimento penale conclusosi nel febbraio 1999, «hanno consentito di accertare che i residui di idrocarburi ancora presenti nel relitto costituiscono una sorgente di inquinamento mai esaurita che ha effetti cronici sull’ambiente».
Greenpeace chiede da qualche decennio l’adozione del piano generale per la difesa del mare, sepolto dal 1992 nei cassetti governativi.
Nel ’94 l’Università di Marsiglia ha condotto una ricerca sull’inquinamento provocato dalla Haven. Ecco cosa è emerso: «La natura del petrolio e le condizioni ambientali non sembrano favorire un processo naturale di decontaminazione». Gli esperti stimarono il danno ecologico in duemila miliardi di lire. L’Italia ne ricevette 117 come risarcimento e decise di impiegarne 32 per bonificare il mare e 60 per rimborsare i Comuni del litorale. In realtà, di miliardi ne sono stati spesi solo 16 (circa 8 milioni di euro) per bonificare le acque e certificare sulla carta che erano pulite. Gli altri 8 milioni di euro destinati a disinquinare il mare furono impiegati, in parte, per mettere in sicurezza la Stoppaniun’azienda che aveva inquinato di cromo e rame le acque.
Il peggio, potrebbe ripetersi in Italia da un momento all’altro. Basta dare un’occhiata alle autorizzazioni rilasciate dal Governo Berlusconi e, prima ancora dal Governo Prodi, per la ricerca e trivellazione di idrocarburi in mare, addirittura in aree protette: Isole Tremiti, Pantelleria, solo per citare qualche esempio. I cacciatori di oro nero non risparmiano le aree vulcaniche, grazie al beneplacito del Ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo, in evidente conflitto di interessi con le società di famiglia che trattano il greggio in Sicilia.
Le istanze partono da banche americane che si nascondono dietro società a responsabilità limitata, con capitali irrisori e sedi fantasma. Ma al banchetto che distrugge la fonte primaria di vita, partecipa anche qualcuna delle sette sorelle.

Una flotta di disastri annunciati – La Haven costituiva una piccola flotta di quattro navi gemelle, costruite in Spagna nel 1973, a cui è toccato lo stesso destino. L’Amoco Cadiz ha riversato nel 1978 tutto il suo carico (230 mila tonnellate di petrolio) sulle coste della Bretagna. Si trattava di una nave liberiana, gestita da una società greca, con marinai albanesi, ma noleggiata dalla Shell.
La Maria Alejandra è esplosa quattro anni dopo dinanzi alle coste della Mauritania.
La Mycene, un mese più tardi, è colata a picco in acque senegalesi.

La Haven era già incorsa in un incidente: colpita da un missile nel Golfo Persico durante il conflitto tra Iran e Iraq, l’avevano accomodata nei cantieri Keppel di Singapore. Quello verso Genova, nel ’91 era il viaggio inaugurale dopo la riparazione.
La Haven era una vera e propria carretta dei mari – accusa Stefano Lenzi del WWF,  – una nave di 18 anni quando si sa che una petroliera non può navigare per più di 15. Non a caso Ioannou l’aveva comprata dalla americana Amoco, dopo che questa società aveva deciso di metterla in disarmo. Non solo: prima di finire nel Mar Ligure la Haven durante la guerra del Golfo aveva preso un paio di siluri nello scafo”.

Stivale a rischio – Genova, Livorno, Napoli, Augusta, Ravenna, Porto Marghera, Gaeta, Cagliari e Taranto sono porti dove le petroliere incrociano le gasiere ed entrambe sfiorano i traghetti passeggeri. Solamente nella laguna di Venezia, transitano su fatiscenti carrette 10 mila tonnellate al giorno di sostanze tossiche ed esplosive. Ogni anno milioni di tonnellate di petrolio – a bordo di cattedrali marittime pericolanti – accarezzano piazza San Marco e il Canal Grande. I costi ambientali e sociali originati da questi traffici sono enormi e incalcolabili.
I rischi maggiori sono concentrati in tre aree: nel mar Tirreno (da Genova a Livorno), nel nord Adriatico (da Ravenna a Trieste), nella Sicilia orientale (nella zona di Gela-Priolo-Augusta e Siracusa-Melilli). L’Italia è unica nel suo genere: le nostre zone industriali e portuali costiere sono inserite nei centri urbani, eppure non esistono, in caso di incidente, piani di evacuazione della popolazione.
Quanto alle Bocche di Bonifacio tra Corsica e Sardegna, l’accordo italo-francese che vieta il transito alle navi pericolose non è mai stato fatto rispettare dall’Italia.

 ARTICOLO PUBBLICATO IL 23 SETTEMBRE 2011

Su la testa di Gianni Lannes

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