«Se tu devi 1 milione alla banca il problema è tuo, ma se ne devi 100 milioni il problema è loro»

di Sergio Cesaratto, Lanfranco Turci*

E’ bastato che il tedesco Der Spiegel on line di ieri svelasse che ad Atene si sta valutando di tornare alla Dracma e di uscire dall’Eurozona, per far tremare, assieme all’Euro, le banche tedesche, inglesi e francesi le quali, essendo i primi creditori della Grecia, sono i primi a trarre profitto dal debito ellenico. I nostri lettori più assidui sanno come la pensiamo, che dal punto di vista dei cittadini Greci sarebbe il male minore —piuttosto che subire una cura da cavallo generazionale per restare nell’Eurozona. (vedi l’articolo delll’anno scorso: GRECIA: PERCHÉ IL DEFAULT È MENO PEGGIO DEL “SALVATAGGIO“). Torneremo quanto prima sulla vicenda del debito greco. Qui presentiamo l’istruttiva opinione di due socialdemocratici … “al di sopra di ogni sospetto” riguardo alla controversa e perversa vicenda del debito.

A tutti è chiaro che Grecia, Irlanda e forse il Portogallo (i PIG) dovranno fare default sul loro debito estero. La questione aperta non è se, ma quando, come e, soprattutto, chi paga. Com’è anche a tutti noto, il debito estero greco consiste sin dall’origine soprattutto di debito pubblico; quello irlandese è di origine privata, dovuto ai crediti esteri che hanno finanziato un boom edilizio, ma è divenuto pubblico dopo che lo stato ha garantito i debiti esteri contratti dalle banche locali; quello lusitano è una via di mezzo.

La scommessa apparentemente fatta sinora dai paesi europei che contano è che le rigide misure fiscali imposte a quei paesi in cambio del sostegno finanziario generino un surplus del bilancio pubblico, mentre al contempo la deflazione salariale determini una ripresa delle esportazioni che, con la caduta delle importazioni in seguito alla caduta dei livelli di attività interni, generi un parallelo avanzo commerciale e con esso la capacità di redimere il debito estero.

La ripresa delle esportazioni modererebbe la caduta dei livelli di attività e, conseguentemente, delle entrate fiscali. La scommessa è chiaramente persa poiché attuazione ed effetti di una selvaggia deflazione salariale sulla competitività, in particolare di Grecia e Portogallo, sono incerti e differiti nel tempo. Così i livelli del debito pubblico rispetto al Pil in questi paesi sono destinati nei prossimi anni a crescere inesorabilmente (di circa un terzo in pochi anni). Ciò in seguito alla caduta del loro Pil e delle relative entrate fiscali, dovuta alle selvagge misure di rigore loro imposte, alla abnorme spesa per interessi (inclusi quelli usurai pagati sui prestiti europei), alla “necessità” che il settore pubblico assorba parte dei debiti del sistema bancario.

E chi sono i creditori dei PIG? Fondamentalmente Francia, Inghilterra e, soprattutto, Germania (i FIG). Viene attribuita a Keynes la battuta che se tu devi 1 milione alla banca il problema è tuo, ma se ne devi 100 milioni il problema è loro. Apparentemente questi paesi sono stretti fra la Scilla del lasciar fallire i PIG e salvaredirettamente i propri istituti bancari dal conseguente fallimento, e la Cariddi di continuare a foraggiare quei paesi sostenendo così, indirettamente, le proprie banche. Il ministro tedesco dell’economia, la “colomba” Schaulbe, ha nei mesi scorsi flirtato con la prima scelta con l’idea che comunque il contribuente tedesco avrebbe dovuto pagare per l’imprudenza delle proprie banche, e che avrebbe allora meglio digerito un aiuto diretto alle proprie banche.

Il flirt è durato poco in quanto risulta per la Germania più conveniente continuare ancora per un po’ con la seconda strada e questo perché a sovvenzionare i PIG (ovvero le banche dei FIG) attraverso i fondi europei creati nel maggio 2010 (e rafforzati quest’anno oltre il 2013 sotto nuova veste) non sono chiamati solo i contribuenti tedeschi, ma anche quelli di paesi che, come l’Italia, di crediti verso il PIG ne vantano pochi. La BCE di default non vorrebbe sentir parlare né ora ne mai in quanto di titoli dei PIG ne ha un bel po’ nel portafoglio (sotto forma di collaterale accettato in cambio di liquidità alle banche). Non le sono costati nulla (la BCE crea liquidità con un “tratto di penna”), ma essa ritiene che una perdita, ancorché virtuale, possa diminuire la sua reputazione anti-inflazionistica di guardiana rigorosa della liquidità.

L’operazione in corso può essere dunque così riassunta. Se i PIG fallissero ora, buona parte del loro debito sarebbe ancora in mano alle banche dei FIG. Ma se si aspetta un po’, il 2013-14, questo debito si sarà col tempo in gran parte europeizzato. Questo perché man mano che i titoli dei PIG scadono, non potendo essere ricollocati nel mercato, sono acquistati dai fondi europei. A quel punto i FIG avranno convenienza a far fallire quei paesi tanto le perdite (fra un terzo e metà dei crediti) cadranno per lo più sui fondi europei. Le banche dei FIG si saranno intanto rafforzate (anche per i lauti interessi che guadagnano indebitandosi a bassi tassi con la BCE e reinvestendo, per esempio, in titoli italiani e spagnoli).

Il nostro paese partecipa ai fondi europei di salvataggio con una quota di circa il un quinto (poco meno della Francia mentre la Germania mette poco più di un quarto); secondo alcuni calcoli l’Italia è addirittura il maggior contribuente. Così l’Italia sarà a chiamata a pagare per responsabilità che non ha! Invitiamo i lettori a guardarsi una tabella pubblicata da The Economist che è a tal riguardo impressionante. Pone infatti a confronto i crediti di ciascun paese europeo verso i PIG con la sua partecipazione ai fondi europei di salvataggio. Essa si commenta da sola. Questa operazione di prolungamento dei tempi del default ha costi enormi per i PIG a cui sarebbe conveniente ristrutturare ora il proprio debito senza vederlo crescere inesorabilmente in barba ai sacrifici barbari a cui le loro popolazioni sono costrette. E per quale motivo l’Italia accetta tutto questo?

Il ricatto è che un fallimento prematuro dei PIG, dunque delle banche dei FIG, porterebbe a un balzo verso l’alto dei tassi di interesse per gli altri paesi fortemente indebitati, Spagna e Italia, anche se per ora meno inguaiati. L’erogazione di decine di miliardi di Euro nei fondi di salvataggio, nei fatti alle banche dei FIG, aggraverà tuttavia debito pubblico ed estero del nostro paese. Non appare dunque un caso che all’Italia l’Europa intenda imporre, col consenso di Tremonti e Draghi, misure di bilancio restrittive che, se attuate, sarebbero a dir poco devastanti ma che, si ritiene, consentirebbero l’urto del salvataggio delle banche tedesche. Come reagire? Le proposte (qui e qui) non mancano: l’impegno della BCE a ridurre i tassi di interesse e lasciare un po’ correre inflazione, salari e domanda interna in Germania, la stabilizzazione e non la riduzione dei debiti pubblici, una politica europea di rilancio degli investimenti pubblici su ambiente energia e infrastrutture, una tassa europea sulle transazioni finanziarie, la re-industrializzazione del sud europeo. Sono temi che cominciano a circolare fra i partiti socialisti in Europa e nel PSE. Molto meno in Italia. Ciò che manca alla sinistra italiana non è tanto o solo la forza politica di farli avanzare per la sua parte, ma la consapevolezza che la posta in gioco è la sopravvivenza per il nostro paese in questa Europa.
Sergio Cesaratto, Professore ordinario di Economia presso l’Università di Siena
Lanfranco Turci, ex manager COOP, ex-Ds, attualmente membrdella segreteria del Partito socialista di Riccardo Nenicni

 

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