di Michele Paris

Il Dipartimento di Stato americano ha ufficializzato la settimana scorsa la notizia – già apparsa qualche giorno prima sui media – della rimozione dall’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere dei Mujahideen-e-Khalq (MeK) iraniani. Il successo diplomatico conseguito da questo gruppo che si batte per l’abbattimento della Repubblica Islamica è dovuto sostanzialmente ad una incessante e dispendiosa attività di lobby condotta in questi anni a Washington e alle prestazioni fornite ai servizi segreti di Stati Uniti e Israele nel tentativo di destabilizzare il regime di Teheran.

Come per molti gruppi o governi accusati di terrorismo e poi sdoganati per finire nella lista dei buoni a seconda delle necessità strategiche USA, anche i MeK si erano distinti per attacchi contro militari e diplomatici americani, nel loro caso condotti in territorio iraniano ai tempi dello Shah. Nati come un’organizzazione di ispirazione marxista, dopo aver contribuito al rovesciamento del regime filo-statunitense nel 1979 i MeK intrapresero ben presto una campagna terroristica contro la nuova Repubblica Islamica.

Durante la guerra tra Iran e Iraq del 1980-1988 si offrirono poi a Saddam Hussein, combattendo contro i propri connazionali e, al termine del conflitto, rimasero attivi in territorio iracheno, partecipando alla repressione contro la minoranza curda. Negli anni Novanta vennero aggiunti all’elenco americano delle organizzazioni terroristiche nell’ambito del tentativo di dialogo dell’amministrazione Clinton con il presidente riformista Muhammad Khatami. I MeK vennero infine disarmati dopo l’invasione dell’Iraq del 2003 e di fatto assoldati dagli Stati Uniti per la successiva campagna di destabilizzazione dell’Iran.

Nonostante il marchio terroristico, gli USA e Israele hanno coltivato intensi rapporti con i MeK, fornendo sostegno materiale e logistico per le loro attività. I due governi alleati hanno utilizzato i Mujahideen per ottenere dubbie informazioni di intelligence sul programma nucleare di Teheran e, soprattutto, per condurre operazioni segrete in territorio iraniano, compresi gli assassini di cinque scienziati nucleari a partire dal 2007. Le responsabilità dei MeK in queste morti sono state confermate, tra l’altro, da anonimi funzionari del governo americano citati lo scorso febbraio dalla NBC, i quali hanno anche affermato che l’amministrazione Obama era pienamente consapevole delle operazioni.

Le motivazioni ufficiali che hanno convinto il Dipartimento di Stato USA a prendere la recente decisione sui MeK sarebbero la loro astensione da atti terroristici da più di un decennio e il consenso alla richiesta americana di sgomberare la base di Camp Ashraf in Iraq, dove circa 3 mila Mujahideen trovano rifugio da anni. Costoro dovrebbero ora trasferirsi in un nuova apposita area nei pressi di Baghdad, in un primo passo verso l’abbandono definitivo del territorio iracheno. I MeK, inoltre, sostengono di volere continuare a battersi per il cambio di regime a Teheran, da sostituire con un governo secolare, ma con mezzi pacifici.

Nell’annunciare il loro depennamento dalla lista del terrore venerdì scorso, il Dipartimento di Stato ha affermato che il governo americano è tuttora preoccupato per “gli atti di terrorismo condotti dai MeK nel passato”, così come rimangono “seri dubbi sull’organizzazione, in particolare riguardo alle accuse di abusi commessi contro i propri membri”. Anche se l’amministrazione Obama non sembra dunque considerare i MeK una valida alternativa democratica all’attuale regime di Teheran, alla fine è prevalsa la decisione di assecondare le richieste provenienti da esponenti di entrambi gli schieramenti politici.

Il “delisting” dei MeK consentirà ora lo sblocco dei loro beni congelati in territorio americano, mentre potranno essere stanziati aiuti finanziari da parte del governo, con ogni probabilità per continuare le attività terroristiche e di sabotaggio in Iran in vista di un nuovo probabile aumento delle tensioni sulla questione del nucleare di Teheran.

La decisione americana, tuttavia, potrebbe diventare un boomerang per Washington, dal momento che i MeK, alla luce dei loro precedenti, sono estremamente impopolari tra la popolazione iraniana e gli stessi oppositori interni del regime. Secondo quanto scritto da un sito web vicino al “Movimento Verde” filo-occidentale, infatti, “non esiste organizzazione, partito o culto con una fama peggiore dei MeK in Iran”. Molti analisti ritengono inoltre che i membri dei MeK siano dei fanatici che coltivano una sorta di culto della personalità nei confronti dei loro leader, i coniugi di stanza a Parigi Massoud e Maryam Rajavi.

Per convincere il governo americano a riabilitare la loro organizzazione, già rimossa dalla lista del terrore dell’Unione Europea nel 2009, i MeK hanno in questi anni ingaggiato sostenitori autorevoli, tra cui spiccano l’ex sindaco repubblicano di New York, Rudolph Giuliani, l’ex governatore democratico della Pennsylvania, Ed Rendell, il ministro della Giustizia durante l’amministrazione Bush, Michael Mukasey, l’ex governatore democratico del Vermont e già candidato alla Casa Bianca, Howard Dean, l’ex direttore della CIA, Porter Goss, l’ex capo di Stato Maggiore, generale Hugh Shelton, l’ex comandante NATO, generale Wesley Clark, e tanti altri.

Queste personalità, molte delle quali tra i più accesi sostenitori della guerra al terrore, sono state tutte pagate profumatamente per tenere discorsi pubblici a favore di un’organizzazione definita come terroristica dal loro stesso governo. Alcuni di loro sono stati anche sottoposti quest’anno ad un’indagine del Dipartimento del Tesoro, poiché accettando i compensi dei MeK avrebbero violato la legge americana che vieta il sostegno in qualsiasi forma a gruppi terroristici.

Come ha scritto qualche giorno fa il reporter di Asia Times Online, Pepe Escobar, per ripulire la loro immagine e convincere le autorità americane a rimuoverli dalla lista del terrore, i MeK si sono anche affidati ai servizi di tre importanti studi legali di Washington – DLA Piper, Akin Gump Strauss Hauer & Feld e diGenova & Toensing – ai quali hanno versato 1,5 milioni di dollari nell’ultimo anno per far dimenticare assassini e attacchi terroristici vari.

Forse non a caso, lo sdoganamento dei MeK è giunto proprio nella settimana che ha visto Obama e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, parlare all’ONU in termini minacciosi della crisi costruita attorno al nucleare iraniano, così da aumentare ulteriormente le pressioni su Teheran.

Come hanno scritto sul loro blog Race for Iran Flynt e Hillary Leverett, entrambi ex membri del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, la lista del terrore degli Stati Uniti è un meccanismo quanto meno discutibile, visto che “negli anni le amministrazioni americane hanno manipolato cinicamente le designazioni, aggiungendo o rimuovendo organizzazioni o paesi per ragioni che poco o nulla hanno a che fare con il loro coinvolgimento in attività terroristiche”, come avvenne appunto con il protettore dei MeK, Saddam Hussein.

Ciononostante, aggiungono i Leverett, anche considerando la lista legittima, la mossa del Dipartimento di Stato di ripulire il curriculum di un’organizzazione responsabile di innumerevoli vittime civili, appare controproducente e finisce per screditare quel che resta dell’immagine tutta esteriore degli Stati Uniti come i protettori della democrazia e dei diritti umani in Medio Oriente.

Dall’Iran, dove si sostiene che le attività dei MeK abbiano causato la morte di 12 mila civili iraniani negli ultimi trent’anni, è subito giunta la condanna della decisione americana. Nella giornata di sabato la TV di stato ha ricordato che “esistono innumerevoli prove del coinvolgimento del gruppo in attività terroristiche”, mentre la riabilitazione dei Mujahideen mostra come gli Stati Uniti “distinguano tra terroristi buoni e cattivi” e “i MeK sono diventati ora i buoni perché Washington si serve di loro contro l’Iran”.

Oltre a rivelare ancora una volta il doppio standard utilizzato da Washington in materia di anti-terrorismo, la rimozione dei MeK dalla lista del terrore conferma infine che l’amministrazione Obama non ha nessuna intenzione di aprire un vero dialogo con l’Iran per risolvere la questione del nucleare. Anche se la retorica elettorale sembra suggerire la volontà della Casa Bianca di puntare ad una soluzione diplomatica, l’atteggiamento del governo USA indica chiaramente come, alle spalle dei cittadini americani, si stia preparando un nuova guerra criminale contro l’Iran, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’intero pianeta.

Link: http://www.altrenotizie.org/esteri/5098-gli-amici-terroristi-della-casa-bianca.html

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