Nicola Di Turi

«Copiamo subito la Germania». «Battiamo i pugni sul tavolo di Angela Merkel». Più si avvicinano le elezioni europee, più la Germania viene presa a modello positivo o negativo a seconda degli interessi in gioco. Anche e soprattutto per il mercato del lavoro, con la riforma dell’ex cancelliere Schroeder in testa ai provvedimenti più citati. In meno di dieci anni la “locomotiva d’Europa” ha ridotto l’indice di disoccupazione dal 13% al 5% circa.

Ma è tutto oro quel che luccica? Non proprio, a giudicare dai dati riportati da Patricia Szarvas in Ricca Germania, poveri tedeschi pubblicato da Egea, casa editrice dell’Università Bocconi. Szarvas, giornalista finanziaria con un passato in CNBC e Rai, punta il dito contro i mini jobs, che oggi rappresentano il 25% circa dell’offerta di lavoro tedesca.

«In Germania più occupazione ha significato anche scadimento della qualità degli impieghi», dice oggi la giornalista austriaca. E i dati sembrano confermare la sua tesi. Negli ultimi sette anni gli occupati in Germania sono passati da 38 a 41 milioni. Ma il boom si deve ai cosiddetti mini job, lavori part time a basso costo, che hanno sostenuto fortemente il numero degli occupati, sebbene senza dar loro garanzie.

Il salario mensile di chi in Germania ha accettato un mini job è in media pari a 400 euro circa, netti poiché la cifra è esente da tasse e contributi previdenziali. L’importo destinato alla cassa pensione del dipendente, infatti, è totalmente a carico del datore di lavoro e varia dal 15.5% al 19.6%, a sua discrezione. E secondo quanto riportato da Szarvas, sono proprio le pensioni il problema principale che si troveranno ad affrontare i mini-lavoratori tedeschi.

In base ad alcune simulazioni a lungo termine, se un lavoratore dovesse accettare mini job per tutta la sua carriera lavorativa, dopo 45 anni di lavoro maturerebbe i requisiti per ricevere una prestazione pensionistica oscillante tra i 139.95/182.70 euro al mese, a seconda dell’opzione scelta dal datore di lavoro riguardo la percentuale di contributi versati. Un anno di lavoro continuativo da mini-lavoratore, invece, frutterebbe al dipendente 3.11 euro al mese di pensione.

Anche per questa ragione si è diffuso il fenomeno dei multi-jobbers, lavoratori che accumulano legalmente diversi impieghi, per far quadrare i conti anche in ottica futura. Ma dove si trova più facilmente un mini job? Secondo Szarvas, «si può finire a lavorare in bar, ristoranti e officine, ma in base alla normativa in vigore anche banche ed istituti di credito possono utilizzare la nuova forma contrattuale. In generale, l’offerta è rivolta a non laureati e soprattutto a personale poco qualificato, cui non affidare impieghi di alta responsabilità».

Cosa succede dopo 3, 6, 12 mesi di contratto mini job? «Qualsiasi lavoratore è tutelato dallo Stato quando perde il suo posto di lavoro. Per un anno si riceve un sussidio, però se nel frattempo non si è già trovato un lavoro, i centri per l’impiego obbligano il disoccupato ad accettare un’offerta qualsiasi, pena la perdita del sostegno», spiega l’autrice. Ma se fino all’approvazione della riforma Schroeder chi perdeva il lavoro riceveva come sussidio il 70% dell’importo dell’ultima busta paga,oggi chi viene licenziato riceve al massimo 1800 euro al mese.

Di conseguenza, come riporta Szarvas nel volume, in Germania la spesa pubblica per il sostegno al reddito dei disoccupati si è dimezzata dal 2003 ad oggi, passando dal 4.2% del Pil al 2% in dieci anni. Come dire, conti in ordine per lo Stato, un po’ meno per i lavoratori. E se da un lato l’istituzione del mini job ha portato ad una crescita dell’occupazione femminile, rendendo compatibile un impiego seppur part-time con esigenze di carattere familiare, dall’altro il rischio è piombare nella povertà.

Oltre al fenomeno working poor, per cui ci sono lavoratori che non riescono a mantenersi con i ricavi da lavoro, in Germania è esploso il numero di persone a rischio povertà, che si attesta oggi al 16% della popolazione (24% secondo altre stime). Ma quali scenari di delineerebbero per l’Italia se importassimo nel nostro Paese i mini job, in un periodo in cui il nostro tasso di disoccupazione è al 12.7%, grossomodo pari a quello della Germania pre-riforma?

«È importante rendere flessibile il mercato del lavoro, per adattare domanda e offerta, consentendo alle aziende di poter assumere con facilità. Ma la strada non è proporre contratti di 3 mesi, neanche in Italia, bensì istituire un contratto unico d’ingresso a tempo indeterminato, valido per tutti, rendendo allo stesso tempo più facile licenziare. Se mi presentassi in banca con un contratto da tre mesi non avrei mai un mutuo, che probabilmente otterrei nella prospettiva di perdere il lavoro, certo, ma di avere l’opportunità di essere assunto di nuovo ed esclusivamente con contratto a tempo indeterminato», conclude Szarvas.

D’altronde, secondo dati Ocse, Italia e Germania avrebbero già perseguito ampiamente la strada di rendere più flessibile il mercato del lavoro. L’indice EPL (Employment Protection Legislation Index) che misura il grado di protezione dell’occupazione, “attesta come l’Italia già oggi sia tra i paesi che si sono maggiormente impegnati in tal senso, portando l’indicatore di protezione del lavoro dal valore 3,82 del 1990 al 2,26 del 2013 (riducendolo quindi di oltre il 40%)”, hanno scritto recentemente gli economisti Riccardo Realfonso e Guido Tortorella Esposito sulla rivista Economia e Politica.

La Germania invece, ferma al valore 2 EPL, secondo le statistiche Ocse avrebbe reso leggermente più flessibile dell’Italia anche il mercato del lavoro a tempo determinato. Con un indice EPT che misura la protezione del lavoro a termine fermo a 1.16, i tedeschi superano l’Italia che in ogni caso ha proceduto dal 1990 ad oggi a liberalizzare il lavoro a termine portando l’indicatore EPT da 4,88 a 2. Numeri simili, che però finora hanno portato a tassi di disoccupazione ben diversi nel nostro Paese rispetto alla Germania, modello allo stesso tempo positivo e negativo nel dibattito pre-elettorale di casa nostra.

Fonte: Corriere.it | 20 GIUGNO 2014

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