Mercoledì scorso l’esercito israeliano ha reso noto di aver condotto, nella notte di martedì, un raid aereo nei pressi di Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza, contro un “tunnel di terroristi”, come risposta al lancio di razzi in territorio israeliano. Quella stessa notte, una manciata di chilometri a nord-est dalla città di Beit Lahiya, un missile lanciato da un F16 israeliano è esploso a pochi metri da un asilo realizzato dall’ong italiana Vento di Terra, causando danni significativi. A denunciarlo è la stessa organizzazione – che opera con diversi progetti in Palestina da diversi anni – che lancia un appello al Consolato italiano “perché intervenga a difesa del Centro presso le autorità israeliane”. Anche perché non è la prima volta che il centro per l’infanzia “La Terra dei Bambini” di Um Al Nasser – un villaggio di beduini nei pressi del valico di Erez – è vittima dei bombardamenti israeliani. La notte tra il 2 e il 3 giugno due missili caddero a pochi metri dal Centro, distruggendo un allevamento di polli e una cisterna d’acqua del villaggio, e danneggiando le pareti dell’asilo.
“Fortunatamente i muri portanti sono stati costruiti con sacchi di sabbia (anche perché il calcestruzzo è merce rara a Gaza ndr) e la struttura è stata progettata per resistere a forti sollecitazioni”, ci spiega Massimo Annibale Rossi, il presidente di Vento di Terra. Anche se è probabile che i giovani architetti e ingegneri dell’ARCò (Architettura e Cooperazione) che progettarono la scuola non avessero messo in conto i missili israeliani tra le possibili sollecitazioni alle quali avrebbe dovuto resistere l’asilo. Realizzato grazie a un finanziamento del ministero degli Esteri italiano e al contributo della Cooperazione italiana e della CEI, il Centro per l’Infanzia di Um al Nasser ospita 130 bambini e bambine di età compresa tra i 3 e i 6 anni, 9 maestre d’asilo, un assistente sociale, oltre a diverse attività quotidiane per le donne del villaggio. Adesso dall’organizzazione Vento di Terra si dicono preoccupati per la loro incolumità.
Rossi riconosce che la zona in cui operano è particolarmente calda, essendo molto vicina al confine, ma non si riesce a spiegare perché l’aviazione israeliana continua a compiere questi errori. “Per noi è incomprensibile. Le autorità israeliane sanno del progetto e conoscono le coordinate precise della scuola. Sono state avvertite dal Consolato italiano, sanno cosa facciamo lì e noi non abbiamo mai nascosto nulla”. Da qui la richiesta alle autorità italiane di far sentire la propria voce: “Certo non possiamo essere noi come ong a chiedere spiegazioni all’esercito israeliano, ma dovrebbe essere il consolato italiano, o il ministero degli Esteri stesso”.
In generale, Rossi lamenta una situazione molto dura. “Questo posto è una polveriera”, dice, ammettendo che “lavorare a Gaza è sempre più difficile”, tra la disperazione crescente della popolazione della Striscia (“vivono ammassati come topi”), la diffidenza delle autorità israeliane (“vedono i cooperanti come un fastidio, perché andiamo ad aiutare quelli che reputano i loro nemici”), l’omicidio di Vittorio Arrigoni che ha rappresentato un duro colpo per tutti i cooperanti (“hanno ucciso il migliore di noi”) e l’immobilità della diplomazia internazionale di fronte alla “macchina di oppressione israeliana”.
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