Nell’era dei populismi stanno rapidamente cambiando le categorie del linguaggio politico e alcune parole chiave stanno assumendo contenuti e, soprattutto, stanno scatenando emozioni profondamente diverse rispetto al passato. Due termini, in particolare, paiono aver addirittura capovolto il loro significato: si tratta dei lemmi “futuro” e “progresso”. Nel primo caso l’attuale lessico politico, o almeno quello vincente sul piano elettorale, come ha dimostrato il successo di Donald Trump, tende ad individuare nel futuro il peggior luogo possibile, il momento in cui si invereranno gli incubi più neri di un mondo devastato da invasioni e “sostituzione” etniche, da un’umanità feroce in preda a una continua guerra fra poveri, ormai esclusi da ogni forma di lavoro dignitoso.

Non è affatto vero che il futuro è sparito dal linguaggio politico, anzi se ne è impossessato divenendone l’elemento centrale, ma nella più nera delle versioni possibili.

Il futuro sarà lo spazio delle minacce nucleari, dello scontro di civiltà e di un’infinita serie di altre sciagure tra cui non mancheranno neppure le peggiori piaghe bibliche. I testi della politica sono sostituiti da quelli della più cupa fantascienza e l’idea di un catastrofico futuro finisce per cancellare ogni ipotesi alternativa di futuribile. Il dato ancora più rilevante però è rappresentato dal fatto che simili visioni nefaste del domani generano immediate conseguenze oggi perché producono molteplici paure destinate a divenire rapidamente il sentimento dominante in grado di definire le scelte individuali e collettive, a cominciare da quelle elettorali, svuotando di senso le democrazie. Se il futuro è il peggiore dei mondi possibili, capace di annullare persino la storia, allora tale futuro deve essere assolutamente scongiurato e quindi le politiche devono rimuovere, uno ad uno ad ogni costo, tutti i rischi che si possa compiere. In questo senso la narrazione tragica del futuro è la premessa indispensabile per legittimare e rendere attraenti in termini di consenso le soluzioni più crude, più intolleranti e spesso decisamente antidemocratiche dell’oggi.

Non è affatto vero che il futuro è sparito dal linguaggio politico, anzi se ne è impossessato divenendone l’elemento centrale, ma nella più nera delle versioni possibili. Solo immaginando un mondo in cui milioni di migranti invaderanno le città dell’Occidente è possibile non soffermarsi troppo sui ben più modesti numeri dell’attuale “invasione”, solo raccontando di una prossima economia globale in mano ai cinesi è possibile far dimenticare che i benefici maggiori della “cinesizzazione” sono stati e sono goduti da una parte del mondo occidentale e così via. Il racconto di un futuro decisamente bislacco diviene così la condizione per manipolare il presente e il vocabolario rudimentale, banalizzante e violento della rete costituisce il medium migliore di tali glaciali profezie destinate ad auto avverarsi nel tempo presente proprio per la loro affascinante durezza.

Il progresso, in estrema sintesi, causa e aggrava i problemi, certo non li risolve.

La vicenda del mutato utilizzo del termine progresso è strettamente legata alla citata definizione di futuro. Proprio il progresso e il progressismo sono ritenuti infatti i principali responsabili del drammatico deteriorarsi degli scenari futuri; il progresso scatena il degrado ambientale, secondo letture che qualificano qualsiasi dimensione scientifica e tecnologica progredita nei termini dell’insostenibile pericolo per gli equilibri dell’umanità. Il progresso ci spia nelle nostre vite private, il progresso sostituisce la forza lavoro con macchine capaci di dominarci, il progresso causa nuove malattie e virus sconosciuti, il progresso cancella il buon tempo antico…
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