Di Gianni Petrosillo

La situazione è grave e persino disperata. Se da un fronte arrivano rassicurazioni in forma di epistole agli sciacalli internazionali, che, per non sapere né leggere né scrivere, continuano ad affondare i denti nei polpacci del Belpaese (caro Berlusconi non si placano i lupi con le noccioline), dall’altro c’è chi promette di svendere la nazione a prezzi di saldo, liquidando per prime le società a capitale pubblico, cioè quelle che ci tengono in piedi. Così ha annunciato Di Pietro il quale, per accreditarsi al monte di pietà dell’UE, ha promesso, in una intervista alla Stampa di Torino,  di impegnare lo Stato e di ipotecare tutto il suo patrimonio al fine di sfamare i poteri finanziari comunitari dietro i quali si muovono le strategie globali degli Usa.

Di Pietro non è propriamente un patriota e lo abbiamo appreso a nostre spese agli inizi degli anni ’90. Il Pm di Montenero di Bisaccia più che da giudice si comportò da inquisitore nei confronti dei protagonisti politici della I Repubblica (che ebbero il solo torto di essere invecchiati sul posto mentre l’abbattimento del Muro trasfigurava il mondo intorno a loro), e, ancor prima (seconda metà degli ’80), con indosso i panni del questurino che alle vie legali prediligeva quelle brevi, si era travestito da agente segreto, non autorizzato dai suoi diretti superiori, al servizio di centrali estere come la Cia. Non abbiamo ancora ben capito (eppure nutriamo dei fondati sospetti) come costui sia riuscito a diventare magistrato e non ci aiuta nell’ardua impresa il suo stentato linguaggio sgrammaticato. Chi lo promosse al ruolo parlò di offerte che non si potevano rifiutare, in perfetto stile mafioso, nonostante il candidato non avesse, a detta della stessa commissione esaminatrice che ebbe l’ingrato compito di valutarlo, la preparazione e la competenza necessarie per svolgere quel lavoro.

Tutta la carriera di Di Pietro, tra luci ed ombre, inizia comunque con una raccomandazione, quella del giudice Corrado Carnevale, il quale si pentì presto di avergli fatto superare l’esame da togato. Ma, appunto, ci furono pressioni esterne sulla Commissione la quale giunse a strappare i verbali e a ritornare sulla sua primigenia decisione di non promuovere il molisano. Per uno che sostiene di avere le mani pulite non è questo il biglietto da visita adeguato e tutta la sua successiva carriera politica, tra urla scomposte e gestione autoritaria di una lista portante il suo nome, dimostra la torbidezza del personaggio che ora si erge a garante della solvibilità della nazione con una mano sul cuore e l’altra nelle nostre tasche.

Se dunque Berlusconi non ha più futuro, dopo aver dilapidato un capitale di consensi e di promesse, chi vuole succedergli ha un passato troppo oscuro per rappresentare un’alternativa o una soluzione alla débâcle del Paese. Le istituzioni stanno marcendo e la classe politica, indistintamente, da destra a sinistra, si ciba del materiale putrefatto per conservarsi ai posti di comando. Scenario nauseabondo dal quale si esce soltanto con un terremoto epocale, abbandonando l’Europa e l’euro al proprio destino, come farà presto la Grecia col referendum e come già propongono i tories in Inghilterra. Chi sostiene che se non fossimo dentro l’UE saremmo già falliti dice una corbelleria, in primo luogo perché, al pari di quello che afferma Vittorio Feltri su Il Giornale, non esiste alcuna controprova. Anzi, oggi godremmo ancora di quelle prerogative monetarie sottratteci dalla BCE. In secondo luogo, perché nessuno Stato è andato in bancarotta per essersi dato una linea politica degna di tale nome, semmai è stato sempre il contrario. Il disegno dell’Europa è quello di fare dell’Italia un bordello come da descrizione dell’Economist, un bivacco turistico per tedeschi in calzoncini corti, francesi arroganti con il naso all’insù ed inglesi ubriachi pronti alla rissa. I manipoli che ci governano non oppongono resistenza e preparano le carte per farsi dichiarare insolventi e contenti dai tribunali comunitari. Ma sarà un altro Tribunale, quello della Storia, a comminare loro la condanna che meritano. La nostalgie de la boue con la quale dissimulano la loro vicinanza ai ceti sociali più deboli, previ accordi con le classi finanziarie parassitarie, tramuterà in un fiume di fango reale che li travolgerà fino a farli soffocare, periranno con disonore per aver rotto gli argini dello Stato e dell’unità nazionale.

Da Conflitti e Strategie

 

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