Da byebyeunclesam

L’aggressione militare alla Libia e il cinismo della “politica” italiana

Il Pentagono nel Quadriennial Defence Review Report del Dicembre del 2001 adottò un termine per definire uno scenario in cui un’entità (organizzazione nemica) pianifica e porta a realizzazione nel tempo una serie di azioni militari non ortodosse contro una grande potenza che abbia occupato con l’uso della forza un Paese del Vicino Oriente.
Un report arrivato a 30 giorni di distanza dal via libera dell’amministrazione Bush all’US Air Force per colpire con bombardamenti a tappeto l’Afghanistan.
Mancheranno meno di 2 anni all’aggressione aerea e terrestre all’Iraq di Saddam Hussein.
Lo smantellamento delle sue strutture militari e civili, la sottrazione alle precedenti autorità statuali anche dalla gestione delle risorse economiche ed energetiche da affidare a un governo fantoccio avrebbero finito, a giudizio degli esperti militari del Dipartimento della Difesa, nell’approntamento del DFRR, per creare “momentanee“ condizioni di instabilità economica e sociale e di precaria sicurezza pubblica capaci di concorrere allo sviluppo di una guerra a bassa intensità.
Le definizioni più usate dagli analisti sono: guerra non convenzionale, guerra asimmetrica, guerra di guerriglia.
Chi scrive ne adotta un’altra più semplice, evocativa: guerriglia.
Il perché è semplicissimo: mi fa sentire più vicino a qualsiasi “ribelle“ che abbia impugnato o impugni le armi per liberare il suo Paese dall’egemonia di USA, NATO e “Israele“.
La guerriglia mi rimanda a metodi di combattimento capaci di logorare e di vincere, a tempi lunghi, la prepotenza e le aggressioni armate dell’Occidente, di generare miti, comandanti, volontà di lotta, la forza necessaria ad annientare modelli politici estranei messi in piedi con l’esportazione della “democrazia“ e far tornare alla luce le straordinarie energie che i popoli conservano.
Energie capaci di mantenere vitali, pulsanti, anche sotto protratta occupazione militare, i valori della loro identità nazionale.
Avevamo previsto il progressivo sbriciolamento della Jamahiriya sotto l’impatto della risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro (embargo navale e “no fly-zone“), trasformata dalla NATO, senza che arrivassero richiami restrittivi dal Segretario Generale dell’ONU, in una protratta e distruttiva aggressione aerea preceduta dall’infiltrazione a Misurata di almeno 2.000 “lavoratori stranieri“ a libro paga di Francia, Inghilterra e Qatar per colpire con azioni mirate di sabotaggio le autorità locali e inizialmente qualche presidio di polizia e piccoli nuclei di forze armate del colonnello Gheddafi.
Egualmente ignorato dall’ONU il flagrante successivo “arrivo” sul terreno di ingenti reparti di incursori-sabotatori “occidentali“ a Derna e a Bengasi, che affiancheranno i 2.000-2.500 mercenari-tagliagole agli ordini del Comitato Nazionale Transitorio per l’attacco a Agedabia e a Marsa el Brega, e li condurranno, per mano, con l’intervento di 37 elicotteri d’attacco Apache, alla conquista di Tripoli.
Una città di quasi 2 milioni di residenti costretta a sopportare, almeno per ora, la presenza armata di “estranei“ con la faccia da galera.
Misurata sarà il fulcro delle prime “vittorie“ sul terreno del CNT.
Ripetuti approdi di navi fantasma riforniranno gli “eroici“ assediati di sofisticate armi anticarro per costringere le modeste formazioni blindate del colonnello Gheddafi all’abbandono della città.
La riconquista di questo nodo strategico, tra l’altro dotato di un efficientissimo aeroporto, da parte delle forze lealiste verrà infranto dai cacciabombardieri di Unified Protector.
La NATO replicherà in Libia con la supremazia aerea la distruzione di carri da battaglia e blindati che l’esercito di Saddam Hussein fu costretto a subire sulla “strada della morte“ a cavallo del confine tra Kuwait ed Irak nel 1991.
I “monarchici-integralisti“ di Ahmed Jalil riceveranno in quel frangente anche ingenti rifornimenti di armi e logistica dall’Italia.
Colto sul fatto, il Ministro della Difesa ricorrerà all’aiutino del Presidente del Consiglio per apporre il segreto di stato – lo scriviamo intenzionalmente in minuscolo – sul trasferimento di armi da La Maddalena a Civitavecchia e da qui al porto di Bengasi.
I pick up con mitragliere e serventi, che siamo abituati a veder sparare verso il niente nei tg del Bel Paese ai margini della Litoranea, serviranno a dare veridicità ai “combattimenti“, “spontaneità“ all’insurrezione e a evitare qualsiasi rischio a corrispondenti e addetti alle riprese che pagheranno in dollari, sterline ed euro l’allestimento della truffa mediatica.
Una truffa messa in piedi sempre ed esclusivamente in aree dove non ci sarà traccia per almeno 30-35 km di “lealisti“ per evitare di incorrere, a distanze inferiori, nella caduta anche accidentale di colpi di artiglieria o di impatto al suolo di razzi Grad.
Depredare la Jamahirya del petrolio e del gas sarà in ogni caso tutt’altro che facile, anche dopo la “parcellizzazione“ del suo apparato militare e la decimazione delle forze armate del colonnello Gheddafi, attualmente colpite dai cacciabombardieri dell’Alleanza Atlantica con 90-100 strike nell’arco delle 24 ore, soprattutto sui caposaldi di Sirte e Bani Walid contro le precedenti 50-55 missioni di bombardamento nello stesso arco di tempo effettuate da Unified Protector sull’intero territorio libico (fascia costiera e interna) a partire dal 20 Marzo.
Per capire il logoramento sopportato da esercito e milizia popolare della Jamahiriya, basterà leggere il report approntato l’1 Settembre da Alexandra Valiente per Libya 360.
“I target battuti ieri dalla Coalizione in prossimità della città di Sirte hanno coinvolto: 1 centro comando e controllo, 3 tanks, 12 veicoli per il rifornimento logistico, 1 impianto radar e 1 centro telecomunicazioni. Nell’area di Bani Walid sono stati colpiti 1 trasporto munizioni, 1 lanciarazzi multiplo, 3 postazioni lanciamissili terra-aria. Alla periferia di Hun risultano distrutti 4 sistemi antiaerei, una postazione di artiglieria antiaerea, 1 impianto radar, 2 tank, 2 lanciarazzi multipli, un pezzo di artiglieria campale“.
Alla stessa data, le missioni di ricognizione e di appoggio aereo della NATO sulla Jamahiryia faranno registrare 20.980 uscite e 7.886 attacchi a terra. Un enorme volume di fuoco concentrato su non più di 4.500-5.000 kmq.
La scadenza del 27 Settembre 2011 ha costretto la NATO a raddoppiare il numero delle sortite sugli obiettivi per scongiurare lo scorno internazionale di dover chiedere al Consiglio di Sicurezza il 3° mandato di 3 mesi per poter chiudere, con qualche speranza di un definitivo successo, la partita militare con la Jamahiriya.
Il Dipartimento di Stato con Hillary Clinton, in previsione di una possibile “afghanizzazione“ del conflitto, ha già messo le mani avanti dichiarando che dopo la guerra andrà vinta la pace.
Dal canto suo, il portavoce di Gheddafi Moussa Ibrahim ha confermato alla BBC che il colonnello ha ancora forze uomini, armi, risorse logistiche e danaro sufficienti per portare avanti per mesi, per anni, una guerra non convenzionale contro gli invasori occidentali.
Il generale francese Leclerc, durante un breafing al Comando Generale NATO di Bruxelles, ha ammesso che sono ancora combat-ready migliaia di militari libici, approssimativamente – ha precisato – un 15-20% degli effettivi che componevano le forze armate di Tripoli prima del 20 Marzo.
In realtà, la situazione sul terreno è ben più complessa e problematica sia per la NATO che per il Comitato Nazionale di Transizione che dispone di forze numericamente esigue, totalmente impreparate, corrose già da tempo da rivalità claniche sconfinate di recente in confronti armati per mantenere la titolarità del comando militare nelle zone di occupazione.
La situazione geopolitica nel Nord Africa e quella della fascia sahariana non consentono all’Alleanza Atlantica di nutrire eccessiva fiducia in un rapido e definitivo collasso delle forze armate della Jamahiryia che trovano già un validissimo sostegno tribale, che dettaglieremo.
Altre enormi criticità per la NATO arriveranno dal controllo armato necessario al mantenimento dell’integrità di circa 5.000 km di tubazioni per il trasporto di petrolio e metano dai pozzi di estrazione alle raffinerie lungo la costa e ai terminali a mare (11).
Sarà un altro argomento da affrontare.
Nel frattempo, la Cina si oppone allo scongelamento degli assets finanziari della Libia depositati in Paesi “ostili“ alla sua penetrazione politica e commerciale nel continente africano, Libia compresa. L’intera Unione Africana e parte della Lega Araba si rifiutano di riconoscere la legittimità del CNT.
Niger, Ciad e Algeria tengono una posizione formale di equidistanza ma nella sostanza “solidale“ con la Jamahirya.
Nella sola notte del 15 Settembre, i missili lanciati dai cacciabombardieri di Unified Protector su Sirte hanno colpito due alberghi e una zona residenziale della città, facendo 354 morti e 90 dispersi mentre i feriti sarebbero oltre 700.
Nelle ultime due settimane i soccorritori hanno dovuto seppellire oltre 2.005 residenti, registrare 253 dispersi e provvedere alla ospedalizzazione di 4.262 feriti.
Il portale del Ministero della Difesa ci fa sapere nel frattempo che l’Italietta ha effettuato 31 missioni aeree dal 12 al 18 Settembre.
Se la conferma dei contratti di estrazione o la concessione di nuovi per la ricerca di petrolio e metano saranno effettuati sulla scorta del contributo militare offerto al CNT per abbattere la “dittatura“ di Gheddafi, come anticipato dal “presidente“ Abdel Jalil, gli assets dell’ENI e l’interscambio commerciale “tricolore“ con la “nuova“ Libia, per bene che possa andarci, dovranno sopportare un forte ridimensionamento a vantaggio di Francia, Inghilterra e USA.
Insomma, l’Aeronautica Militare ha avuto ordine da La Russa di ammazzare e seppellire sotto le macerie un numero “adatto“, senza strafare, di anziani, di donne, di giovani e di bambini anche se l’ex maestro di sci Frattini non lascia nel frattempo niente di intentato per ottenere la liquidazione fisica del colonnello Gheddafi, fornendo ai tagliagole-mercenari del CNT indicazioni a getto continuo sulla sua presunta presenza a Bani Walid o a Sirte insieme ai figli Mutassim e Kamis e manifestando peraltro, a più riprese, con interviste radiofoniche e televisive, a nome dell’ Italia, la volontà di riservare a Saif al Islam un bel processo per crimini di guerra davanti all’“alta corte“ del Tribunale dell’Aja.
Dal 22 Febbraio al 15 Settembre, sul portale della Farnesina le note ufficiali a firma di Frattini, accanitamente indirizzate alla demonizzazione del colonnello Gheddafi, sono 62.
Spicca per rarità e interesse la pubblicazione di una lettera del titolare degli Affari Esteri al direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti.
Una lettera scritta d’impeto, con vistosi errori grammaticali, che manifesta un evidente stato di disagio, quasi di sofferenza psicologica, del Frattini, indirizzata a stigmatizzare il contenuto di un articolo, a suo giudizio, ampiamente denigratorio di un giornalista del quotidiano della famiglia Berlusconi, Giancarlo Perna.
Colpevole, a dire del titolare della Farnesina, di aver criticato un suo intervento contro la mattanza di centinaia di delfini nella baia di Tokyo, mettendo in risalto l’incapacità del Ministro degli Esteri a esprimere eguale turbamento, fino a quel momento, per le migliaia di morti e di feriti causati dai bombardamenti sulla Libia.

Giancarlo Chetoni


Commenta su Facebook