Di fronte alle massicce manifestazioni di protesta che da mesi attraversano la Francia, il governo del primo ministro, Manuel Valls, e del presidente, François Hollande, questa settimana ha forzato per la seconda volta in due mesi il passaggio del pacchetto di legge, conosciuto come “loi travail” o “loi Khomri”, all’Assemblea Nazionale di Parigi senza il voto dei suoi membri.

La risolutezza con cui in Francia si stanno implementando misure che minacciano di stravolgere i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro testimonia della natura ormai apertamente reazionaria dell’Esecutivo guidato dal Partito Socialista (PS). Contro la legge e il governo è esplosa da mesi la durissima opposizione di coloro che subiranno le conseguenze delle iniziative previste, mentre i sondaggi continuano a confermare la contrarietà della maggioranza della popolazione francese all’operato di Valls e Hollande in questo ambito.

L’opposizione nel paese alla “legge Khomri” ha avuto ovvi riflessi in Parlamento, poiché, come già era accaduto nel mese di maggio, il governo non è stato in grado di raccogliere i consensi necessari a ottenerne l’approvazione alla camera bassa del Parlamento. Valls è stato così costretto a ricorrere a un dispositivo anti-democratico previsto dalla Costituzione francese all’articolo 49, paragrafo 3.

Questo strumento consente semplicemente al governo di far passare una determinata legge senza la necessità di un voto dell’aula. Con il ricorso all’articolo 49-3, l’unico modo per impedire l’approvazione della legge in questione è la presentazione entro 24 ore di una “mozione di censura” nei confronti del governo, possibile però se sottoscritta da almeno un decimo dei membri della camera.

Le quasi nulle possibilità di successo di un’eventuale mozione dipendono dal fatto che, se essa fosse votata a maggioranza, la legge verrebbe messa da parte ma il governo sarebbe di fatto sfiduciato. All’interno del PS vi sono forti resistenze all’adozione della “legge Khomri”, ma i parlamentari “frondisti” non sono disposti a far cadere il governo, visto che ciò porterebbe molto probabilmente a elezioni anticipate che si tradurrebbero in una disfatta per il loro partito.

Nel corso della direzione nazionale del PS lo scorso 18 giugno, inoltre, i parlamentari intenzionati a presentare una mozione contro il governo erano stati avvertiti che sarebbero andati incontro a una possibile espulsione dal partito. Mercoledì alcuni deputati della sinistra socialista hanno provato a presentare una mozione, ma, esattamente come a maggio, il tentativo è miseramente fallito per la mancanza di soli due voti.

All’insegna del completo opportunismo è stata invece la risposta dell’opposizione di centro-destra, i cui deputati martedì avevano abbandonato l’aula dopo il nuovo ricorso di Valls all’articolo 49-3. I Repubblicani (LR) di Sarkozy e i centristi dell’Unione dei Democratici e degli Indipendenti (UDI) hanno cioè escluso la presentazione di una loro mozione, al contrario di quanto avevano fatto a maggio.

Il leader dei Repubblicani all’Assemblea Nazionale, Christian Jacob, ha spiegato che in questa occasione Valls e il PS dovranno “regolare da soli i loro conti”. In realtà, il centro-destra francese ritiene a ragione che la maggioranza sia sufficientemente debole e screditata per andare incontro a un tracollo elettorale nel 2017 e non intende forzare la mano con il rischio di mettere in discussione una legge i cui contenuti condivide in pieno.

Dopo il primo passaggio forzato alla camera bassa due mesi fa, infatti, il centro-destra al Senato aveva modificato il provvedimento stralciando anche le modeste concessioni che il governo aveva fatto nel tentativo di ammorbidire l’opposizione tra lavoratori e sindacati. Ad esempio, il passaggio al Senato aveva ripristinato il tetto massimo di 15 mensilità all’indennizzo da corrispondere in caso di licenziamenti senza giusta causa.

Il fatto che Valls e Hollande abbiano ancora una volta umiliato il Parlamento francese non è una sorpresa. Le tendenze anti-democratiche della maggioranza socialista, simili peraltro a quelle osservabili in praticamente tutte le forze di governo occidentali, erano risultate evidenti nella risposta alle proteste di piazza contro la “loi travail”.

In molte occasioni, le autorità di polizia avevano utilizzato i poteri straordinari assicurati dallo stato di emergenza, in vigore fin dagli attentati terroristici di Parigi nel novembre del 2015, sia per reprimere le manifestazioni anti-governative sia per impedire a molti attivisti di partecipare alle proteste. Addirittura, il governo aveva minacciato di vietare una manifestazione organizzata dai sindacati il 24 giugno scorso, salvo poi fare marcia indietro e consentirne lo svolgimento.

Se l’opposizione all’agenda anti-sociale di Valls e Hollande e alla “loi travail” resta molto forte nel paese, le organizzazioni sindacali si stanno adoperando da settimane per trovare un compromesso e superare lo scontro in atto. Ufficialmente, svariate sigle sindacali, a cominciare dalla Confederazione Generale del Lavoro (CGT), continuano a chiedere il ritiro della “riforma” o modifiche sostanziali, ma dietro le quinte sono in corso intense trattative con il governo per arrivare a una soluzione concordata che possa contenere le tensioni sociali esplosive.

Già la decisione dei sindacati di sospendere ogni azione organizzata nel periodo estivo sembra essere un tentativo per placare gli animi dei lavoratori scesi nelle piazze e scoraggiare ulteriori iniziative. Tutto ciò malgrado le misure più odiose del provvedimento non siano state cancellate. Il punto più controverso della “riforma” Khomri è contenuto nell’articolo 2 e prevede la possibilità per aziende e sindacati di negoziare a livello di fabbrica le condizioni di lavoro dei dipendenti, aggirando i contratti e le regolamentazioni nazionali per sfruttare la posizione di debolezza dei lavoratori.

Essendo un attacco frontale ai diritti di questi ultimi, la legge in discussione interviene in molti altri ambiti collegati ai rapporti di lavoro. Tra l’altro, essa favorisce la liquidazione della settimana lavorativa di 35 ore, facilita i licenziamenti e penalizza i lavoratori più giovani.

Molti giornali francesi hanno evidenziato come la disponibilità del governo a provocare un durissimo scontro sociale e ad aggravare le divisioni nel Partito Socialista sia una vera e propria scommessa politica. Questo scenario si può però descrivere in maniera più appropriata come un autentico suicidio politico di Hollande e Valls, i quali, assieme al loro partito, andranno incontro a pesantissime batoste elettorali nei due appuntamenti con le urne del prossimo anno, per la scelta del nuovo presidente e per il rinnovo del Parlamento.

La determinazione di una forza politica come il PS, teoricamente di sinistra o centro-sinistra, nel perseguire iniziative di legge ultra-liberiste come quella in discussione e dalla portata catastrofica per le classi che dovrebbero rappresentare la propria base elettorale è estremamente significativa.

Da un lato, ciò testimonia l’abbandono da parte dei Socialisti anche della pretesa formale di stare dalla parte di lavoratori e classe media, ovvero la stragrande maggioranza della popolazione, e, dall’altro, mostra in maniera eclatante la forza dei grandi interessi economico-finanziari che indirizzano l’azione dei governi e che sono il vero punto di riferimento del PS in Francia e di praticamente tutti i principali partiti occidentali di qualsiasi orientamento.

Il passaggio forzato all’Assemblea Nazionale, in ogni caso, non esaurisce il percorso parlamentare della “legge Khomri”, né con ogni probabilità le proteste dei lavoratori. Il testo presentato questa settimana dal governo dovrà tornare nuovamente al Senato, prima di approdare per la terza volta alla camera bassa attorno al 20 di luglio per l’approvazione definitiva, probabilmente ancora con l’invocazione dell’articolo 49-3.

di Mario Lombardo
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