Il racconto del primo summit internazionale contro la corruzione, voluto e ospitato a maggio a Londra dal premier inglese David Cameron. Nonostante la credibilità del padrone di casa minata dai Panama Papers, il primo ministro inglese ha promesso la creazione di un registro pubblico dei beneficiari ultimi delle proprietà oggi intestate ad imprese, trust o singoli. Si stima che si tratti di circa 100mila beni immobili, di cui 40mila nella sola Londra

di Antonio Tricarico* – 19 maggio 2016

La corruzione è un nemico, una minaccia globale paragonabile a quella del terrorismo fondamentalista, anche in termini economici. In media il dieci per cento dei costi per gli affari nel pianeta è legato a mazzette, tangenti e frodi. Cifre inquietanti e parole forti che hanno fatto da cornice al primo summit internazionale contro la corruzione, voluto e ospitato ieri a Londra dal premier inglese David Cameron. Più di quaranta i Paesi rappresentati ad altissimo livello che hanno preso parte al vertice: economie avanzate, emergenti, così come Paesi in via di sviluppo. Per l’Italia c’erano il Guardasigilli Andrea Orlando, con al seguito il presidente dell’anti-corruzione Raffaele Cantone. L’evento è stato un unicum, anche per le nuove dinamiche politiche che hanno visto per la prima volta i governi delle economie avanzate finire sul banco degli imputati, nonostante abbiano messo sul tavolo importanti misure nella lotta alla corruzione a livello internazionale.

La credibilità del padrone di casa Cameron era già stata minata dai Panama Papers, che avevano costretto il primo ministro inglese ad ammettere che una parte della ricchezza di famiglia, soprattutto del padre, era transitata per la giurisdizione centro-americana con oscure pratiche fiscali e bassa tassazione. Come se non bastasse, proprio alla viglia del vertice lo stesso Cameron è stato sorpreso con un fuori onda a parlare con la Regina Elisabetta di come al vertice ci sarebbe stati anche due Paesi “fantasticamente corrotti”, quali la Nigeria e l’Afghanistan. Parole che hanno sollevato lo sdegno della delegazione del paese africano appena arrivata in città. Proprio il nuovo presidente della Nigeria, Muhammad Buhari, eletto a furor di popolo un anno fa, è diventato un insolito campione della lotta alla corruzione in Africa. Le cifre parlano chiaro: 3,2 miliardi di dollari confiscati e più di 400 pubblici ufficiali arrestati in meno di dodici mesi, nonché indagini aperte senza timore contro multinazionali del petrolio del calibro di Shell ed Eni, dalle cui operazioni il governo di Abuja dipende per gran parte delle sue entrate…

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