di Gianni Petrosillo – conflittiestrategie.it.

Lo chiamavano mago ma era soltanto un altro illusionista che faceva sparire gli oggetti dietro il fumo dei tubi di scappamento di brutte auto. Tuttavia, la realtà, questo bolide che corre più della fantasia e della fantascienza, si è presto incaricata di lasciare sul posto l’incantatore ronzino che straparla a briglie sciolte. Era lui che tentava di estrarre dai cilindri di una utilitaria qualche prolifico coniglio industriale e finanziario al fine di risollevare un’impresa decotta sopravvissuta per anni grazie ai salassi di Stato. Effettivamente, Marchionne se l’è meritato il suo soprannome magico avendo qualcosa in comune col più famoso maghetto della saga cinematografica Harry Potter.

Innanzitutto, quegli occhialetti che gli danno un’aria apparente da primo della classe, un po’ rintontito dai complimenti e dalle sue stesse potenzialità disattese. Poi c’è anche l’abilità di parlare il serpentese che gli facilita la comunicazione col cobra della casa bianca, Barack Obama, suo diavolo tentatore e consigliatore nella scalata a Chrysler. La Fiat doveva rinascere proprio grazie al tocco portentoso di tale carrozziere italo-canadese con il propulsore a Washington ed il serbatoio in Svizzera, il quale si era messo “in testata” di rifare l’aerodinamica delle relazioni industriali nel nostro paese seguendo il disegno dei suoi interessi imprenditoriali.

Ma la messa a punto di questo finto cambiamento ha prodotto un grande frastuono senza alcuna ripartenza. Non è difatti con la vernice che si riparano gli urti.

Il via in America e la bandiera a scacchi in Italia per conquistare il gradino più alto del podio, questi gli auspici ottimistici di stampa e addetti ai lavori prima che Fiat finisse ancora in coda al gruppo dei concorrenti. Purtroppo sono stati proprio i consumatori d’oltreatlantico a far schiantare Marpionne contro una barriera di delusione e di mancati guadagni. Delle 50 mila 500 che costui aveva promesso di far scorrazzare nel 2011 sulle high way statunitensi se ne sono viste gironzolare appena 8.500. Con questi risultati da autodemolizione non si guadagna la testa della competizione mondiale ma piuttosto si finisce in un canyon di perdite e di brutte figure.

Detto ciò, l’ad del Lingotto dovrebbe ora cominciare a chiudere la serratura della sua bocca larga quanto un cofano, far ventilare il cervello ormai surriscaldato e su di giri nonché abbassare lo spoiler della sua presunzione. Il suo bagaglio di doti manageriali si è rivelato, valutando il peso delle cose tangibili prima ancora degli annunci e delle promesse, un bagagliaio di chiacchiere e di tracotanza che solo la servile stampa nostrana poteva celebrare come un rombo da fuoriserie. La Fiat perde olio su tutti i mercati, ha gli ammortizzatori scarichi in Brasile dove è stata superata dalla Volkswagen, sbanda pericolosamente negli Usa, come appena detto, e singhiozza paurosamente anche in India dove rischia di sfasciarsi l’accordo con Tata. Può darsi che le autovetture di Marchionne siano fatte della stessa sostanza dei sogni, almeno stando alle recenti pubblicità, ma anche gli incubi, da quanto possiamo constatare, fanno parte della “materialità” onirica.

Il miracolo del teatino si è rivelato un penoso derapamento al quale noi di questo sito non abbiamo mai creduto. E non perché tifassimo per Sindacati, Confindustria e altre parti sociali. E’ andata in scena una farsa alla quale hanno partecipato anche gli italiani i quali ancora si affidano ai piloti della patria venuti da lontano. I nostri connazionali pensavano fosse amore ed invece era un calesse, cioè una fregatura su quattro ruote trainata da un cavallo di Troia ospitante dentro di sé i pugnalatori che ci stanno mettendo con le spalle al muro. Tutto ciò mentre non abbiamo quasi più la forza di scendere e di spingere questo povero Paese. Questo non è amor proprio. È proprio catalessi.

 

Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/2011/08/19/fiato-alla-fiat.

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