Negli anni 2007-12 o, per dirla con citazioni memorabili, da “mandiamo i bamboccioni fuori di casa” di Padoa Schioppa a “i giovani non devono essere troppo choosy” di Fornero un formidabile dispositivo di controllo sociale si è imposto in Italia: i giovani non hanno voglia di lavorare. Il sistema retorico della diffamazione generazionale si fondava sulla verità autoevidente del “per chi lo cerca davvero il lavoro c’è”, raccontata in mille storie esemplari di onesti artigiani che offrono invano duemila euro al mese ad altezzosi principini parcheggiati all’università e col terrore della sana fatica. Massimo Gramellini nel 2011 scriveva “non si trovano trecento ragazzi disposti a fare il pane per duemila euro al mese” [vd. Pascoletti 1 e 2 erisposta di Gramellini], mostrando tutta la forza del simbolo: il giovane non vuole fare il pane per guadagnarsi il pane. L’alimento umile e buono, la metafora del guadagno onesto, il lavoro vero che comincia prima dell’alba, la vita semplice.

Agristartup Evangelist

Gramellini nel 2013 scrive, come è a tutti noto, di studenti volenterosi che necessitano di bocciatura per poter continuare a fare il pizzaiolo in nero. L’assiologia e la ricetta giornalistica vengono ora riproposte in forme nuove. I giovani pigri, gli schizzinosi laureati che sputano su duemila euro al mese, i neet che non c’hanno proprio voglia di fare un cazzo, non sono più verosimili, nemmeno nella farsa politica quotidiana. Non è più credibile la favola del lavoro che “c’è sempre per chi lo cerca davvero”. Che lo cercano tutti e nessuno lo trova. È stato molto bello e molto molto comodo finché è durato, però ora bisogna rimboccarsi le maniche e guardare in faccia la realtà: il bamboccione non può più reggere tutto il peso e la colpa della disoccupazione. Occorre fare qualche piccola concessione alla buona volontà, all’impegno e all’ingegno dei giovini; occorre ingentilire un poco il quadro.
Subito viene in aiuto quella benedetta Internet sino a poco tempo prima ritrovo malfamato dei perditempo. Verso il 2011 inizia infatti a imporsi la modulazione “il lavoro bisogna inventarselo” e si diffonde con una campagna mediatica molto aggressiva il mito della via italiana alla startup digitale. Due anni dopo il movimento dei giovani “startupperoi” continua a trovare promozione a tamburo battente, sebbene i frutti siano, in termini di occupazione, piuttosto deludenti. Eppure non passa giorno senza che nasca un altro “Zuckerberg italiano”: così ancora recentemente il Corriere a proposito di Matteo Achilli (Egomnia). E per dimostrare quanto il fronte sia unito e i valori chiari, sul principale canale startup italiano (Che Futuro! di Riccardo Luna) ne compariva immediatamente la stroncatura, scritta da un collega (Scandalo Egomnia! Io torno a lavorare). Debunking o invidie a parte, rimane certo che questa startup digitale inventa-lavoro e crea-ricchezza non sta funzionando come dovrebbe (e ora non interessa analizzare le cause o ribadire la grande stima per figure come Massimo Banzi).
Alla fine del 2012 la situazione diventa davvero insostenibile: si mostrano insieme la non sostenibilità del lavoro c’è per chi lo cerca e i risultati modestissimi del lavoro bisogna inventarselo. Come rimediare? Si rimane, ancora una volta, dentro la stessa retorica e assiologia, e con una semplice operazione di composizione si passa alla “startup agricola”, al contadino 2.0. Ancora prima della pizza e del pane, ancora prima della farina: cominciano dal principio, iniziamo la battaglia del grano. Nel generalizzato “ritorno alla campagna”, forte in tutta Italia e in tutte le forme, non si vede tanto la realizzazione di un’economia di sussistenza senza più speranze quanto una suprema astuzia del genio italico, una mossa magistrale che unisce tutte le virtù migliori del nostro popolo, dalla sana laboriosità alla capacità di innovare, dalla scienza economica alla tecnica manuale. L’idillio digitale, il quadro bucolico dipinto sull’iPad.
Il Corriere aveva fatto da apripista nel marzo 2012, raccontando la storia di Devis Bonanni che “a 23 anni decide di abbandonare l’impiego come tecnico informatico e si trasferisce in una casetta prefabbricata riscaldata solo da una stufa a legna per dedicarsi a tempo pieno a quella che battezza «vita frugale»”; e ora nel suo libroPecoranera insegna «Come essere felici con 200 euro al mese». Il sistema non era però ancora ben composto e completo: quel tecnico informatico che non sfrutta in campagna le sue competenze stona e quei duecento euro fanno davvero troppo finto povero. Al Corriere arrivano molte critiche e Bonanni deve replicare in un pezzo intitolato «Cari detrattori… né furbo né evasore Voi guardate il dito e non la luna», concludendo con l’orgoglio del lavoratore indefesso: “non dite mai che io non so cosa significhi la parola fatica perché altrimenti vi invito a passare qualche giorno da me per convincervi del contrario!”.
Il terreno è però pronto per la semina, e nella primavera 2013 si mostrano i primi frutti rigogliosi, con l’articolo La rivoluzione nei campi dei contadini digitalidi Riccardo Luna, evangelista delle startup, in viaggio verso l’Angelus di Millet:

Adesso arrivano le storie e niente è così potente come le storie dei nuovi contadini a raccontarci la piccola, grande rivoluzione in corso nelle nostre terre. Perché sono storie di giovani e non più giovani che hanno studiato altro e spesso facevano altro ma a un certo punto della loro vita hanno deciso di mollare tutto e andare a vivere in campagna. Non per ritirarsi ma per reinventarsi: per mettere le loro competenze e la loro cultura digitale al servizio della terra.

Leonardo Bianchi scriveva a caldo:

E così, dopo l’allarme su panettieripizzaioli, l’avanzata degli «startupperoi», la glorificazione di McDonald’s e <inserire qui qualsiasi altro lavoro “umile/manuale” la cui funzione viene completamente stravolta dal falso pauperismo degli spacciatori d’austerità> l’antico invito «vai a zappare», solitamente rivolto ai nullafacenti, si tinge di un’irresistibile patina tech.

Il cerchio si chiude, anzi volendo fare un attimo i pretenziosi e tirar dentro una bacata fenomenologia dello spirito vediamo prima la tesi, il giovane scansafatiche rifiuta il lavoro manuale, quindi l’antitesi, il giovane ora entusiasta abbraccia il lavoro digitale, infine la sintesi del giovane responsabile e volonteroso che sceglie il lavoro manuale e digitale della campagna. Il ritorno alla terra non è più il semplice insulto “vai a zappare”, ma s’invera nel percorso della coscienza: è servitù volontaria ovvero suprema libertà di mettersi “al servizio della terra”. (E risuonano nei cieli le armoniche ecologiste).
Ultima arriva l’infografica. “Come si apre un’azienda agricola? Il contadino 2.0” pare davvero un manifesto propagandistico per la cyberbattaglia del grano nel suo proclama: “L’agricoltura è l’unico settore a crescere e a creare lavoro”.

Vedi sul sito de Linkiesta

Internet traccia il solco, ma è l’aratro che lo difende. Il lavoro prima c’era per chi lo voleva, poi bastava inventarlo su Internet, ora si crea, con l’aiuto dell’informatica, dall’unica vera ricchezza e forza vitale morale: la terra. Fisiocrazia e biopolitica, direbbe forse quel grande.

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