Non confondiamo il sogno dell’Unione europea con l’incubo della moneta unica

 

di Mark Weisbrot*

Pubblichiamo quest’articolo malgrado sia “inglese”, ovvero contenga la pittoresca idea che la politica monetaria del duetto anglosassone (UK e USA) sia “meno di destra” e meno “antipopolare” di quella della Bce e delle autorità politiche europee che l’avallano. Per l’autore sarebbero andati benissimo, nel tentare di uscire dalla recessione, i paesi che hanno adottato stimoli e incentivi fiscali per rilanciare i consumi, mentre la Bce ha scelto politiche restrittive. Tutto vero. Solo va aggiunto che di quegli stimoli si sono avvantaggiati solo i capitalisti e le banche, e che né UK né USA sono venute fuori dal marasma e che anzi, per certi versi stanno messe peggio dell’eurozona. Se la finanza predatoria non li aggredisce è solo perché… essa risiede nella City londinese e a Wall Street. La verità è che né a Francoforte, né a Londra, né a Washington hanno la più pallida idea di come evitare che la crisi diventi catastrofica, per la semplice ragione che quest’esito non si può evitare. La crisi è una crisi epocale, e il capitalismo occidentale è destinato a sprofondare. Se poi sarà in grado di risorgere, lo si vedrà fra trenta o quaranta anni.
L’euro sta precipitando verso i minimi storici nei confronti del franco svizzero e i tassi di interesse sui bond italiani e spagnoli hanno raggiunto tassi da record. Quest’ultimo sviluppo della crisi della zona euro è dovuto ai timori che il contagio stia per estendersi all’Italia, che con un’economia da 1.400 miliardi di euro e un debito di 1.700 miliardi è “troppo grande per fallire”, come si usa dire. Di conseguenza le autorità europee sono fortemente preoccupate.

Anche se al momento ci sono pochi presupposti che i tassi d’interesse italiani possano salire al punto da mettere davvero a repentaglio la solvibilità, i mercati finanziari stanno agendo irrazionalmente e incrementando sia i timori sia l’eventualità che la profezia si auto-avveri. Il fatto che le autorità europee non riescano neppure ad accordarsi su come gestire il debito greco – un’economia pari a meno di un sesto di quella italiana – non ispira molta fiducia nella loro capacità di gestire una crisi più grande. Le economie più deboli della zona euro – Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna – sono già di fronte alla prospettiva di anni di sacrifici economici, oltre ad altissimi livelli di disoccupazione (rispettivamente del 16, 12, 14 e 21 per cento).

Se teniamo conto del fatto che al fondo di questa condanna auto-inflitta c’è il proposito di salvare l’euro, è sicuramente opportuno chiedersi se valga davvero la pena salvarlo, e bisogna formulare questa domanda dall’ottica della stragrande maggioranza degli europei che si guadagnano da vivere, quindi da una prospettiva progressista.

Si afferma di frequente che l’unione monetaria – che ormai comprende 17 paesi – deve essere mantenuta per il bene dell’intero progetto europeo. Ciò implica ideali apprezzabili come la solidarietà europea, l’adozione di standard comuni sui diritti umani, l’integrazione sociale, la sorveglianza del nazionalismo di destra e naturalmente l’integrazione economica e politica che sta alla radice di questo progresso.

Ma ciò significa confondere l’unione monetaria, ovvero la zona euro, con l’Unione europea stessa. Danimarca, Svezia e Regno Unito, per esempio, appartengono all’Ue ma non all’unione monetaria. Non vi è dunque motivo per il quale il progetto europeo senza l’euro non possa andare avanti e portare comunque a un’Unione prospera.

Ci sono buone ragione per sperarlo. Il problema è che l’unione monetaria, diversamente dall’Ue, è un progetto della destra. Se ciò non è stato chiaro sin dall’inizio dovrebbe diventarlo adesso che le economie più deboli della zona euro sono soggette provvedimenti punitivi riservati in passato ai paesi a basso o medio reddito caduti nella morsa del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e del G7. Invece di cercare di uscire dalla recessione tramite stimoli e incentivi di natura fiscale e/o monetaria, come hanno fatto la maggior parte dei governi di tutto il mondo nel 2009, questi governi sono stati costretti a fare esattamente il contrario, con un enorme sacrificio a livello sociale.

Al danno si sono aggiunte anche le beffe: le privatizzazioni in Grecia e la “riforma del mercato del lavoro” in Spagna; gli effetti regressivi dell’austerity; il continuo contrarsi e assottigliarsi del welfare, mentre le banche erano salvate a spese dei contribuenti. Tutto ciò dimostra che le autorità europee hanno un’agenda di destra e tentano di sfruttare la crisi per imporre riforme di stampo liberista.

La natura fondamentalmente di destra dell’Unione monetaria è stata istituzionalizzata sin dall’inizio. Le leggi che limitano il debito pubblico al 60 per cento del pil e i deficit di bilancio annuali al 3 per cento del pil, per esempio, pur essendo infrante nella pratica sono restrittive senza motivo in tempi di recessione e di alta disoccupazione. Il mandato della Banca centrale europea, che deve occuparsi esclusivamente dell’inflazione e non dell’occupazione, è un altro brutto segnale. La Federal Reserve statunitense, per esempio, è un’istituzione conservatrice, però è tenuta per legge a preoccuparsi sia della disoccupazione sia dell’inflazione.

La Fed oltretutto – malgrado la sua incompetenza nel riconoscere per tempo una bolla immobiliare da ben ottomila miliardi di dollari che ha poi finito col travolgere l’intera economia degli Stati Uniti – ha dimostrato di essere flessibile di fronte alla recessione, e ha stampato oltre duemila miliardi di dollari nell’ambito di una politica monetaria espansionistica. Da aprile, invece, gli estremisti che dirigono la Banca centrale europea hanno aumentato i tassi di interesse, nonostante una disoccupazione nelle economie più deboli della zona euro che ricorda i livelli della depressione.

Alcuni economisti e osservatori politici sostengono che per funzionare a dovere la zona euro ha bisogno di un’unione fiscale, con un maggiore coordinamento delle politiche di bilancio. Ma la politica fiscale di destra è controproducente, come possiamo testimoniare noi tutti, anche nel caso in cui fosse coordinata meglio. Altri economisti – compreso il sottoscritto – hanno sostenuto che le grandi differenze nella produttività di economie collegate tra loro comportano gravi difficoltà per un’unione monetaria. Se anche tali problemi potessero essere risolti, se il progetto è di destra la zona euro non varrebbe lo sforzo.

Modello afgano

Prima della creazione della zona euro l’integrazione economica europea era di natura diversa. L’Unione europea aveva compiuto alcuni sforzi per migliorare le economie meno performanti e proteggere quelle maggiormente vulnerabili. Ma le autorità europee hanno dimostrato di essere spietate nella loro unione monetaria.

L’idea che l’euro debba essere salvato per il bene della solidarietà europea si scontra con la resistenza opposta dai contribuenti di paesi quali la Germania, i Paesi Bassi e la Finlandia contro il bailout della Grecia. Se è innegabile che in parte tale resistenza si basi su pregiudizi nazionalistici – spesso esaltati dai mass media – le cose non stanno del tutto così. Molti europei non amano l’idea di pagare di tasca propria il bailout delle banche europee colpevoli di aver erogato prestiti rischiosi. E le autorità europee non stanno “aiutando” la Grecia, non più di quanto gli Stati Uniti e la Nato stiano “aiutando” l’Afghanistan – se vogliamo riferirci a un dibattito più o meno analogo, nel quale chi si oppone a politiche distruttive è etichettato come “retrogrado” e “isolazionista”.

Pare, per altro, che buona parte della sinistra europea non capisca la natura di destra delle istituzioni, delle autorità e soprattutto delle politiche macroeconomiche che governano la zona euro. Ciò rientra nel problema più generico dell’incomprensione da parte dell’opinione pubblica delle politiche macroeconomiche mondiali, che ha consentito alle banche centrali di destra di mettere in atto politiche distruttive sotto governi di sinistra.

Questa incapacità di comprendere come stanno veramente le cose, insieme alla mancanza di stimolo democratico, possono contribuire a spiegare il paradosso per il quale l’Europa ha politiche macroeconomiche più di destra degli Stati Uniti, malgrado abbia sindacati estremamente più forti e basi istituzionali ispirate a politiche più progressiste
* Fonte: www.presseurop.eu/it Originale in The Guardian del 13 luglio 2011
** Traduzione di Anna Bissanti

Commenta su Facebook