1. Socialismo del XXI secolo?

Il 5 marzo scorso è deceduto, dopo una lunga malattia, il Presidente Hugo Chavez, il leader carismatico che ha incarnato quasi ininterrottamente, dal 1998 al 2013 (tranne che per il periodo del breve golpe del 2002), la continuità di un considerevole vento di cambiamento nella Repubblica venezuelana.

Certamente, si è trattato di un lungo quindicennio di radicali riforme che, tra alti e bassi, ha inciso sugli assetti e le strutture gestionali del Paese, contribuendo alla stabilizzazione politica interna e alla ripresa economica, quest’ultima armonizzata con una più equa redistribuzione della ricchezza verso le fasce più basse della popolazione, dopo lustri di darvinismo sociale, di esasperata divaricazione censuale e di prevaricazione “classista” a vantaggio delle élite più abbienti legate agli Stati Uniti.

Il Venezuela di Chavez si è, inoltre, presentato sullo scacchiere globale con alcune particolarità ideologiche, divenute presto terreno comune di intese ed alleanze (soprattutto, ma non solo, con i vicini in crisi), le quali avrebbero avuto sicuramente meno appeal senza gli aiuti elargiti con generosità da Caracas, ricorrendo ai lauti guadagni derivanti dallo sfruttamento delle materie prime ed energetiche, progressivamente nazionalizzate.

Inoltre, Il Venezuela si è affacciato sullo scenario mondiale come un interlocutore credibile, con cui confrontarsi ed agire sinergicamente, sui temi della sovranità nazionale, dell’autodeterminazione politica, dell’iniziativa commerciale, del multipolarismo geopolitico, con tutte quelle potenze “non allineate” al sistema Occidentale, dell’Asia, dell’Eurasia, del Medio oriente, comprendendo anche il cono sud del continente americano, in cui si fanno sentire pesantemente l’ingerenza e i malumori statunitensi.

La principale arma ideologica dello chavismo è stato il cosiddetto socialismo del XXI secolo sul quale cercheremo di concentrarci in questo breve intervento, al fine di comprendere le sue principali caratteristiche, gli effetti prodotti sulla società in questione – in particolare sulle classi subordinate chiamate a identificarsi con esso dopo il periodo di assoluta soggezione al liberismo sfrenato, imposto dai ceti capitalistici autoctoni, eterodiretti dagli Usa e indirizzati dai diktat degli organismi internazionali – i suoi risvolti planetari, nonché i suoi limiti propagandistici e dottrinali.

Sebbene i risultati della “rivoluzione” neobolivarista siano stati a tratti esaltanti diciamo subito che tutto ciò non ha nulla a che vedere col socialismo, né con quello dell’epoca trascorsa né con quello dell’attuale secolo, né, infine, con i suoi disegni teorici originari.

Il socialismo, scientificamente e storicamente inteso, è un gradino intermedio verso la piena affermazione di un nuovo rapporto sociale (di tipo comunistico) emergente dal seno del capitalismo e dalle sue contraddizioni; ovvero, detto rapporto di ri-produzione sociale si sarebbe dovuto affermare nei fatti e negli eventi, e non per semplice volontà soggettiva, nelle viscere del capitalismo ormai maturo tramite la socializzazione delle forze produttive, cioè con la ricongiunzione progressiva delle potenze mentali e manuali della forza-lavoro salariata nel ciclo lavorativo proprio mentre le vecchie classi proprietarie, in via di restringimento per l’accelerato accentramento della ricchezza in poche mani (fase monopolistica intesa nella sua irreversibilità stadiale), al quale sarebbe corrisposto l’altrettanto inevitabile l’allargamento della base esecutiva (con tutto ciò che questo comportava in termini di concentrazione della spinta rivoluzionaria), si sarebbero distanziate dalla produzione reale per dedicarsi agli affari di borsa.

In queste condizioni di disparità numerica sarebbe stato facile ed indolore abbattere esse ed il loro Stato protettore.

Tale collettivizzazione spontanea, per effetto di una intrinseca dinamica capitalistica, portata fino alle sue estreme conseguenze, avrebbe reso l’involucro dei precedenti rapporti di produzione obsoleto ed inadeguato a contenere le forze produttive associate e finalmente consapevoli del loro ruolo centrale per il progresso umano.

Dall’evoluzione inevitabile di questi fattori sarebbe principiata l’espropriazione degli espropriatori (i capitalisti ormai rentierizzati), divenuti alieni alla produzione ed adusi unicamente ai giochi dell’alta finanza, la cui egemonia sulla collettività sarebbe discesa dal puro controllo dei corpi speciali dello Stato, posti a tutela della proprietà, ma non dall’amministrazione dei luoghi di lavoro in cui la ricchezza veniva effettivamente generata ed investita (la fabbrica).

Dunque, la proprietà si sarebbe divisa dalle potenze mentali (direzione) e manuali (esecuzione) del ciclo produttivo causando quella differenziazione duale tra il redditiere possessore delle condizioni di produzione attraverso la sua supremazia finanziaria e la forza lavoro complessiva (manuale e intellettuale, esecutiva e direttiva) costituente l’operaio combinato o General Intellect preconizzato da Marx, il quale deteneva le abilità e i saperi, finalmente riuniti, nelle unità produttive.

Il socialismo del XXI secolo non è niente di tutto questo e nemmeno prende in considerazione tali elaborazioni marxiane (per quanto volentieri se ne richiami commettendo marchiani errori esegetici) mentre per fisionomia concettuale e perorazione idealistica assomiglia fin troppo alle dottrine prescientifiche dei filosofi utopisti del settecento e dell’ottocento. Si tratta, in sostanza, di un mito fondativo comunitario su basi psicologiche, moralistiche e, persino, religiose. Nulla di più distante da Marx e, purtroppo, anche dalla realtà. Nel prossimo paragrafo lo vedremo in dettaglio.

In passato abbiamo già assistito ai suddetti progetti d’ingegneria sociale tutti miseramente falliti. Et pour cause. Ma sono anche andati a rotoli, seppur più lentamente, gli esperimenti discendenti da autentici processi rivoluzionari (il socialismo reale), i quali, benché siano riusciti a determinare risultati storicamente rilevanti in termini di crescita della potenza nazionale, sono saltati proprio a causa del raddoppiamento ideologico con il quale avevano formalmente abolito il capitalismo senza riuscire ad attivare diversi e più congruenti rapporti sociali. La conseguenza fu che in questi contesti la proprietà privata dei mezzi produttivi divenne proprietà di Stato e di Partito e la socializzazione dei medesimi una collettivizzazione violenta e costrittiva. Poiché nel frattempo erano però stati repressi e soppressi gli elementi e gli istituti più dinamici del modo di produzione capitalistico, come la concorrenza e l’iniziativa imprenditoriale, ineluttabilmente si giunse alla stagnazione più nera e alla decisiva implosione di tutta l’impalcatura socialistica.

L’unico “esperimento” che ha resistito, con successivi aggiustamenti di tiro, è stato quello cinese del socialismo di mercato, ossimoro fuorviante atto a celare rapporti capitalistici belli e buoni, pur se incanalati da gruppi spadroneggianti nel partito-stato, di cui quelli economici sono stati diretta emanazione, e che adesso vanno autonomizzandosi. Capitalismo dagli occhi a mandorla, a segnalarne la specificità, ma pur sempre capitalismo basato sui capisaldi dell’impresa e dello scambio nella sfera economica (in virtù dei quali hanno evitato la misera sorte dell’economia sovietica), mentre le differenze sostanziali coi nostri sistemi di libero mercato sono tutte nell’articolazione dirigista dei poteri e nella forma costituzionale, a partito unico, dove si accendono i conflitti tra i vertici apicali per il controllo degli organi direttivi di quella particolare formazione sociale.

Ciò non toglie, come abbiamo già accennato, che molti risvolti effettuali del neobolivarrismo, siano da accogliere positivamente avendo stimolato la maggior soddisfazione economica di gran parte della cittadinanza ed il coinvolgimento degli strati popolari nelle decisioni che più li hanno riguardati, circa il miglioramento del loro benessere quotidiano. Tuttavia, lo spettro di queste scelte in condivisione con le masse resta di tipo secondario mentre quello strategico cardinale, nonostante i valori democratici declamati, è, giustamente ed inevitabilmente, di esclusiva competenza delle cerchie superiori delle fazioni dominanti e del potere centrale, i cui capi (Chavez prima e Maduro ora) costituiscono il terminale più avanzato e riconoscibile.Dunque, non c’è nessun socialismo, di nessun secolo, presente o futuro, semplicemente perché tutte le sue vie sono finite. Purtroppo, o per fortuna, questo è il verdetto impietoso pronunciato dagli eventi che può essere messo in discussione soltanto dai nostalgici o dai furfanti.

C’è poi, ovviamente, la proiezione geopolitica del Venezuela che si è messo alla testa di un gruppo di Paesi recalcitranti all’ordine mondiale, svolgendo un’ utile funzione multipolaristica ed antiegemonica verso il colosso Statunitense. Qui sta il suo effettivo ed indubitabile merito. Si può, insomma, anche credere che il sole giri intorno alla terra (socialismo) e, tuttavia, giungere a deduzioni limitate ma corrette (contrasto della supremazia Usa). In attesa di correggere il tiro ci si deve accontentare.

2. Utopia e realtà.

A conferma di quanto andiamo sostenendo dobbiamo addentrarci nel mantra di questa concezione mitico-mistica del XXI secolo, analizzando i singoli passaggi ed evidenziando le contraddizioni più perniciose.

Innanzitutto, dicevamo delle basi moralistiche del bolivarismo. E’ il trionfo di Proudhon su Marx, dell’illusione arcadica e reazionaria sulla razionalità scientifica. Eppure, Chavez si è proclamato marxista-leninista, anche se ha corretto il tiro in un secondo momento. Non è una incoerenza da poco. Non per niente, il socialismo del XXI mette al primo posto, nella scala delle sue prerogative, un presupposto inaccettabile per qualsiasi scienziato sociale o agente politico che non voglia fondare la sua prassi rivoluzionaria sulle nuvole: “ La moral. El primer rasgo es el moral. Debemos recuperar el sentido ético de la vida. Luchar contralos demonios que sembró el capitalismo: individualismo, egoísmo, odio, privilegios. Es unarma en la lucha contra la corrupción, un mal que es propio del capitalismo. El socialismo debe defender la ética, la generosidad”. Parole sue e dissenso nostro.

Quando, per l’appunto, si tralasciano i capisaldi razionali, da cui ricavare le categorie per interpretare i fenomeni storici e i principali nodi conflittuali dell’epoca in cui si opera, la morale prende il sopravvento sul resto, in attesa di trasformarsi in terrore contro i suoi stessi propugnatori. Quest’ultima è la scorciatoia dei puri di spirito che vivono di sogni ed illusioni, i quali dopo aver alimentato il culto dell’umanitarismo finiscono col richiedere i più atroci sacrifici personali pur di tenere fede al loro credo.

Poiché il pensiero già non riproduce la realtà ma la elabora secondo particolari tagli teorici, esisterà in ogni caso un gap incolmabile tra il soggetto pensante e l’oggetto pensato, che non è quello tangibile ma una sua proiezione mentale fondata empiricamente. Ciò implica che la conoscenza sarà sempre parziale perché la stessa potrebbe, nel suo incedere logico, tralasciare angoli di visualizzazione o trascurare punti di vista che potranno però essere recuperati in seguito, nell’affrontamento di successive problematiche o nel tentativo di approfondimento di quelle pregressamente trattate. Questo è il metodo delle scienze che non ci dà la Verità (di questa si occuperà la filosofia) una volte per tutte ma ci apre costantemente continenti di comprensione via via più articolati e complessi.

Chi invece percorre la strada del moralismo e delle chiacchiere umanistiche di salvezza universale non avrà altra possibilità, di fronte ai costanti mutamenti del panorama storico e sociale, che ricorrere ad un sovrappiù di idealismo e d’inventiva.

Per un certo lasso tempo la cosa può anche funzionare, com’è appunto successo in Venezuela, dove vaste fasce di popolazione partivano da livelli minimi di dignità esistenziale e alle quali il “Presidente” ha schiuso orizzonti meno angusti di sopravvivenza e di coinvolgimento pubblico. Queste masse di diseredati hanno accolto entusiasticamente le riforme bolivariste con le quali sono state concretamente migliorate le loro condizioni di vita, predisponendosi all’accettazione e all’esaltazione dell’ideologia di sostegno.

Ma alla lunga, la superficialità dottrinale e l’incapacità di discernere, seppur a grandi linee, l’andamento del flusso degli avvenimenti storici si pagano, e a caro prezzo. Fatalmente gli effetti benefici dello chavismo rallenteranno. I tentativi di riformare per decreto in senso collettivista l’economia falliranno perché non hanno mai funzionato da nessuna parte (se non per periodi ridotti) e quei postulati sociali calati dall’etere della fantasia dimostreranno di non poter competere con la più flessibile e performante vivacità capitalistica. Se non saranno introdotti dei correttivi si giungerà alla putrefazione e alle precipitazione di tutti gli indici economici, indebolendo il paese, prima finanziariamente e poi politicamente, rendendolo facilmente preda dell’aggressività di gruppi capitalistici, politici e finanziari, interni ed esterni.

“Cooperativismo, asociativismo, propiedad colectiva, banca popular, núcleos de desarrollo endógeno, autogestión, cogestión, propiedad cooperativa y colectiva” sono cose già sentite e non riuscite, o che, comunque, hanno sempre avuto un impatto marginale nella creazione e nel mantenimento del benessere economico, figurarsi nella trasformazione dei rapporti sociali.

In breve, se il bolivarismo chavista non accoglierà al suo interno delle revisioni sostanziali, maggiormente aderenti allo sviluppo della fase politica ed economica in corso, probabilmente assisteremo al crollo del suo edificio con tutte le conseguenze del caso, compreso il pauroso arretramento delle recenti e mirabili conquiste sociali.

Le varie misiones volute da Chavez per risollevare le classi svantaggiate costituiscono un esempio di civiltà in quanto tagliano sensibilmente le detestabili diseguaglianze da cui era affetta la collettività venezuelana. Tuttavia, per conservare questi trionfi bisogna far marciare l’economia e puntellare la potenza geoeconomica e geostrategica del paese, questa sì condizione dirimente in epoca multipolare, senza spingerlo nel vicolo cieco delle riforme irrealizzabili di stampo sovietico o cubano. Le politiche per la sovranità alimentare, quelle per la salute, le abitazioni, il lavoro, la diffusione tecnologica ecc. ecc, possono e devono continuare ad esistere e perfezionarsi ma senza attribuire ad esse più valore strategico di quello che effettivamente hanno.

Lo scandalo lampante è però che questa forma di socialismo dei barrios, alla quale riconosciamo dei meriti inconfutabili nel suo perimetro di riferimento, considerando l’accerchiamento internazionale e l’arretratezza socio-politica e culturale in cui si è dispiegata, quindi quale risposta alle atrocità commesse dalle locali élite guidate da sapienti teste straniere, fino all’ascesa di Chavez, venga riproposto tal quale dai fronti di estrema sinistra del nostro “habitat” occidentale.

Questi sono esempi baluginanti di cretinismo progressista delle cosiddette avanguardie no global e movimentiste, soprattutto in Italia, che gradirebbero farci tornare indietro di secoli per renderci ancor più succubi della finanza mondiale e delle logiche atlantiche. Perché se in Venezuela il socialismo può ancora infastidire la longa manus statunitense che sta vedendo frenati i suoi programmi di espropriazione dei tesori di Stato e di consolidamento del suo modello speculativo finanziario, da noi produrrebbe proprio l’effetto contrario, con l’indebolimento dello Stato e l’ulteriore perdita di sovranità nazionale. La domanda è: sono solo idioti o anche traditori? In ogni caso non c’è più molta differenza.

3. Una nuova geopolitica del XXI secolo?

In campo geopolitico lo slancio venezuelano è stato molto coraggioso. Forse non ha generato i maestosi spostamenti annunciati dai suoi profeti (anche nostrani) ma nemmeno è stato così velleitario come proclamato dai suoi detrattori.

Ad ogni modo, si deve dare un giudizio positivo di alcuni intenti scaturiti e segnali ricevuti dalle sue iniziative. Sono stati piantati i pilastri di collaborazioni concorrenziali ed antitetiche a quelle Usa che, se pur finora hanno raccolto meno del seminato, anche perché alcuni Stati sudamericani, più maturi economicamente, a partire dal Brasile e dall’Argentina, si muovono con molta più circospezione negli spazi multipolari, promette significative novità ed opportunità per il futuro.

L’ALBA (Alternativa Bolivariana para América Latina y el Caribe) fa parte di tale tracciato geopoliticamente caratterizzato. Costituisce una proposta, almeno nei traguardi ufficiali, orientata ad edificare il consenso necessario a “ripensare gli accordi di integrazione in funzione del raggiungimento dello sviluppo endogeno nazionale e regionale, con lo scopo di sradicare la povertà, correggere le diseguaglianze sociali e assicurare la crescente qualità della vita dei poveri”. Ma ha anche obiettivi più ambiziosi, come quello di consolidare una leadership autonoma (politica, economica ed anche militare) di tutta l’America Latina e i Caraibi, mettendosi di traverso agli allestimenti organizzativi e agli strumenti di controllo finanziario di matrice statunitense (vedi l’ALCA) che deprimono le aspirazioni sovrane di questi governi, costretti a sottostare a regole di mercato che, peraltro, impediscono all’industria nazionale di affermarsi, soprattutto nei settori più avanzati e strategici. Come diceva l’economista tedesco F. List: ““La storia ci propone esempi di intere nazioni che sono state annientate perché non avevano compreso in tempo che dovevano assicurarsi l’indipendenza, economica e politica, attraverso la fondazione di una propria industria e la formazione di una potente classe di industriali e commercianti”(cfr. F. List, Il Sistema Nazionale di Economia Politica, edizione Isedi 1972).

Ad ora ne fanno parte Antigua e Barbuda, Bolivia, Cuba, Rep. Dominicana, Ecuador, Nicaragua, Saint Vincent e Grenadine e Venezuela. La Siria e l’Iran sono membri osservatori.

Nondimeno permangono incidenti divisioni nella zolla sudamericana, frutto di strategie differenziate dei singoli stati, che impediscono di considerarla una zona omogenea di interessi e di mete in grado di competere con entità geopolitiche più vaste e consolidate.

Per questo i propositi di Hugo Chavez di principiare un discorso di unità complessiva dell’area, su presupposti d’indipendenza ed originalità (antimperialismo e antiglobalismo), hanno rappresentato un grande passo in avanti, fino a diventare un atout dell’agenda politica di tutto l’emisfero preso in considerazione.

L’azione concertativa e persuasiva del Venezuela è stata fluidificata dalla disponibilità di risorse primarie grazie alle quali è stato promosso, attraverso aiuti e sostegni alle economie affini, affamate di fonti energetiche o colpite da crisi finanziaria, l’impulso verso il multipolarismo, il quale passa necessariamente dall’integrazione e dall’irrobustimento del polo latinoamericano.

Nonostante rimbalzino, da un lato all’altro del globo, inattendibili notizie sull’esaurimento imminente del petrolio, il quale durerà ancora abbastanza per scatenare ulteriori conflitti e scardinare molti equilibri, la dirigenza venezuelana, in buona compagnia mondiale, ha puntato parecchie fiches sulla geopolitica degli idrocarburi.

E’ verosimile che per i prossimi 50 anni questo comparto continuerà a monopolizzare la scena geoeconomica e ad accrescere gli attriti nello spazio geopolitico, illuminando con le sue traiettorie, ricalcanti i percorsi dei dotti e la geografia dei pozzi, le ostilità multipolari e poi anche quelle policentriche che saranno decisamente asperrime.

Hugo Chavez ed il suo entourage si sono riappropriati dell’oro nero venezuelano sin dal 2001, scatenando le ire dei petrolieri e dei loro referenti esteri, tanto che il golpe del 2002 può essere ricondotto a tale disputa. L’industria petrolifera fu nazionalizzata e gestita secondo gli interessi dello Stato, il quale avendo recuperato posizioni di preminenza ha richiamato alla collaborazione le compagnie straniere, comprese quelle a stelle e strisce, senza timore di perdere il controllo dei suoi averi.

Si nota un elevato realismo politico in queste decisioni che permettono, al contempo, di preservare adeguati livelli di produttività, efficienti ed efficaci in termini economici; instaurare canali privilegiati di dialogo commerciale e strategico con le potenze emergenti o riemergenti (vedi la Cina, bisognosa, più di altre, di approvvigionamenti dato il suo tasso di crescita), in funzione dell’avanzamento del multipolarismo; nonché evitare di arrivare ad uno scontro troppo diretto, almeno in questo passaggio intermedio, col versante a guida statunitense.

Come si può riscontrare, il socialismo del XXI secolo non ha portato all’isolamento di Caracas che opera realisticamente nel mercato globale, attribuendosi il diritto di perseguire i propri interessi specifici. Che non sono mai al sicuro e perennemente acquisiti. A fortiori se si valutano attentamente i disegni del vicino gigante statunitense, il quale è assorbito su scenari (Pacifico, Eurasia, Mediterraneo, Africa) considerati maggiormente strategici ma che presto potrebbe tornare a mettere ordine anche nel “giardino di casa”. Quando si materializzerà questa eventualità verificheremo la consistenza e la solidità dei regimi sudamericani e caraibici. Il grande gioco sulla scacchiera mondiale non si è ancora ben delineato. Possiamo percepire quali saranno, approssimativamente, i principali attori e i loro movimenti sul campo, ma non possiamo anticiparne tutte le mosse e le fibrillazioni che desteranno tante sorprese, specialmente in chi è convinto dell’esistenza di un compatto e solidale fronte antioccidentale. Sicuramente quest’ultimo avrà quale pivot indiscusso ancora la Russia, essendo essa la formazione nazionale con una proiezione storica, culturale, geostrategica e geopolitica più avanzata, tutte condizioni favorevoli accumulate lungo la passata epoca bipolare (e relativamente disperse in seguito alla dissoluzione dell’URSS ).

Inoltre, Mosca è tornata alla ribalta internazionale, pur se tra mille difficoltà e gravi rivolgimenti dei suoi assetti economici e militari, libera dalla gabbia ideologica socialistica che ne aveva anteriormente limitato i movimenti. Contrariamente alla Cina, imprigionata nelle pastoie di un fantomatico socialismo di mercato che è un vespaio di incoerenze, la quale rischia di mettere a repentaglio la sua transizione capitalistica piena, diretta dall’alto.

Gli Usa hanno ancora le carte migliori al tavolo e ne sapranno approfittare, saranno obbligati ad accettare un arretramento parziale ma la loro volontà, già all’opera in numerosi teatri caotici e ventri molli mondiali, è quella di impedire a chiunque di avvantaggiarsene. Per questo assisteremo, prima di entrare nell’epoca policentrica conclamata, a balletti di coalizioni o intese temporanee inimmaginabili hic et nunc.

Conclusioni

Le conquiste sociali del chavismo in Venezuela (che sono senz’altro da preservare) reggeranno unicamente se il Paese riuscirà a collocarsi intelligentemente negli spazi in ridefinizione della geopolitica intercontinentale, conservando ed accrescendo la propria autonomia decisionale. Parliamo di un popolo che fino ad alcuni anni fa soffriva di analfabetismo, elevata mortalità infantile, malnutrizione, disoccupazione, bassi salari, assenza di cure mediche ecc. ecc. Tutti temi messi al centro dell’agenda politica dall’ex Colonnello con le sue missioni volte a forgiare uno stato sociale funzionale ed accessibile.

In era di scoordinamento multipolare – in cui i sistemi faticano a trovare la quadra perché non esistono stabili centri di riferimento e di regolazione politico-economica e in cui si accende una strenua concorrenzialità tra i competitors globali – non si respinge la crisi finanziaria senza fortificare le imprese di punta e la sovranità statale.

Ad ogni modo, il bolivarismo dovrà coniugarsi, fino a snaturarsi nei suoi elementi idealistici incongrui, con l’oggettività di un certo modello di sviluppo, escogitando formule di identificazione e partecipazione pubblica meno fantasiose del socialismo del XXI secolo. Che sarà costretto dal corso degli eventi, quasi certamente, a segnare il passo.

Un’altra incognita seria per i bolivaristi si apre proprio in questo periodo, con la successione ad Hugo Chavez. Nicolas Maduro ha qualità inferiori ed esercita meno seduzione del suo predecessore. Alle ultime elezioni si è affermato di misura sullo sfidante Henrique Capriles Radonski, che dice di ispirarsi al leader del PT brasiliano, Inácio Lula. Sta di fatto che scopriremo presto se dietro l’ex Presidente Chavez si è formato un gruppo dirigente all’altezza dei suoi compiti o se questa esperienza si concluderà tra spinte centrifughe intestine e provocazioni indotte da agenti forestieri, sempre all’opera in tutto il Sud America.

Ci sono sintomi di lotte interne e divisioni acerrime che non promettono nulla di buono. Staremo a vedere.

L’avvenire dello Stato Venezuelano è legato al destino dell’intera area sudamericana e caraibica. Non si può dire che geopoliticamente il socialismo del XXI secolo abbia interpretato quel ruolo di aggregazione che era nei proponimenti dei suoi fautori, tanto che il più potente vicino nordamericano sembra non esserne così preoccupato. Gli Usa lasciano fare, convinti di ristabilire l’ordine in un secondo tempo, essendo attualmente trascinati su palcoscenici regionali e transcontinentali da essi ritenuti più fulcrali nell’attuazione della loro strategia generale.

Scritto da: Gianni Petrosillo (13/11/2013)

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