Erdogan ha cambiato la Costituzione e s’è incoronato “sultano” della Turchia, coronando il sogno che inseguiva da anni di divenire il monarca assoluto del Paese.

Nel disinteresse dei media, focalizzati sull’avvento di Trump alla Presidenza e su mille altre questioni, il Parlamento di Ankara ha approvato la riforma radicale della Costituzione, che dà pieni poteri al capo dello Stato conferendogli anche il completo controllo sulla Magistratura, la nomina e l’esautorazione dei Ministri e la guida del Governo che non avrà più un Primo Ministro.

In questo modo la Turchia è divenuta il “sultanato” fortissimamente voluto da Erdogan che, grazie all’azzeramento del numero dei mandati precedentemente esercitati, potrà governare a piacimento fino al 2029. E poco importa se la riforma sarà sottoposta a un referendum in primavera; con un capo che può già controllare tutto, informazione e media compresi, e decide a piacimento su ogni cosa, come ha già dimostrato brutalmente, quella consultazione sarà una formalità.

È la fine di un percorso formale avviato più di un anno fa, accelerato e favorito dal golpe fasullo del 14 luglio, che per Erdogan è stato il regalo prezioso che gli ha consentito di azzerare ogni tipo di dissenso, di frantumare ogni resto di opposizione.

Il fatto che una brutale dittatura, perché di questo si tratta, sia stata varata con il voto del Parlamento è storia vecchia che nulla toglie alla sostanza; anche in Italia e in Germania è stato lo stesso, come pure in tante, troppe altre occasioni di cui ci si vuole dimenticare. I 339 voti favorevoli su 480 che hanno avallato la riforma, 9 in più dei tre quinti necessari al cambio della Costituzione, sono il risultato di una sistematica demolizione di tutte le opposizioni che, peraltro, si sono suicidate mostrandosi deboli, divise e prestando il fianco alle provocazioni del potere.

L’Hdp è sull’orlo della dissoluzione con i suoi capi in carcere, condannati a pesantissime pene detentive; si è lasciato schiacciare fra l’agenda del “tanto peggio, tanto meglio” del Pkk, fatta di stragi e di violenza, e la repressione del potere uscendone distrutto.

I repubblicani kemalisti del Chp sono appena tollerati, ma continuamente intimiditi e sotto tiro perché da tempo, grazie alle dinamiche stragiste, ogni dissenso è ritenuto dal potere come criminale. E fra giornali chiusi e giornalisti arrestati, non vi è alcuno spazio sui media per qualunque tipo di espressione che non sia il consenso incondizionato a Erdogan.

Anche i questo clima plumbeo scandito da stragi di dubbia matrice e da avventure sanguinose (quella in terra siriana si sta rivelando un disastro per l’Esercito turco decapitato dei suoi capi), da purghe colossali e persecuzioni capillari (i destituiti, arrestati, processati si contano a decine di migliaia, disarticolando l’intera struttura dello Stato), Erdogan aveva bisogno di un alleato per avere i voti sufficienti; li ha cercati dagli ultra nazionalisti dell’Mhp, un partito in crisi di consensi a cui ha offerto di entrare nell’area del potere e condividerlo. E li ha trovati.

Adesso la Turchia è legata al suo nuovo “sultano”; Erdogan è libero di seguire i suoi sogni di potere e i suoi interessi personali ovunque lo portino. Dopo aver incassato sconfitte brucianti ed aver visto tramontare le sue ambizioni più sfrenate, è tornato a legarsi a Putin per convenienza, e il 23 gennaio ci saranno anche i suoi uomini ad Astana, a decidere sul futuro della Siria e, soprattutto, sul nuovo Medio Oriente che sta sorgendo.

È assai difficile che l’Asse della Resistenza gli permetta di mettere in discussione la vittoria raggiunta sul campo a prezzo di tanto sangue, ma certamente avrà mano libera nei confronti dei curdi, una popolazione che paga il cinico e irresponsabile avventurismo delle organizzazioni che dicono di rappresentarla (Pkk su tutte). Con tutta probabilità saranno il capro espiatorio che permetterà a Erdogan di atteggiarsi a condottiero vittorioso, e che lo renderà inamovibile sul suo trono di “sultano”.

Ai turchi, all’inizio di un lungo tunnel buio, con l’economia sempre più a rotoli e un terrorismo di dubbia matrice che continua a imperversare (eterno pericolo che giustifica il pugno di ferro), non resterà che osannare Erdogan, il nuovo “sultano” che impera su un Paese insanguinato.

di Salvo Ardizzone

Il Faro sul Mondo

 

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