Scritto da Leonardo Mazzei

Campo Antimperialista

elsa-forneroDal governo dei «professori» il più grave attacco ai diritti pensionistici
Si dice che gli italiani non sopportassero un parlamento di “nominati”. Bene, ora oltre allo stesso parlamento di prima, hanno anche un governo di “nominati”. Professori e manager che nessuno ha eletto, ma che i vampiri della finanza hanno selezionato e scelto con cura.

Tra questi si distingue la signora Fornero, professoressa di economia, consigliera di Confindustria, editorialista del Sole 24 Ore, vice presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (ma guarda un po’), vice presidente della Compagnia di Sanpaolo, e (per gli amanti del gossip), moglie dell’economista Mario Deaglio.

Per avere un’idea di cosa si sia occupata fino ad oggi la neo-ministra, basti ricordare il suo ruolo di componente della commissione della Banca Mondiale incaricata di «valutare l’attuazione delle riforme previdenziali nei paesi con “economie in transizione”». Un ruolo che è tutto un programma.

Ce ne occupiamo per tre motivi. Il primo è che le pensioni (quelle attuali e quelle future) sono nuovamente nel mirino dei tagliatori di Stato, sanguisughe superpagate per accanirsi con la povera gente. Il secondo è che tutto ciò ci verrà presentato come «equo», paroletta che nella neo-lingua orwelliana è l’equivalente della parola «pace» sulla bocca dei peggiori guerrafondai. Il terzo è che la sinistra del capitale (Pd, ma anche Sel) ha già deciso una plateale apertura di credito nei confronti della titolare del Ministero del Lavoro.

La scoperta dell’acqua calda, l’ennesimo imbroglio, gli applausi di Vendola e Bersani
Giovedì scorso Fornero parlando davanti ad un’assemblea della Cna sintetizza in questo modo il suo messaggio: «La riforma delle pensioni è stata già fatta, ma va accelerata». Questa frasetta è quanto di più disonesto si possa immaginare. La prima parte – «la riforma delle pensioni è stata già fatta» – è la più classica scoperta dell’acqua calda, la seconda – «ma va accelerata» – contiene l’imbroglio ed il succo del nuovo devastante attacco alle condizioni di vita di milioni di persone che si va preparando.

Di (contro) riforme delle pensioni ne sono state fatte diverse, da Dini in poi. Gli ultimi ritocchi sono avvenuti nelle manovre estive del precedente governo. Tutti sanno che i conti dell’Inps sono in ordine, che il Fondo lavoratori dipendenti ha un notevole attivo, che oggi in Italia l’età del pensionamento effettivo, già notevolmente superiore a quella dei lavoratori francesi, ha raggiunto quella dei tedeschi e che andrà ben oltre a legislazione attuale nei prossimi anni. Tutte realtà spesso ricordate dallo stesso presidente dell’Inps Mastrapasqua.

Ma allora perché l’ulteriore attacco ai diritti pensionistici dei lavoratori italiani? Semplice, perché i soldi che servono a garantire la finanza internazionale (Monti e soci sono stati messi lì per questo) da qualche parte andranno presi. E non c’è nessuna intenzione di colpire i ricchi, tant’è che non vi sarà alcuna patrimoniale degna di questo nome. Dunque, per l’ennesima volta, le pensioni sono sotto attacco. Ma naturalmente in nome dell’«equità».

L’imbroglio è così sfacciato che è perfino avvilente doversene occupare. Eppure, ma non deve sorprendere, esso è stato addirittura esaltato dal politicantume di centrosinistra. Se il segretario del Pd ha parlato di «intervento veramente notevole sia nel merito che nei toni», per il leader di Sel «bene la ministra che ha ridimensionato la portata del tema pensioni».

Ora, lasciando perdere le lodi sperticate di Bersani, non sappiamo dove sia il ridimensionamento ravvisato da Vendola. Quest’ultimo, con ogni probabilità, non sa neppure di cosa si sta parlando, ma deve cogliere ogni occasione per rimanere interno ai giochi di potere. Aggrapparsi ad una parola è il loro esercizio quotidiano, in modo da poter sempre aggirare le questioni. Lasciamoli perdere ed entriamo nel merito.

Sabato 26 novembre, la Repubblica, un giornale così estasiato dal «governo delle élite» da non sapersi ormai più trattenere dal manifestare la gioia di poter infilzare il popolo lavoratore al posto del buffone di Arcore, si è preso la briga di presentare ai suoi lettori il Fornero-pensiero, pubblicando ampi stralci di un suo articolo uscito pochi giorni prima della nomina a ministro.

Non sappiamo in quale percentuale il governo Monti saprà tradurre in interventi legislativi la ricetta antipopolare della professoressa, ma sta di fatto che tutti i giornali discutono dei prossimi interventi governativi a partire dalle idee della Fornero. Idee devastanti, della cui gravità ancora non ci si rende conto.

La «soluzione finale»
Come ovvio (ci mancherebbe!), la ministra giudica positivamente tutti i tagli fin qui effettuati, ma li considera insufficienti, uno «spezzatino» a cui dare ordine con una sorta di «soluzione finale». Per costei ci sono ancora troppi privilegi. Già, ma quali? I privilegiati sarebbero coloro che ancora godono dei benefici del sistema retributivo. Più esattamente, come l’autrice precisa, si tratta dei «”salvati” oggi ancora attivi nel mercato del lavoro, ossia i lavoratori nati tra il 1950 e il 1962».

Il caso vuole che si tratti proprio della stessa generazione protagonista delle lotte degli anni settanta. Che si consumi in questo modo un’ennesima vendetta di classe? Quel che è certo è che si tratta di una fascia di lavoratori che ha già pagato abbondantemente le controriforme degli ultimi anni, come dimostreremo più avanti.

Ora lasciamo parlare la Fornero, che se non altro ha il pregio della chiarezza:
«Si tratterebbe di applicare, a partire dal 2012, il metodo contributivo pro-rata per tutti i lavoratori, rendendo subito effettive un’età minima di pensionamento pari a sessantatré anni e una “fascia di flessibilità” che incoraggi il lavoratore a ritardare l’uscita fino ai sessantotto (settanta) anni, con un incremento di pensione che – secondo calcoli matematici, e non in base ad arbitrari criteri politici – tenga conto dei maggiori contributi versati e della maggiore età. I requisiti minimi e massimi sarebbero successivamente indicizzati alla longevità, così come già previsto dalla normativa vigente».

In poche righe ecco il cuore della proposta, riassumibile in quattro punti: contributivo per tutti, abolizione definitiva delle pensioni di anzianità, meccanismo premiale per incentivare la permanenza al lavoro, il tutto integrato dall’indicizzazione alla longevità in base alla legislazione vigente.

Vediamo brevemente le conseguenze micidiali di questi quattro aspetti.

Contributivo per tutti
Questa misura ci viene presentata come il massimo dell’equità. Il ragionamento è semplice: poiché il sistema retributivo è più vantaggioso di quello contributivo, azzeriamo questa differenza portando tutti al contributivo. Ora, se di equità si trattasse, logica vorrebbe che ad un peggioramento per i «privilegiati» del 1950-1962 corrispondesse un miglioramento per gli altri lavoratori. Peccato che un simile meccanismo non sia stato neppure preso in considerazione.

A questa banale osservazione ne va aggiunta un’altra, probabilmente meno evidente della prima. Bisogna sapere che la differenziazione tra queste fasce di lavoratori, decisa dalla controriforma Dini del 1995, venne motivata con il fatto che i lavoratori meno giovani – ai quali rimaneva il sistema retributivo – non avrebbero avuto il tempo di costruirsi un’adeguata pensione integrativa, possibilità che veniva riservata ai più giovani, passati fin da allora al contributivo.

Naturalmente questa divisione servì a far meglio digerire la legge Dini e quella differenziazione, accettata da Cgil-Cisl-Uil, fu una vera infamia. Ma che forse vi si ripara in questo modo? No, se si volesse un minimo di giustizia, bisognerebbe riconoscere il fallimento, peggio la truffa, delle pensioni integrative. Ma è inutile dire che di questo argomento non vi è la minima traccia nelle riflessioni forneriane.

Abolizione definitiva delle pensioni di anzianità
Questa misura è semplicemente odiosa. Essa colpisce in maniera particolare chi ha iniziato a lavorare in giovane età, ma danneggia pesantemente anche i giovani disoccupati che avranno sempre più difficoltà a trovare un’occupazione.

Quel che molti non sanno è che già oggi le pensioni di anzianità propriamente dette sono di fatto già quasi abolite del tutto. A beneficiarne, con le regole attuali, sono ormai pochi lavoratori, peraltro in diminuzione anno dopo anno. Quel che finora è rimasto è invece il diritto alla pensione dopo 40 anni di contribuzione. Quaranta anni che diventano quarantuno con la cosiddetta «finestra», ed in realtà quarantuno più un mese dal 2012, quarantuno più due mesi dal 2013, eccetera…

Cosa resterà di questo diritto che anche Attila-Dini aveva preservato? Non lo sappiamo. La Fornero non lo esplicita, ma scrive che l’età minima del pensionamento dovrà essere portata da subito a 63 anni. In realtà sulSole 24 Ore di ieri, 28 novembre, veniva avanzata l’ipotesi di lasciare il diritto alla pensione dopo i 40 anni, ma imponendo in quel caso una maxi decurtazione della pensione con l’applicazione del calcolo contributivo su tutta la vita lavorativa.

Cerchiamo di capire quanto sia aberrante l’eliminazione delle pensioni di anzianità, facendo un caso concreto. Si prenda un lavoratore nato nel 1955, con 38 anni di anzianità contributiva. Quando ha cominciato a lavorare, all’età di 18 anni, nel lontano 1973, sapeva di poter accedere alla pensione dopo 35 anni. Nel 1995 la sua vita lavorativa è stata allungata di altri 5 anni, mentre gli interventi successivi hanno aggiunto ancora un anno e tre mesi. Attualmente, se ha avuto la fortuna di lavorare in maniera continuativa, riceverebbe la sua prima pensione (cosa diversa, come abbiamo visto, dalla semplice maturazione del diritto) nel 2014, dopo 41 anni e tre mesi di lavoro effettivo.

Calcolando una pensione lorda di 25mila euro annui ed una contribuzione media all’Inps di 10mila euro annui, questo lavoratore ha già dato alle casse dello stato 156.250 euro di mancata pensione e 62.500 euro di contributi aggiuntivi, per un totale di 218.750 euro! Si noti che essendo il debito pubblico pro-capite pari a circa 33mila euro, questo «privilegiato», per la Fornero un inqualificabile percettore di «regali» (leggere per credere), ha già pagato quasi sette volte la sua quota parte di debito. Ma evidentemente non basta.

Ed infatti la neo-ministra vuole spostargli la data del pensionamento dai 59 ai 63 anni come minimo. A questo punto il lavoratore del nostro esempio – sono centinaia di migliaia le persone in questa situazione – arriverebbe a lavorare 45 anni e passa, ottenendo oltretutto una pensione più bassa a causa del passaggio pro-quota dal 2012 al contributivo.

Meccanismo premiale e indicizzazione alla longevità
La Fornero non è donna da porsi dei limiti. Ed infatti non appena raggiunti i 63 anni mira ai 68, guardando ai 70. Ma perché fermarsi a questa soglia psicologica? In fondo non viviamo in quel Paese in cui l’ex  primo ministro, da poco defenestrato, dichiarava di puntare ad allungare la vita fino a 120 anni? Ed allora vai con i «premi» a chi ritarda il pensionamento.

Premi che sono un insulto a tanti lavoratori, premi che negano qualsiasi principio di equità. Già oggi alcune categorie – queste sì privilegiate – possono ritardare il momento del pensionamento. Lo possono fare grazie ad un lavoro assai poco usurante. Ma se questa è la condizione di magistrati e docenti universitari, che dire degli operai di fabbrica, dei muratori, di chi comunque deve sgobbare per 8 e più ore al giorno?

Signora «equità» la faccia finita. E la facciano finita i pagliacci che la applaudono. Vedrà che i lavoratori che pagheranno per le «sue idee» applaudiranno di meno.

Ma i premi da soli potrebbero non bastare, ed ecco allora la provvidenziale indicizzazione all’aspettativa di vita, un lascito del vecchio governo ben accetto dal nuovo. La signora «equità», questa imbrogliona di turno, arriverebbe così alla sua soluzione finale.

Ma siccome sull’«equità» questo governo non scherza, e tanti allocchi dell’antiberlusconismo formato Scalfari magari ci credono davvero, è arrivata sui giornali di ieri la ciliegina sulla torta pensionistica. Dato che l’obiettivo è fare cassa, di cosa discute il governo degli «equi»? Niente meno che del blocco degli aumenti delle pensioni. Per arraffare i miliardi che non si vogliono prendere a lorsignori, cosa c’è di meglio che gettarsi sulle già misere pensioni di milioni di persone?

E che dire della brillante idea di finanziare la riduzione delle tasse per le aziende con un nuovo aumento dell’IVA? Equità, gente, equità!, che gli italiani sono dei gonzi. Almeno fin che dura.

Fonte: Campo Antimperialista 29 Novembre 2011

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