di Fulvio Grimaldi


Buona parte dell’ignoranza può essere sconfitta. Se non sappiamo, è perché non vogliamosapere.(Aldous Huxley)


Ogni volta che vi trovate dalla parte della maggioranza, è tempo di fermarsi e riflettere (Mark Twain)

Quando troppa gente è d’accordo con me, senti che mi sto sbagliando (Oscar Wilde)

Lo scopo della vita non è di stare dalla parte della maggioranza, ma di evitare di trovarsi tra le fila degli insani (Marc’Aurelio)
C’è qualcosa di divertente nell’attuale momento della guerra planetaria tra l’imperialismo economico o bellico e i popoli che vi resistono o gli si rivoltano contro.
In occasione delle elezioni presidenziali in Iran, tamburini, pifferai e trombettieri dei diritti umani e della democrazia, pionieri della conquista imperiale sul modello dei missionari cristiani di ieri (e pure di oggi), sciacquettando tra i denti saliva di anticipazione, si aspettavano un replay della cosiddetta “rivoluzione verde” del 2009. “Rivoluzione” filoccidentale che tanto entusiasmo suscitò dall’estrema destra all’estrema sinistrata, quando da fighetti e riccastri di Tehran, con il supporto delle solite agenzie Usa, fu scatenata contro la vittoria (con 11 milioni di vantaggio!) di Ahmadinejad. “L’onda verde”, pur supportata dalla truffa di una Neda Soltan, “militante verde uccisa da un cecchino dei basiji”, che si è scoperto dai fotogrammi essersi buttata da sola del sangue in faccia e poi rispuntata a nuova vita in Germania, si spense rapidamente quando i 40mila osservatori del voto, tratti da tutti i partiti, non riuscirono a produrre una sola prova di brogli. Il remake non c’è stato, non s’è mossa foglia di contestazione, anzi, gli iraniani, lontani da qualsiasi nostro disgusto per la politica, col 73%, hanno votato più che in tutte le elezioni precedenti e più di qualsiasi paese della del Sud del mondo e di moltissimi del Nord. Pur vincendo per appena 261.251 voti, praticamente con il 50% + 1, Hassan Rohani, definito un “moderato”, non è stato contestato da nessuno. Analoga partecipazione hanno visto le simultanee elezioni amministrative, nelle quali 800mila candidati si sono battuti per 200mila seggi e che hanno visto prevalere i candidati vicini a Ahmadinejad.
Dove si insorge contro il regime e dove no
Dunque niente rivolta contro la “dittatura teocratica degli oppressori oscurantisti con turbante”. Rivolta, e come, invece, in due importanti e luminosi pianeti della costellazione democratica neoliberista occidentale. Uno caro agli uni, per la sua perfetta sintonia con il mercato feudal-capitalista in salsa di “Islam dal volto umano”, come per la funzione di sicario Nato per la liquidazione di resistenze antimperialiste nella regione; l’altro caro agli altri, per la sua rassicurante dimostrazione che centro(finto)sinistra e turbocapitalismo, diseguaglianze economiche abissali e PIL alle stelle, grandissime opere e miserrime catapecchie e scuole, demagogia populista e corruzione globale, sterminio di foreste e indigeni e protagonismo geopolitico, possono coabitare alla meraviglia. Turchia e Brasile, campioni dello sviluppo alla Chicago Boys cui tutti noi ambiamo,  con la differenza, però, che la prima è sicario Nato e il secondo se la gioca con i BRIICS, buttati per aria, non dalla mitica classe operaia (da noi castrata da partiti e sindacati, ma che lì, almeno, si accoda), ma dal vituperato ceto medio proletarizzato, studenti, precari, professionisti dell’intelletto e delle nuove tecnologie, acculturati, donne. Quel 99% che l’1% deve a tutti i costi uccidere.
Dall’altra parte, invece, si vede l’Iran dei presunti orrori repressivi, della dittatura teocratica repressiva e intollerante, confortato nelle sue istituzioni e nel suo ruolo nel mondo dall’adesione convinta e pacifica della stragrande maggioranza dei suoi diversi popoli. Non c’è ironia?
La vittoria di misura del “moderato” Rohani su ben cinque candidati del campo definito “conservatore”, ha lasciato perplessa e ammutolita tutta la cagnara politico-mediatica che non aspettava altro che l’arrivo di un altro Ahmadinejad, un altro “radicale”, per poter irrobustire sanzioni trentennali, già genocide, e confortare i signori dei manicomi criminali di Tel Aviv e di Washington nel loro intento diregime change in Iran, o con le buone o con le cattive. Le “buone”, quelle dei tumulti “verdi”, affidate a un’élite economica che sogna il libero mercato e rimpiange ancora i privilegi goduti sotto la dittatura dello Shah, garantiti da una ferocia repressiva nei confronti del popolo che fanno impallidire qualsiasi dittatore dello stesso secolo; le cattive, per ora affidate agli attentati stragisti della setta terrorista dei Mujahedin e-Khalk, mercenari della Cia e del Mossad, e ai separatisti curdi e beluci, ma che, alla bisogna, diventeranno cattivissime quando si cercherà di rompere l’unità Stato-popolo, oltreché con la fame, con la guerra totale, eventualmente atomica. Non sono tollerabili ostacoli come Siria, Hezbollah, Iran, ma ora anche l’Iraq a regime scita, nel processo di riordino coloniale del Medioriente e nella marcia di avvicinamento a Russia e Cina.


Orientalismi
L’orientalismo” occidente-centrico, così bene disvelato da Edward Said, la supponenza razzista e la spropositata ignoranza degli analisti, cronisti e commentatori della nostra parte del mondo, semplifica la dialettica politica in Iran con le categorie “moderati”, “riformisti”, “conservatori”, “radicali”. Stavolta di riformisti, presunti filoccidentali, non ce n’era neanche uno. Sono bastati i flop, nel 2009, dei vari Mussavi e Karrubi. Colui che veniva accostato ad Ahmadinejad come “radicale”, non è stato ammesso alla competizione dal Consiglio dei Guardiani (Corte costituzionale). Mancava, tra gli altri, il requisito di una precedente esperienza amministrativa. I sei candidati residui, c’erano il “moderato” Rohani, vincitore al primo turno, e cinque candidati del campo “conservatore”, perdente perché afflitto da divisioni accentuatesi da un’infuocata campagna elettorale e nel corso degli otto accesi dibattiti televisivi.
“Moderato”, secondo questo abbecedario da asilo nido, starebbe per quasi laico, aperto all’Occidente, disponibile alla rinuncia nucleare, favorevole al mercato inteso come lo intende Goldman Sachs. “Riformista”, tutto questo ma in misura più determinata, anche per una ristrutturazione costituzionale e un “superamento” dei vincoli etico-religiosi ai costumi. “Conservatore” sarebbe colui che è incondizionatamente e immutabilmente prono al verbo di un clero definito integralista, ostinato nella difesa del nucleare come nell’opposizione preconcetta all’Occidente democratico, insensibile ai diritti civili e delle donne, cultore dello Stato autoritario. “Radicale” è il diavolo, colui che dalla faccia della Terra vuole eliminare sia il “Grande Satana”, sia Israele, sia ogni visibilità e ruolo sociale delle donne, un repressore dei costumi e delle idee, un censore spietato, un repressore feroce, un nemico dei valori occidentali, un fautore della bomba atomica e del terrorismo internazionale. In una parola, Ahmadinejad.
Ciò che scientemente, o per la menzionata abissale ignoranza, si cerca di occultare con queste categorizzazioni inchiavardate sul pregiudizio occidentale, è la natura vera della vivacissima dialettica politica e sociale che, fin da prima di Khomeini, caratterizza questo popolo antichissimo, giovanissimo, civile e colto. Indubbiamente esistono divergenze sulla maggiore o minore accentuazione confessionale o laica di istituzioni e costumi, magari anche su toni e modi nei rapporti con i governi occidentali che da tre decenni conducono una guerra di bassa intensità contro l’Iran, colpevole di sovranità, progresso sociale e tecnologico e indipendenza. Ma che l’elemento fondante delle differenze sia la messa in discussione o meno della sovranità nazionale, dell’unità di confessioni ed etnie, del principio religioso unito a quello statale (eredità conservata senza soluzione di continuità da Ciro il Grande a oggi, salvo la forzata “occidentalizzazione” dello Shah messo sul trono dalla Cia), dei diritti nazionali al nucleare civile e allo sviluppo sociale e tecnologico fuori dalla morsa letale della globalizzazione neoliberista, delle alleanze e delle linee autonome geopolitiche e geostrategiche, questo non vale per nessuna delle categorie politiche come classificate in Occidente.
Come in ogni più remoto recesso dell’umanità, la dialettica, qui declinata non in termini di conflitto sull’assetto costituzionale, ma di partecipazione popolare e di democrazia, è di classe. E se nell’ordinamento interno si possono registrare asperità e rigori che ai nostri sfegatatati dirittoumanisti risultano inaccettabili (nei paesi che si sottraggono al Nuovo Ordine Mondiale, molto di meno nei loro, vedi alla voce “orientalismo”), vi sono ampie ragioni per attribuirlo al costante, spietato assedio, condotto con sanzioni, destabilizzazioni, terrorismi surrogati, demonizzazioni mediatiche, che l’imperialismo infligge da trent’anni a un paese renitente alla nuova colonizzazione. La questione vera, quella appunto di classe, si articola  attraverso rappresentanti dei diversi interessi economici e sociali. Chi, i cosiddetti “riformisti”, si identifica con le ambizioni di egemonia economico-politica dei ceti più ricchi, ansiosi di partecipare al banchetto assicurato dal trionfo del mercato; chi, i “moderati”, si fa alfiere delle richieste delle categorie impegnate nel commercio e nell’industrializzazione; e chi dà la precedenza alle rivendicazioni dei ceti popolari, urbani e rurali, operai, lavoratori dell’intelletto,giovani colpiti dalla disoccupazione, vittime prime dell’assalto occidentale e delle relative sanzioni.
Va sottolineato e onorato, in questo contesto, dopo le presidenze di chierici detti “moderati” e perciò meno avversati in Occidente, come Rafsanjani (detto lo “Squalo” e i cui famigliari si sono trovati coinvolti in procedimenti per corruzione) e Khatami, che i due mandati di Mahmud Ahmadinejad  hanno visto, dai tempi di Khomeni, la più corposa e rapida ascesa al benessere dei ceti meno abbienti. Tra i dati, riconosciuti dalle agenzie ONU, la riduzione della povertà da un iniziale 52 al 18%, l’impetuosa avanzata delle donne che oggi, con il 67% dei laureati, rappresentano la componente più dinamica nelle professioni, nelle scienze, nella tecnologia, nel parlamento, un progresso industriale, tecnologico, infrastrutturale, senza confronti nei paesi in via di sviluppo, fin nei settori più avanzati come l’aerospaziale, le nanotecnologie, il nucleare civile, la ricerca medica e farmacologica, la sovranità alimentare.
Sempre nel corso di quei due mandati, caratterizzati dall’irrompere sulla scenda di una popolazione per il 70% sotto i trent’anni, l’Iran ha vissuto una vera e propria esplosione nelle lettere e nelle arti, simboleggiata in particolare da quel cinema che nei maggiori festival del mondo ha raccolto i premi più ambiti. Per Ahmadinejad è stata questa la base per la sua politica della fermezza nei confronti delle pressioni e dei ricatti occidentali e per quelle alleanze strategiche antimperialiste, in difesa dei popoli aggrediti, come la Siria, che hanno assicurato a Tehran il sostegno dei 120 paesi non allineati e la forte amicizia con i paesi latinoamericani, a partire dal Venezuela di Hugo Chavez. Memorabile il pianto e il pugno chiuso con cui il presidente iraniano ha salutato la bara del suo “fratello” rivoluzionario a Caracas. Come anche il suo abbraccio alla madre e alla figlia del presidente venezuelano, in violazione del dettame islamico che non gradisce contatti fisici tra uomo e donna in pubblico. Personalmente e per quanto è a mia conoscenza, considero Mahmud Ahmadinejad il migliore rappresentante del suo popolo alla presidenza dell’Iran. E gli dedico l’inadeguato lavoro filmico, “Target Iran”, con cui ho cercato di dare a quel popolo un po’ della voce che gli viene negata dalle nostre pluralistiche democrazie.

“L’onesto giornalista Robert Fisk”, caro ai grulli
A proposito di Ahmadinejad e di giornalisti (di cui, tra l’altro, Grillo ha disegnato sul suo blog un ritratto ineccepibile), c’è stato qualcuno che si è accigliato per avere io espresso forti riserve su tale Robert Fisk, “prestigioso” giornalista liberaldemocratico, dirittoumanista, del quotidiano imperiale britannico “Independent”, esperto di cose mediorientali, fustigatore delle barbarie israeliane sui palestinesi. Fisk lo incrocio da 40 anni, in Palestina, Iraq, Siria, Libano, ovunque. E’ la prova provata di come il giornalismo che mescola il bianco (ovvio e banale per chi non crede alle panzane Cia-Mossad) con il nero delle falsità che, invece, quelle panzane le avallano e rafforzano, sia più nefasto dell’informazione chiaramente schierata con padroni autoctoni o alloctoni. Guardate qua: su “Il Fatto Quotidiano”, il 15/6/2013, Fisk ha aggiunto le sue alle sciagurate veline imperiali che, in materia di esteri, imbrattano un giornale altrimenti pregevole.
In un’articolessa tutta articolata sui triti stereotipi della propaganda USraeliana  che l’Occidente prende a pretesto per una trentennale guerra di sanzioni, pressioni, minacce, sovversioni, così rigurgita il “prestigioso giornalista indipendente” su Ahmadinejad: “Il ghigno sinistro, gli occhi luciferini, la barbetta da conquistatore spagnolo, il presidente tiranno… dall’irriducibile e sconfinata stoltezza… razzista… non conosceva la differenza tra fisica nucleare ed energia elettrica…personaggio da odiare rivaleggiando con Gheddafi e altri tiranelli del Medioriente… noi lo odiavamo… torture, violenze, brutalità, i morti scatenati nel 2009…il suo spaventoso cinismo… il Consiglio dei Guardiani un organismo che non è stato eletto da nessuno (falso: viene per metà eletto dal parlamento e per metà nominato dal Capo dello Stato)…le elezioni non sono libere…” Se questo vi sembra giornalismo, continuate a pensare che Robert Fisk sia un bravo e libero giornalista.
Chi è Hassan Rohani
Ha prevalso di misura sulla coalizione dei cosiddetti “conservatori”: Jalili, capo negoziatore sul nucleare, Qalibaf, popolare sindaco che ha risolto il problema del traffico e dei senzatetto a Tehran, Rezaei, già comandante dei Pasdaran, Velayati, già ministro degli esteri, Gharazi, già ministro del petrolio, Hadda Adel, deputato del Majlis, collaboratore di Khamenei. Dai media e governi occidentali, rispettivamente responsabili e sostenitori delle più feroci sanzioni contro i 75 milioni di donne e uomini iraniani, è stato accolto con un benevolo sorriso in quanto “moderato”, cioè suscettibile di piegarsi alla trentennale aggressione che gli irriducibili del colonialismo e del dominio totalitario mondiale conducono contro il suo paese. Quell’espressione dei media, da jena ridens, intendeva significare il beneficio del dubbio, tanto per non far saper in giro, alla gente, che, moderato o riformista, conservatore o radicale, ogni dirigente iraniano è comunque esponente di una nazione da distruggere. La questione nucleare, sulla quale Rohani terrà duro, magari con più apparente disponibilità al dialogo del suo predecessore, è solo ciò che in artiglieria è chiamato “falso scopo”:il bersaglio apparente che nasconde quello effettivo, non visibile.
L’unico che, come al solito, ha pisciato fuori dal vaso delle rituali ipocrisie diplomatiche è stato il pazzo di Tel Aviv, che ha subito intimato di non dare nessuna credibilità a un’eventuale svolta del regime, dato che tutti gli iraniani non hanno nient’altro in testa che la distruzione dell’Occidente a partire da Israele (a proposito del quale va ricordata la bufala secondo cui Ahmadinejad avrebbe invocato l’eliminazione di Israele dalla mappa geografica. Traduzione falsa e bugiarda: aveva auspicato la rimozione della giunta militare sionista, cosa del tutto condivisibile, anche perché quel regime da decenni perpetra azioni terroristiche in Iran, come nel resto del mondo). Obama, a sua volta, facendosi come sempre sicario della mosca cocchiera israeliana, ha salutato l’elezione decretando un nuovo giro di sanzioni, stavolta contro la valuta iraniana, tale da rendere impraticabili gli scambi finanziari di Tehran con l’estero. Il sottopancia, Joe Biden, ha aggiunto di suo la giaculatoria perenne: “Il risultato delle sanzioni deve essere un cambio di regime”. E tutti hanno masticato amaro per non aver potuto stavolta, dopo il tonfo del 2009, scatenare l’ordalìa degli utili idioti e amici del giaguaro quando schiamazzavano per le vie di Tehran al grido – dettato da lontane fonti internet – “dove’è il mio voto?” Così Rohani ha avuto l’evanescente beneficio del buon viso a cattivo gioco.

Hassan Rohani, nella sua prima dichiarazione, ha intimato agli Usa di smetterla con le ingerenze in Iran, si è schierato dalla parte del governo di Assad in Siria e ha confermato che l’Iran non rinuncerà affatto all’arricchimento dell’uranio (al 20%, necessario per gli isotopi medici, insufficiente per l’arma nucleare). Il mullah, detto dall’Occidente razzista “dal volto umano”, non è mai stato ciò che dalla fetida unanimità del leviatano bipartisan destra-“sinistra” risulta, se non gradito (nulla lo è in Iran), almeno tollerabile: un “riformista”. Di trionfo dei “riformisti” strillano con grandi titoli qusti unanimisti “destra-“sinistra” dell’Impero, dal Corriere al Fatto e al manifesto. Resta guardingo La Repubblica, del correligionario di Netaniahu, De Benedetti, visto che, tanto, “in Iran decide Khamenei”. Insieme a Larijani, presidente del parlamento, Hassan Rohani è stato l’unico rappresentante del Capo di Stato Khamenei presso il Supremo Consiglio di Sicurezza dello Stato, di cui è stato anche il segretario. Sempre da Khamenei, un “durissimo” nel caleidoscopio dell’Occidente, è stato nominato nel Consiglio degli Esperti, chiamato a risolvere conflitti istituzionali. E’ membro del partito “Unione dei religiosi combattenti”, fondato dallo stesso Khamenei, che è il diretto antagonista del “riformista” partito “Lega dei religiosi militanti”. E’ stato capo negoziatore nucleare, fermo sul principio del diritto al nucleare civile  garantito dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, firmato dall’Iran, ma non da Israele, e aperto a tutte le ispezioni dell’AIEA, apertura ribadita anche da Ahmadinejad. Ha sospeso l’arricchimento dell’uranio per qualche tempo, ma l’ha ripreso di fronte all’assoluta indisponibilità dell’Occidente di neanche alleviare le sanzioni.
Un Iran come quello dello Shah
Il più brutale dittatore della storia del Novecento, insediato dalla Cia con il colpo di Stato contro la repubblica Democratica di Mossadegh nel 1953, è il vero sogno del regime change “democratico e laico” perseguito da Usa, Israele e dai loro sicofanti europei al fine di imporre all’Iran il ruolo di colonia da spolpare e di fiancheggiatore nell’aggressione ai grandi concorrenti Russai e Cina. L’Iran non fa paura perché arricchisce l’uranio per trarne energia con cui sostituire un petrolio che fra cent’anni sarà esaurito. Fa paura perché è una nazione orgogliosa, compatta, determinata che costituisce un esempio di autodeterminazione e di resistenza nella catena di paesi che si rifiutano al dominio mondiale del blocco imperialista neoliberista, orientato verso la soppressione di ogni diritto internazionale, umano, civile e allo sfruttamento di risorse e genti fino al limite della sopravvivenza umana e oltre. Fa paura perché ha sconfitto il sottosviluppo delle monoculture necessarie alla subordinazione economica, politica e militare del capitalismo occidentale, avanzando a grandi passi sulla via dell’evoluzione e dell’autosufficienza alimentare, tecnologica e scientifica.
Le sanzioni che hanno ridotto del 70% il potenziale economico iraniano, provocato un’inflazone a due cifre, privato di medicinali milioni di affetti da malattie endemiche come l’emofilia, il cancro, la talassemia; la riduzione degli scambi (peraltro compensati dalla crescita dei rapporti con Cina, India, Latinoamerica); la guerra a bassa intensità condotta con il terrorismo di mercenari interni guidati da Cia e Mossad e con l’invasione manovrata della droga afghana sotto controllo Usa, mirata a minare la salute e la coesione della società; l’intimidazione attraverso la minaccia costante di un attacco anche nucleare; la satanizzazione dei dirigenti, definiti tiranni retrogradi di uno Stato Canaglia, guida dell’Asse del Male che minaccia l’umanità, sono le armi con cui i paladini dei diritti umani, della nonviolenza e della democrazia, tentano di compiere l’ennesimo nazionicidio. Una guerra che va in parallelo con quella che le stesse centrali dei crimini contro l’umanità conducono contro di noi, nella metropoli imperiale. Vogliamo lasciare l’Iran, la Siria, gli insorti di Turchia, Brasile, Cile, Mediterraneo, da soli a combattere per noi?

Quanto ho cercato di raccontarvi in questo inadeguato pezzo, l’avreste potuto conoscere molto meglio, sapendo l’inglese s’intende, ascoltando e vedendo il canale satellitare all news iraniano “PressTV”. Ma non potete. Fa parte della democrazia che noi pratichiamo la soppressione della voce dell’altro. Le compagnie monopolistiche TLC occidentali hanno eliminato il segnale di PressTV dai satelliti. Per ora. Quello della tv di Stato serba, irachena, libica e siriana lo hanno tolto di mezzo riducendone in briciole l’emittente, con i giornalisti e tecnici dentro. Io c’ero.
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Voci dalle necropoli. Che stonano.
Cito.
Il movimento operaio e sindacale è il bersaglio principale degli attacchi del capitale…La classe operaia è all’avanguardia in questa battaglia ed ampi settori delle masse lavoratrici, delle città e della campagna, si
ritrovano assieme nelle piazze, nelle manifestazioni… Alla tradizionale demagogia dell’estrema destra xenofoba e razzista, si aggiunge oggi una pericolosa demagogia populista che mescola propositi “sociali” a un forsennato nazionalismo…
Messaggio di solidarietà
I Partiti e le Organizzazioni Marxisti-Leninisti d’Europa esprimono solidarietà a Mery Zamora, vicedirettrice nazionale del Movimento Popolare Democratico (MPD) dell’Ecuador ed ex presidentessa dell’Unione Nazionale degli Insegnati (UNE), condannata ad otto anni di carcere per “sabotaggio e terrorismo”. Il giudizio celebrato su richiesta del governo del signor Correa, è stato un vero e proprio giudizio farsa, senza garanzie costituzionali, né rispetto dei diritti umani. Nessuna prova giustifica questa brutale condanna. Il governo del signor Correa ha bisogno di colpire i militanti di sinistra che rivendicano misure sociali a favore dei popoli, e non hanno paura di denunciare gli arbitri del governo ecuadoriano; ha bisogno di zittire le voci critiche (Comunicato della riunione di Partiti ed Organizzazioni Marxisti-Leninisti d’Europa)
La mia risposta a Piattaforma Comunista
Cari Compagni, io mi addentrerei un po’ di più nella politica latinoamericana, prima di fornire una controproducente solidarietà a tale Mery Zamora, capo di un partitino di infiltrati a sinistra, complice attiva
del colpo di stato poliziesco contro il presidente dell’Ecuador Correa (2010), istigato, su ordine Usa, dall’ex-dittatore reazionario fantoccio Usa Lucio Gutierrez e condannato da Hugo Chavez e da tutti i leader
antimperialisti latinoamericani.  Tra le tante prove basterebbe il fatto che la dirigente del sindacato insegnanti ha incitato gli studenti a partecipare al colpo di Stato di
un piccolo gruppo di poliziotti che motivavano il golpe con la cancellazione
di alcuni indebiti privilegi, concessi alla polizia, per tenersela buona, da precedenti regimi filoimperialisti e neoliberisti. Andatevi a vedere quale stampa sostiene la Zamora in Ecuador!
Quindi, occhio, si prendono delle brutte cantonate. Al posto vostro avrei celebrato, insieme alle masse in marcia latinoamericane, la recente rielezione di Rafael Correa a presidente della Repubblica.
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