Interessante questo documento relativo alla selvaggia e infame aggressione a Gheddafi. Tuttavia, mi permetto di sollevare una piccola obiezione. Bisogna guardare meno alle motivazioni economiche e assai di più a quelle politiche Certamente, le prime vanno sempre prese in considerazioni, ma soprattutto in funzione di una più ampia visione relativa alla conquista e mantenimento delle cosiddette “sfere d’influenza”. Senza la capacità di conservare queste, si guasta pure il predominio nei mercati e si indeboliscono le industrie e settori produttivi che riforniscono questi ultimi. La Francia di Sarkozy (e non diversamente agisce quella odierna) ha senz’altro approfittato delle esigenze Usa in merito al predominio mondiale per conseguire alcuni suoi interessi assai più limitati, ma per essa rilevanti; quelli indicati correttamente, a mio avviso, nel documento inserito all’inizio. Gli Stati Uniti hanno permesso l’aggressione alla Libia, e probabilmente fornito informazioni sulle intenzioni di Gheddafi, dando poi un “aiutino” militare per null’affatto solo complementare, pur se si è lasciato l’intervento diretto e le azioni più nefaste ai sicari francesi e inglesi.

L’azione in Libia e le altre (Tunisia, Egitto) in nord Africa non vanno disgiunte da quelle in Irak, in Siria (nelle zone dove adesso, proprio come in Libia, si combatte l’Isis, creatura degli americani e di altri loro sicari); e tutte vanno collegate perfino all’Ucraina, alle provocazioni Nato in atto e a quelle progettate per il 2018 (con partecipazione degli italiani, servi così servi da essere stati sfavoriti rispetto ai francesi, restando sempre proni al volere del padrone). A cosa serve tutto questo agire americano? Come mai si sono liquidati perfino regimi (tipo quelli di Mubarak e Ben Alì) del tutto schierati con l’occidente (cioè con gli Usa), sollevando le false rivolte popolari della “primavera araba”? Appoggiata, non scordiamolo mai, dalle forze dette di “sinistra”, anche da quelle che blaterano ancora di antimperialismo, le più infami di tutte.

Adesso si comincia a capirlo meglio. Indubbiamente, gli Stati Uniti hanno dato spazio ad alcuni interessi dei paesi subordinati della loro principale sfera d’influenza: l’Europa, conquistata interamente con il crollo dell’Urss. L’importante è non perdere il controllo, anche (e soprattutto) militare, di un’area di rilevanza primaria, malgrado tutte le devianti menzogne sul principale interesse americano per l’Asia. Nemmeno l’America Latina (assai più vicina e di facile manovrabilità ormai) ha l’importanza dell’Europa. Malgrado la Dc (e la Merkel), la Germania è forse meno “tranquilla” di quanto appare a noi, così disinformati come siamo. Forse gli Stati Uniti hanno preoccupazioni in quella direzione; e potrebbero avvertire alcuni pericoli pure in Francia. In ogni caso, stanno attuando una politica tesa ad impedire ogni avvicinamento tra alcuni importanti paesi europei e la Russia; sperando magari che ciò metta in crisi quest’ultima, favorendo qualche sommovimento, magari l’arrivo di un altro “Gorbaciov” capace di annientarla nuovamente.

Pian piano, non è escluso che si comincino a capire meglio i giochi statunitensi. E credo che sarebbero diversi, ma non con differente obiettivo di fondo, se vincesse Trump invece della Clinton. Non penso venga abbandonata l’Europa e si lasci libero corso ad un eventuale asse Mosca-Berlino. Si rafforzerebbero le “truppe d’occupazione” di terra; si lascerebbero in sordina le operazioni diversive e “caotiche” miranti a mettere sulla difensiva la Russia, a far aumentare le sue attenzioni guardandosi un po’ dappertutto intorno, a cercare di provocare qualche sua crisi interna “gorbacioviana”, ecc. E’ ovvio che Putin preferisca in ogni caso Trump; fa spendere di meno, e non solo in risorse, ma in preoccupazioni, in contrasti più accesi di Intelligence, in necessità di guardarsi meglio all’interno. E potrebbe essere più prudente ad oriente, senza avvicinarsi troppo alla Cina di cui non penso si fidi ciecamente. Staremo comunque a vedere; il gioco è sempre più contorto, e dunque stuzzicante proprio perché meno comprensibile.

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