Negli ultimi mesi la rete di relazioni della trimurti si sta espandendo come una supernova, tanto che la supremazia della vecchia “ditta” (così veniva chiamato il sodalizio tra Gianni Letta e Luigi Bisignani, che ha patteggiato un anno e sette mesi per associazione a delinquere nell’ambito dell’inchiesta sulla P4) è ormai un lontano ricordo: la rottamazione della coppia che ha amministrato la cosa pubblica durante il regno di Silvio Berlusconi è (quasi) terminata. Così da febbraio lobbisti, consulenti d’azienda e battitori liberi si affannano per salire sul carro giusto. Telefonate, appuntamenti nei bar del centro storico di Roma, pressioni sui parlamentari di riferimento: entrare fin d’ora nelle grazie dei decisori è fondamentale, visto che chi resta fuori dai giochi mette a rischio non solo gli interessi della sua azienda, ma anche potere personale e lo stipendio.

GLI UOMINI NERI
Nella vulgata comune il lobbista è ancora sinonimo di intrallazzo. L’iconografia lo dipinge come un maneggione in blazer, come l’uomo nero che smista mazzette per velocizzare una pratica o spingere un emendamento. La cronaca giudiziaria non ha migliorato la loro “reputation”: la seconda Tangentopoli, la P4, gli scandali che stanno martoriando l’Eni e la Finmeccanica, i traffichini alla Valter Lavitola, le tangenti del Mose, tutto ha contribuito a rilanciare l’assioma “lobbista uguale faccendiere”. Un luogo comune che danneggia i professionisti degli affari istituzionali, che spesso e volentieri non solo difendono interessi legittimi (come fanno associazioni di categoria e sindacati), ma servirebbero al legislatore per avere dati e informazioni corrette su business cruciali. Non è un caso che la categoria, a Washington come a Bruxelles, sia da lustri rispettata e regolamentata.

L’Italia, anche in questo campo, è molto indietro. Sia per colpa del Parlamento, che da trent’anni annuncia una legge sulla trasparenza delle lobby che non ha mai visto la luce, sia perché i protagonisti della persuasione si comportano spesso come trent’anni fa, quando il costruttore Gaetano Caltagironerivolgeva all’andreottiano Franco Evangelisti l’immortale «A Frà, che te serve?». Non è un caso che il dossieraggio per fregare i colleghi resta pratica assai diffusa, così come l’opacità nei rapporti con la politica e la “black propaganda” attraverso cui si tenta di distruggere l’immagine di un concorrente grazie a giornalisti ingenui o compiacenti.

I protagonisti della nuova leva renziana non sono stati coinvolti in indagini giudiziarie. Almeno nel penale. Partiamo da Carrai. Che insieme a Lotti, Bianchi e al ministro Maria Elena Boschi è nel ristretto board della Fondazione Open, cuore e cassa del meeting della Leopolda (vedi articolo a pagina 36). Nonostante le voci lo diano in uscita dal “giglio magico”, per il premier resta un punto di riferimento imprescindibile. Più riflessivo di Lotti, timido e mingherlino, rampollo di una famiglia di costruttori molto cattolica, nel 2009 ha deciso di lasciare la politica attiva diventando imprenditore. L’apparenza inganna, perché Carrai nel tempo libero continua a raccoglie fondi per le campagne elettorali del premier e tesse relazioni a tutto campo. Non solo con ambasciatori e politici americani e israeliani, come è noto, ma con tutti i banchieri del Paese: daFabrizio Palenzona a Lorenzo Bini Smaghi, è a lui che i finanzieri devono fare riferimento.

Se Bisignani girava per Roma in un taxi che aveva affittato in regime di monopolio, Carrai va agli appuntamenti fiorentini a bordo di una vecchia Fiat Punto verde. Ufficialmete non ha incarichi di governo

ma ogni volta che scende a Roma ha l’agenda piena zeppa nemmeno fosse titolare di un dicastero. Si appoggia a un ufficio di Franco Bernabè (ex ad di Telecom) di cui è socio in una società di consulenza, ma preferisce incontrare lobbisti e politici in luoghi pubblici. «Prima andava spesso da “Tullio”, ma dopo la vicenda delle microspie scoperte sotto i tavoli di “Assunta Madre” preferisce le hall degli alberghi del centro, come l’Exedra a piazza della Repubblica», racconta chi lo conosce bene. «Carrai è l’anello di congiunzione tra Renzi e i poteri forti: persino i manager di Monte dei Paschi di Siena e Unipol, da sempre legati alla vecchia guardia dalemiana, ora vanno a baciare la pantofola di Marco».PICCOLI LETTA CRESCONO

Molti lobbisti della rete che sta mettendo in piedi il giovane Marco li ha invitati al suo matrimonio: a festeggiare lui e la consorte Francesca Campana Comparini c’erano anche alcuni emergenti, comeFilippo Maria Grasso, Pasquale Salzano e la “lobbista del papa” Francesca Chaouqui. Tutti in carriera, e determinati a farne ancora di più: se Grasso, 35 anni, è da tempo nel cerchio magico di Tronchetti Provera in Pirelli, legatissimo a Pippo Corigliano dell’Opus Dei e pizzicato nelle intercettazioni della P4 per aver messo in contatto l’ex ministro Stefania Prestigiacomo e Luigi Bisignani (Grasso vanta relazioni internazionali di alto livello in paesi cruciali come Russia, Brasile e Turchia, nonché stretti rapporti con le forze di polizia), Pasquale Salzano, classe 1973, è il napoletano che ha preso da poco la guida delle relazioni istituzionali all’Eni, al posto di Leonardo Bellodi.

Scelto direttamente dal nuovo numero uno del colosso petrolifero Claudio Descalzi, Salzano è un diplomatico, ha lavorato con Romano Prodi e ha già capito che il suo sarà un compito difficile: a poche settimane dalla promozione il suo capo è stato subito indagato per corruzione internazionale dalla procura di Milano. Con il governo, però, per ora Salzano parla poco: Renzi e Descalzi si scrivono sms ogni due giorni, scavalcando ogni possibile intermediazione.

Al matrimonio di Carrai anche una delle facilitatrici più ambiziose del momento, la Chaouqui. Figlia di un egiziano che se n’è andato di casa quando era ancora bambina e di una insegnante calabrese di San Sosti, s’è trasferita qualche anno fa nella Capitale in una topaia di 15 metri quadri sopra un garage. Ha fatto la babysitter per pagarsi l’affitto e le tasse della Sapienza, poi ha scalato tutte le gerarchie della città in pochi anni. Grazie alle entrature della contessa Marisa Pinto Olori del Poggio (ambasciatrice di San Marino che l’ha praticamente adottata e presentata a decine di vescovi e cardinali), e a un rapporto personale con il cardinale George Pell, il segretario di Stato Pietro Parolin e Bergoglio in persona. Tra un pranzo per vip organizzato su una terrazza in San Pietro (tra gli invitati anche Carrai) e un appuntamento a Santa Marta, Chaouqui sta pure curando gli investimenti italiani di due multinazionali asiatiche.

L’EPURAZIONE
Scaltri e rapidi ad apprendere l’arte di Richelieu, Carrai Bianchi e Lotti non conoscono ancora le logiche e i riti dei vecchi potentati. Cresciuti tra le colline toscane, diffidano dei salotti alla Jep Gambardella dove «prima si magna e poi si intrallazza». Qualcuno, inoltre, ha loro segnalato che sarebbero state proprio quelle élite ad aver pompato a dismisura sui media il caso della casa fiorentina di Carrai in cui ha vissuto Renzi per qualche mese. Arrivati sotto il Colosseo i tre decidono dunque di guardarsi le spalle, di non frequentare i bar di via Veneto dove i lobbisti chiacchierano tra crodini e gin-tonic, e di annientare prima possibile la ragnatela costruita dai venerabili maestri della Seconda Repubblica.

L’epurazione parte a maggio. Cadono come birilli Stefano Lucchini, ras all’Eni da sempre fedele a Bisignani, e Leonardo Bellodi, l’uomo ombra di Paolo Scaroni, esperto di missioni a cavallo tra business e intelligence. Oggi Lucchini ha già trovato un nuovo ufficio a Banca Intesa, mentre sembra che Bellodi voglia aprire – insieme a Scaroni e l’ex ad di Siram Giuseppe Gotti – una sede italiana di un importante fondo di investimento Usa. Anche Gianluca Comin, ex capo delle relazioni istituzionali dell’Enel e ganglio cruciale del vecchio sistema, dopo aver perso la poltrona si è buttato nel privato: oggi ha una scrivania nella sede dello studio legale Orrick, e collabora per la multinazionale dei farmaci Novartis, finita nella bufera per una multa da 92 milioni comminata dall’Antitrust e bisognosa di lobbisti in grado di ridare smalto alla reputazione dell’azienda. Dei vecchi leoni solo Fabio Corsico e Giuliano Frosini possono vantare eccellenti rapporti con il nuovo establishment: il primo, da 10 anni factotum di Francesco Gaetano Caltagirone e manager di punta della Fondazione Crt, è stato messo nel board di Terna dalla Cassa depositi e prestiti; Frosini, un passato da bassoliniano, amico di Enrico Letta e Maurizio Lupi nonché foundraiser per Comunione e Liberazione, ha lasciato Terna per tornare a seguire gli interessi di Lottomatica, ma è stato piazzato dal governo Renzi nel nuovo cda di Trenitalia.

I lobbisti in cerca d’autore, invece, non si contano: se Franco Brescia della Telecom per ora è saldo al suo posto, Marco Forlani (figlio del democristiano Arnaldo) è uscito da Finmeccanica a luglio, mentre Paolo Messa (ex consigliere del ministro Corrado Clini, indagato per una vicenda di corruzione) sta tentando la fortuna bisbigliando suggerimenti al potente Gianni De Gennaro, presidente Finmeccanica ed ex capo della polizia. Costanza Esclapon, contrattualizzata dalla Rai e amica di Lucchini, sta invece difendendo con le unghie il suo capo Luigi Gubitosi dagli attacchi della stampa. Renzi sembra però aver già deciso le sorti del direttore generale di Viale Mazzini, che dovrà cambiare azienda alla scadenza della nomina, prevista per marzo. In pole per il suo posto il “giglio magico” si sta dividendo tra l’ex Mtv Antonio Campo Dall’Orto e il numero uno della compagnia telefonica H3G Vincenzo Novari, per cui tifano Luca Lotti ed Ernesto Carbone.

CHI SALE E CHI SCENDE
«Lobby» è una parola d’origine medioevale. Viene da “laubia”, cioè “loggia”, “portico”. Ma nell’immaginario significa clan, camarilla, combriccola che persegue i suoi interessi a scapito di quelli della collettività. L’azione dei gruppi di pressione in Parlamento, l’assenza di qualsiasi regola di condotta, i rapporti amicali e di scambio con i politici e i partiti, però, non sono un luogo comune. Perché definiscono il tipo di lobbismo che in Italia va da sempre per la maggiore. Se Bisignani (che ha cambiato ufficio, ora è in via Po, e tenta di dire la sua attraverso il buon rapporto con Denis Verdini e la famiglia Angelucci) è metafora negativa, i nuovi ciambellani di Renzi non hanno ancora del tutto cambiato verso, soprattutto nel modo di agire. «Nei ministeri non si fidano di nessuno, e gestiscono da soli tutti i dossier.

Così la trasparenza è un optional, e il rischio di caos e approssimazione è elevatissimo», racconta il numero due degli affari istituzionali di un’importante impresa di Stato. «Ai tempi di Enrico Letta potevamo coordinarci con l’ambasciatore Armando Varricchio e con il suo consigliere Fabrizio Pagani. Ora, invece c’è un vuoto assoluto»Per la cronaca, Varricchio è stato depotenziato a semplice burocrate, mentre Pagani è stato spedito a via XX Settembre, come capo della segreteria del ministro Pier Carlo Padoan. Era proprio Pagani uno dei commis di Stato più influenti: se ai consiglieri di Stato è stata messa la museruola, nei palazzi contano ancora molto Salvatore Nastasi, ex enfant prodige di Gianni Letta e potentissimo direttore del ministero della Cultura, e Antonio Agostini, un passato nei servizi segreti, ex direttore dei ministri Gelmini e Clini, diventato qualche settimana fa numero uno dell’Isin, l’authority per la sicurezza nucleare.

Il VECCHIO E IL GIOVANE
Quando Carrai ha qualche dubbio sul da farsi, telefona ad Alberto Bianchi. Sessant’anni, pistoiese, Bianchi è un riservato avvocato, esperto in diritto commerciale e fallimentare, con un grande studio a Firenze. Ma, soprattutto, è l’uomo che da 15 anni sussurra buoni consigli ai tre ragazzini di belle speranze, Renzi, Lotti e Carrai, che ha allevato intuendone ambizioni e capacità. Liberale convinto e anticomunista, un fratello (Francesco) stimato da Giovanni Bazoli e da poco piazzato alla Fondazione Maggio Fiorentino, lo “zio saggio” siede nel cda dell’Enel e ha un peso specifico notevole. Non solo nella fondazione Open di cui è presidente e di cui ha scritto lo statuto, ma su ogni nomina che conta: pare sia lui ad aver imposto Francesco Starace all’Enel. Dei tre tenori è l’unico che ha beccato una condanna (seppure in primo grado): secondo la Corte dei Conti Bianchi – quando era commissario straordinario dell’Efim spa (una delle holding delle vecchie Partecipazioni statali finita in bancarotta) – avrebbe causato un danno erariale di 4,7 milioni di euro.

Ma dei tre campioni di Renzi quello che i lobbisti sognano di agganciare per primi è Luca Lotti. Nato nel 1982, sottosegretario all’editoria a Palazzo Chigi, è delegato a tutti i rapporti informali del premier. Maestro nell’anticipare i desiderata del “principale” di cui esegue gli ordini senza discutere, ha messo il suo zampino in tutte le partite più delicate. Prima le nomine delle società pubbliche (il nuovo capo delle relazioni istituzionali di Poste, Giuseppe Coccon, a Lotti deve moltissimo), poi ha sfilato le deleghe del Cipe al ministero dell’Economia. Se prima i vescovi e i cardinali parlavano con Gianni Letta, ora devono incontrare lui. Dagli uomini d’affari che vogliono avere buone entrature con il governo, invece, Lotti manda due imprenditori di fede renziana come Andrea Conticini e Andrea Bacci. Tra una partita di calcetto alla Cecchignola e un appuntamento sotto la galleria “Alberto Sordi”, c’è solo un obiettivo che “lampadina” non è riuscito ancora a raggiungere: le deleghe ai servizi segreti. Per le barbe finte l’ex consigliere di Montelupo ha un chiodo fisso, e per strappare l’incarico al sottosegretario Marco Minniti farebbe follie. Per ora Renzi gli ha detto di no. Così, con gli 007 dell’Aisi e dell’Aise, Lotti si incontra nei bar dietro Piazza di Pietra. In incognito, ma neanche troppo.

Fonte: Emiliano Fittipaldi – L’Espresso

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