E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!
Da il nuovo Spoon River
E.L. Masters

Diceva Balzac che in politica, come nel giornalismo, così come nell’attività economica aggiungiamo noi, esistono una quantità di casi nei quali i capi non debbono mai essere tirati in ballo. E questo è necessario per non mettere a rischio l’intero sistema ed agire ugualmente con disinvoltura e le mani libere dagli infingimenti formali della democrazia e della legalità, al fine di raggiungere quegli obiettivi ritenuti indispensabili a proiettare “in avanti” un governo, una redazione o un’impresa. Questa breve premessa, scevra da qualsiasi moralismo da anime belle e lontana dal gioco rifrangente del discorso ideologico ed apologetico ci è indispensabile per leggere alcune faccende nelle quali sono state coinvolte imprese big, quelle poche che esistono in Italia, come la Telecom.
Facciamo un po’ di storia recente. Nell’ autunno del 2006, il progetto di scorporare da Telecom Italia la rete e di attribuirla ad una nuova società partecipata dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp) fece fare una brutta figura a Prodi. Angelo Rovati, consigliere economico del Premier, aveva inviato in via confidenziale, ma su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il progetto della separazione tra infrastruttura e rete a Marco Tronchetti Provera, Presidente di Telecom, anteponendo un ricatto politico alle esigenze di vendita, per rientro dai debiti piuttosto consistenti, manifestate dall’azienda. Tuttavia, Tronchetti cercò di resistere all’intimidazione, svezzato a quello stile “alcaponesco” col quale si tengono e si conducono le grandi aziende in Italia. In realtà, il governo di centro-sinistra, legato ai grandi gruppi finanziario-politici (guidati da Intesa San Paolo) voleva fare un regalo ai propri amici e tornare ad una “gestione controllata” dalla politica (di sinistra) di certi affari strategici.
Tronchetti, che non aveva alcuna intenzione di cedere, fu messo alle corde attraverso le pressioni della solita magistratura “amica” che cercava di portare a galla quanto di torbido generalmente vi è nella gestione di un gruppo. Alla fine, un pool di banche (le solite note) e la spagnola Telefonica s’impossesseranno della Telecom. Ma l’aver messo i bastoni tra le ruote ai potentati finanziari ha creato un bel po’ di grane a MTP, il quale, ad ogni modo, non si può considerare candido ed innocente come un bambino, altrimenti sarebbe un pessimo imprenditore.
La Security di Telecom, sulla quale si sono concentrate le indagini della magistratura, “era in grado di mettere nelle mani dell’impresa (perché è ovvio che le notizie prelevate non fossero di utilizzo da parte della Security) elementi di conoscenza potenzialmente in grado di interferire, gravemente e illecitamente, nell’operato di un soggetto istituzionale che dovrebbe essere massima espressione di autonomia come il Garante per il Mercato e la Concorrenza”. Così almeno disse il GIP. Adesso, è vero che Tronchetti è stato vittima di un complotto per farlo sloggiare ma sostenere che egli fosse uno sprovveduto e che non ricorresse a certi strategemmi significa non conoscere la natura di un’impresa e l’ambiente in cui opera. Emblematico di questa ingenuità è l’articolo di Porro apparso su “il Giornale” di ieri dove, con soddisfazione, il giornalista riporta la notizia secondo la quale la procura ritiene MTP fuori dai servizietti realizzati dalla sua Security che dunque avrebbe agito in proprio. Torniamo allora alla frase iniziale di Balzac; è probabile che Tronchetti non sapesse i metodi utilizzati dai suoi spioni ma prestare fede al fatto che le informazioni da questi carpite non arrivassero al Capo, il quale certo le utilizzava per competere meglio nel mercato ed approntare strategie efficaci a proteggersi da altri pescecani, è davvero un atteggiamento infantile. MTP, probabilmente, non dava nemmeno gli ordini direttamente ma questa piccola intelligence interna sapeva come rendergli un buon servizio. Solo gli economicisti, quelli che pensano che un’impresa sia esclusivamente “l’unità, la cellula, dell’attività produttiva – intesa quale trasformazione di determinati input (fattori di produzione) in determinati output (prodotti) –esercitata in un sistema basato sulla competizione concorrenziale tra un numero più o meno grande di queste unità” (La Grassa, Microcosmo del dominio) riescono a bersi questa favoletta. Ma se invece si considera l’impresa come un aggregato “coordinato dal gruppo di comando” che ha al suo vertice un management di carattere politico-strategico, il quale ha come compito principale quello “di stabilire le linee guida, i criteri generali, le politiche e le strategie fondamentali che l’impresa deve seguire nei diversi fronti in cui opera…deve tenere conto e conoscere l’ambiente esterno all’impresa, cioè il sistema delle altre imprese con cui si è in competizioni, le istituzioni politico-statuali ai vari livelli, quelle massmediologiche, e tutto ciò che possa favorire l’azione dell’impresa [con ogni strumento, lecito o illecito] nello spazio economico, politico, ideologico in cui essa si muove” non resterà sorpreso da siffatto comportamento “non convenzionale”. Certo l’impresa è composta anche dai tecnici che fanno “funzionare” la produzione, ma cosa sarebbe di questi se il gruppo strategico di comando non fornisse gli impulsi giusti per orientarsi nel mercato, se non indebolisse le imprese rivali attraverso manovre politiche, se non fornisse il carburante finanziario per la trasformazione degli input in output? Per questo La Grassa afferma anche che “La funzione degli agenti strategico-imprenditoriali – che siano proprietari, manager, ecc. – è rivolta all’esterno dell’unità produttiva/impresa (da analizzare come unità del prelievo del plusvalore in competizione con le altre). La loro razionalità si manifesta spesso come astuzia, raggiro, inganno, corruzione; in ogni caso come flessibilità tattico-strategica, la cui forma apparente è la contrattazione e la mediazione”.
Dunque le due razionalità che operano nell’impresa sono quella strategica (orientata a conquistare l’egemonia nel mercato con ogni mezzo) e quella strumentale (diciamo pure quella classica riconosciuta da ogni corrente economica ed orientata alla massimizzazione del profitto). Non tenere presente questa differenza porta a farsi accecare dall’ideologia, come accade a molti liberali ed anche a molti marxisti. Vi segnalo un ultimo episodio che conferma la nostra teoria. Si tratta della denuncia di Rizzoli e del suo gruppo, sottrattogli da Bazoli (quand’era a capo del Nuovo Banco Ambrosiano) e da Agnelli con uno stratagemma che di concorrenziale non ha proprio nulla. Leggete l’articolo di Lorenzetto e fatevi un’idea sul come agiscono questi lestofanti:

di Stefano Lorenzetto
L’editore, sotto schiaffo dei magistrati, fu costretto a cedere il suo 50,2% per 9 miliardi. Carlo Scognamiglio Pasini: “Quell’azienda ne valeva fra i 385 e i 440”

«Nel 1984 il gruppo Rizzoli, con dentro il Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport, i periodici, la divisione libri, le cartiere, poteva essere ragionevolmente valutato fra i 385 e i 440 miliardi di lire». Parola di esperto, Carlo Scognamiglio Pasini, presidente emerito del Senato. Che non fu soltanto la seconda carica dello Stato e il ministro della Difesa nel primo governo D’Alema, ma anche il presidente della Rizzoli – allora la principale impresa editoriale d’Italia e la seconda d’Europa, con un fatturato di 1.000 miliardi di lire, 10.000 dipendenti e una quota di mercato del 25% – nel periodo più nero dello scandalo P2, il 1983, subito dopo l’arresto per bancarotta del legittimo proprietario, Angelo Rizzoli, poi risultato innocente.

E allora perché nell’ottobre di quel 1984, sotto schiaffo dei magistrati e terrorizzato all’idea di tornare nelle galere dov’era già stato ingiustamente detenuto per 13 mesi nonostante fosse malato di sclerosi multipla, Rizzoli fu costretto ad accettare l’imposizione del Nuovo Banco Ambrosiano presieduto da Giovanni Bazoli, subentrato al vecchio Ambrosiano di Roberto Calvi che controllava il 40% della casa editrice, affinché cedesse il suo pacchetto di controllo per soli 9 miliardi di lire? Le azioni – poste sotto sequestro e affidate ai custodi nominati dal tribunale – passarono per questa cifra irrisoria («il valore di un’edicola», ha ricordato Rizzoli il 21 febbraio in un’intervista al Giornale) a un gruppo comprendente Gemina, cioè Fiat e Mediobanca, Montedison, l’industriale siderurgico Giovanni Arvedi e la finanziaria Mittel, facente capo allo stesso Bazoli.

Lo «scippo del Corriere», com’è stato definito, sta tutto in queste due cifre: appena 9 miliardi per il 50,2% delle azioni di un gruppo editoriale che ne valeva non meno di 385, forse 440, secondo il professor Scognamiglio Pasini, bocconiano specializzatosi alla London school of economics, già rettore della Luiss, da una vita docente universitario di economia industriale. In altre parole i fortunati compratori conquistarono la maggioranza spendendo una cifra da 42 a 48 volte inferiore alla quotazione di mercato che si poteva attribuire alla Rizzoli Editore. «Un prezzo misero, una sproporzione notevole», chiosa Scognamiglio Pasini.

Adesso si stringono a coorte i proprietari del Corriere, da giovedì scorso radunati in un rinnovato consiglio d’amministrazione che, fra gli altri, vede seduti allo stesso tavolo, oltre al citato Bazoli (per Mittel e per Intesa Sanpaolo, erede del Nuovo Banco Ambrosiano), anche Luca Cordero di Montezemolo (per Fiat), Cesare Geronzi (per Mediobanca), Marco Tronchetti Provera (per Pirelli), quasi a voler demarcare anche fisicamente il territorio dinanzi alla minaccia proveniente da Rizzoli junior.

Dopo aver atteso per 26 anni che la Cassazione gli restituisse l’onore (sei processi, sei sentenze definitive di assoluzione con formula piena), il nipote di colui che nel 1909 fondò la casa editrice ha portato in tribunale gli eredi della cordata che nel 1984 fagocitò la Rizzoli, oggi Rcs Mediagroup (Rcs è appunto l’acronimo di Rizzoli e Corriere della Sera): nell’atto di citazione chiede al giudice che gli restituiscano una cifra oscillante fra i 650 e i 750 milioni di euro, a fronte dei 900 milioni che Rcs capitalizza attualmente in Borsa, nonostante i 130 milioni di perdite accumulati l’anno scorso. Commenta Scognamiglio Pasini: «Trovo che Angelo Rizzoli faccia bene a tutelare i suoi interessi. Certo la vita non gliela ridà nessuno».

Il 20 gennaio era fissata la prima udienza in tribunale a Milano. Rinviata al 16 marzo. Il 16 marzo nuovo rinvio al 16 giugno. La causa promette bene.
«I tempi della giustizia, si sa… Non molto spediti».
Come e perché fu nominato presidente della Rizzoli nel 1983?
«Erano venuti alla luce gli intrecci fra Roberto Calvi, Licio Gelli, Umberto Ortolani e Bruno Tassan Din. Il 18 febbraio era stato arrestato Rizzoli, che rassegnò le dimissioni da presidente. Il mio nome venne fatto da Luigi Guatri, il commissario nominato dal giudice. Gli azionisti furono d’accordo. Allora ero un giovane docente della Bocconi, di cui Guatri divenne rettore l’anno seguente».
Che situazione trovò all’atto della sua nomina?
«Devo fare una premessa di patologia aziendale. Paul Volcker, presidente della Federal Reserve (la banca centrale degli Usa, ndr), aveva deciso di schiantare l’inflazione negli Stati Uniti e gli sceicchi che l’avevano provocata col secondo shock petrolifero. Questa stretta si tradusse nel nostro Paese in inflazione a due cifre e tassi d’interesse nominali elevatissimi. Gli effetti sulla Rizzoli, già indebitata, furono disastrosi. I vecchi proprietari erano ricorsi alla terapia più ovvia: chiedere agli azionisti di coprire lo sbilancio con un aumento di capitale. Senonché i fondi che dalla Centrale Finanziaria del Banco Ambrosiano dovevano affluire alla Rizzoli per coprire questo disavanzo di cassa non arrivarono mai. Ecco perché la Rizzoli fu messa in amministrazione controllata. I soldi finirono sui conti esteri di Calvi, Tassan Din e il resto della compagnia di grassatori. Ma io allora non lo sapevo».
Non sapeva che il 29 aprile 1981 la Centrale Finanziaria di Calvi acquistò il 40% delle azioni di Rizzoli per 115 miliardi di lire, impegnandosi in un aumento di capitale che avrebbe dovuto portare nella casa editrice 150 miliardi, e che invece quell’enorme somma non fu mai depositata alla Rizzoli?
«No, non ero al corrente. Però mi sembra tutto perfettamente logico. L’aumento di capitale, dico. E che Calvi lavorasse in quel modo fa ormai parte della cronaca nera».
Mi perdoni, la nominano presidente di un’azienda con i conti in dissesto perché era venuto a mancare un aumento di capitale e non si chiede che fine abbia fatto il medesimo?
«No, perché non ero al corrente del mancato aumento di capitale. Chiesi solo a Guatri, prima d’accettare la nomina a presidente, se la Rizzoli fosse ancora proprietaria del Corriere e della Gazzetta. Avutane risposta positiva, sciolsi la riserva: era impossibile che un’azienda con quei due gioielli potesse affondare. La prima terapia che adottai fu quella di evitare i deflussi impropri che forse vi erano stati nel passato».
Deflussi è un elegante sinonimo di ruberie?
«Diciamo deflussi… Fare in modo che tutte le entrate rimanessero in azienda. La seconda terapia consistette nella rivalutazione dei cespiti. E la terza nel fare cassa vendendo Tv Sorrisi e Canzoni a Silvio Berlusconi e tagliando i rami secchi, come la Cineriz e alcune testate di scarso peso».
Tassan Din, direttore generale della Rizzoli e uomo di fiducia di Calvi, che amministratore era?
«Non l’ho praticamente conosciuto. Certo un disastro dal punto di vista della serietà gestionale. L’impressione che ebbi è che Tassan Din facesse un affidamento assoluto sulla disponibilità dell’Ambrosiano a sostenere comunque la Rizzoli, indipendentemente dal deficit».
Lei lasciò la presidenza della Rizzoli alla fine del 1983, dieci mesi prima che fosse ceduta alla cordata Gemina, Montedison, Mittel e Arvedi. Era un’azienda così decotta da poterla portar via per una foglia d’insalata?
«Tutt’altro. Tant’è vero che i sindacalisti, con in testa il rappresentante della Cgil, Guglielmo Epifani, il giorno che me ne andai mi aspettarono nel cortile di via Solferino e mi ringraziarono di ciò che avevo fatto per risanare il Corriere e la Rizzoli».
Perché se ne andò?
«Diedi le dimissioni perché non ero d’accordo sull’orientamento degli azionisti di maggioranza, che era quello di tenere il più possibile bassi i valori degli asset (elementi dell’attivo di bilancio, quali beni di proprietà, liquidità, crediti e simili, ndr) in vista di una cessione delle azioni Rizzoli. Una strategia di cui non volevo condividere la responsabilità».
Traduco per il volgo: dimostriamo che questa azienda vale poco così possiamo comprarcela noi per una pipa di tabacco.
«Sostanzialmente sì».
Mentre lei avrebbe voluto venderla al suo prezzo effettivo e al miglior offerente.
«Esatto».
Pretendenti ce n’erano?
«C’era un gran rumore di pentole. Nei salotti milanesi si vociferava di gente che stava scaldandosi i muscoli e di una cordata messa in piedi dall’avvocato tributarista Victor Uckmar, di cui si diceva che il promotore fosse Bettino Craxi. E vi era in campo l’idea, del senatore a vita Cesare Merzagora, di una diffusione dell’azionariato attraverso un’offerta pubblica di vendita».
In quel momento il professor Guatri, stando alla perizia contabile che eseguì per conto del tribunale di Milano, valutava il solo patrimonio attivo della Rizzoli 270 miliardi di lire.
«Io ho le mie idee su come si valutano le aziende. Dico che di fronte a un utile di 55 miliardi al netto delle tasse, rilevabile nel bilancio consolidato 1985 del gruppo, una ragionevole valutazione poteva essere sette-otto volte quell’utile. Quindi dai 385 ai 440 miliardi».
Non a caso il 10% della Rizzoli fu ceduto nel 1985 ad Hachette per 100 miliardi.
«Guatri fece una valutazione bassa, che prescindeva dal valore delle testate».
E il fatto che Gianni Agnelli, Bazoli e soci abbiano versato ad Angelo Rizzoli appena 9 miliardi per il 50,2% delle azioni che cosa le fa pensare?
«Che fecero un grande affare».
Lei era imparentato con l’Avvocato. Come giudica la frase che disse a Rizzoli: «Caro Angelo, si sa che nel mondo degli affari vige la legge della giungla: il più forte mangia il più debole. E tu eri il più debole»?
«Che Agnelli fosse connotato da una notevole dose di cinismo credo di non essere il solo a poterlo confermare. Ma secondo me quella frase si attaglia più a Cesare Romiti, che nutriva verso Angelo un sentimento di amicizia. Era un modo per dirgli: tu sei stato una vittima, non sei stato un brigante».
Ritiene che a Rizzoli abbiano scippato sì o no il Corriere e la casa editrice che lo pubblica?
«Ritengo che se le informazioni che ho sono esatte, e cioè che la Centrale Finanziaria aveva sottoscritto un aumento di capitale e che tale aumento di capitale è finito nelle tasche di Calvi, Tassan Din e altri, questo è stato il fattore che ha determinato senz’altro l’insolvenza del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, e quindi l’avvio della procedura di amministrazione controllata, e quindi la serie di eventi successivi».
Ci sono una sentenza della Suprema Corte d’Irlanda, la numero 171 del 1986, e una del tribunale di Milano, la numero 1390 del 1992, che stabiliscono come il malloppo non fosse stato erogato alla casa editrice del Corriere, ma, a totale insaputa di Angelo Rizzoli, dirottato dal Banco Ambrosiano, attraverso il Banco Ambrosiano Andino, a favore di società estere. C’è anche una sentenza della giustizia elvetica, che ha condannato Jürg Heer, all’epoca direttore della Rothschild Bank di Zurigo, per aver aiutato Calvi e Tassan Din a trasferire in paradisi fiscali quei 150 miliardi dovuti alla Rizzoli Editore. Bazoli, presidente del Nuovo Banco Ambrosiano che nacque dalle ceneri dell’Ambrosiano di Calvi, oggi Intesa Sanpaolo, non sarebbe tenuto a prenderne atto e a versare quanto non fu versato all’epoca?
«Lo deve determinare la magistratura».
La Mittel faceva capo a Bazoli, perciò Rizzoli accusa il banchiere bresciano d’aver svolto tre parti nella stessa commedia: venditore della casa editrice in quanto presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, acquirente in quanto azionista di Mittel, arbitro in quanto fu lui a segnalare al tribunale la cordata comprendente Mittel interessata ad assumere il controllo della casa editrice.
«Anche questo dovrebbe accertarlo la magistratura. Se fosse così, non mi piacerebbe. Mi permetta però di dubitarne. Bazoli è una persona molto esperta e molto prudente. Sicuramente in quel momento non avrà ricoperto una posizione apicale nella Mittel». (In effetti, come ricorda Pier Domenico Gallo, direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano dall’82 all’87, nel libro Intesa Sanpaolo: c’era una volta un «fantasma inesistente», Bazoli «nella sua etica weberiana» s’interrogò «sull’opportunità che la finanziaria da lui presieduta facesse parte del gruppo dei compratori di Rizzoli, essendo il Nba venditore». Quello che lo stesso Gallo definisce «un classico problema di conflitto d’interessi» fu aggirato così: la presidenza della Mittel venne temporaneamente affidata al costituzionalista Paolo Barile, per essere poi restituita a Bazoli, che la ricopre tuttora, ndr).
Il 16 agosto 1982 Bazoli incontrò Rizzoli e gli intimò di restituire 70 miliardi di lire in due settimane, somma che rappresentava il debito della Rizzoli verso il Banco Ambrosiano e che avrebbe dovuto essere già estinto se l’aumento di capitale fosse arrivato nelle casse dell’editrice anziché in Sudamerica. Lo chiedo a lei che insegna economia applicata: un rientro di queste dimensioni in appena 15 giorni è d’uso comune nel mondo bancario?
«Chiaramente la finalità è quella di far saltare l’azienda, non c’è ombra di dubbio. Siamo in presenza di un comportamento che ha l’effetto di determinare l’insolvenza del debitore».
E al presidente emerito del Senato chiedo: ma l’articolo 82 della Costituzione non stabilisce che ciascuna Camera possa nominare una commissione d’inchiesta parlamentare su materie di pubblico interesse? Perché su questa oscura vicenda non è mai stata istituita?
«Il quadro dei fatti è già convincente. A parte chi abbia ucciso Calvi, si sa bene che cosa è successo».

Commenta su Facebook