Filippo Bovo

400668Proprio stamani, per l’ennesima volta, Papa Francesco ha invitato i fedeli a pregare per il Venezuela e i vertici del paese latinoamericano a ricercare il dialogo con le opposizioni allo scopo d’individuare una soluzione pacifica alla crisi politica. Peccato che l’invito giungesse, come si suol dire in Toscana, “a babbo morto”: già nei giorni scorsi Nicolas Maduro aveva invitato l’opposizione a dialogare col governo proprio per ricercare una via d’uscita pacifica e mediata alla situazione di caos che i gruppi violenti ad essa collegata stanno provocando da settimane nel paese. E proprio ieri Capriles, il principale esponente dell’opposizione, già candidato alle ultime presidenziali, ha detto di no mandando a quel paese Maduro e tutte le proposte del PSUV. Ma d’altra parte Papa Francesco va capito: è notoriamente nemico della “presidenta” Kirchner, alleata di ferro di Maduro, e ha ribadito fin troppo chiaramente la sua scelta “antibolivariana” fin dalle prime settimane del suo pontificato, nominando Segretario di Stato Monsignor Parolin, già Nunzio Apostolico in Venezuela.
Non che gliene venga davvero qualcosa, ad osteggiare i governi progressisti dell’America Latina: sotto di loro la Chiesa Cattolica ha piena libertà d’azione, a differenza di quanto per esempio avviene in altri paesi come il Messico dove invece continua a scontare troppe limitazioni, che la svantaggiano nel sempre più duro confronto con le Chiese protestanti sostenute dal Nord America. Ma Papa Francesco, e con lui Monsignor Parolin, non può sottovalutare il fatto che una cospicua fetta dei cattolici locali non guardino proprio con favore a governi come quello bolivariano; soprattutto i più benestanti e il clero, che com’è noto appoggiò anche il fallito golpe del 2002. Insomma, basta fare due più due per rendersi conto del fatto che la Chiesa, vuoi per una ragione o vuoi per un’altra, non può o non vuole lasciare in pace governi come quello di Maduro.
A far compagnia alla Chiesa ci sono poi le star di mezzo mondo, da Miguel Bosè a Laura Pausini, da Cher a Madonna, e chi più ne ha più ne metta: tutte contro Maduro, esattamente come ieri erano tutte contro Yanukovich. Sono la versione aggiornata dell’industria di Hollywood, che era il principale strumento di propaganda che gli USA potessero avere nelle loro “crociate” contro il pericolo quando comunista, quando arabo, quando giallo. Oltre al cinema e ai mass media, adesso abbiamo anche i cantanti, molti dei quali decisi a cavalcare i “diritti umani” per mantenersi a galla, visto che la loro carriera spesso ha conosciuto tempi migliori ed è ormai in molti casi declinante.
Insomma, una bella corte dei miracoli: media più o meno sputtanati (ma pur sempre seguiti da una vasta platea), star sul viale del tramonto, la Chiesa che da una parte tutela i propri interessi e dall’altra cerca nuove occasioni per recuperare un gregge ormai in gran quantità perduto, e poi le solite destre reazionarie e bombarole che nei momenti duri calano la maschera mostrandosi ai loro cittadini per quelle che sono, insieme ad una sinistra pronta a fare il paio sia nella sua variante più estremista e settaria, sia in quella più socialdemocratica per non dire proprio liberal (ed in entrambi i casi comunque sfegatatamente atlantista).
Si sono dati tutti convegno in Venezuela, nell’illusione di riuscire a ripetere, stavolta magari riuscendovi, l’esperimento di dodici anni fa. Non pensano, i barbini, che ci sono almeno tre elementi che in Venezuela fanno la differenza rispetto all’Ucraina: un popolo bolivariano saldamente riunito intorno al proprio governo, partito e presidente, un esercito fedele alle istituzioni e tradizionalmente antimperialista e un capo di Stato, Maduro, che non è Yanukovich (ovvero, non un burattino debole e ricattabile, in mano ad oligarchi pronti a svendere il paese per salvare i propri affari e circondato da camerieri altrettanto pronti a tradirlo per conservare i propri sgabelli). I venezuelani hanno piena consapevolezza di quale destino li attenderebbe se dovessero finire nelle mani di un’opposizione che esprime la propria dialettica democratica solo con la guerriglia urbana. Non vogliono perdere le conquiste garantite loro dalla Rivoluzione Bolivariana, che è riuscita dal ’98 ad oggi a ridurre del 50% la povertà nel paese e a fare del Venezuela l’unico Stato latinoamericano con una protezione sociale integrale. E anche questo rappresenta un ulteriore punto di differenza con l’Ucraina, dove il governo abbattuto dai golpisti non poteva certo vantare risultati così encomiabili.
Certo, di problemi in Venezuela non ne mancano, ma i bolivariani sono consapevoli che solo portando avanti la Rivoluzione sarà possibile sconfiggerli; non certo riportando indietro le lancette dell’orologio, magari ai tempi di Carlos Andres Pérez e del “Caracazo”. Con buona pace di Capriles.
Intanto giunge la notizia che la Cina e la Russia invitano (o forse sarebbe meglio dire “dissuadono”) gli Stati Uniti dal portare avanti i loro piani golpisti in Venezuela. Anzi, siccome alle parole è sempre bene far seguire i fatti, Mosca non ha esitato a inviare quattro navi militari con a bordo 150 marinai a La Guaira, porto a 30 km da Caracas. La loro presenza è dichiaratamente finalizzata ad impedire golpe e interventi armati da parte degli Stati Uniti. Anche stavolta, con buona pace di Capriles e dei golpisti.

Fonte: http://www.statopotenza.eu/10649/e-ora-i-golpisti-si-danno-tutti-convegno-in-venezuela

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