Lo scoop riportato dal Washington Post nei giorni scorsi con la pubblicazione dell’oramai celebre fuori onda del 2005 del candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump, nel quale lo sfidante di Hillary Clinton è pizzicato in un’esternazione decisamente sessista durante un dialogo col presentatore televisivo Bill Bush ha scoperchiato un vero e proprio “vaso di Pandora”.

Trump si è trovato sotto il fuoco di fila dei suoi avversari in campo repubblicano, che dopo lunghi mesi di attesa sono riusciti a sorprenderlo per la prima volta col fianco scoperto, ed esposto alle pesantissime critiche di numerosi membri del mondo culturale e del jet-set statunitense, che non hanno mancato di esprimere la loro indignazione nei suoi confronti. Fermo restando che le affermazioni pronunciate nel video da Trump si commentano da sé e non sono in alcun modo giustificabili, è utile considerare la faccenda a trecentosessanta gradi e contestualizzarla opportunamente. Innanzitutto, è bene ricordare come la deflagrazione dello scandalo riguardante Trump altro non sia se non la vetta più alta raggiunta sinora da una campagna elettorale condotta a suon di colpi bassi e manovre oblique da parte di entrambi i candidati col puro fine di distruggere l’immagine dell’avversario; in secondo luogo, è necessario ricercare la corretta matrice degli attacchi rivolti a Trump al di fuori di ogni semplificazione o riduzionismo di sorta. Infine, è interessante constatare come tra coloro che oggi investono e accusano Trump vi sono numerosi personaggi politici o noti al grande pubblico che, avendo conosciuto in passato a loro volta importanti scandali, non si trovano decisamente nella posizione ideale per poter impartire lezioni di moralità.

Tra questi, basta citare un nome per tutti: Robert De Niro. Il celebre attore e regista 73enne, infatti, è entrato a gamba tesa nella vicenda inerente Trump pubblicando si suoi profili social un video nel quale si riferiva in maniera oltraggiosa nei confronti del candidato repubblicano, ricoprendolo di insulti e definendolo con epiteti quale “cane” e “maiale”. Il filmato, divenuto presto virale, riporta uno sfogo altamente rabbioso che si inserisce alla perfezione nell’oramai elevatissima caterva di insulti che ha caratterizzato la campagna elettorale, ma che apre a due considerazioni. In primo luogo, sorge spontaneo qualche dubbio legittimo riguardante il tono e i contenuti del messaggio di De Niro: una presa di posizione tanto forte è stata espressa in maniera estremamente brusca, priva di assoluto tatto. Se lo scopo di De Niro era squalificare Trump, egli non ha sicuramente ottenuto il risultato sperato, dato che con la sua critica ha preferito adeguarsi al vento dominante, uniformarsi alla spirale degli insulti.

L’indignazione di De Niro per le affermazioni di Trump venute recentemente alla luce è al tempo stesso discutibile se si considerano alcuni aspetti oscuri, e poco noti, della sua vita privata, raccontati per la prima volta nel 2014 in De Niro: A Life, la biografia-rivelazione scritta dal regista Shawn Levy. In essa, viene presentato un De Niro segreto, caratterizzato da un’esistenza spericolata vissuta sull’onda degli abusi di cocaina e di numerosi, gravi problematiche nelle relazioni con le donne. Non sono pochi gli episodi raccontati dal regista canadese e riguardanti la vita di De Niro che riportano di tradimenti, atteggiamenti da “donnaiolo compulsivo” e comportamenti discutibili tenuti nei confronti delle donne che questi avrebbe tentato di sedurre: il quadro complessivo che viene tracciato, di conseguenza, raffigura uno scenario in cui De Niro ha saputo sicuramente dimostrare a più riprese con la propria esperienza personale quanto le affermazioni pronunciate da Trump nel 2005 riguardo l’impunità dei VIP nei confronti dell’altro sesso non siano state, purtroppo, campate in aria.

In ogni caso, nonostante le sue critiche siano velate di ipocrisia, De Niro non rappresenta di certo un rivale nuovo per Trump sotto il profilo mediatico: la sua opposizione al tycoon repubblicano è oramai di lunga data, così come lo è la vicinanza a Hillary Clinton e al marito Bill, in favore del quale l’attore Premio Oscar si spese in prima persona nel 1998, anno in cui compì un’opera di lobbying per fermare la proposta di impeachment presentata contro Clinton al Congresso.

Cercando di utilizzare a suo favore una tattica base dello spin comunicativo e di rovesciare sul rivale le accuse che lo riguardano, Trump nel recente dibattito di Saint Louis ha investito Hillary Clinton delle accuse riguardanti gli scandali di natura sessuale che hanno a più riprese riguardato il marito. Più che sul contenuto di storie note da tempo al grande pubblico americano, il candidato repubblicano ha puntato forte nel tentativo di dimostrare la connivenza tra Hillary e Bill Clinton, accusando l’ex First Lady di intimidazione e ostacolo nei confronti delle “vittime” del marito. Un ulteriore attacco è stato portato nei confronti dell’avversaria attraverso la testimonianza di Kathy Shelton, donna stuprata all’età di 12 anni dall’allora quarantunenne Thomas Alfred Taylor, poi difeso dall’attuale candidata democratica nel processo tenutosi del 1975. Seppur attraverso lo sfruttamento di tecniche d’attacco personale largamente utilizzate anche dall’avversaria, e basate sulla decontestualizzazione di un fatto dal suo contesto originario, Trump ha voluto in questo modo cercare di provare la tesi secondo cui gli attacchi della Clinton sulla sua inadeguatezza personale siano, sostanzialmente, strumentali e, di fatto, celino la volontà di celare alle spalle aspetti dell’esperienza personale dell’ex First Lady che ne metterebbero in dubbio la posizione morale.

Proprio sul tema della moralità bisogna aggiungere delle importanti considerazioni che aiutano a contestualizzare adeguatamente gli attacchi portati a Trump da parte di coloro che, formalmente, sarebbero i membri del suo stesso partito. Che il Partito Repubblicano fosse una formazione in grave confusione lo si era capito da tempo, dall’andamento stesso delle primarie. Il successo di Trump contro rivali come Cruz, Rubio e Jeb Bush è stata in misura non secondaria dettato proprio dall’incapacità degli sfidanti di partito del miliardario newyorkese nella comprensione delle dinamiche in corso di evoluzione nella società americana. Le esternazioni degli avversari di Trump, per lungo tempo, si sono fossilizzate sulla difesa a oltranza di un’immagine del conservatorismo americano sbiaditasi da lungo tempo e oggi genuinamente più riscontrabile nelle prese di posizione di Hillary Clinton in politica estera e in materia geopolitica piuttosto che nelle indicazioni programmatiche di numerose correnti repubblicane. In un contesto del genere, ai maggiorenti del Partito Repubblicano una vera e propria tabula rasa degli assetti di potere interni non risulterebbe sgradita: per far ciò, in ogni caso, al gruppo di oppositori di Trump all’interno del Grand Old Party, con in prima fila lo Speaker del Congresso Paul Ryan, che cova ambizioni per la nomination presidenziale del 2020, occorre assolutamente una destabilizzazione del candidato di novembre, già presentatosi come il grande “livellatore” nelle recenti primarie. Lo scandalo seguito allo scoop del Washington Post ha rappresentato l’occasione propizia per i rivali di Trump, che hanno potuto così scagliarsi contro il candidato alla Casa Bianca sventolando in maniera strumentale i “valori” del Grand Old Party, del movimento conservatore statunitense. Paul Ryan, George Pataki, John Thune e gli altri repubblicani di primo piano che si sono pubblicamente distaccati da Trump sventolano oggi la “questione morale” dopo aver lasciato passare tutto sommato in sordina affermazioni tanto squalificabili quanto quelle riportate nel video incriminato pronunciate dal magnate negli scorsi mesi nel corso di diversi interventi.

 

La lunga resa dei conti interna al Partito Repubblicano è appena agli inizi, e al di là dell’esito delle elezioni proseguirà sicuramente a lungo nei prossimi mesi: la polemica per le affermazioni sessiste di Trump, di conseguenza, finirà per coinvolgere la politica americana ben al di là dell’8 novembre. Elezioni presidenziali e futuri assetti partitici si mescolano in una dinamica convulsa al cui interno è veramente difficile raccapezzarsi, nella cui evoluzione sempre più caotica si leggono tutte le contraddizioni che hanno caratterizzato la corsa alla Casa Bianca edizione 2016. Nella zuffa elettorale più accesa e politicamente scorretta che si ricordi negli ultimi anni, nella quale numerosi personaggi estranei alla politica USA si sentono in dovere di partecipare attivamente e influentemente, anche la moralità viene usata indiscriminatamente come arma di offesa e contrattacco. Un’analisi a tutto campo delle conseguenze profonde dello scandalo riguardante Donald Trump non può che portare a una conclusione decisamente poco rassicurante: nell’era della spettacolarizzazione, della decontestualizzazione e della strumentalizzazione, anche un valore e la sua negazione possono, in fin dei conti, confondersi e divenire una cosa sola.

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