Dopo la crisi Ucraina, una tavola rotonda europea

Di Alfonso Piscitelli.

Sulla crisi ucraina le cose più sagge in Italia le hanno dette Romano Prodi e Sergio Romano. Prodi ha messo in guardia dalla tentazione di ridurre la vicenda a uno scontro tra i “buoni” manifestanti e la “cattiva” nomenklatura filo-russa e ha aggiunto che non si può pensare di risolvere la crisi emarginando la presenza di Vladimir Putin, che dell’Ucraina è potente vicino di casa, ma anche il naturale “patrono” di quel buon 40% di cittadini della repubblica ucraina che sono russi per cultura, nazionalità, lingua e religione.

A sua volta, Sergio Romano sul Corriere della Sera ha sottolineato con il tono felpato da diplomatico (mai) in pensione che tutta la crisi ucraina è stata accelerata da interventi esterni occidentali e che in questo momento l’Italia non può schierarsi in maniera unilaterale con coloro che hanno fatto arrembaggio a Kiev se non vuole compromettere i fondamentali rapporti economici e sociali che nel corso degli anni si sono instaurati tra Roma e Mosca.

Quel che fa impressione in casa nostra è che mentre nel vicino Est europeo divampa una crisi di straordinaria gravità, la politica italiana mandi in pensione senza troppi clamori una personalità di spicco che avrebbe potuto dare un volto al nostro interesse geopolitico. La Bonino, sfavorita dal metodo di lottizzazione (altro che rottamazione!) usato da Renzi è stata fatta fuori; ed è il momento di dirlo: è stata un buon ministro degli Esteri.

Chi scrive non ha mai simpatizzato per i radicali (tranne che per uno, il compianto Giorgio Stracquadanio) e tuttavia deve riconoscere che alla Farnesina Emma Bonino si è scrollata di dosso le unilateralità della sua ideologia radicale, ha dissipato i fumi e le allucinazioni pannelliane e ha operato con straordinario buon senso. Ha respinto il pressing degli interventisti nella questione siriana, è volata in Iran per aprire un canale di comunicazione con il nuovo leader moderato di Teheran e negli ultimi tempi ha espresso l’esigenza di una linea concordata con Putin per risolvere la questione ucraina senza buttarla in rissa.

Ed invece alla fine la rissa è venuta… diciamo pure che a Kiev c’è stato un colpo di Stato, anche con contorni inquietanti che vedono la partecipazione di squadroni paramilitari neo-nazi. Yanukovich è un personaggio impresentabile, corrotto e versipelle. Neppure è vero che sia “uomo di Mosca” in senso assoluto, dal momento che nel corso della sua carriera politica ha oscillato come banderuola tra Est ed Ovest. Il malcontento della popolazione contro di lui aveva parecchie motivazioni valide, tuttavia è stato eletto con voto popolare e la risoluzione violenta delle legislatura non si inquadra certo in una dinamica liberal-democratica. D’altra parte i manifestanti armati hanno portato in trionfo la Tymoshenko, donna avvezza alle recitazioni teatrali, ma anche abile nel business: in prigione ci stava per corruzione conclamata e non certo per aver combattuto per i diritti civili.

Quella che si è consumata a Kiev è stata una vera e propria riedizione nordica delle primavere arabe: prima le proteste popolari con contorni anche gioiosi di festa popolare, quindi gli squadroni paramilitari e il livello di violenza che cresce. La polizia ucraina ha usato la mano pesante, ma è anche vero che tra i cecchini che sparavano sui dimostranti sono stati individuati uomini vicini alla stessa Tymoshenko: sparando sulla folla in maniera artigianale mettevano in atto una strategia della tensione. Ora Yanukovich è scappato da Kiev, ma la presa del potere da parte degli occidentalisti rappresenta un precedente pericoloso: un domani lo scontento potrà tornare a manifestarsi in maniera violenta (e questo vale anche per le piazze di casa nostra). Gli “Arancioni” hanno già governato e in verità hanno già fallito; l’Ucraina non può reggersi senza il petrolio della Russia e certo non potrà rilanciare l’economia esportando improbabili merci ad Occidente. Gli emissari del Fondo Monetario Internazionale sono già volati a Kiev per proporre prestiti, e si sa cosa accade in una nazione quando i leggiadri commissari del FMI cominciano a svolazzare attorno a una capitale.

Intanto i vincitori della piazza di Kiev provano a recitare l’arcaico motto: Vae Victis! Guai ai vinti. Prima intenzione politica: quella di cancellare il russo come lingua ufficiale; ma poco meno della metà degli ucraini è appunto russa per lingua e cultura. La discriminazione linguistica può aprire la strada ad altre emarginazioni sociali: se poi l’Oriente ucraino di Donetsk, di Sebastopoli, della Crimea che da sempre fu russa, si ribella e accoglie con mazzi di fiori i carri armati di Mosca i nazionalisti di Svoboda non possono piangere sull’invasione.

La verità è che l’Ucraina è uno Stato artificiale, come lo era la Polonia negli anni Trenta. Ad Est si estende su regioni russe, ad Ovest su territori storicamente polacchi, slovacchi, rumeni. Va anche detta un’altra cosa: negli anni Novanta, Ucraina e Russia hanno condiviso quella fase di caos e di ingerenza che ha portato a un drastico impoverimento (anche rispetto agli standard non esaltanti della disciolta URSS). Dopo il Duemila a Mosca è stata ristabilita una verticale del potere e sono state fatte scelte energiche che hanno dato i loro frutti. L’Ucraina ha continuato ad oscillare nell’incertezza. Per avvalorare questa tesi propongo al lettore italiano un esperimento mentale: voi tutti conoscete badanti ucraine, avete ben chiaro il concetto di “badante ucraino” nel panorama dell’immigrazione italiana. Ebbene alzi la mano chi conosce una badante… russa. Forse qualcuna qua e là, ma non sono poi tante. Immigrati russi ce ne sono in Italia ma dal 2000 a questa parte sempre meno russi sono stati posti nella triste condizione di necessità di espatriare. Perché nella Russia di Putin il tasso di disoccupazione è assestato su un soddisfacente 7%, segno che le scelte in campo politico ed economico sono state buone: anche questo bisogna considerare prima di dipingere Putin come il cattivo che fa piangere i gay e gli Ucraini!

Con Putin bisogna ragionare. E’ necessario creare un tavolo di consultazione permanente europea e che a quel tavolo sieda il cancelliere tedesco come l’uomo forte del Cremlino, come il rappresentante della politica italiana. Se l’Ucraina continua ad essere un territorio instabile a maggior ragione occorrerà sviluppare i due gasdotti South Stream e North Stream che portano energia direttamente dalla Russia alla Mitteleuropa e all’Italia. Quanto all’Ucraina stessa l’augurio è che questa repubblica un po’ gravata da un vizio originale di composizione sappia trovare una via di mezzo tra i vecchi apparati di nomenklatura post-sovietica e gli arditi giovanotti di Svoboda.

Fonte: http://www.lacosablu.it/dopo-la-crisi-ucraina-una-tavola-rotonda-europea/?fb_action_ids=10203006440660112&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map=%5B1385022211769170%5D&action_type_map=%5B%22og.likes%22%5D&action_ref_map=%5B%5D

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