Martedì 30 Ottobre 2012 08:00

E’ un dato di fatto: diventare giornalisti costa. Costa fatica, tempo e denaro. E l’investimento richiesto ai giovani che intendono intraprendere questa professione è più oneroso di quanto previsto dalla legge. Si può essere cronisti “a tempo pieno” (professionisti) o “part-time” (pubblicisti), ma la sostanza non cambia: questo non è un Paese per giornalisti.
Prendiamo la fonte più autorevole in materia: l’Ordine dei giornalisti. Da regolamentazione, “sono Professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista; sono Pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercitano altre professioni o impieghi”.
Premessa doverosa per disciplinare una giungla
 fatta non solo di penne, taccuini, microfoni e registratori, ma anche di scorciatoie, raggiri, malefatte ed ambiguità.
L’Ordine dei giornalisti esige che gli aspiranti Professionisti, per iscriversi al relativo elenco, superino un esame
 di idoneità professionale riservato a coloro i quali abbiano svolto precedentemente un iter formativo e operativo mediante due strade percorribili.
Infatti, è possibile svolgere 18 mesi di praticantato e frequentare “uno dei corsi di formazione o preparazione teorica anche ‘a distanza’, della durata minima di 45 ore, promossi dal Consiglio Nazionale o dai Consigli Regionali dell’Ordine” o frequentare una scuola di giornalismo riconosciuta dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti dalla durata biennale.

Diversa è la procedura di iscrizione nell’elenco dei Pubblicisti, che prevede lo svolgimento di un’attività giornalistica continuativa e regolarmente retribuita, per una durata minima di due anni.
Facile a dirsi, un po’ meno a farsi
. Soprattutto nel XXI secolo, quando l’informazione veicolata sul web si sovrappone ed in parte sostituisce quella proveniente dai giornali e dalle tv. Il restringimento costante del bacino dei lettori e degli spettatori è la causa principale dell’ottimizzazione (licenziamento) del personale.

 

 

In tempo di crisi la parola d’ordine è tagliare: di conseguenza chiudono i giornali (spesso pedine dei ben più ampi scacchieri delle holding) e vengono ridimensionate le sedi (prime fra tutte quelle periferiche e di corrispondenza).
In misura inversamente proporzionale all’offerta vi è la richiesta di lavoro
: i corsi di laurea in Scienze della Comunicazione ed affini sono stracolmi, e non si comprende il motivo per cui non sia previsto un test di ammissione per una categoria di liberi professionisti legata ad un albo e ad una manifesta saturazione del settore. Seconda soltanto a quella degli avvocati.
Una domanda sorge spontanea: dal momento che i professionisti hanno difficoltà nel trovare o conservare il proprio lavoro, quante e quali sono le prospettive per i ragazzi che intendono intraprendere questa professione? Naturalmente poche e discutibili.
E’, invece, indiscutibile che il talento, la passione e l’esperienza debbano essere coltivati e perfezionati all’interno di una redazione reale in vista di un articolo o servizio altrettanto reale. Ciò che dovrebbe essere garantito per legge si rivela invece un lusso fruibile da pochi eletti. E’ questa la più evidente discrepanza di una corporazione nata 87 anni fa su ispirazione del celebre ministro Rocco e scarsamente riformata da quel lontano 1925. Quando un chilo di pane costava 2,25 Lire.
Quasi un secolo dopo due lire è sinonimo di pochi soldi. E gira e rigira al centro di tutto ci sono proprio i soldi.

 

  • Punto primo: l’Ordine non menziona le cifre, ingenti, da sborsare per frequentare le dodici scuole di giornalismo convenzionate del Bel Paese (in realtà sono 14 ma, ad oggi, 2 risultano essere inattive). Si va dagli otto mila euro dell’Università di Bari ai ventimila euro necessari per varcare la soglia della Lumsa e della Luiss di Roma. Ovviamente tali versamenti coprono soltanto la retta, per cui non sono comprese le spese necessarie per vitto, alloggio, stage e partecipazione all’esame di Stato. Una “manovra” lacrime e sangue ancor più sofferta se legata alla scomparsa del posto assicurato successivo.
  • Punto secondo: diversi enti ed istituti millantano scuole, corsi e master organizzati in convenzione con l’Ordine. A cifre, inutile dirlo, ugualmente esose quando poi, in realtà, non hanno alcuna convenzione conl’Ordine. Conviene perciò far fede sempre e solo all’elenco delle scuole stilato dall’Odg al link http://www.odg.it/content/elenco-scuole-giornalismo.
  • Punto terzo, forse il più importante: diffidare dai tanti, troppi, network che basano la propria esistenza sullo sfruttamento del lavoro(pagato) altrui.

 

Piccolo particolare: a pagare non sono i datori di lavoro, ma gli aspiranti giornalisti. Ebbene si, è stata raggiunta la massima perversione ipotizzabile in campo lavorativo: si paga per lavorare. Non si tratta di casi isolati, bensì di un costume che si sta diffondendo a macchia d’olio. E i giornalisti, che spesso peccano di autoreferenzialità, si guardano bene dal denunciare lo status quo. I panni sporchi si lavano in casa.
Le modalità si somigliano: per intraprendere il praticantato di due anni, alcuni datori di lavoro richiedono l’iscrizione mediante una tessera (come se fosse una palestra) ed il pagamento di una quota mensile per la durata biennale della collaborazione (per una cifra complessiva che può raggiungere anche i 2500 euro o più).
Ma c’è un’aggravante, sempre che sia possibile rendere più deprecabile tale pratica. L’attività sopra descritta è utile per il conseguimento del tesserino da pubblicista; in sostanza, per conseguire questo tesserino l’Ordine dei giornalisti richiede un biennio di praticantato regolarmente retribuito. Le varie testate (non tutte, naturalmente) che offrono l’opportunità di svolgere questo praticantato poi, spesso e volentieri si fanno rimborsare tale cifra (o quantomeno le tasse da pagarci sopra) dal praticante stesso.
Dunque chi decide di rimpinguare le tasche di giornalisti di dubbia moralità deve sommare tale “investimento” a quello necessario per l’ottenimento del tesserino da professionista. Adesso tutti a consultare la calcolatrice per quantificare gli anni di lavoro (quello remunerato per davvero) che serviranno per saldare i debiti contratti.

 

Nicola Tupputi

Fonte: http://www.laveracronaca.com/index.php/archivio/1109-diventare-giornalisti-in-italia-un-affare-per-ricchi

Commenta su Facebook

Tags: