ROMA (WSI) – E ora, il vero colpevole del divorzio tra il Regno Unito e l’Unione europea è lo stesso referendum. Tanto che, dopo la vittoria della Brexit, arrivano da più parti commenti di esperti che mettono in guardia dal far ricorso allo strumento del referendum con troppa facilità.

A storcere il naso contro lo stesso diritto di voto, prima che arrivasse la data del 23 giugno era stato l’ex premier italiano Mario Monti. Ora, intervistato da La Stampa, mette in guardia verso tale strumento di democrazia diretta anche Stefano Rodotà, mentre Affariitaliani.it cita fonti di palazzo Chigi, secondo cui, intimorito dall’effetto Brexit, il premier Matteo Renzi starebbe pensando a spostare il voto di ottobre sul referendum costituzionale a domenica 4 dicembre, con l’ok del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La voce del popolo fa così paura? Evidentemente sì se, in base a quanto riportato da Il Giornale, proprio ieri Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio della Camera, Pd, ha proposto di rimandare il referendum addirittura alla primavera del 2017.

Così Boccia, a margine della prima edizione di DigithON, la quattro giorni di maratona delle idee digitali tenutasi in Puglia:

“Il Partito Democratico deve sostenere compatto le riforme e spiegare con chiarezza che il cambiamento è necessario. Personalizzare il referendum è assolutamente sbagliato, come sbagliato è impiccarsi a una data (…) Sarebbe più opportuno anticipare il congresso del PD, approfondire con schiettezza e anche duramente nel merito il confronto e, solo dopo, affrontare il referendum costituzionale avendo davanti il tempo necessario per rendere seriamente edotto il Paese. Non ci vedo nulla di male se facessimo in autunno il congresso, e invece, si svolgesse il referendum nella primavera del 2017 dando più tempo agli italiani per capirne le ragioni più profonde, sarebbe un gesto di buon senso. Apprendiamo dagli errori degli altri; pentirsi dopo non serve a nulla“.

Rodotà afferma nell’intervista al quotidiano La Stampa:

“Questo referendum è stato brandito da Cameron per ragioni interne al suo partito, un uso del tutto strumentale di uno degli istituti giuridicamente più delicati. Ma così facendo il referendum diventa – da strumento di democrazia diretta e partecipazione – lo strumento distorcente di un appello al popolo, peraltro un popolo disinformato. E muore“.

Rodotà esprime la propria opinione sottolineando:

“Io, tolto quello del 2 giugno, i referendum li ho fatti tutti, e obiettivamente c’è un degrado. Ci sono anche esempi di referendum positivi, che hanno aumentato la partecipazione, penso a quello sull’acqua. Ma un referendum male usato produce un effetto divisivo fortissimo: il rischio qui è creare non uno, ma due popoli europei totalmente separati”.

Alla domanda sull’imminente referendum italiano, e sullo scontro di due propagande, quella di Renzi, palese, e quella del M5S, meno denunciata, Rodotà risponde così:

“Ormai l’ambiente informativo è molto più sensibile alle suggestioni, e alla propaganda, di quanto non fosse anche nel passato recente. Siamo, direbbe il titolo di un bel libro di Emilio Gentile, in una Democrazia recitativa, in cui è più la recita che l’informazione. In questo quadro il referendum, da forma di democrazia diretta dei cittadini, si trasforma nell’appello al capo e alla folla. Renzi ha commesso l’errore di cavalcare questo quadro, che gli si può ritorcere contro”.

Così aveva commentato l’ex premier, Mario Monti:
“Non sono d’accordo con chi dice che questo referendum è una splendida forma di espressione democratica. Le dico di più. Sono contento che la nostra Costituzione, quella vigente e quella che forse verrà, non prevede la consultazione popolare per la ratifica dei Trattati internazionali”.

Fonte: Wall Street Italia

Commenta su Facebook