Fuori una, verrebbe da dire; in effetti, il caso di Detroit altro non è che l’inizio di una serie di dissesti finanziari che da qui a breve potrebbero colpire gli Stati Uniti, minandone anche la stessa precaria unione federale.

La città del miracolo economico made in Usa, va dunque in bancarotta, non ha più un soldo nelle casse ed a stento riuscirà a garantire quei già di per sé pochi servizi sociali che elargiva alla sua popolazione, tra l’altro piombata dal 2009 in poi in uno stato di preoccupante povertà.
Era nell’aria da tempo: gli Usa, così preoccupati a non far crollare il proprio ruolo nel mondo, così concentrati a conservare il rango di potenza e a finanziare alacremente eserciti mediorientali per preservare questo scopo, a livello interno hanno una oramai cronica crisi di cassa.
Se prima gli enti in crisi erano piccoli comuni di contee sperdute di zone economicamente da sempre depresse, adesso almeno una ventina di Stati, o forse più, rischiano di andare in deficit e vivono attualmente una drammatica crisi di bilancio, a cui difficilmente un governo federale impegnato nello spendere dollari per progetti esteri e per strutture militari sparse per il mondo (e che ancora paga il conto, giusto a titolo di esempio, della guerra in Vietnam che tra indennizzi e rimborsi costa al contribuente americano qualcosa come 30 miliardi di dollari l’anno) può far fronte.
La caduta di Detroit, è alquanto simbolica: non è soltanto la morte finanziaria di una città che tutti i presidenti dagli anni ’20 in poi l’hanno etichettata come il fiore all’occhiello dell’industria americana, ma anche l’emblema di un territorio che, da quando è scoppiata la crisi nel 2007, non riesce più a vivere.
Detroit ha dovuto subire in questi anni l’aumento vertiginoso della disoccupazione, la chiusura di diverse industrie dell’indotto delle auto, il ridimensionamento sul mercato di General Motors e della stessa Ford, che hanno sede in questa città, per poi finire, ciliegina sulla torta, con il crollo del mercato immobiliare grazie alla bolla speculativa del 2007; in questi sei anni, sono cifre anche approssimative, si calcola che 75mila edifici sono stati abbandonati e si è assistito quindi ad una notevole diminuzione della popolazione.

E mentre i media si occupano di fantomatiche “rivoluzioni” foraggiate da alcune lobby internazionali, come quella in Brasile, o di inesistenti crisi di governo in Russia (da qualche ora, diversi telegiornali vogliono far passare il messaggio di una Russia tutta in piazza per difendere un blogger arrestato), in pochi puntano gli obiettivi sulla crisi sociale profonda che sta colpendo gli Usa: non solo la bancarotta di una delle città simbolo, ma anche la protesta che va avanti da giorni della popolazione afroamericana, l’aumento della povertà, la crisi di cassa di tanti Stati ed una disoccupazione giovanile che tocca punte molto alte.

Un’America profondamente divisa e che naviga a vista, senza alcuna lucidità di programmazione da parte del governo federale; è questa oggi l’immagine dello stato a stelle e strisce, immagine però che viene tenuta al buio dell’informazione “tradizionale”: sarebbe uno scacco matto terribile per la credibilità internazionale di un paese che ha fatto dei suoi “muscoli” un increscioso vanto internazionale.

Come evolverà la situazione, è difficile a dirsi: sarebbe troppo azzardato forse, ritenere che la bolla americana potrebbe esplodere nel breve volgere di poco tempo; di certo però, segnali di questo genere, sono la prova che la tanto temuta potenza Usa, potrebbe aver iniziato una fase calante della propria storia, la quale potrebbe quantomeno ridimensionarla a livello internazionale a favore delle potenze emergenti nelle altre parti del pianeta.

Del resto, se a livello diplomatico non riesce nemmeno a portare a casa propria la gola profonda che sta rivelando i suoi segreti a mezzo mondo dall’aeroporto di Mosca, non sarebbe poi così sorprendente che anche a livello economico gli Usa inizino ad arrancare mentre la società comincia dal canto suo a frazionarsi sempre di più e ad accentuare contrasti e divisioni che potrebbero minare dalle fondamenta la propria unità.

di Mauro Indelicato
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