Di Albanesi.it

La democrazia del benessere (Well-being demcoracy, WBD) è la forma di governo che si genera spontaneamente dalle idee del Well-being.
Parlare di democrazia dal punto di vista teorico può essere molto difficile; nell’articolo sul concetto di democrazia, trattiamo le linee generali di questo discorso; in quanto generale può essere condiviso da molti, anche di differenti posizioni politiche.
Il difficile però inizia quando si vuole implementare la teoria in una determinata società. La stragrande maggioranza degli Stati si definisce “democratica”, poi però si scopre che molti di essi sono addirittura semplici dittature.
Gli studiosi si sono impegnati a definire dei gradi di democraticità di un Paese secondo opportuni parametri. Per esempio, The Economist ogni due anni analizza 167 nazioni e valuta il grado di democrazia (Democracy index) con un punteggio cha va da 0 a 10. Nella valutazione del 2010 la Norvegia è risultata il Paese più democratico con un punteggio di 9,80; all’ultimo posto la Corea del Nord con un punteggio di 1,08; l’Italia si trovava al ventinovesimo posto con un punteggio di 7,83 (democrazia imperfetta).
Ovvio che le valutazioni dell’Economist possano essere respinte, se non si accettano i parametri di valutazione, così come si può respingere ogni altro giudizio che quindi vale finché valgono gli assiomi su cui si basa. Per il Well-being

una società occidentale è tanto più democratica quanto più tende a salvaguardare e a incrementare il Benessere Interno Lordo (BIL) dei cittadini.

Così uno Stato che abbia nella sua definizione l’orientamento religioso non è compiutamente democratico perché, di fatto, discrimina chi non appartiene a quella religione. A mo’ di esempio studieremo un Paese che, pur avendo enormi condizioni facilitanti, non è mai nei primi posti dei Paesi dove la qualità della vita è giudicata migliore.

Gli Stati Uniti sono una democrazia?

La risposta è semplice: no, al massimo, come l’Italia, sono una democrazia imperfetta. Per approfondire, si consulti l’articoloGli Stati Uniti sono una democrazia?

Il teorema della democrazia del benessere

Chi ha letto l’articolo sugli USA comprende più facilmente quale sia il fattore che discrimina la democrazia del benessere da una generica democrazia occidentale; per realizzare una democrazia del benessere è importante capire che:

non c’è democrazia senza una limitazione al profitto individuale.

Negli Stati Uniti (ma ovviamente anche in molti Paesi che li hanno scimmiottati, come l’Italia) la corsa alle enormi ricchezze individuali è responsabile di come, nel sistema, legge, politica, sanità e istruzione siano profondamente inique, senza una reale uguaglianza fra i cittadini.
Il cosiddetto sogno americano è la “droga” con cui sono stati anestetizzati i comuni cittadini, una specie di grande lotteria che non ha che lo scopo di giustificare le ingiustizie del sistema: dal momento che tutti possono arrivare in cima, il sistema è equo. Di fatto, sarebbe come se in Italia un governo dicesse ai disoccupati di giocare al Superenalotto nella speranza di cambiare la loro vita. Che il sogno americano non sia che un enorme condizionamento sociale è rappresentato dal fatto che molti americani si ammazzano di lavoro per poter mandare in prestigiose scuole i loro figli, sperando che questi abbiano una vita migliore dei propri genitori; si ammazzano di lavoro anziché contestare il sistema!

Un esempio pratico: i Paesi scandinavi

Chi ritesse utopistico quanto appena affermato consideri per esempio la Svezia (abbiamo già visto che la Norvegia, un altro Paese scandinavo, è la nazione più “democratica”). In Svezia già chi guadagna più di circa 65.000 euro ha una pressione fiscale del 67%. La Svezia è il Paese al mondo dove la ricchezza è più distribuita (indice di Gini di 0,25, circa la metà di quello degli Stati Uniti!), cioè tutti stanno mediamente bene, non ci sono gli estremi (tanti ricchi e tanti poveri) che si possono trovare in Italia (indice di Gini pari a 0,36), perché semplicemente non conviene guadagnare troppo.
La Norvegia, primo esportatore di petrolio d’Europa, ha sfruttato l’elevatissima imposizione fiscale per dirottare gli enormi profitti del petrolio in un fondo statale, che servirà per finanziare la conversione in energie rinnovabili quando il petrolio non ci sarà più ed è servito anche nel 2009 per reggere il duro colpo della crisi mondiale (è per questo che la Norvegia e la Svizzera sono gli unici paesi a non aver subito un’impennata del debito pubblico: hanno fatto riserve).
Le tasse servono per avere servizi di eccellenza e i soldi ritornano ai cittadini con gli interessi: per esempio si pensi in Italia quanto costa la scuola tra tasse scolastiche e libri. L’obiezione più comune a questi dati è che in Italia i servizi non sono paragonabili a quelli svedesi per cui la gente mal sopporterebbe le tasse, vedendole come un furto e quindi autogiustificandosi a evaderle. In realtà chi ha un minimo di morale non trova giustificazioni (alibi). Se si è poveri, ma dignitosi, non si cerca di rubare per essere come gli altri (l’evasore non evade mai per fame, ma per “avere di più”). Anche se i servizi non funzionano come in Svezia, non si possono concepire le tasse come un furto: parliamoci chiaro, in Italia i servizi non funzionano come in Svezia, ma nemmeno come nel Mali o nel Gabon; si possono ritenere le tasse alte per i servizi che si hanno, ma ciò non ci giustifica nel rubare (evadere).

La giustificazione teorica

Da un punto di vista teorico, la giustificazione del teorema è data dalla curva RQ della ricchezza individuale: il superamento di un certo limite di ricchezza porta con sé un decremento della qualità della vita, per cui chi continua oltre questo limite o è un apparente o è un romantico (la cui idea dominante è il lavoro).
Provate a focalizzare un incontro di industriali o di banchieri; la maggior parte di essi in abiti grigi, cravatta scura e camicia bianca (le poche eccezioni in maglione rigorosamente scuro): è lo stesso vestito con cui verranno messi (nonostante i loro soldi) nella bara! Non penso che si siano goduti granché la vita, certo non più di quanto se la possa godere ognuno di noi. Hanno sprecato una condizione facilitante (ricchezza) continuando ad arricchirsi, superando il limite e trasformandola in condizione penalizzante. Ovviamente, se qualche lettore pensa che comunque converrebbe essere al loro posto, gli suggerisco di riflettere su cosa ha sbagliato nella sua vita e soprattutto di liberarsi dei condizionamenti su ricchezza e successo.
Per il Well-being solo una personalità non equilibrata può essere così folle da continuare la corsa verso il massimo profitto senza accorgersi che la sua qualità della vita decresce. La limitazione del profitto frena cioè l’avidità del singolo, svolge una funzione di moralizzazione sociale, portando i cittadini verso una semplicità di vita che, continuando a vedere la ricchezza come condizione facilitante, non li rende schiavi di essa. La democrazia del benessere diventa la cura contro le avidità individuali e come tale

la democrazia del benessere è la forma più alta di democrazia.

In termini pratici, nella società è del tutto plausibile che il singolo possieda un grande capitale, frutto di generazioni, di convergenze familiari ecc. Quello che non è plausibile è che il singolo cerchi di incrementare all’infinito (senza limite) tale ricchezza perché così facendo parassita la società: in altri termini, l’accettazione della società (cioè il farvi parte) deve portare come vincolo il fatto che, oltre il limite di profitto, gran parte deve andare non al singolo, ma alla società.
Per le imprese tale limite non esiste: in quanto fornitrici di lavoro, esse svolgono una funzione sociale che giustifica ogni profitto ottenuto in modo legale; ma quando questo profitto passa ai singoli ecco che scatta il limite sociale.
Dovrebbe essere chiaro che la democrazia del benessere non demonizza i ricchi e la ricchezza.
Il Well-being fa una distinzione fra ricchi e plutomani; i primi detengono un capitale sopra alla media della popolazione e sono eticamente compatibili con la democrazia del benessere; i secondi cercano invece l’incremento illimitato del profitto (paradossalmente potrebbero essere meno ricchi di molti ricchi); così, senza limitazione ai plutomani, la democrazia tende a trasformarsi in plutocrazia (per esempio la democrazia americana ha un alto tasso di plutocrazia). La plutocrazia è spesso definita come “governo dei ricchi” (dal greco ????????????, “???????“, ricchezza, e ??????? “krateìn” potere); in realtà, dovrebbe essere definita al negativo come “non governo dei poveri”, esprimendo l’handicap sociale di chi ricco non è.

Capitalismo e marxismo

marxismoPremesso che il termine capitalismo ha molte accezioni, spesso niente affatto equivalenti, la democrazia del benessere può grossolanamente ritenersi un superamento sia del capitalismo sia del marxismo (o delle socialdemocrazie non rivoluzionarie), anzi una sintesi moderna di queste ideologie.
Il marxismo – Di fatto, il marxismo, con la negazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, si è sempre mosso in un’atmosfera di utopia: in oltre un secolo non è mai riuscito a essere concretizzato in un regime democratico, tant’è che le molte dittature comuniste sono state spesso rinnegate dai “veri” marxisti. Perché utopia? Il primo motivo è semplicemente storico: la classe del proletariato si è sempre più contratta tant’è che nei Paesi occidentali i partiti “puramente” marxisti non hanno mai raccolto più del 5-10% dei voti: ovvio che una società a misura di una classe minoritaria, per di più debole, sia, oltre che ingiusta, utopistica. Il secondo motivo è che Marx non ha sufficientemente indagato l’aspetto psicologico alla base del capitalismo e cioè l’avidità umana (di personalità violente e/o apparenti): solo mostrando che l’avidità è contraria al benessere individuale (in altri termini, che la ricchezza oltre certi limiti è negativa) si può pensare che il singolo sia pronto “spontaneamente” (e non sotto la costrizione di una dittatura) a vivere in una società dove sia abolita la proprietà dei mezzi di produzione. Paradossalmente la democrazia del benessere diventa la condizione necessaria, un passo intermedio, per chi vuole muoversi verso una società marxista.
Le democrazie occidentali – Possiamo dividerle in due insiemi teorici: quelle che seguono il modello americano (come l’Italia) e quelle che seguono il modello scandinavo (a metà strada ne esistono altre come Francia o Germania). Circa le prime, valgono le critiche espresse alla democrazia americana. Circa le seconde, potrebbe sembrare che la democrazia del benessere sia abbastanza vicina alle socialdemocrazie scandinave; non a caso molti di questi Paesi (e la Germania) sono o sono stati governati da governi socialdemocratici. Tuttavia, in questi Paesi si sono alternati anche governi non socialdemocratici, a riprova del fatto che la socialdemocrazia non aveva colto il punto di sintesi fra destra e sinistra, fra capitalismo e marxismo. Nei Paesi scandinavi è semplicemente maggiore la percentuale di persone che hanno capito a livello individuale che “la ricchezza non è tutto”: ciò si traduce in qualcosa che si avvicina alla democrazia del benessere (maggiore attenzione alla qualità della vita, all’ambiente ecc.). La principale differenza è che nel modello scandinavo il limite sociale di profitto (corrispondente all’aliquota massima) è troppo bassocon il risultato che, a fronte di servizi eccellenti, è impossibile per i più bravi aumentare significativamente la propria ricchezza in funzione di un benessere duraturo e quindi si attua un baratto fra servizi e lavoro (per gran parte della propria vita) che non è certo ottimale.

Il limite sociale di profitto (LSP)

Senza una valutazione quantitativa del limite di profitto ogni discorso sulla democrazia del benessere rischia di essere fumoso.
Convenzionalmente, data una società, il Well-being fissa tale limite (limite sociale di profitto, LSP) come

il profitto individuale realizzato da meno dell’1 per mille della popolazione.

Ricchi sì, ma non enormemente ricchi (tali da avere un enorme potere di controllo sulle istituzioni democratiche). Così in Italia il limite potrebbe essere di 500.000 euro annui* (il profitto usa l’anno come unità di tempo) mentre negli USA può essere di qualche milione di dollari. Infatti, fra l’altro, l’LSP indica il livello di ricchezza di una nazione.
Curioso il fatto che nei vari rapporti passi sempre inosservata la posizione dei plutomani; per esempio, nel rapporto ISTAT 2010 non si trova il valore corrispondente a un decimo del primo percentile (cioè il valore superato da un contribuente su mille), nel grafico indicato si evidenzia che meno dell’1% della popolazione ha un reddito superiore a 100.000 euro, ma la curva finisce lì.
La motivazione pratica dell’LSP è che da un lato consente al singolo di aspirare alla ricchezza che gli consente la massima felicità (chi per esempio ha una vita semplice può in 10-20 anni di lavoro mettere da parte tutto il necessario per godersi la vita, lasciando il suo posto ad altri), dall’altro gli impedisce di sfruttare la società a fini personali; è una sorta di simbiosi fra egoismo individuale e sviluppo sociale. Scopo dell’LSP è di realizzare un’equa redistribuzione del reddito che possa poi portare a una crescita socialmente giusta.

Realizzazione della democrazia del benessere (WBD)

Quali sono i passi per realizzare una vera democrazia del benessere?
L’individuo – A livello individuale è importante che i cittadini capiscano e facciano capire, con il loro impegno sociale, a chi è loro vicino, che essere plutomani non conviene, cioè non è intelligente, mentre essere ricchi sì. Nei Paesi europei più evoluti la percentuale della popolazione che ha questa consapevolezza è decisamente consistente, certo non rappresenta la maggioranza, ma è consistente; in altri, come l’Italia, probabilmente non più del 10% della popolazione ha questa consapevolezza, tanto è vero che per anni si è avuto come Presidente del Consiglio un plutomane e che molte persone che non arrivano alla fine del mese sono felici che la loro squadra del cuore sborsi milioni di euro al supercampione.
A livello politico è necessario che l’azione si orienti al BIL e che i politici cessino di essere schiavi dei plutomani, forti del fatto che in democrazia il voto di un plutomane equivale a quello di un poveraccio!
I tempi di attuazione dipendono dal punto di partenza della nazione; se pensiamo che i primi governi comunisti si sono attuati quasi un secolo dopo la morte di Marx, si può ben capire che un’ideologia che sensibilizza solo una parte minoritaria della popolazione avrà un tempo di attuazione di decenni, realisticamente una generazione. L’importante è capire che il tutto avviene per gradi, non c’è quella discontinuità tipica delle rivoluzioni.
La politica – Da un punto politico come si può:

  • limitare i profitti individuali,
  • fare in modo che il cittadino sia più orientato al benessere che alla ricchezza senza limite?

Chi ha ben compreso l’esempio della Svezia, comprenderà che i due punti si realizzano con una politica fiscale che penalizza i plutomani o gli aspiranti tali. Il programma è pertanto questo:

  1. Riconoscimento di un limite sociale di profitto (LSP) attraverso la nuova fascia sopra i 500.000 euro con un’aliquota fiscale del 60%.
  2. Negli anni successivi, innalzamento progressivo dell’aliquota fiscale per i redditi sopra l’LSP finché l’indice di Gini dell’Italia non sia sceso a 0,25.

Il primo punto rappresenta la realizzazione pratica del diritto civile alla fraternità.
Il secondo punto non deve essere frainteso. Il massimo dell’aliquota dipende da quanti plutomani capiranno che essere plutomani non conviene perché di fatto si vive meno bene che essere semplicemente ricchi. Quanto più lo capiranno e tanto prima l’indice di Gini si porterà a 0,25. Realisticamente un’aliquota fiscale del 70% potrebbe essere del tutto sufficiente.
NOTA – La riforma fiscale deve avvenire per gradi (per evitare di dare un appiglio a chi teme sfracelli economici), la rivoluzione della democrazia del benessere è una rivoluzione generazionale.
Chi è interessato, può approfondire il tema dell’evasione fiscale.

Le ricadute della democrazia del benessere

Sinteticamente:

  • migliori servizi per tutti (o, in alternativa, minori tasse ai redditi inferiori all’LSP)
  • minore corruzione e criminalità collegate alla ricerca illimitata del profitto
  • maggiore equità sociale e implementazione del diritto civile alla fraternità
  • possibilità di avere comunque una soglia di ricchezza compatibile con la massima qualità della vita.

Possibile che 999 persone su 1.000 accettino l’attuale scaletta fiscale? Forse alcuni sognano di diventare quell’uno su mille che si comprerà lo yacht, ma penso che si possa parlare di stupidità sociale se non si rendono conto dell’assurdo attuale regime fiscale. La prima cosa che un elettore dovrebbe fare è

non votare politici che non si impegnano a limitare i profitti in modo chiaro e “matematico”.

Perché, di fatto, fanno solo gli interessi di un cittadino su mille.

Le sette regole della democrazia del benessere

  1. La ricchezza di un Paese deve servire per migliorare il benessere del singolo cittadino.
  2. La ricchezza del singolo (patrimonio) è una giusta condizione facilitante e non deve essere penalizzata.
  3. Ogni forma di accumulo di ricchezza (reddito) che supera un limite (limite sociale di profitto) di fatto toglie ricchezza, e quindi benessere, agli altri.
  4. Il limite sociale di profitto è convenzionalmente fissato come il reddito non raggiunto dal 99,9% della popolazione.
  5. Il diritto civile alla fraternità implica che nessuno usi gli altri per arricchirsi oltre il limite sociale di profitto: non c’è democrazia senza fraternità.
  6. La democrazia del benessere si implementa con una riforma fiscale che tassa con un’aliquota fiscale molto alta (a partire dal 60) i redditi oltre il limite sociale di profitto con lo scopo di ridistribuire il reddito secondo un indice di Gini non superiore a 0,25.
  7. La pressione fiscale deve servire per realizzare servizi efficienti e poco costosi per tutti.

Come si vede, la democrazia del benessere non è di sinistra perché la sinistra ha sempre voluto colpire i patrimoni, anziché i redditi (i governi di sinistra non hanno mai alzato la ridicola aliquota del 43% per chi guadagna milioni di euro!); la democrazia del benessere non è di destra perché la destra ha sempre difeso coloro che ricercano il profitto senza limite per arricchirsi oltre misura (plutomani), senza considerare che i plutomani rappresentano solo l’1 per mille della popolazione, ma di fatto, grazie al loro potere, penalizzano la democrazia trasformandola in plutocrazia.

Le obiezioni alla democrazia del benessere

Il manifesto per la diffusione della democrazia del benessere
* Secondo una stima di Merrill Lynch, in Italia nel 2010 ci sarebbero 170.000 soggetti con un patrimonio che supera il milione di euro, mentre, circa i redditi alti, ho trovato solo questo giochino che ci dice che lo 0,18% dei contribuenti dichiara più di 200.000 euro. Considerando che le dichiarazioni tendono a essere più “leggere” della realtà, l’informazione che “un contribuente su 1.000 (0,1%) guadagna più di 500.000 euro”

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