Sono passati 21 anni dall’assassinio in Nigeria dello scrittore, candidato premio Nobel per la pace, Ken Saro-Wiwa. Le estrazioni petrolifere Shell, Chevron, ExxonMobil ed Eni continuano, a ritmo rallentato. Così come gli attacchi dei gruppi terroristici, che sorgono a decine con nuove sigle.

Sullo sfondo c’è la situazione di estrema povertà della gente del Delta del Niger e, ancora, l’inquinamento dell’area. Un governo corrotto. E multinazionali che in questo quadro fanno fatica a operare. La povertà, con il ribasso dei costi delle materie prime e la mancanza di lavoro endemica, aumenta. E allora succede che i giovani del posto – ormai è quasi una routine – aderiscono ai gruppi che attaccano le pipeline, per danneggiare la produzione e per portarsi a casa un po’ di greggio da rivendere sul mercato nero. Greggio che vale sempre meno. Così che non conviene poi così tanto investire per estrarlo. Le compagnie, ma anche i governi, ormai hanno perso tutte le speranze di trovare un accordo con le popolazioni locali. Troppi gli attentati e troppe le sigle di nuovi gruppi.

Nel 2009 è stata siglata un’amnistia con i ribelli del Mend, Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, il gruppo più conosciuto, che da allora ha deposto le armi. Ma le condizioni della gente del Delta, nonostante le promesse, non sono cambiate: povertà endemica, inquinamento massivo, mancanza di scuole e ospedali. Così, gli attacchi sono ripresi, con il sostegno tacito della popolazione locale.

La Nigeria è il primo produttore di greggio africano, l’ottavo produttore mondiale. La sola Shell, dagli anni ’50, ha estratto dal Delta una quantità di greggio pari a 30 miliardi di dollari.

I ricavi sono redistribuiti secondo la formula: 55% al governo federale, 25% agli stati produttori e 20% ai governi locali. Secondo il rapporto di 322 pagine prodotto qualche tempo fa da una Commissione d’inchiesta del Senato americano, alla fine i soldi del petrolio nigeriano dalle mani dei corrotti leader politici finiscono tutti in qualche conto estero nei paradisi fiscali.

La lotta così si è ancora più radicalizzata con un aumento del numero degli attacchi, ai livelli più alti da 7 anni. Tanto da far dimezzare la produzione di petrolio del primo paese produttore africano. Il principale è stato un’esplosione sottomarina che ha distrutto la pipeline Forcados, ma c’è stata una dozzina di altri attacchi che hanno causato un calo della produzione nel Delta di oltre 700mila barili al giorno.

Il gruppo più temuto e più attivo è quello dei Vendicatori, i Niger Delta Avengers. Dallo spontaneismo degli ogoni e di Saro-Wiwa si è passati all’organizzazione: gli Avengers annunciano su Twitter i loro attacchi, conoscono le tecnologie, usano ordigni veri e ogni tanto diffondono comunicati in cui si dicono pronti a dialogare. Ma subito dopo spunta un altro gruppo che, mentre quelli tendono la mano, fa saltare qualche condotto o sequestra degli operai su qualche piattaforma.

Come il Niger Delta Green Justice, letteralmente giustizia verde, che qualche settimana fa ha fatto saltare una pipeline di gas nelle paludi del Sud, o come il gruppo della Revolution Alliance, l’alleanza della rivoluzione del Delta. Per il Governo nigeriano, già in forte difficoltà nel nord con gli attentati – di altra matrice – di Boko Haram, è difficile individuare il giusto interlocutore con cui tentare di avviare negoziati per un cessate il fuoco. I gruppi del Delta sono decine, ognuno di essi è guidato da un “generale” che, a malapena, riesce a guidare il suo gruppo armato, senza un comando unificato. «I giovani non hanno prospettive, e la gente è abituata a vivere alla giornata, a pensare al breve termine, per questo pullulano le nuove sigle» e aumentano le reclute di questo strano e disperato esercito, ha spiegato a Reuters un operatore petrolifero. Nel giugno scorso il governo aveva annunciato un cessate il fuoco per poi rimangiarsi la parola dopo l’ennesimo attentato. Il ministro del petrolio, Emmanuel Ibe Kachikwu, qualche giorno fa ha ammesso che «i negoziati vanno avanti, ma non è facile giungere a un accordo complessivo». «Noi – ha ribadito ai giornalisti – abbiamo bisogno di un cessate il fuoco».

«La situazione è la stessa dei tempi di Ken Saro-Wiwa», spiega Elizabeth Donnelly, ricercatrice delthink-tank britannico Chatham House. «E una soluzione non sembra essere dietro l’angolo». Il governo nigeriano ha ripreso i pagamenti a favore dei ribelli, sospesi nel febbraio scorso, nel momento di maggiore recrudescenza degli attacchi. Nonostante i soldi gli attentati sono ripresi. E come arrivano soldi a qualche gruppo, ne sorge subito dopo un altro che rivendica lo stesso trattamento e fa saltare qualche pipeline. Insomma, un vero e proprio rebus.

FONTE: Nigrizia

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