La storia insegna: la crescita è stata fatta sempre a deficit.

4 settembre 2011 (MoviSol) – Nelle ultime settimane nel nostro paese (ma non solo) non si fa altro che parlare di che cosa tagliare per raggiungere gli obiettivi di bilancio indicati dalla Banca Centrale Europea, affinché gli speculatori, pardon, i mercati si “rassicurino” sulla nostra solvibilità. È una vera guerra tra poveri quella che si sta dispiegando sulle pagine dei giornali e tra la gente: facciamo pagare l’ICI alle suore oblate, tagliamo le pensioni, alziamo l’IVA, aboliamo le province etc.; mentre alcune misure riscuotono certamente il plauso generale, come alzare il prezzo delle lasagne a Montecitorio o le tasse ai calciatori, si viene spinti a credere che questa situazione sia veramente frutto degli sprechi e non dei ricatti della speculazione finanziaria.

È una spirale senza fine: hai voglia a fare macelleria sociale: se “i mercati” non sono soddisfatti (e non lo sono mai), il debito viene declassato; le conseguenze sono miliardi e miliardi in più di interessi sul debito da dover pagare, da cui, a cascata, ulteriore politica di tagli, poca crescita, altri problemi di bilancio e così via su questa brutta china.

La vera e propria “soluzione finale” viene individuata da alcuni nell’obbligo del pareggio di bilancio da inserire addirittura in Costituzione. Ciò vuol dire che i Governi non potrebbero più spendere a deficit, o in altri termini, non investire affatto nell’economia aldilà della spesa corrente (che pure si vorrebbe ridurre al minimo per diminuire il debito totale).

Ma a chi gioverebbe un tale stato di cose?[1] A ben guardare chi spinge per questa “soluzione” è esattamente chi vorrebbe spiazzare del tutto il ruolo degli stati nell’economia, creando un vuoto che si vorrebbe poi riempito (ma con risultati ben diversi) dai (pochi) privati. Si tratta in buona sostanza di nostalgici del feudalesimo, quando tutto apparteneva ai vari signorotti, compresi i lavoratori, e non esisteva nemmeno il concetto di Stato Nazionale sovrano. Bella soluzione: per “salvare” gli stati, li obliteriamo. È come praticare un salasso al paziente perché anemico.[2] O un po’ come salvare i civili bombardandoli, come fa la NATO.

I conoscitori delle idee di Lyndon LaRouche e del suo movimento sanno bene che l’origine e la soluzione di questi problemi sono altre.[3]

Su questo sito e su altre pubblicazioni del Movimento Internazionale che fa capo a Lyndon LaRouche, si fa spesso riferimento al sistema creditizio (l’autentico Sistema Americano di Economia Politica), in opposizione al sistema monetario, ovvero il sistema britannico della Banca Centrale. Per sgombrare il campo da dubbi e confusione, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

La principale differenza tra i due sistemi risiede nel fatto che nel sistema creditizio è in definitiva il Governo di un paese che decide la politica monetaria, ovvero regola la quantità di moneta, mentre nell’altro il responsabile di tale funzione è un entità distinta, ovvero la banca centrale.

Nel genuino sistema creditizio il denaro è solo un mezzo attraverso il quale creare sviluppo economico reale, mentre nel secondo il denaro è considerato un bene in sé.

Ma veniamo al dettaglio. Nel sistema monetario la Banca Centrale, ente sostanzialmente indipendente dal Governo, decide la quantità di moneta in circolazione e, attraverso acquisti e vendite di attività sul mercato secondario, perlopiù di titoli finanziari, tra i quali anche titoli di stato, quindi attività detenute da altri enti pubblici o privati, rispettivamente immette o drena liquidità nel o dal sistema.

In questo sistema, non ha alcuna importanza quale uso si faccia del denaro, ovvero per quale scopo si stampi moneta; essa viene immessa nel sistema bancario e può andare a finanziare attività produttive, così come ad alimentare quelle speculative in derivati o addirittura il gioco d’azzardo o il traffico di droga[4]: per l’emittente non fa alcuna differenza proprio in quanto è il denaro in sé ad essere considerato un bene.

In definitiva si può affermare che il sistema monetario è basato su di una fede cieca nel libero mercato: si immette liquidità nel sistema, poi sarebbe il mercato stesso, attraverso la “mano invisibile”, ad autoregolarsi e creare crescita attraverso l’aumento delle singole “utilità”individuali; i singoli egoismi pertanto si armonizzerebbero secondo la più stretta dottrina liberista. La realtà dei fatti (aspettiamo sempre qualcuno che ci smentisca) dimostra storicamente che ciò non si è mai verificato, anzi, a beneficiare di tale sistema è puntualmente una ristretta oligarchia che, grazie alla propria forza finanziaria, è poi in grado di imporre scelte politiche agli stessi governi, esattamente come sta avvenendo anche oggi in USA ed in Europa.

Questo è il sistema Anglo-Olandese tipizzato dalla Compagnia delle Indie[5] e di origine veneziana. Trattasi in definitiva di superstizione, di fiducia in una specie di divinità (appunto la mano invisibile) non certo accettabile per una scienza dell’economia fisica (cristiana). Si può anche dire che un sistema monetario può fare addirittura a meno dello Stato, anzi perlopiù per esso lo Stato rappresenta un vincolo e una zavorra, quindi esso è fondamentalmente anarchico. I sostenitori del sistema britannico solitamente si oppongono strenuamente ad ogni governo autoritario, ma non per amore dell’umanità, bensì per quello dell’anarchia, come sta avvenendo ad esempio in Libia, tanto per citare un esempio recente. Salvo poi sostenere regimi fascisti (ad es. Mussolini, Hitler, Pinochet, i regimi militari argentini e greci etc.) quando si tratta di far pagare alle popolazioni il conto della speculazione. Sono gli stessi che propugnano l’idea dell’obbligo del pareggio di bilancio.

Apparentemente simile, ma in realtà agli antipodi, è il sistema creditizio.

In tale sistema, la Banca Nazionale (o un altro ente che ne esercita in sostanza le stesse funzioni) non immette alla cieca liquidità nel sistema come nel regime monetario, cosa che equivarrebbe a combattere i pidocchi bombardando con il napalm.

La Banca Nazionale (o chi per essa, come vedremo più avanti), mette a disposizione il denaro con il quale creare linee di credito da indirizzare verso attività o progetti specifici. Tali linee di credito, sottoforma di finanziamenti e, a cascata, fino allo sconto di fatture o effetti (il tutto ad un tasso agevolato rispetto alle altre attività finanziarie, secondo la cosiddetta politica del “Doppio Sportello” che LaRouche ha in passato spesso illustrato) per le imprese che partecipano ai progetti, non sono “a pioggia”, ma vanno a sostenere specifiche attività e progetti di interesse generale.

Pertanto in un sistema creditizio, il denaro non è un bene in sé, non c’è fede cieca nel mercato, anzi esso è regolato, e lo Stato riveste un ruolo centrale nell’individuare le aree di intervento. Tale individuazione è una scelta politica.

Un po’ di storia

La creazione della prima Banca Centrale nel senso moderno del termine avvenne con la Banca d’Inghilterra[6] nel 1694; non che prima l’emissione di moneta fosse in mano allo Stato; al contrario esistevano diversi emittenti privati, ma, essendo questa attività soggetta ad inevitabili economie di scala, ad un certo punto venne varato un ente unico (la Banca Centrale appunto, praticamente un consorzio di banche private) in capo al quale venne posta questa funzione. Ovviamente tale stato di cose risulta più agevole per chi voglia controllare tutta la politica monetaria di uno Stato. Il sistema della Banca Centrale si diffuse di seguito un po’ ovunque.

La peculiare storia dell’indipendenza americana creò le condizioni affinché venisse ideato un sistema completamente ed esplicitamente diverso. All’indomani della vittoriosa rivoluzione, occorreva sviluppare la nuova nazione indipendente, il debito federale e dei singoli stati era aumentato considerevolmente e non si poteva ovviamente contare sul credito estero, poiché l’Inghilterra ne deteneva il monopolio mondiale.

Innanzitutto Alexander Hamilton, ministro delle finanze di George Washington, ritirò tutte le precedenti obbligazioni vendendo nuovi titoli di debito agli Americani, dimostrando così l’intenzione di ripagare il debito estero e attirandosi fiducia e nuovi capitali dall’Europa. Poi egli era conscio del fatto che gli Stati Uniti avessero bisogno di un sistema di credito nazionale, e avendo ben presente che, diversamente facendo, i neonati Stati Uniti sarebbero subito ricaduti sotto il giogo straniero, dietro ispirazione di Benjamin Franklin ed in definitiva di Leibniz (di cui Franklin era profondo conoscitore), creò nel 1790, la Banca Nazionale.

Questa banca sarebbe stata preposta a raccogliere i fondi derivanti dalla vendita dei titoli di stato e con quel capitale e con i depositi dei cittadini avrebbe potuto emettere credito per la realizzazione di quei progetti volti a creare un’industria manifatturiera e sviluppare l’economia.[7] La Banca avrebbe anche potuto prestare allo stesso governo in caso di bisogno. Ma lasciamo parlare Hamilton: “Non si può fare a meno di prestare particolare attenzione al fatto che tra di noi i più illuminati amici del buon governo sono quelli con le più alte aspettative. Per giustificare e conservare la loro fiducia; per promuovere la crescente rispettabilità del nome americano; per rispondere ai richiami della giustizia; per restaurare la proprietà terriera al suo proprio valore; per fornire nuove risorse sia all’agricoltura che al commercio; per cementare più strettamente l’unione fra gli stati; per aumentare la loro sicurezza contro aggressioni straniere; per stabilire l’ordine pubblico sulla base di una politica giusta e liberale. Questi sono i grandi ed inestimabili scopi da assicurare attraverso un adeguato provvedimento, ad oggi, in favore del credito pubblico”[8]

Sembra che più di duecento anni fa si sapesse meglio di oggi quale fosse lo scopo della creazione di un capitale a deficit.

È interessante notare come Hamilton avesse molto chiaro il concetto di moneta moderna: “Questo impiego aggiuntivo conferito alla moneta e la facoltà di una banca di prestare e far circolare una somma più grande rispetto al suo capitale, va tutto a vantaggio del commercio e dell’industria, un assoluto aumento di capitale. Acquisti e investimenti, in generale, possono essere conclusi con una data somma di cartamoneta bancaria o credito, così come si fa con una uguale somma in oro o argento. […] l’effetto sull’industria è lo stesso; la ricchezza intrinseca di una nazione va misurata non dall’abbondanza di metalli preziosi in essa contenuti[9], ma dalla quantità delle produzioni del suo lavoro e industria. È certo che la vivificazione dell’industria, attraverso una piena circolazione, con l’aiuto di un adeguato e ben regolato credito cartaceo, può più che compensare la perdita di una parte dell’oro e dell’argento di una Nazione. […] L’ultimo pensiero è la necessità di precauzioni contro una influenza straniera che si insinui nella Direzione della Banca. È difficilmente ammissibile che qualcuno che non sia cittadino possa essere eletto come Direttore di una Banca Nazionale, o che stranieri non residenti possano essere in grado di influenzare la nomina di Direttori attraverso il voto di loro complici. Bisogna considerare che un tale tipo di Banca non è una questione di proprietà privata, ma una macchina politica della più grande importanza per lo Stato”.[10]

Questo è il vero Sistema Americano di Politica Economica non il liberismo e il monetarismo, come si sostiene sia da parte liberale che da parte marxista, così come non è Locke il padre della Dichiarazione d’Indipendenza, ma Leibniz.[11]

Purtroppo il genuino Sistema Americano di Economia Politica non è stato applicato sempre durante la storia degli Stati Uniti a causa del feroce sforzo con il quale l’Impero Britannico ha nel tempo cercato di soggiogare di nuovo la grande colonia perduta[12]; quando però esso ha trovato applicazione i risultati raggiunti sono stati sorprendenti come nel caso di Lincoln.

Attraverso la generazione di credito governativo e di moneta moderna, Lincoln raggiunse l’obiettivo di uno sviluppo economico senza precedenti, rendendo gli USA la prima potenza mondiale agro-industriale e supportò lo sforzo bellico per vincere la Guerra di Secessione, vera e propria guerra delle potenze oligarchiche europee contro il Sistema Americano. L’amministrazione Lincoln, tra l’altro vendeva i titoli di Stato agli stessi cittadini americani e non alle banche straniere. Sotto Lincoln il debito pubblico degli Stati Uniti raggiunse livelli mai visti prima, ma ciò non fu un problema, essendo l’economia cresciuta più che proporzionalmente.

Purtroppo lo sforzo di Lincoln venne successivamente vanificato da una serie di amministrazioni filo-britanniche, fase che culminò con la creazione della anti-costituzionale Federal Reserve, una vera e propria Banca Centrale su modello britannico. Va da sé che ormai la strada alla speculazione era stata spianata e di lì a poco gli USA furono colpiti dalla Grande Depressione.

Franklin Delano Roosevelt

È interessante osservare come F.D. Roosevelt riuscì a ripristinare un funzionante sistema creditizio anche in presenza della FED: semplicemente la aggirò. Non riuscendo, infatti, politicamente ad avere il consenso necessario per la nazionalizzazione della banca centrale[13], Roosevelt agì attraverso la creazione di enti (o la trasformazione di enti già esistenti) come la Reconstruction Finance Corporation, la Home Owners Loan Corporation, la Works Progress Administration, la Public Works Administration, la Farm Credit Administration, la Defense Plant Corporation, fino alla Tennessee Valley Authority ed incanalò finanziamenti (derivanti dalla vendita di Titoli di Stato, si badi bene, a deficit) verso progetti decisi dal Governo stesso come prioritari, sottraendo al “mercato” la gestione di questi fondi, come invece sarebbe avvenuto se la liquidità fosse direttamente fluita dal deficit, alla FED, al normale circuito bancario.

I risultati di Roosevelt furono eccezionali: nel giro di qualche settimana già il sistema bancario statunitense riprese a funzionare grazie soprattutto al criterio di separazione tra banche commerciali e banche d’investimento (legge Glass-Steagall); i risultati maggiori in termini di occupazione e produzione furono raggiunti nei primissimi anni della sua amministrazione, mentre, con buona pace dei detrattori di destra e di sinistra, lo sforzo bellico (iniziato solo nel terzo mandato di Roosevelt) trovò un paese già da tempo tornato superpotenza agro-industriale[14].

Come descrive il figlio di F.D. Roosevelt, Eliot, nel suo libro “As He Saw It”[15], ovvero “Come la Vedeva Lui”, il padre, ancor prima della fine della guerra, aveva bene in mente che dopo la vittoria, ritenuta da lui certa, ci sarebbe stato bisogno di un “New Deal” su scala planetaria se si voleva che il pianeta fosse liberato dal colonialismo, altrimenti altre terribili guerre sarebbero state inevitabili[16].

Purtroppo Roosevelt farà in tempo in questo senso solo a presiedere la conferenza di Bretton Woods, che stese le basi per un sistema finanziario mondiale predisposto per questo New Deal planetario, perché la sua prematura scomparsa, lasciò da subito, di nuovo, campo libero alla fazione opposta.

La vulgata mass-mediatica ad esempio è solita ripetere che fu l’economista J.M. Keynes il padre di Bretton Woods e del Piano Marshall. Niente di più falso; è qui che la differenza tra sistema creditizio e sistema monetario, tra espansione del credito produttivo ed espansione monetaria per sé, viene deliberatamente obnubilata.

Keynes non era affatto interessato a quale strada prendessero i capitali derivanti da un’espansione monetaria; Keynes, da contabile[17], non faceva differenza tra lavoro produttivo e lavoro a bassa intensità tecnologica ed era profondamente nemico della politica dirigista di Hamilton, Lincoln e Roosevelt, considerata inflazionistica.

In realtà l’assioma: spesa pubblica = inflazione è un’asserzione di comodo della fazione liberista-monetarista, oggi peraltro preponderante; l’economia scientifica, confermata dalle esperienze storiche, mostra che l’aumento di produttività del lavoro indotto dallo sviluppo di progetti ad alto contenuto tecnologico, aumenta la produzione senza creare inflazione, anzi ripagando nel lungo periodo il debito creatosi.[18]

Attraverso il ritorno delle tasse nelle casse dello Stato il debito si mitiga; infatti la crescita indotta da progetti ad alto contenuto scientifico e tecnologico, che migliorano la produttività, non è una funzione lineare della spesa a deficit, bensì essa è più che crescente e conserva questa caratteristica per un certo periodo di tempo grazie all’aumentata spesa al consumo, dovuta all’aumento generale del reddito. Da qui un aumento più che proporzionale delle imposte.

Lo spettro dell’inflazione è scongiurato dal fatto che a seguito della spesa a deficit iniziale, il sistema si assesta su di un livello più alto di dotazione fisica di beni strumentali, infrastrutture e beni di consumo che “assorbe” la moneta in circolazione e soddisfa la domanda; inoltre l’aumentata capacità produttiva permette di produrre a costi inferiori o con minor tempo o con qualità maggiore o con tutte queste caratteristiche insieme.

Nemesi della storia, nei momenti di crisi, l’ortodossia monetarista, propone come unica ricetta massicce iniezioni di liquidità nel sistema, queste sì nettamente inflazionanti, e perdipiù senza alcun impatto sulla produzione.[19] Infatti l’aumento della moneta in circolazione “si scontra” con un dato stock di beni fisici, senza innalzarne il livello, lasciando quindi la domanda insoddisfatta e spingendo in alto i prezzi.[20]

L’eredità di Roosevelt: gli esempi tedesco e italiano

Le idee di Roosevelt non andarono comunque disperse: la TVA esiste ancora[21] come altri enti allora creati sul suo esempio in Europa, in grado di riprodurre gli effetti di un sistema creditizio.

In Germania ad esempio, nel 1948 fu creata la Kreditanstalt für Wiederaufbau (Istituto di credito per la ricostruzione – KfW), che agiva in maniera sostanzialmente uguale a quella degli enti creati da Roosevelt per aggirare il potere della Banca Centrale e dei mercati.

Il sistema non funzionava esattamente come la banca hamiltoniana, ma la sostanza non era molto diversa. La KfW era sì una banca, ma essa non poteva accettare depositi o investire in titoli. Inoltre la Germania si trovava inoltre in una situazione finanziaria molto particolare: essendo praticamente considerata un paria tra le nazioni, grazie alla campagna britannica, nessun paese era disposto a prestare al Governo tedesco e dal bilancio statale non poteva arrivare un centesimo, essendo lo Stato già oberato dai debiti di guerra. Si era sostanzialmente in una situazione simile all’attuale Unione Europea: impossibilità ideologica di espandere il deficit. La KfW funzionò solamente grazie al “fondo di controvalore” proveniente dal Piano Marshall; con questi fondi che costituirono il capitale di partenza essa poté moltiplicare credito per attività produttive nel campo minerario, dell’energia, della meccanica, dell’agricoltura, dell’edilizia e persino della pesca. La KfW finanziava progetti laddove nessuna banca commerciale sognava di rischiare nemmeno un marco, quindi di concerto con le autorità americane si stabilì che i finanziamenti dovessero passare per circuiti diversi dal sistema bancario ordinario. Si trattava di dirigismo.

Ma da qualche parte il capitale iniziale deve arrivare, e principalmente ciò avviene con la spesa a deficit. Insomma se la Merkel fosse stata allora cancelliere, forse oggi la Germania sarebbe sviluppata più o meno come la Bielorussia. Aggiungiamo incidentalmente che poi la Germania ripagò nel tempo i prestiti del piano Marshall grazie alla crescita economica indotta negli anni seguenti. La conclusione è che, oggi, senza fare deficit non c’è possibilità di sviluppo reale, a meno che non consideriamo sviluppo l’aumento dell’indice di borsa. Ovviamente l’aumento del debito deve procedere con una politica dirigista altrimenti va solo a gonfiare le bolle speculative.

Altro esempio di sistema creditizio viene dalla nostrana Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia Meridionale o Cassa per il Mezzogiorno, fondata nel 1950 ad esplicita imitazione della TVA rooseveltiana. Il sistema era in buona sostanza simile al KfW. Anche in questo caso i capitali iniziali provennero dai programmi del Piano Marshall, ma in seguito fu il deficit di bilancio a costituire la base del credito: all’epoca la Banca d’Italia era controllata dal Tesoro e aveva l’obbligo dell’acquisto residuale dei titoli di stato che andassero invenduti alle aste. L’Italia insomma non aveva problemi a spendere a deficit e non aveva un Draghi a minacciare catastrofi a seguito della spesa pubblica. Grazie a quei capitali la Cassa poté moltiplicare credito per la realizzazione di importantissime opere infrastrutturali nell’Italia meridionale nel campo del governo delle acque, delle strade, della politica agricola, dell’edilizia etc.

Il sistema cominciò ad andare in malora quando si decise di canalizzare attraverso le regioni i fondi della Cassa: quello fu l’inizio della spesa a pioggia e degli sprechi, che faranno della cassa del Mezzogiorno, nell’immaginario comune, l’esempio per antonomasia di carrozzone statale inefficiente. Con gli anni novanta, in pieno delirio di “austerità”, invece di riportare il progetto sotto gli auspici governativi per restituirlo agli antichi splendori ed efficienza, esso fu cassato con un tratto di penna.

Nota finale: inflazione, debito, PIL

Abbiamo già accennato al fatto che la spesa pubblica produttiva non genera inflazione; vediamo i dati.

In Italia il tasso di inflazione tra il gennaio 1956 e il luglio 1971 fu in media del 3.4% con un massimo di 8% nel mese di marzo 1963 e un minimo di -2% nel luglio 1959, anno in cui si sfiorò anche la piena occupazione.

L’inflazione cominciò a galoppare dall’agosto 1971, quando fu presa la decisione di mettere in pensione il sistema di Bretton Woods, toccando il 25% nel novembre 1974 e rimanendo a due cifre per molti anni; valori medi simili al periodo precedente compariranno solo dopo la metà degli anni ’90 in piena follia privatizzatrice, recessiva e deflazionistica.[22]

Le conclusioni che si possono trarre sono lapalissiane e sono ancor più marcate se consideriamo i tassi di crescita del PIL comparati. Oggi abbiamo sì tassi d’inflazione simili agli anni post-bellici, ma notoriamente il tasso di crescita della produzione non è neanche lontanamente paragonabile[23].

Si parla tanto di scelte coraggiose da parte del nostro e di altri governi; ecco una modesta proposta da parte nostra: uscire unilateralmente dall’Euro, mettere fuori legge i derivati[24], ristabilire i controlli sui capitali, ristabilire una separazione tra banche commerciali e banche d’affari, rinazionalizzare la Banca d’Italia o comunque avviare la creazione di una Banca Nazionale su modello Hamiltoniano per il rilancio di politiche di sviluppo reale specialmente per il Meridione; farsi promotori a livello internazionale di una conferenza internazionale tipo “Nuova Bretton Woods”; per la rifondazione su basi più giuste del sistema finanziario internazionale.

L’attuale esecutivo si trova ad un bivio storico: potrebbe passare alla storia come quello che ci ha consegnato definitivamente alla dittatura dei banchieri, così come potrebbe essere ricordato come quello che ci ha salvato da essa.

Aureliano Ferri
Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà

Note:

[1] – Rileviamo un errore dei fautori della teoria complottistica sul signoraggio che sostengono che le banche centrali siano interessate ad indebitare all’infinito gli Stati. A scanso di equivoci ribadiamo qui l’infondatezza di tale teoria e rimandiamo ai seguenti scritti apparsi su questo sito: “Su Ezra Pound e Signoraggio” e “Ancora su Ezra Pound e Signoraggio”.

[2] – Stiamo parlando della scuola di Chicago (Milton Friedman per citare uno dei massimi rappresentanti) a sua volta erede della scuola di Vienna di Von Mises e Von Hayek. Alcune posizioni simili sono rintracciabili nel cosiddetto movimento dei Tea Party.

[3] – Cfr. “Quarant’anni fa l’avvertimento di Lyndon LaRouche: il punto di svolta del 15 agosto 1971 per il sistema finanziario”.

[4] – Per Adam Smith la società era la sommatoria delle “utilità” (dei singoli individui), egli non parlava certo di sviluppo generale.

[5] – Adam Smith era dipendente di questa organizzazione privata, dotata persino di proprio esercito, elemento fondamentale affinché le popolazioni “accettassero” il libero mercato.

[6] – In verità la Svezia si era dotata prima di una istituzione simile, ma storicamente è la Banca d’Inghilterra, grazie alla dimensione economica del proprio impero a fare scuola in materia.

[7] – Hamilton, da anti-schiavista, era conscio del fatto che un’economia basata essenzialmente sulla produzione di materie prime, come il cotone, non avrebbe mai reso realmente indipendenti gli Stati Uniti e avrebbe sempre avuto bisogno di lavoro schiavistico, mentre l’industria avrebbe prodotto ciò di cui gli americani avevano bisogno senza utilizzare gli schiavi.

[8] – A. Hamilton, Report on Public Credit, 1790 (trad. A. Ferri).

[9] – Oggi potremmo parafrasare dicendo che la ricchezza di una nazione non si misura dal rating o dal livello degli indici di borsa.

[10] – A. Hamilton, Report on a National Bank, 1790 (trad. A. Ferri).

[11] – Invitiamo a leggere il competente ed esaustivo saggio comparso su questo sito dal titolo “L’autentico Sistema Americano di Economia Politica Contro il Libero Scambio” di Pierre Bonnefoy, originariamente pubblicato sulla rivista Fusion, numero di settembre/ottobre 2003.

[12] – Cfr. Anton Chaitkin, “Treason in America, from Aaron Burr to Averell Harriman”, Executive Intelligence Review, 1998.

[13] – Roosevelt istituì comunque il Board of Governors, del quale entrò a far parte un rappresentante del Governo.

[14] – Secondo la teoria per la quale solo la guerra risolleva l’economia statunitense, oggi con almeno tre guerre in corso (Afghanistan, Iraq e Libia) essa dovrebbe andare a gonfie vele, ma in realtà non è così.

[15] – Eliot Roosevelt, “As He Saw It”, Duell, Sloane & Pierce, 1946.

[16] – Memorabile la scena in cui Roosevelt espone questo pensiero a Churchill e quest’ultimo diventa paonazzo e quasi viene colpito da apoplessia.

[17] – Racconta Frances Perkins, ministro del lavoro di Roosevelt, nel suo libro “The Roosevelt I Knew”, New York, 1946: “Keynes fece visita a Roosevelt nel 1934, piuttosto brevemente e parlò altero di economia. Roosevelt mi disse in seguito: ‘Ho visto il tuo amico Keynes. Ha lasciato un intera sfilza di cifre. Deve essere un matematico, piuttosto che un’economista politico’”. Pochi sanno che Keynes era solito tenere una contabilità certosina anche delle prestazioni sessuali godute, che fossero queste “tradizionali”, solitarie o omosessuali (con relativo voto).

[18] – A questi, che sono fatti e non teorie, si oppongono le ormai screditate teorie liberiste e marxiste (che hanno una comune origine nell’empirismo britannico) che non credono minimamente nelle capacità creative dell’uomo. Beppe Grillo ad esempio espone tutta la sua ignoranza (o mala fede) quando ad esempio non riconosce il significato di lavoro produttivo sostenendo che costruire infrastrutture equivale a pagare la gente per far scavare buche e poi ricoprirle: vedi “Un ponte da 3,88 miliardi di euro per risparmiare 20 minuti”.

[19] – Celebre la “raccomandazione” di Milton Friedman di gettare dollari dagli elicotteri in caso di meltdown finanziario, ripresa candidamente dall’attuale governatore della Federal Reserve Ben Bernanke.

[20] – Senza parlare dell’aumento dei prezzi delle materie prime, oggetto di speculazione grazie ai fondi che arrivano a questa a costi minimi.

[21] – È notizia di questi giorni l’approvazione di un progetto della TVA per la costruzione del terzo reattore nucleare in dieci anni.

[22] – Fonte: Istat

[23] – Senza mettere nel conto le invenzioni di “contabilità creativa” introdotte nel corso degli anni per abbassare le cifre dell’inflazione e aumentare quelle del PIL.

[24] – Con eventuale eccezione per quelli effettivamente utilizzati in forma di assicurazione per la protezione di attività reali, che sono una minima percentuale di quelli trattati.

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