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di Tania Careddu

Il bullismo è sempre più cyber. Ed è per questo che, a fronte di un vuoto normativo nell’ordinamento giuridico italiano, il ministero dello Sviluppo economico ha promosso, l’8 gennaio scorso, un Codice di autoregolamentazione per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo. Aperto alla consultazione pubblica fino al 24 febbraio prossimo, tre sono le linee direttrici del documento, costituito da cinque articoli.

Si parte dalla prevenzione, verso la quale l’articolo quattro impegna gli aderenti al Codice a effettuare campagne di formazione, informazione e sensibilizzazione sull’uso consapevole della rete; quindi la segnalazione, per la quale, gli articoli uno e due stabiliscono che gli operatori che forniscono servizi di social network, di contenuti online e di piattaforme User Generated Content si impegnano a mettere a disposizione dei propri utenti “appositi meccanismi di segnalazione  – visibili, semplici e diretti – di episodi di cyberbullismo”; infine, l’intervento tempestivo, e cioè entro due ore dall’avvenuta segnalazione, per evitare che le azioni si ripetano o si protraggano nel tempo.

Con la possibilità di risalire all’identità degli artefici di atti violenti o lesivi. Si, perché, a parità di violenza (che sia online o offline, poco importa) che ha come destinataria (sempre) la diversità, una delle caratteristiche che differenzia il bullismo da quello cyber è l’anonimato consentito dal web. E la quantità (infinita) delle persone che possono prenderne parte.

Queste condizioni peggiorano la gravità del fenomeno e, come si legge nell’ultima ricerca “I ragazzi e il cyber bullismo” di Save the children, rendono più dolorosa l’aggressione. Anche perché non ci sono limiti a quello che si può fare o dire, diffondendo immagini o foto denigratorie, perseguitando il profilo della vittima attraverso pagine o gruppi “contro”, utilizzando email aggressive o minacciose, e non ci sono soglie spazio-temporali.

Le motivazioni delle aggressioni? Non certamente perché il gruppo fa perdere la testa, come alcune dichiarazioni lascerebbero pensare. Piuttosto, dice la ricerca, per la mancata accettazione dell’orientamento sessuale, delle caratteristiche fisiche, dell’identità sessuale (se è femmina, “perché brutta o perché bella”), della provenienza geografica. O perché apparentemente poco sveglia o “secchiona”. E così la vittima si isola, va in depressione, rinuncia a confidarsi, comincia ad andare male a scuola, reagisce in maniera violenta, si autocommisera.

Per ovviare a queste drammatiche conseguenze, le associazioni del settore accolgono favorevolmente il nuovo Codice. E perché possa rispondere adeguatamente ai bisogni di tutela del minore online, Save the children invita a “un approccio sempre più strutturato e inclusivo”. Che utilizzi un servizio e un linguaggio child friendly e un “sistema di feedback delle segnalazioni inviate puntuale e appropriato”.

L’esperienza maturata sul campo da Save the children dimostra infatti che gli adolescenti dichiarano di non utilizzare mai gli strumenti esistenti poiché scarsamente visibili nelle interfacce grafiche dei portali e quando manca un chiaro feedback sulla presa in carico, la loro segnalazione diventa pressocchè inutile.

Per la presidente nazionale del Movimento italiano genitori (Moige), Maria Rita Munizzi, “la facilità con la quale chiunque può navigare in Rete, l’assenza di controlli sui contenuti virtuali e la mancanza di tutele per la privacy dei minori, dimostrano come l’approvazione di un Codice di autoregolamentazione sia assolutamente urgente, anche se è solo un piccolo passo per la tutela dei minori. Un codice di autoregolamentazione, infatti, ha sempre dei forti limiti.

Al momento, non sono indicate le pene per le aziende che, pur avendolo sottoscritto, non lo applicheranno o lo violeranno. Ci auguriamo che si possa al più presto arrivare a una norma di legge in materia di cyberbullismo, che sarebbe davvero efficace”.

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