Pubblicato da Aymeric Chauprade 4 feb 2013 in articoli

Crisi del Mali, realtà geopolitiche, Parte II: Gli interessi della Francia – 3 febbraio 2013 – blog.realpolitik.tv

Per quanto riguarda gli interessi della Francia in Africa, la decisione francese di intervento militare apparirà, a mio avviso, come una buona decisione.

Per giudicare, come sempre se vogliamo rimanere fedeli al nostro approccio realistico, bisogna essere in grado di collocarsi al di sopra dei pregiudizi politici e ideologici degli uni e degli altri. Tutti sanno che la mia collocazione, in termini di idee, dista anni luce dai governi succedutisi in Francia negli ultimi trent’anni; forse più di tutti coloro che lo hanno preceduto, detesto l’attuale in quanto mina le fondamenta della nostra civiltà, accelera l’invasione migratoria, debilita la nostra economia e spinge all’esilio, per la sua ossessione dell’Eguaglianza, quel che rimane di creativo in Francia.

È  spesso accaduto nella storia che una decisione in nome di ragioni sbagliate abbia potuto produrre i risultati più positivi. Non è strano constatare oggi che un presidente uscito da un campo per nulla predisposto alla difesa degli interessi francesi in Africa, tuttavia, abbia preso una decisione che può migliorare significativamente la condizione della Francia in Africa?

Ma quale era la situazione della Francia in Africa prima che del caso del Mali? Più in particolare, cosa è stata l’influenza francese in Africa, a partire dal discorso di La Baule del Presidente Mitterrand, il 20 giugno 1990?

La realtà è che, dalla fine della guerra fredda, priva di visione geopolitica, la Francia non ha smesso di arretrare in Africa. In posizione difensiva, senza visione né iniziativa, non ha fatto altro che subire l’ascesa americana in tutte le sue ex colonie. Stretto tra i suoi obblighi europei e l’atlantismo, la sua influenza è notevolmente diminuita oltremare. Da un lato il discorso della democratizzazione, dall’altra gli intrighi del personale politico (questa Françafrique che non dovrebbe essere confusa con i legittimi interessi della Francia in Africa) e, naturalmente, un crescendo di potenza degli Stati Uniti con il pretesto della lotta contro il terrorismo islamico all’inizio degli anni 2000 …

Fedele alla mia abitudine di sottoporre alla critica del lettore quello che ho scritto in passato, non posso resistere alla tentazione di offrirvi quasi per intero le affermazioni di una conferenza che ho tenuto nel 2008 a Valeurs actuelles, nel momento in cui Nicolas Sarkozy si ostinava a ridurre la nostra presenza militare in Africa.

La Francia dovrebbe abbandonare l’Africa?

Nel 2007, l’Africa sub-sahariana ha conosciuto almeno due grandi eventi: la Cina è diventata il suo principale partner commerciale e gli Stati Uniti ha annunciato la creazione di un comando strategico dedicato all’Africa: AFRICOM. Americani e cinesi si interessano all’Africa per la sue immense ricchezze. Il continente detiene il 10% delle riserve di petrolio del mondo e contribuisce già al 10% della produzione mondiale di petrolio. Essa contiene anche buona parte dell’uranio del nostro futuro nucleare e di molti minerali indispensabili alle nuove tecnologie civili e militari. Soprattutto, i suoi 800 milioni di persone che vivono nella ultima zona del pianeta che non si è  dotata del governo del “Bene Comune” (con alcune eccezioni), né, di conseguenza, si è impegnata sulla strada dello sviluppo. Alla fine della Guerra Fredda gli europei hanno decretato la democrazia in Africa. Gli Africani ne stanno purtroppo  pagando ora le conseguenze. Perché la democrazia è più il risultato che una causa dello sviluppo. In realtà, nella storia, l’identità nazionale ha sempre preceduto l’instaurazione della democrazia; altrimenti la guerra civile è assicurata. Dobbiamo cominciare ad aiutare gli Stati africani, i cui confini sono spesso in drammatico contrasto con la mappa dei popoli,a diventare stati-nazione. Questo implica fasi transitorie di “buona governante dirigista”, piuttosto che l’utopia della “buona governance democratica”.

Se la Francia si ritira da una Africa sub-sahariana nella quale il 20% della popolazione è toccata duramente dalla guerra, questo significa che abbandona le ricchezze all’Impero dominante (Washington) e all’Impero nascente (Pechino ) solo per ricevere in cambio la certezza di una massiccia immigrazione. L’immigrazione selettiva non farebbe che precipitare il crollo dell’Africa. La sola politica realistica punterebbe a combinare flussi di immigrazione invertiti e sostegno attivo dello sviluppo.

 

La Francia dovrebbe ripristinare la sua politica africana. Piuttosto che osservare una neutralità di facciata che, di fatto, avvantaggia governi con nessun altra attività diversa dal saccheggio dei loro paesi e dal ricatto di Parigi (Ciad), deve favorire l’emergere di una classe dirigente pervasa dal bene comune.

 

Salvo disperare completamente dell’Africa sub-sahariana, una tale politica è possibile. Essa implica, tuttavia, che l’esercito francese conserva forze conseguenti in Africa. Naturalmente, si può incoraggiare la gestione diretta della sicurezza da parte degli stessi africani (RECAMP va molto bene …), ma è troppo presto per andarsene. Le identità nazionali sono ancora fragili (quando non sono inesistenti) e non reggerebbero al nostro ritiro.

Non dovrebbe esserci nessun  a priori negativo riguardo al cambiamento nella disposizione delle nostre forze in Africa. E’ perfettamente normale che dispositivi militari si rimettano in questione. Allo stesso modo, rinegoziare i nostri accordi di difesa ci può aiutare a rilanciare la nostra cooperazione su una base solida e ricordare ai nostri amici africani che la presenza francese non è una ” assicurazione anti-colpo di stato” che consenta di governare a prescindere.

 

La Francia occupa oggi posizioni preziose in Africa che deve stare attenta a non abbandonare: in primo luogo i porti di Dakar e Gibuti i quali dispongo nodi  forti capacità, preziose in  caso di conflitto ad alta intensità. In seguito il Chad che  sarà presto il quarto paese dell’Africa sub-sahariana per riserve accertate di petrolio, dietro Nigeria, Angola e Guinea Equatoriale; vale a dire, il primo paese petrolifero francofono. Questo immenso territorio, scarsamente popolate, ma in posizione strategica, potrebbe idealmente essere la sede di un dispositivo di protezione di paesi africani della frangia sahariana, sia nei confronti delle ambizioni salafite che dei progetti geopolitici dei potenti vicini del Maghreb.

 

Poi abbiamo bisogno di una piattaforma nel Golfo di Guinea, una zona che Parigi non può abbandonare alle spinte americana e cinese. Si potrebbe concentrare le missioni delle attuali basi del Gabon (Libreville) e della Costa d’Avorio. La scelta è aperta in Africa centrale e nel Golfo di Guinea, ma ciò che è certo è che non possiamo abbandonare questa regione petrolifera instabile.

 

Una nuova politica africana della Francia, di fatto dell’Europa, potrebbe basarsi sui seguenti principi: la Francia aiuterebbe i paesi africani a proteggersi dai flagelli dell’islamismo, del caos etnico, dalle ambizioni dei vicini;promuoverebbe la salvaguardia delle élite africane e l’emergere di leader del“bene comune”, piuttosto chedemocrazie false e inefficaci. In cambio, i leader africani aiuterebbero la Francia ad accedere alle risorse e a lottare efficacemente contro l’immigrazione clandestina; si impegnerebbero nello sviluppo eliminando in maniera significativa le pratiche predatorie. Tale politica poggerebbe su una credibilità di potenza, di forze francesi di base permanente a ovest (Dakar e il Golfo di Guinea), al centro (Ciad) e ad est (Gibuti). In verità, si tratta di una proposta tutto sommato molto modesta confrontata con l’ AFRICOM degli Stati Uniti … “

 

Immaginate, cinque anni dopo, cosa sarebbe successo in Mali se avessimo ascoltato i socialisti e i numerosi liberali atlantisti che volevano raccogliere i bagagli e disimpegnarsi dall’Africa! Senza dispositivi sul posto e una portaerei Charles de Gaulle in bacino di carenaggio per 6 mesi (visto che non ne abbiamo che una, argomento da me animatamente affrontato in altre occasioni), come la Francia avrebbe potuto agire in gennaio? La risposta è semplice: non avrebbe potuto fare in tempo e Bamako sarebbe caduta. Non avremmo potuto fare che dei bombardamenti facendo decollare i cacciabombardieri dal nostro suolo nazionale e rifornendoli in volo (cosa per inciso fatta). Ma niente a terra e quindi niente di decisivo! È occorso un mese prima che un carico pieno di attrezzature pesanti possono essere scaricati in un porto africano. Sarei felice di sentire i nostri politici, di destra come di sinistra, su questi punti, i quali hanno tutti votato la riduzione delle capacità operative. Perché, ovviamente, le stesse persone che applaudono l’intervento hanno votato l’uscita dall’Africa.

 

Ma torniamo alla causa stessa dell’intervento. Non voglio che i nostri lettori possano pensare che io parli di interessi nascosti quando si tratta di guerre americane e non di guerre francesi. Lontano da me, infatti, l’idea di schivare la questione degli interessi francesi. Mi sono opposto in modo inequivocabile alla guerra (in parte francese) contro il regime libico, denunciando gli appetiti strategici celati dietro la maschera della moralità e prevedendo il risultato particolarmente favorevole agli islamisti e al caos nel Sahara.

È tuttavia importante notare che le cause di guerra in Mali sono significativamente diverse da quelle in Libia, al tempo stesso che la prima è in gran parte una conseguenza della seconda.

Nel momento in cui i gruppi jihadisti penetravano a sud del Mali, dopo l’occupazione di Timbuktu e di Gao, c’erano 6.000 francese che vivevano e lavoravano a Bamako! Questo, a mio avviso, partendo dal presupposto di un presidente francese a tutela dei “normali” interessi della Francia e della sicurezza dei francesi, avrebbe dovuto sostenere davanti ai Francesi per giustificare l’avvio di una operazione militare incontestabilmente unilaterale e che non riveste il più semplice dispositivo di legalità internazionale: “Se non interveniamo, non solo sei ostaggi nel Sahel, ma avremo 6.000 ostaggi francesi a Bamako.”  Una evidenza sicuritaria, mi pare, manifesta a tutti, e quindi quanto meno a Hollande, pressato dai soldati francesi che vedevano l’esercito del Mali affondare completamente di fronte al blitz jihadista e Touareg .

Ciò facendo – senza dubbio un ribaltamento storico – la Francia, per il suo ruolo di protettore, ha ritrovato il “valore aggiunto” che sembrava aver perso gli occhi dei leader africani. La maggior parte dei leader africani francofoni arrivano a comprendere, se non lo avessero ancora capito, di essere alla testa di paesi sottosviluppati non solo economicamente, ma soprattutto fragili nella loro esistenza a causa della loro contraddizione identitaria e del basso livello di coesione del loro stato-nazione. E quando tutta l’Africa suscita gli appetiti cinesi, americani, islamici (perché i gruppi islamici sono il braccio armato dei potenti Stati del Golfo come l’Arabia Saudita e il Qatar i quali vogliono prendere con la forza il frutto degli “alberi delle madrasse” che hanno piantato per decenni nel continente africano), questi dirigenti iniziano forse a capire che la Francia è l’ultimo stato che, pur con interessi materiali da difendere, è in ultima analisi in grado di impegnarsi nella difesa della loro propria esistenza storica.

 

Il miglior argomento che la Francia può porgere per giustificare la sua presenza in Africa, è il ruolo protettivo che può avere per gli stati africani, senza dubbio troppo deboli per proteggere da soli la propria sovranità. Questo ruolo di protezione e pacificatore è anche in relazione diretta con l’epoca coloniale, con la differenza notevole che è ora di dimostrare agli africani che l’obiettivo francese non è quello di esercitare la sovranità al loro posto, ma di proteggerla. Oltre a questo, non vediamo in nome di quale principio di auto-flagellazione, dovrebbe essere vietato avere interessi strategici ed economici, così come i numerosi altri attori non africani: Stati Uniti, Israele – interesse molto forte per l’accesso alle risorse minerarie per la loro industria della difesa: dobbiamo leggere l’eccellente libro di Pierre Péan, Carneficina, le guerre segrete delle grandi potenze in Africa (Fayard), che mette in luce l’importanza delle risorse minerarie africane per lo Stato di Israele e i famosi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa …), le potenze islamiche come il Qatar, l’Arabia Saudita, la Libia , Algeria …

 

 

Vediamo al presente questi famosi interessi materiali che la Francia può detenere in Mali e in tutta la regione

Un dei primi interessi da preservare da parte di Parigi è lo sfruttamento di uranio in Niger.

Il Niger ha prodotto 4.000 tonnellate di uranio nel 2011. La World Nuclear Association stima che il Niger sia tra il terzo e il quinto produttore di uranio nel mondo. Il Niger rappresenta attualmente il 40% dell ‘uranio importato da Areva in Francia, gruppo che gestisce due miniere nel paese e Arlit Akouta e prevede di sfruttarne un terzo ancora maggiore a Imounaren.

 

Tra il 1971 e il 2012, la miniera (a cielo aperto) di Arlit ha prodotto più di 44 000 tonnellate. Nel 2009 la produzione era appena oltre 1800 t.

 

La miniera sotterranea di Akouta ha la capacità di produrre 2000 tonnellate all’anno e ha già prodotto più di 55.000 tonnellate di uranio dall’avvio dell’estrazione nel 1974.

Ma le due miniere hanno più di dieci/venti anni di produzione ancora e per la Francia, il futuro del Niger riposa principalmente sulla miniera di Imouraren il cui sfruttamento è stato approvato nel gennaio 2009, dopo la ratifica di un accordo minerario tra Areva e il governo nigeriano. Nel dicembre 2009, KEPCO (Korea Electric Power Company) ha acquisito il 10% del capitale della miniera. Non dimenticate che l’interesse sull’uranio del Niger sono certamente in primo luogo, ma non esclusivamente francese. La Corea del Sud è altresì presente, in particolare i Cinesi, impegnati nello sfruttamento della quarta miniera di uranio del paese (la miniera di Azelik, con 700 t nel 2011).

Nel mese di giugno 2012, il presidente Hollande ha incontrato il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou e ha chiesto l’accelerazione della messa in opera, a fine 2013, di questa miniera gigante di Imouraren. Imouraren è potenzialmente la seconda miniera di uranio più grande al mondo (con 5000 tonnellate all’anno).Areva prevede di investire  1,2 miliardi di euro. Il suo sfruttamento farebbe passare il Niger dal 6 ° al 2 ° rango mondiale di produttore di uranio, appena dietro il Kazakistan, dove Areva è ugualmente insediata.

Ma il problema islamico ritarda sempre il suo sfruttamento. Nel mese di febbraio 2012, il Ministro delle Miniere nigeriano, Omar Hamidou Tchiana ha rivelato che la nuova miniera di uranio probabilmente avvierà la produzione nel 2014, a causa di ritardi causati dal rapimento di lavoratori stranieri nel nord del paese. Si tratta di dipendenti di Areva rapiti da AQIM, non dimentichiamolo; AREVA deve chiaramente trovare una soluzione al problema dell’islamismo.

In Mali, l’uranio è pure un tema importante per Areva. La società francese sta cercando di ottenere, dopo molti anni, i diritti di sfruttamento di una miniera di uranio a Falea (remota zona a 350 km da Bamako al confine di Senegal e Guinea). Negli anni ’70, l’antenato di Areva,  Cogema, insieme all’Ufficio delle Miniere e la SONAREM (Società di Stato del Mali) aveva effettuato dei rilievi geologici, ritenuti però poco redditizi. Nel 2005, l’azienda canadese Rockgate è stato incaricata dal governo del Mali di perforare nuovamente Falea. Nel 2010, il rapporto di Rockgate concludevano che il Mali offriva “un ambiente di rango mondiale per l’estrazione di uranio” e due anni più tardi, una società sudafricana (DRA Group), incaricata dalla Rockgate, ha concluso che Falea potrebbe offrire una produzione annua di 12 000 tonnellate di uranio, tre volte la somma della produzione delle miniere di Arlit e Akouta in Nigeria!

Voliamo un po’ più alto e vediamo quindi disegnare quello che potrebbe apparire come un corridoio strategico formidabile di uranio e di altre risorse minerarie sotto il controllo francese: l’asse Est / Ovest Ciad-Niger-Mali le cui sue riserve di minerali uscirebbero dall’isolamento grazie alle capacità portuali del Senegal …

In questo momento,  gruppi (in particolare cinesi) stanno per riesumare le vecchie linee ferroviarie di epoca coloniale francese utili raggiungere la costa atlantica.

Constatiamo dunque che la Francia ha piazzato i suoi dispositivi ad entrambe le estremità (i suoi aerei decollano dal Ciad e la Royale accosta a Dakar) di questo corridoio strategico del Sahara saturo  di riserve minerarie.

Dopo tutto, cosa noi preferiamo per garantire l’indipendenza energetica della Francia? L’uranio del Sahara (Niger / Mali) e il gas russo, oppure gli idrocarburi di Algeria, Qatar e Arabia Saudita?

Non andiamo troppo veloci, come alcuni, Areva non è il cervello dell’intervento francese in Mali – ho precisato che la decisione è stata presa con urgenza per evitare una situazione drammatica in cui 6000 francesi si sarebbero trovati intrappolati in una città nelle mani di ultra-radicali e jihadisti capaci di qualsiasi cosa – ma è vero che l’intervento va a vantaggio degli interessi di Areva e questo per due motivi:

1) Solo un rafforzamento della presenza militare francese in zona può respingere sul serio (ma non necessariamente spegnere) il problema islamista alla periferia degli stati alleati (Mali, Niger) e comunque lontano dalle aree operative dove gli ingegneri e tecnici francesi possono tornare al lavoro numerosi. L’intelligenza politica della Francia consisterebbe quindi nel delegare il “servizio post-vendita” dell’attuale azione militare a componenti Tuareg fermamente anti-islamiste  in modo da non far esplodere il costo dell’operazione di sicurezza.

2) Il fatto che i governi del Mali e del Niger abbiano avuto bisognodella Francia per difendere la propria sovranità contro la minaccia islamista, colloca Areva ovviamente in una posizione di forza nei confronti di qualsiasi altro giocatore (non solo il Mali e Niger ma anche altri gruppi privati). La Francia è oggi il giocatore fondamentale per l’equilibrio tra Tuareg del Sud e neri degli Stati della Francia Sub-Sahara.

Aymeric Chauprade

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