Solo il tradimento del generale Francesco Landi impedì a Calatafimi alle truppe borboniche di distruggere i “Mille” (in realtà 1800-1900 uomini, tra i quali 6 o 700 picciotti reclutati con l’aiuto della mafia) al primo scontro dopo il loro sbarco in Sicilia. La battaglia di Calatafimi, località in provincia di Trapani, (15 maggio 1861) viene rievocata in un articolo di Massimo Granata sulla rivista on-line Appunti.

Calatafimi Il primo scontro tra i garibaldini e le truppe del regio esercito delle Due Sicilie da la misura di quale ruolo la fellonia del governo sabaudo, il tradimento e la connivenza col nemico giocarono nella conquista del sud.Come è noto e come è stato conficcato nel cranio di generazioni e generazioni di italici studenti, con dispendio di retorica, nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, Nino Bixio, si impadronisce, nel porto di Genova dei piroscafi Piemonte e Lombardo, di proprietà della società di navigazione Rubattino. Effettuato il “colpo di mano” le due navi imbarcano presso la località di Quarto a mare, che da allora si chiama Quarto dei Mille, i circa 1200 volontari raccolti da Garibaldi per tentare l’impresa di sbarcare in Sicilia, dove pensa sia ancora in corso una sollevazione popolare contro il governo di Napoli, per sottrarne il controllo ai Borboni e mettere a punto un altro tassello dell’unità nazionale. Il governo piemontese si dice estraneo, anzi ostile, all’impresa ma come avvenimenti successivi e una vasta documentazione, renderanno palese, la società Rubattino, il cui alto dirigente e fratello massone Fauchè ha fattivamente collaborato alla “cattura” dei piroscafi, non è altro che la versione sabauda e risorgimentale della famigerata “Air America” operante nel Laos al soldo della CIA durante il conflitto nel sud est asiatico degli anni 6070 del secolo scorso. La connivenza di Cavour nell’aggressione proditoria che si profila all’amico ed alleato Francesco II di Borbone diventa palese, a chi voglia percepirla, tra il 7 e il 9 maggio quando il Piemonte e il Lombardo fanno scalo a Talamone, nella Toscana da poco annessa, e il comandante della fortezza di Santo Stefano consegna ai garibaldini, sino ad allora praticamente inermi, le armi e le munizioni del proprio arsenale e acconsente che un centinaio di questi, opportunamente riforniti, sbarchino per operare, a scopo diversivo, incidenti di frontiera con lo Stato Pontificio.Il 9 maggio i due piroscafi con i “mille” a bordo riprendono il mare alla volta della Sicilia mentre la squadra sarda dell’Ammiraglio Persano, quello che a Lissa porterà al disastro la flotta del neonato regno d’Italia, incrocia nel Tirreno meridionale per vigilare a che la spedizione non venga scoperta anzitempo.Il 10 maggio le due navi garibaldine vengono avvistate in acque duosiciliane e da Napoli si da ordine al Comandante Acton, al comando di una squadra composta dalla fregata Partenope e dagli incrociatori Stromboli e Capri, di intercettarle per impedirne lo sbarco. Ma a causa dei “tentennamenti” del comandante la squadra navale napoletana si attarda e raggiunge il Piemonte e il Lombardo, l’11 maggio, quando questi sono già in rada a Marsala e stanno iniziando le operazioni per mandare a terra i mille. Le operazioni di sbarco, come si sa, sono critiche. Le navi non possono manovrare e comunque due mercantili non hanno possibilità di difesa, diverse dalla fuga, a fronte dell’attacco di una squadra di incrociatori. Ma nella rada sono presenti due navi da guerra inglesi, l’Argus e L’Intrepid, il cui comandante chiede, ottenendone risposta positiva, al comandante napoletano di non aprire il fuoco col rischio di danneggiare proprietà di cittadini britannici su cui già campeggiano vistose Union Jack. Per effettuare lo sbarco infatti il comandante del Lombardo lo aveva fatto “opportunamente” arenare davanti agli stabilimenti di produzione del “Marsala” di proprietà di una casa vinicola inglese. “Misteriosamente” per altro viene lascito indenne anche il “Piemonte”, sul quale è imbarcato Garibaldi, che non si è ancora accostato alle banchine e il cui eventuale affondamento o abbordaggio non comportava alcun rischio per le “preziose” proprietà britanniche. Inoltre completato lo sbarco dei mille, Acton, invece di portare a terra una forza di marinai e ad incalzare i garibaldini in fase di riorganizzazione, contando oltre tutto sul volume di fuoco esprimibile da tre navi da battaglia, si dedica alla cattura dei due piroscafi ormai vuoti ed inutili per trascinarli poi a Palermo e qui menar vanto dell’impresa.Una simile inettitudine non deve stupire, profondi legami massonici legano, dai tempi del regno di Murat, il corpo ufficiali della marina borbonica, tanto è vero che una volta intervenuti ufficialmente i Savoia nel conflitto 30 dei 36 vascelli che componevano la flotta napoletana passarono senza colpo ferire al nemico.Ma veniamo a Garibaldi, finalmente a terra sul suolo di Sicilia. Da Marsala l’”Eroe dei due mondi” si spinge nell’interno e il 12 entra in Salemi. Le sue forze composte da giovani volontari ammaliati dalla fama del nizzardo , veterani dei Cacciatori delle Alpi esuli e rivoluzionari venuti a servire sotto la bandiera di “Valparaiso” da mezzo mondo, da una cinquantina di carabinieri opportunamente disertori dell’esercito sardo (la vulgata risorgimentalista pretende che i “Carabinieri di Genova” reparto scelto dei mille, fosse composto da tiratori del tiro a segno nazionale della città ligure ma la cosa, come la gran parte dei racconti sull’impresa garibaldesca insegnati nelle scuole, appare poco credibile) e dai marinai del Lombardo e del Piemonte, ammontano ora a circa 1300 effettivi. A Salemi, il 14 maggio Garibaldi si autoproclama dittatore di Sicilia, in nome di Vittorio Emanuele II re d’Italia, e bandisce la leva di massa del popolo siciliano. La leva sortisce scarsi effetti, come hanno a lamentarsi i volontari nordisti. I siciliani, esentati dalla leva anche dagli “odiati” Borbone, non hanno particolari velleità insurrezionali. Rispondono alla chiamata solamente i picciotti al soldo degli uomini di panza locali, gli stessi che hanno alimentato la rivolta che ha dato causa alla spedizione e che si è spenta “motu proprio” per assenza di partecipazione popolare. Comunque giungono a rinforzo dei “Mille” il barone di Santanna con 200 picciotti ed altri “Galantuomini” come Rosolino Pilo, il cavalier Coppola e il barone Mistretta con il loro codazzo di malavitosi. Il 15 maggio il corpo di spedizione si mette in moto verso Palermo prendendo la strada che da Salemi va a Calatafimi. Garibaldi ora ha a sua disposizione circa 18001900 uomini, di cui sei o settecento picciotti scarsamente affidabili che lascia in retroguardia. La colonna viene organizzata in due brigate. In testa i cacciatori delle alpi al comando del Maggiore Carini preceduti dagli esploratori di Missori e seguiti dai Carbinieri di Genova. Al centro marciano i due pezzi d’artiglieria e le compagnie costituite dai marinai. Chiude la colonna la brigata di Bixio mentre i picciotti si organizzavano in Salemi per venire al seguito. Alcune fonti ipotizzano già in questa fase della campagna la presenza trà i garibaldini di truppe coloniali inglesi, ma queste che pure furono poi, assieme ai “Disertori Sardi” sbarcati da Persano a Palermo, la componente decisiva dell’impresa garibaldina, a Calatafimi non erano ancora presenti. A contrastare l’avanzata di Garibaldi si e mosso nel frattempo da Alcamo il generale Landi, Un uomo anziano e malato che costringe i suoi uomini a muoversi alla velocità che le strade consentono alla sua carrozza. Landi, che non è un fulmine di guerra e non si è mai distinto come ufficiale particolarmente brillante, ha fatto inspiegabilmente carriera e a 68 anni è stato nominato Brigadiere Generale per anzianità, in un esercito in cui non era infrequente che un ufficiale sessantenne fosse ancora un semplice capitano. Ipotizzare “fratellanze” occulte dietro la sua carriera non pare azzardato. Landi ha ai suoi ordini circa 3000 uomini con i quali deve costituire una delle braccia della tenaglia che nella strategia concepita dal comando borbonico deve stringere in una morsa mortale i garibaldini e gli insorti. L’altro braccio doveva essere costituito da tre reggimenti di cacciatori che partiti da Gaeta dovevano sbarcare a Marsala e risalire verso Salemi tagliando ogni via di fuga agli invasori. Questo corpo, come vedremo in un’altra occasione, arrivò giusto in tempo per essere reimbarcato dopo la resa di ignominiosa di Palermo. Agli ordini del generale borbonico sono: uno squadrone di cacciatori a Cavallo, una mezza batteria di artiglieria da campagna con 4 pezzi, un battaglione di carabinieri a piedi un battaglione del 10° reggimento di fanteria di linea “Abruzzo”, e una compagnia di compagni d’armi, ovvero una specie di gendarmi campestri. A questi, proveniente da Trapani, dove era di guarnigione, si è ricongiunto, proprio a Calatafimi, l’8° battaglione cacciatori del tenente colonnello Michele Sforza. Teatro della battaglia, sulla strada che da Salemi sale a Calatafimi , superato il villaggio di Vita, è il monte di “Pietralunga” la vallata sottostante in cui scorre la strada e i terrazzamenti che fronteggiano il monte in direzione di Calatafimi . Attestato a Calatafimi in posizione dominante Landi, che non ha idea di dove si trovi Garibaldi, poiché non ha effettuato ricognizioni ed è rimasto isolato dal sabotaggio delle linee telegrafiche operato dai picciotti di mafia, invia in avanscoperta il tenente colonnello Sforza con l’ottavo Cacciatori, la compagnia cacciatori del decimo di linea, la seconda compagnia cacciatori del secondo Battaglione Carabinieri, due obici e 24 cavalieri con l’ordine di “circolare per la campagna” in una dimostrazione di forza ma non di “impegnare battaglia”. Sforza raggiunto il terrazzamento più alto prospiciente il monte di Pietralunga, una località detta “piane de romane”, scorge sulle balze che lo fronteggiano una massa confusa di uomini che risalgono i pendii . In quel momento ha con se due compagnie di cacciatori dell’8° battaglione, una compagnia di carabinieri, una compagnia del 10° reggimento di linea ed una sezione d’artiglieria con due cannoni, per un totale di appena 600 uomini avendo diviso le sue forze in tre colonne per effettuare la ricognizione. Quello che Sforza sta vedendo è la manovra effettuata da Garibaldi che, avvisato dai suoi esploratori della presenza del nemico in posizione dominante ha fatto risalire alle sue forze il monte di Pietralunga per porsi in posizione egualmente elevata. Gli uomini visibili che risalgono i pendii sono i picciotti che, al palesarsi del confronto, si sono sbandati. Quello che invece Sforza non vede sono i garibaldini, con in prima fila i Carabinieri di Genova e le Guide di Missori, armati con carabine rigate, abilmente occultate dietro i filari di fichi d’india. Dopo aver valutato a lungo la situazione il comandante dell’8° cacciatori, ufficiale coraggioso e pluridecorato, promosso tenente colonnello a 55 anni per merito, ritenendo di avere di fronte solo una banda di insorti ben conosciuti come malavitosi incapaci di azioni militari, verso mezzogiorno porta i suoi reparti con in testa le due compagnie di cacciatori del suo reggimento all’assalto con una manovra in ordine chiuso che riempie di ammirazione lo stesso Garibaldi. I cacciatori dell’8° scendono verso la strada producendosi in un nutrito fuoco di fucileria che miete il primo tributo di sangue tra le camice rosse, tanto che le prime file di queste a cui era stato ordinato di non aprire il fuoco sino a quando gli assalitori non fossero arrivati in fondo al pendio e quindi si trovassero in posizione sfavorevole, cedono alla rabbia e rispondono svelando le loro linee nascoste tra la vegetazione. L’assalto di Sforza si arresta ma i cacciatori raggiunta la strada fronteggiano i garibaldini in un micidiale scambio di tiri di carabina. A questo punto Garibaldi conscio di essere in superiorità numerica di due a uno e in posizione favorevole per una carica, ordina l’assalto alla baionetta. Tutta l’armata garibaldina va all’attacco trascinando con se anche parte dei picciotti. Ma i soldati napoletani non si sbandano. Indietreggiano in ordine continuando a sparare e riguadagnano il primo terrazzamento appena disceso dove si attestano a difesa. In questo momento se il brigadiere Landi lanciasse lo squadrone di cacciatori a cavallo alla carica sulla strada per le forze garibaldine non ci sarebbe scampo. Bersagliate dall’alto e prese sul fianco la loro rotta sarebbe inevitabile. Ma Landi resta inerte mentre le truppe di Sforza, che hanno quasi esaurito le munizioni nel riuscito tentativo di arrestare la carica, si ritirano sul secondo gradone e si preparano alla zuffa alla baionetta. Garibaldi, a questo punto si trovava nella stessa situazione, fatte le dovute differenze, in cui venne a trovarsi pochi anni dopo il generale Lee nell’assalto alla collina del cimitero, nel secondo giorno della battaglia di Gettysburg. Risalire un pendio all’assalto sotto il fuoco di carabine rigate. A Gettysburg in queste condizioni la brigata virginiana Pricket perse il settanta per cento degli effettivi e tutti gli ufficiali. Fortunatamente per il rivoluzionario nizzardo i cacciatori dell’8° e i carabinieri del 10° non avevano quasi più munizioni e si dovettero difendere coi sassi e i calci del fucile, ovvero facendo rotolare sugli assalitori un cannone che poi questi vanteranno come preda di guerra. Alle 3 del pomeriggio ci fu l’assalto finale. Dopo aver risposto icasticamente a Bixio che lo consigliava di ritirarsi :<< Va bene Nino, ma dove>> (La vulgata riporterà poi la roboante frase : << Nino, qui si fa l’Italia o si muore>> di cui credo anche Garibaldi si sia vergognato) Garibaldi stesso prese la testa dell’assalto preceduto dai tiri di artiglieria sulle linee borboniche. Fu una zuffa feroce.Un corpo a corpo furioso. Nella mischia Menotti Garibaldi che portava il tricolore di “valparaiso” sotto il quale aveva combattuto la legione italiana per la indipendenza dell’America latina viene ferito ad una mano e perde lo stendardo, Simone Schiaffino, compagno da sempre nelle avventure del nizzardo lo raccoglie ma viene fulminato dal sergente Angelo De Vito che se ne impossessa, lo riporterà come trofeo, e per questo verrà promosso e decorato. Anche il generale cade colpito da un sasso e il ciglio dell’ultimo gradone appare insuperabile ai garibaldini, una micidiale foresta di baionette lo difende. Quasi 2000 uomini sono nel frattempo fermi a Calatafimi , a un tiro di fucile dalla zuffa, se venissero lanciati nella mischia la battaglia non avrebbe storia. Ma Landi, sordo alle esortazioni dei suoi ufficiali, non si muove. Gli basterebbe far evoluire i suoi reggimenti intatti e con le gibernette piene e anche un temerario come Garibaldi, confortato dai timori di un fegataccio come Bixio, non avrebbe altra scelta che ritirarsi, pur non sapendo dove. E invece è la tromba dell’esercito di “Francischiello” che, per ordine di Landi, suona la ritirata. La fanteria di linea che seguiva carabinieri e cacciatori si sbanda ed è l’inutilmente eroico Sforza, con i suoi formidabili cacciatori, a coprire la ritirata in ordine con calma, come in parata, mentre i garibaldeschi stanno a guardare senza avere il coraggio di superare il ciglio di quel gradone ormai vuoto di nemici in grado di combattere. La battaglia costerà una trentina di morti e un centinaio di feriti per parte. L’esercito regio avrà anche 8 prigionieri. I feriti abbandonati perché intrasportabili nella ritirata. Ma la perdita più grande sarà la fiducia dei soldati napoletani nei confronti dei propri comandanti, traditori e venduti. Altri episodi seguiranno a confermare questo sconcio e in questo anno di retoriche memorie ce ne occuperemo.

Massimo Granata

FONTE: Blog Libero

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