Il fascismo, meglio ancora un certo fascismo consumatosi nella sua fase di regime, ha partorito un’idea economica e di stato sociale che poteva apparire in origine davvero rivoluzionaria: il sistema corporativo.
Rifacendosi in parte all’antico sistema delle corporazioni medievali e in parte alla dottrina sociale della Chiesa, il primo fascismo ha concepito un disegno economico che si voleva alternativo tanto al capitalismo quanto al comunismo. Il corporativismo doveva essere il punto di incontro del padronato e dei salariati, una sintesi di collaborazione e armonia tra capitale e lavoro che si sarebbe trasmessa per osmosi anche alla società.
Nell’ambito di un superiore interesse nazionale i lavoratori avrebbero dovuto mettersi a disposizione dello sforzo produttivo mentre il padronato avrebbe dovuto provvedere a soddisfare i bisogni dei lavoratori in termini di salario e permettendo alla Stato di garantire assistenza e servizi. I sindacati avrebbero potuto comunque avanzare le rivendicazioni dei lavoratori ma in caso di mancato accoglimento non si sarebbe arrivati allo sciopero, che avrebbe violato il principio di collaborazione in nome del bene nazionale, ma tutto sarebbe stato rimesso nelle mani dello Stato.
Purtroppo questa modello di agognata concordia ordinum si è spesso rivelata una bufala.
Dietro la propaganda si è nascosto il più delle volte un capitalismo di sostanza in cui la bilancia della collaborazione si è incrinata più a vantaggio del capitale che del lavoro. Nella storia dei sistemi corporativi ci sono solo un’eccezione e mezza a questa consuetudine. La mezza è ilfascismo italiano stesso che con la Carta del Lavoro e le riforme promosse in vent’anni ha concesso senz’altro molto alla classe lavoratrice. Mai quanto al capitale, probabilmente, ma comunque davvero molto, più che ogni successivo governo democratico. L’eccezione piena è invece quella del peronismo argentino, unico caso in cui il corporativismo ha avvantaggiato più i lavoratori del padronato. Sotto questo aspetto il peronismo fu molto più vicino al socialismo che al capitalismo ma pagò proprio l’ambiguità di voler mantenere in piedi un sistema di “socializzazione con padroni”, in cui questi ultimi erano decisamente disincentivati a investire proprio perché, a causa dei sindacati peronisti, avrebbero avuto le mani legati nella gestione delle proprie aziende e un margine di profitto ridotto.
Le esperienze corporative dovrebbero insegnare che una collaborazione proficua, una sintesi tra il capitale e il lavoro può esistere solo sulla carta. Pertanto il corporativismo non può essere considerato un’esperienza rivoluzionaria perché a seconda del contesto viene riassorbito dai modelli capitalista e socialista classico. E se la collaborazione tra capitale e lavoro, da parte dell’area neofascista, poteva essere sostenuta in una fase storica in cui era vivo il timore per il comunismo, oggi non ha più ragione d’essere.
E’ bene proclamare che l’unica vera rivoluzione sul piano economico, destinata a trasmettersi di rimando alla società, la si può avere eliminando uno dei due fattori tra capitale e lavoro. E per noi che giudichiamo capitale e profitto come elementi del tutto superflui nell’economia reale, non può che essere questo l’elemento da eliminare, ridistribuendo così tutta la ricchezza aziendale tra lavoratori-cooperatori. Lavoratori-cooperatori radicati al territorio e capaci di gestire le aziende in sintonia con le necessità della popolazione e all’interno di un coordinamento statale in un circuito economico il più possibile limitato all’ambito nazionale.
E’ quello che si chiama, a nostro avviso, socialismo comunitario e nazionale.
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