27 novembre 2008 (MoviSol) – Ripubblichiamo un articolo del nostro collaboratore Paul B. Gallagher, tradotto sul nostro bollettino“Solidarietà” del lontano febbraio 1996, con cui egli espose un quadro inconsueto degli avvenimenti riguardanti il disastro finanziario che portò alla Peste Nera, nella metà del Trecento. “La gravità del crac finanziario che si prospetta oggi”, scrivemmo allora, “non trova precedenti nella storia” più recente.

Le citazioni dei cronisti italiani furono riprese dal testo inglese e pertanto potrebbero corrispondere all’originale solo nel significato.


LA PESTE NERA CHE DECIMÒ LA POPOLAZIONE EUROPEA alla metà del XIV secolo fu causata dal più grande tracollo finanziario della storia. Al paragone, la Grande Depressione degli anni Trenta di questo secolo fu un episodio transitorio e di scarse conseguenze.

Allora, con il tracollo delle grandi case bancarie fiorentine dei Bardi e Peruzzi, avvenuto nel 1345, si verificò una vera e propria disintegrazione finanziaria. Oggi, seicentocinquant’anni più tardi, il rischio è quello di una riedizione dello stesso fenomeno in cui, come si legge sulle cronache dell’epoca, “tutto il credito scomparve nello stesso momento”.

Oggi a prevedere questo rischio è Lyndon LaRouche, l’economista americano la cui analisi sull’inevitabilità del crac è stata pubblicata daSolidarietà nel luglio 1995.

Già nel corso del 1995 abbiamo avuto le prime avvisaglie di questa disintegrazione, con le clamorose bancarotte del Messico, della contea di Orange nella California e quelle di grandi e prestigiose merchant bank inglesi. Oggi, come nel Trecento, queste bancarotte sono la conseguenza di “bolle finanziarie” speculative che crescono paralizzando produzione e commercio, cioè l’economia reale.

La differenza fondamentale tra il 1345 ed il 1996 è che allora non esistevano gli stati nazionali. Non c’era un governo potenzialmente in grado di sottoporre il sistema bancario ad una radicale riorganizzazione, salvaguardando al tempo stesso la produzione reale con nuove, esclusive emissioni di credito, mentre questo sarebbe oggi possibile qualora si riuscisse ad esercitare pienamente la sovranità nazionale. Allora questa via di scampo non esisteva e di conseguenza la popolazione finì per essere decimata. Si calcola che nel periodo che va tra il 1300 ed il 1450 la popolazione europea si ridusse del 35-50%, mentre quella mondiale si ridusse del 25%.

Gli storici sono soliti attribuire questo immane disastro causato dalle banche e dal loro sistema finanziario ad un capro espiatorio, Edoardo III re d’Inghilterra. Edoardo si ribellò al sistema finanziario con il quale i banchieri fiorentini stavano conquistando il controllo sul suo paese e, a partire dal 1342, sospese i pagamenti ai Bardi ed ai Peruzzi. Il bilancio nazionale di re Edoardo era un’inezia rispetto a quello delle due grandi casate bancarie fiorentine; era solo una modesta colonna nei loro libri contabili. A Firenze si può ancora leggere nei documenti bancari dell’epoca, che parlavano di lui con scherno, di un certo “Messer Edoardo”: saremo fortunati se riusciremo a recuperare almeno una parte del suo debito, dice un documento del 1339.

Gli storici di rito liberista dicono che i banchieri fiorentini fecero allora tanto di quel bene semplicemente badando ai fatti propri. Seguendo la propria ingordigia di denaro, costruendo i monopoli finanziari delle proprie casate, essi svilupparono il commercio e dettero vita all’industria capitalistica in pacifica concorrenza con altri mercanti, per poi espiare i peccatucci dell’usura con generose elemosine agli istituti ecclesiasitici. Ma, continua il mito, in questo paradiso terrestre c’era il serpente, c’erano i re – si capisce, nel loro ruolo centralizzatore quei despoti erano gli antesignani del moderno stato nazionale. Spendaccioni impenitenti, con le loro guerre dispendiosissime e le loro corti festaiole, i monarchi finivano invariabilmente nell’inadempienza, non onoravano quei crediti che i poveri banchieri concedevano loro per quel misto di riverenza e timore che incutono le teste coronate. Fu così che il capitalismo, l’impresa privata allora emergente, finì nella rovina del XIV secolo e che, si concede, questo fu tra i fattori scatenanti della Peste Nera, coi suoi trenta milioni di morti. Il morale della favola liberista è che occorre evitare di avere tra i piedi un’autorità centralizzata perché essa è solo capace di indebitarsi per finanziare le su manie espansionistiche, finendo poi sempre per farsi beffe dei suoi laboriosi creditori.

La storia

Recentemente sono stati pubblicati almeno due libri dai quali si desume che il mito fa acqua da tutte le parti. Nel «The Medioeval Super-Companies: A Study of the Peruzzi Company of Florence» (London, Cambridge University Press), pubblicato nel 1994, Edwin Hunt dimostra che la grande casa bancaria lavorava in perdita, al punto di rischiare la bancarotta, già dalla fine degli anni Trenta, cioè prima dei crediti al re Edoardo, e che questo era il risultato della politica creditizia seguita nell’agricoltura e nel commercio. “Le compagnie bancarie principali riuscirono a sopravvivere oltre il 1340 soltanto perché non si diffondevano le notizie sulla gravità delle loro posizioni”, e basta cambiare la data perché questa frase di Hunt calzi perfettamente alla realtà bancaria del 1996.

Dopo aver riesaminato da cima a fondo tutta la corrispondenza e i libri mastri dei Bardi e dei Peruzzi, Hunt asserisce che le “condizioni” dei prestiti delle due banche fiorentine a re Edoardo erano talmente brutali, (il sequestro delle entrate della corona), che in realtà il debito che Edoardo finì per ripudiare si era ridotto a 15 o 20 mila sterline. Fa piacere la franchezza di Hunt, perché lui è dipendente di una grande banca internazionale e sa benissimo come il sistema delle “condizioni” oggi sia cambiato ben poco nella sostanza: di certo saprà che il vero debito dei paesi del Terzo Mondo è una percentuale minima di quello che il Fondo Monetario Internazionale ha imposto loro con vari stratagemmi. Bardi, Peruzzi ed Acciaiuoli prestarono a Edoardo II ed Edoardo III molto meno di quanto hanno promesso – ma gli storici di rito liberista, a comunciare dal banchiere e cronista dell’epoca Giovanni Villani, hanno scrupolosamente computato le vaghe promesse nel debito principale.

Persino accettando la stima massima del debito che i banchieri fiorentini non poterono riscuotere da re Edoardo, questa sarebbe comunque del 35% inferiore al credito che essi vantavano nei confronti del governo della loro città, e che Firenze stessa non riuscì allora a pagare.

Per capire la dimensione di questa realtà è estremamente utile il libro di Frederick C. Lane, «Money and Banking in Medioeval and Renaissance Venice» (Baltimore 1985, John Hopkins University Press) perché dimostra che in realtà era la finanza veneziana a controllare la “bolla speculativa” della finanza mondiale, tra il 1275 ed il 1350, bolla che Venezia fece esplodere nel periodo successivo al 1340. Invece della mitica coesistenza in regime di libero mercato, la realtà è che gli oligarchi veneziani mandarono in bancarotta i colleghi fiorentini, e le conseguenze furono pagate dalle economie dell’Europa e del Mediterraneo. Mentre Firenze ricopriva un ruolo analogo a quello oggi ricoperto da “New York”, con la sua Wall Street delle grandi banche, Venezia era “Londra”, cioè tirava le fila di banchieri, sovrani, papi e imperatori attraverso una rete finanziaria molto sottile e un dominio completo del mercato della moneta e del credito.

Giambattista Tiepolo: “Nettuno offre a Venezia i tesori del mare”, Palazzo Ducale di Venezia.
Fonte dell’immagine: www.zerodelta.net

Lo storico francese Fernand Braudel spiega («Civiltà e capitalismo, dal XV al XVIII secolo») che Venezia, alla testa dei banchieri fiorentini, genovesi e senesi, fu impegnata dall’inizio del XIII secolo a distruggere le premesse su cui edificare uno stato nazionale, le cui basi erano state gettate da Federico II Hohenstaufen. L’opera dell’imperatore svevo si inserisce nella linea di sviluppo che parte dalle riforme carolingie dell’istruzione, dell’agricoltura, delle infrastrutture commerciali e dell’arte dello stato e passerà per il «De Monarchia» di Dante Alighieri.

“Venezia aveva deliberatamente imbrigliato tutte le economie circostanti, compresa quella tedesca, al proprio tornaconto; ne traeva il suo reddito impedendo loro di agire liberamente… Il XIV secolo registrò la creazione di un monopolio così potente a vantaggio delle città stato italiane… che gli embrioni degli stati territoriali come Inghilterra, Francia e Spagna necessariamente ne soffrirono le conseguenze”. A questo si aggiunga l’intervento di Venezia per impedire che Alfonso il Saggio succedesse a Federico II sul trono imperiale.

Il “trionfo del liberismo” e il soffocamento sul nascere degli stati nazionali definisce il contesto della catastrofe del XIV secolo. Solo un secolo più tardi, quando il Rinascimento dette vita agli stati nazionali, prima quello di Luigi XI in Francia, poi in Inghilterra e Spagna, la popolazione europea riuscirà a sottrarsi alla barbarie e all’involuzione demografica.

Demografia: il metro fondamentale

La devastazione causata dai mercanti banchieri veneziani e dai loro “succubi alleati” nella seconda metà del Trecento è illustrata nella Figura 1. In Europa, Cina ed India (complessivamente tre quarti della popolazione mondiale) fu invertita la tendenza demografica positiva che si protraeva da 4-6 secoli. Fame, peste bubbonica e polmonare, altre malattie epidemiche e guerre fecero scomparire dalla terra 100 milioni di esseri umani. Si stima che le orde mongoliche sterminarono tra i 5 ed i 10 milioni di persone. Il fenomeno non cominciò con il crac del 1340, ma esso rappresentò la svolta decisiva.

Come è possibile che la finanza liberistica, senza un governo che ne avesse il controllo, abbia condotto al tracollo tutte le economie del continente eurasiatico? Come hanno potuto poche banche in un angolo d’Europa mettere in moto una catastrofe del genere?

Come si sviluppa un cancro

Tra XI e XIII secolo si verificò un notevole sviluppo della popolazione, in Europa ma ancora di più in Cina. Durante i due secoli del Rinascimento neo-confuciano della dinastia S’ung la popolazione cinese raddoppiò, raggiunse i 120 milioni; anche nelle regioni settentrionali della Francia e dell’Italia la densità demografica si avvicinava ai livelli del XVIII secolo. Le nuove tecniche per estendere la superficie coltivata furono senz’altro le più importanti tra le innovazioni che permisero una crescita continua della popolazione per sette secoli fino al 1300, ripopolando l’Europa devastata dal crollo dell’Impero Romano.

Ma già all’inizio del XIV secolo si registrano in Europa le prime interruzioni di un aumento continuo sia dei raccolti che della popolazione, mentre in Cina vedremo che imperversava già una vera e propria devastazione. Grandi carestie si registrano negli anni 1314-1317, 1328-1329 e 1338-1339.

Le regioni agricole più produttive nel nord della Francia e dell’Italia registrano flessioni demografiche a partire dal 1290, mentre nelle città si registra una stagnazione(l’unica eccezione fu Milano, dove i Visconti, nemici di Venezia e protettori del Petrarca, seguivano con determinazione la politica delle infrastrutture, tra cui anche grandi opere idrauliche e tremila posti letto d’ospedale in una città di 150 mila abitanti).

Verso il 1310 la produzione dei panni di lana inglesi cominciò a diminuire. La lana inglese e spagnola era la base dell’industria tessile europea, dove solo allora cominciava ad affacciarsi anche il cotone. Scrive Hunt: “In Inghilterra, dal regno di Edoardo I (1291-1310) ma soprattutto sotto Edoardo III, i Bardi e i Peruzzi avevano praticamente stabilito un monopolio nella raccolta tra i produttori e l’esportazione della lana”.

A partire dal 1150 le famose Fiere di Champagne furono al centro degli scambi commerciali di prodotti tessili, di manufatti di metallo e di legno, attrezzi agricoli, e derrate alimentari per tutta l’Europa. Nella regione di Champagne, attorno Parigi, le fiere si tenevano tutto l’anno in sei cittadine diverse. I mercanti potevano contare su un profitto annuo del 3-4 per cento sia trattando in contante che in merci. I banchieri veneziani e fiorentini si riversarono sul luogo per aprire banche, elargire grandi crediti e vendere beni di lusso orientali. In breve furono i padroni delle piazze. Nel 1310 un banchiere lucchese poteva vantarsi di essere in grado di raccogliere crediti per 200 mila lire tornesi in un batter d’occhio alla fiera di Troyes; come conseguenza, il volume degli scambi di prodotti fisici reali in quelle fiere cominciò subito a diminuire. Nei libri del periodo successivo, analizzati da Hunt, risulta che dopo il 1335 i banchieri fiorentini contavano su di un profitto annuo dell’8-10 per cento. I veneziani contavano su profitti ancora maggiori, come vedremo più avanti. “Alla fine del XIII secolo, un rallentamento del commercio colpì innanzitutto le merci, mentre le operazioni di credito si protrassero ancora, ma le fiere entrarono in una fase di grave declino”, ha scritto Braudel.

L’inizio della Guerra dei Cent’anni tra Francia e Inghilterra, nel 1339, comportò il boicottaggio dell’industria tessile delle Fiandre, la più grande d’Europa, che restò senza lana e fu ridotta a l’ombra di se stessa.

A partire dal 1320 iniziarono le grandi manovre finanziarie: si verificarono “enormi fughe di argento oltremare che sconvolsero l’equilibrio dell’Europa a metà del XIV secolo”, dice Braudel. Come si sa Venezia era la porta principale se non unica dell’oriente. L’argento europeo esportato da Venezia in oriente tra il 1325 ed il 1350 equivaleva “forse al 25% di tutto l’argento coniato in Europa”. L’argento era usato per la circolazione monetaria nelle regioni del Sacro Romano Impero ed in Inghilterra dall’epoca di Carlo Magno.

La manovra monetaria veneziana “creò problemi cronici della bilancia dei pagamenti fino in Inghilterra e nelle Fiandre”; nel commercio divenne sempre più difficile pagare. La Francia “fu svuotata di monete d’argento”. Il sovrintendente della zecca di re Filippo calcolò che almeno 100 tonnellate di argento erano state esportate “nella terra dei saraceni”, i migliori partner commerciali di Venezia.

La produzione dei beni più importanti fu gravemente danneggiata, con grave danno al commercio ed alla circolazione monetaria, molti anni prima del crac del 1340, dai banchieri che evidentemente imponevano tassi d’interesse da usura. “Le super-compagnie fiorentine operavano in maniera molto simile alle grandi compagnie dei cereali di oggi, come la Cargill e la Archer-Daniels Midland” scrive Hunt.

“Utilizzavano i prestiti ai monarchi per assicurarsi il dominio su certe merci vitali, specialmente il grano e successivamente la lana ed il panno”. La loro rapacità finì col ridurre progressivamente la produzione di quelle merci. Sebbene il ruolo dei banchieri fiorentini nel tracollo del Trecento sia una materia meritevole di studi ed approfondimenti, occorre però sottolineare che rappresenta solo una parte della verità e che occorre prima inserire le loro operazioni in un contesto ben più ampio. I banchieri fiorentini in realtà operavano su una scala internazionale limitata all’Europa occidentale, mentre l’impero marittimo, finanziario e commerciale veneziano si estendeva su tutta la massa continentale eurasiatico-africana, e basta questo per capire che furono i vertici veneziani a mettere in moto il disastro del XIV secolo. I banchieri fiorentini coinvolti nel crac finanziario erano solo degli squali che nuotavano nel “Mare Nostrum” dei veneziani. All’orrore della Peste Nera in Europa corrisposero tragedie ancora peggiori in Cina e nel mondo islamico, finiti sotto la dominazione mongola tra il 1250 ed il 1400. Nella cronaca di Ibn Khaldun si legge che: “La civiltà sia in oriente che in occidente è stata visitata dalla piaga distruttiva che ha devastato le nazioni, ha portato la popolazione alla scomparsa… La civiltà è svanita con lo svanire dell’umanità”.

Venezia fungeva allora da centro bancario, da mercato degli schiavi e da centrale di spionaggio per conto dei Khan mongoli.

I guelfi neri

Le case bancarie dei Bardi, Peruzzi ed Acciaiuoli, insieme ad altre grandi banche fiorentine e senesi, furono tutte fondate intorno al 1250. Nell’ultimo decennio di quel secolo le loro dimensioni e la loro rapacità crebbero enormemente e si riorganizzarono facendo largo a nuovi soci, le famiglie dell’aristocrazia terriera, soprattutto quella settentrionale, che si era da sempre ferocemente battuta contro ogni forma di governo centrale, che sotto la coordinazione ed il finanziamento di Venezia avevano combattuto sia il Barbarossa che Federico II sotto il vessillo delle “libertà comunali”.

All’inizio del XIV secolo Venezia coordinava questi Guelfi Neri, gli stessi che avevano osteggiato il disegno politico di Dante Alighieri, il quale, se morì davvero di malaria, di ritorno da una ambasciata a Venezia, fu perché si vide costretto ad un disperato viaggio tra le paludi dopo aver subodorato un agguato sulla nave della Serenissima che lo avrebbe dovuto ricondurre a Ravenna. Contro l’influenza del «De Monarchia» Venezia mise in campo un gruppo di politologhi che decantavano quello veneziano come il modello di governo ideale: da Bartolomeo da Lucca a Enrico Paolino da Venezia e soprattutto Marsilio da Padova. Costoro, così come i massimi ideologhi della Serenissima repubblica, esplicitamente fondarono le loro teorie dello stato sulla «Politica» di Aristotele.

Nel giro di poco tempo queste forze politiche trasformarono le banche toscane, moltiplicandone due o tre volte le dimensioni e le attività. Machiavelli racconta come nel 1308 i Guelfi Neri controllavano tutta l’Italia settentrionale, con l’eccezione di Milano. La capitale lombarda era rimasta fedele all’impero dopo che i Visconti avevano frustrato le mire dell’arciguelfa famiglia bergamasca dei Torre e Tasso di insignorirsi della città. E per questo motivo Milano fu la più fiorente città italiana del quattordicesimo secolo.

La Parte Guelfa si proclamava il partito del papato ma chiaramente esercitava pressioni incredibili sui pontefici affinché l’usura non fosse più considerata un peccato mortale ma solo veniale. In questo contesto è interessante il parallelo tra la nascita delle case bancarie nel periodo successivo alla fine di Federico II e il proliferare di eresie delle diverse religioni, soprattutto quella catara, più congeniali alla pratica dell’usura che è altrimenti espressamente vietata dalle tre religioni monoteiste. Le sovrapposizioni tra i due fenomeni, usura ed eresia, sono evidenti, anche senza uno studio approfondito, nel caso della roccaforte catara di Caorse, nel meridione della Francia, da cui prendevano il nome i banchieri usurai caorsini.

Lo storico Lane nota come i veneziani non tenessero in alcun conto le ingiunzioni papali contro l’usura, contro il commercio degli schiavi e contro il commercio con gli infedeli, i Selgiucidi ed i Mamelucchi di Egitto e Siria.

Un secolo prima, grazie soprattutto al doge Sebastiano Ziani, Venezia era riuscita a seminare zizzania tra Federico Barbarossa ed il Papa, aveva sostenuto con finanziamenti e uomini la guerra dei comuni contro l’imperatore, ma aveva aiutato anche quest’ultimo (in imprese militari che erano nell’interesse di Venezia) e alla fine riuscì ad essere il centro della mediazione, della composizione dei conflitti nel periodo che va dal 1177 (Pace di Venezia) al 1183 (Pace di Costanza).

Il Doge costrinse Federico Barbarossa a rinunciare alla sovranità monetaria in Italia, ritirando la coniazione argentea del Sacro Romano Impero, e permettendo alle città di battere una moneta propria.

Nel secolo che seguì la Pace di Costanza, Venezia riuscì a stabilire un vero e proprio monopolio sulla circolazione di oro ed argento, moneta e lingotti, sia in Europa che in Asia.

Nel documentare il fenomeno, Frederick Lane spiega come Venezia eliminò dalla circolazione la moneta imperiale per sostituirla con la propria. Lo stesso fece nell’impero bizantino, ed inifine riuscì ad eliminare dalla circolazione anche il fiorino d’oro di Firenze nei primi decenni del XIV secolo, e quando esplose, il crac del 1340 coinvolse tutti meno che i veneziani.

I banchieri fiorentini non elargivano prestiti ai monarchi aspettando poi la restituzione dei soldi con gli interessi. In effetti gli interessi non potevano essere neanche menzionati nei contratti, perché sarebbero stati considerati usura e quindi un peccato mortale, un crimine.

L’espediente a cui si ricorreva è ancora oggi usato dal Fondo Monetario Internazionale: per concedere il prestito i banchieri esigevano delle “condizioni”. La prima era quella di impegnare direttamente le entrate delle casse reali, cioè “privatizzare” le entrate dello stato; significava di fatto che i sovrani rinunciavano alla sovranità sulle proprie economie.

Dato che nell’Europa del XIV secolo le merci più importanti (gli alimentari, la lana ed i tessuti, le ferramenta, il sale) venivano esclusivamente prodotte in un sistema di licenze e di tassazione reali, il controllo che le banche esercitavano sulle entrate della corona finì dapprima per instaurare il monopolio privato della produzione di quei beni ed in un secondo momento condusse alla “privatizzazione” e al controllo delle funzioni stesse del governo.

Nel 1325, ad esempio, i Peruzzi possedevano tutti i diritti sulle entrate del Regno di Napoli, controllavano l’esercito del regno, riscuotevano tasse e gabelle, nominavano funzionari e soprattutto vendevano tutto il grano del regno di re Roberto. Poi, per stabilire un migliore monopolio costrinsero re Roberto a fare la guerra per conquistare la Sicilia, che allora era sotto la Spagna e alleata quindi del Sacro Romano Impero. Le devastazioni della guerra ridussero la produzione del grano in Sicilia rafforzando il monopolio cerealicolo dei Peruzzi.

In quello stesso periodo i banchieri fiorentini portarono avanti una simila politica di “privatizzazioni” anche rel regno di Ungheria, i cui sovrani erano parenti di re Roberto d’Angiò.

In Francia i Peruzzi erano creditori dei banchieri del re Filippo IV, i famosi “Biche e Muche” (Albizzo e Mosciatto Guidi, o i Franzezi). I Bardi ed i Peruzzi, che mantenevano solitamente un rapporto di 3 a 2 tra investimento e profitto, “privatizzarono” in Inghilterra le entrate di Edoardo II e Edoardo III, pagavano il bilancio del re e monopolizzarono la vendita della lana inglese. Invece di pagare gli interessi sui prestiti, perché la cosa sarebbe stata riconosciuta come “usura”, il re elargiva loro dei “doni” o “compensazioni” per i sacrifici che loro si accollavano per pagare il suo bilancio; i doni erano un buono extra, oltre alla concessione delle entrate della corona. Quando re Edoardo decise di proibire ai mercanti italiani di esportare i propri profitti dall’Inghilterra, questi decisero di acquistare enormi quantitativi di lana che stiparono nei monasteri dei Cavalieri ospedalieri, che a loro volta erano loro debitori, alleati politici e soci nel monopolio della lana. I rappresentanti dei Bardi convinsero poi Edoardo III a boicottare l’industria tessile delle Fiandre per distruggerla, perché era l’unico modo per continuare a spingere in alto il prezzo della lana ed aumentare quindi le entrate della corona che essi ormai usavano per coprire il suo debito. Intorno al 1325, i banchieri genovesi facevano altrettanto alla corte di Castiglia, che era l’altra grande fornitrice di lana in Europa.

Nei primi cinque anni della Guerra dei Cent’anni, a partire dal 1339, i banchieri fiorentini imposero all’Inghilterra un cambio del fiorino superiore del 15% rispetto alla moneta inglese. Quando il re s’accorse di perdere il 15% sul suo monopolio della lana decise di battere un proprio fiorino inglese, ma i fiorentini riuscirono a fare in modo che la nuova moneta fosse generalmente respinta. In tal modo i Bardi ed i Peruzzi provocarono la famosa insolvenza di re Edoardo.

Anche il banchiere e cronista Giovanni Villani nel narrare come l’insolvenza provocò il tracollo finanziario, riconosce che il debito che Edoardo doveva ai Bardi e Peruzzi comprendeva in realtà crediti che egli aveva già ripagato, proprio come accade oggi ai paesi del Terzo Mondo debitori del FMI: “I Bardi vantavano un credito nei suoi confronti superiore alle 180 mila marche sterline. Ed i Peruzzi più di 135 mila marche sterline, che… insieme fanno un totale di 1.350.000 fiorini d’oro – ovvero il valore di un regno. Questa somma comprende numerose provvigioni che il re fece loro in passato…”

Ancora maggiore era il flusso delle rendite raccolte dal papato, lasciti e decime, durante la Cattività Avignonese. Sotto Giovanni XXII, tra il 1316 ed il 1336, le rendite papali raggiunsero i 250 mila fiorini d’oro annui. Il grosso di queste rendite proveniva dalle decime raccolte in Francia dalle banche veneziane, mentre nel resto d’Europa, con eccezione della Germania, le decime erano raccolte dagli agenti dei Bardi. Per la raccolta ed il trasferimento le banche applicavano delle generose trattenute. “Solo esse, [le banche alleate a Venezia] disponevano di contanti di riserva ad Avignone [dove allora risiedeva la corte papale] ed in Italia per finanziare il bilancio pontificio. Riscuotevano e trasferivano le rendite e concedevano anticipi ai papi”. Venezia controllava gran parte delle casse pontificie, una posizione dalla quale era facile promuovere le continue ostilità tra i papi e gli imperatori.

Il sistema degli affitti perpetui

In Italia i banchieri seguivano un’aggressiva politica di prestare non solo ai mercanti ma anche ai contadini ed ai proprietari terrieri, spesso mirando ad imposssessarsi delle loro proprietà fondiarie. Lo storico Raymond de Roover dimostra come i sistemi per mezzo dei quali i banchieri del XIV secolo evitavano di esercitare apertamente l’usura fossero di gran lunga più criminali dell’usura stessa.

Le città italiane furono costrette a cedere grossa parte delle loro entrate fiscali, le gabelle, direttamente alle banche creditrici. A partire dal 1315 furono abolite le tasse sul reddito nelle città (gli estimi), per aumentarle invece nelle zone agricole circostanti. Così i banchieri, i mercanti e l’aristocrazia guelfa invece di pagare le tasse potevano estendere i loro crediti (le prestanze) ai comuni ed alle città. In Firenze nel 1342 gli interessi effettivi avevano raggiunto il 15% su un debito di 1.800.000 fiorini d’oro. Nessun prelato denunciò la pratica di quest’usura e i proventi delle gabelle furono impegnati anticipatamente per sei anni ai creditori. Il duca d’Atene, Walter di Brienne, che per un breve periodo fu signore di Firenze, cancellò tutti gli impegni verso i banchieri, cioè dichiarò un’insolvenza come quella di Edoardo III.

Un’idea delle conseguenze della politica economica dei Guelfi Neri si desume dalla storia demografica del contado di Pistoia, la cui densità demografica, che intorno al 1250 aveva raggiunto le 60-65 persone per chilometro quadrato, si ridusse a 50 nel 1340 e piombò a 25 persone per chilometro quadrato nel 1400, come conseguenza di cinque anni di Morte Nera. Le grandi carestie del 1314-1317, del 1328-1329 e del 1338-1339 non furono affatto “disastri naturali”.

Alcune case bancarie toscane, gli Asti di Siena i Franzezi e gli Scali, erano già fallite dopo il 1320. I Peruzzi, gli Acciaiuoli ed i Buonaccorsi operavano in perdita, dirigendosi verso la bancarotta come conseguenza del crollo della produzione dei beni primari di cui avevano ottenuto il monopolio ma che veniva divorata dal meccanismo canceroso della speculazione finanziaria. Gli Acciaiuoli ed i Buonacorsi, che prima della cattività avignonese erano stati i banchieri dei papi, finirono in bancarotta nel 1342 a seguito dell’insolvenza di Firenze e delle prime morosità di Edoardo III. Peruzzi e Bardi, che all’epoca erano le più grandi banche del mondo, crollarono nel 1345, innescando il caos nei mercati finanziari del Mediterraneo e dell’Europa, con l’eccezione della sfera della Lega Anseatica, le città del nord della Germania che non avevano 500 Internal Server Error

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